La cittadinanza globale

Nuove utopie e biodiversità culturale per una società nuova*

La cittadinanza globaleQuesto libro nasce da quella che può a ragione essere definita un’utopia: l’idea che l’era globale attuale, oltre ad essere un’epoca di timori, chiusure e incertezze, sia anche un’occasione unica nella storia umana di formare un nuovo tipo di società. La creazione di un mondo unico che agisce come una rete collegata a nodi e con interscambi continui che vanno ben oltre la dimensione economica, avrebbe determinato due nuove condizioni della storia umana, già presenti nel passato, ma mai giunti al livello odierno. Questo avviene nonostante il fatto che la globalizzazione come la conosciamo oggi sia una forma soprattutto economica di rete globale, e che tale rete sia stata indirizzata da grandi operatori economici e da governi influenzati dalle élite finanziarie a perseguire con caparbia una libertà di merci e una libertà incontrollata dei mercati, e contemporaneamente abbia ostacolato la libertà di persone e idee. Quest’ultimo tipo di libertà, infatti, non conduce ad un immediato profitto per i grandi operatori economici che sostengono questo tipo di globalizzazione, ma anzi lo mette in pericolo. Malgrado ciò, le potenzialità di questa epoca permangono.

Due nuove condizioni della storia umana, dicevamo, che sussistono nel nostro presente e rendono l’era globale fonte di grandi mutamenti epocali in positivo. Da un lato, la consapevolezza e la possibilità di accesso ad un’abbondanza antropologica, ad un panorama di varietà che ci consente di conoscere, e quindi di tutelare, la diversità e l’enorme “biodiversità” culturale di tutte le comunità umane attualmente esistenti e il loro patrimonio storico: un’abbondanza prima inaccessibile in questi termini nel mondo antecedente all’era globale.

Dall’altro lato, questa stessa varietà sviluppata in forma di rete, sotto certe condizioni è in grado di fornire un nuovo e benefico dinamismo alle singole culture antropologicamente intese che compongono il mosaico di questo panorama globale e plurale. Ciò consente ad ogni sua componente, partendo dalla propria specificità, di procedere verso una nuova fase storica. In altre parole, questo pluralismo e la rete di interscambio che la caratterizzano, sono potenzialmente un fattore che genera il nuovo e che rigenera l’esistente.

In queste pagine si sostiene una posizione opposta rispetto a coloro che accusano l’era globale di portare solo ad un’uniformazione e un appiattimento che porterebbero alla perdita di identità di specifiche culture; note le argomentazioni che hanno avuto una qualche fortuna mediatica e che hanno al centro il complotto “mondialista”; tali teorie, basandosi su alcuni dati veri come una effettiva omologazione dei costumi e dei consumi a livello planetario, o come la globalizzazione squilibrata e il sostegno a questo tipo di globalizzazione da parte del mondo finanziario internazionale, hanno fatto leva su sentimenti irrazionali. Al contrario, nelle pagine che seguono si sostiene che l’era globale consenta un rapporto dialettico tra le varie identità, le quali, se capaci di fuoriuscire da questi schemi oppositivi, sono in grado di innescare quella duplice azione di auto-consapevolezza di se stesse e contemporaneamente di rinnovamento.

Questa rappresentazione così idilliaca del presente e di quella che abbiamo definito era globale, potrebbe apparire ingenua se si considerano le tensioni geopolitiche che caratterizzano questa prima parte del nuovo millennio e che potrebbero vedere una nuova guerra fredda in atto diventare, almeno a livello regionale, guerra “calda”. Ma quale epoca è mai stata senza questo tipo di tensioni?

Qui sosteniamo, tuttavia, che elevando lo sguardo da una prospettiva temporalmente più ampia e se non si rimane vittima dell’eccessiva importanza che erroneamente si attribuisce ai fatti del presente immediato, le potenzialità positive dell’era globale risultano di gran lunga maggiori delle criticità. Se la politica e la società saranno in grado di coglierle queste potenzialità.

Ma in questa visione ottimistica procediamo oltre. Siamo convinti che sia possibile inserire in un quadro coerente questa visione, e la definiamo Globalismo Culturale.

Come spieghiamo in termini più dettagliati nelle pagine che seguono, il Globalismo Culturale tenta di partire da uno sfondo coerente che descriva il mondo com’è, facendosi filosofia pratica e morale che ci indichi come il mondo dovrebbe essere, suggerendo i percorsi che porterebbero verso quella direzione attraverso una concreta politica culturale e i risvolti sociali che questa comporterebbe. Un proposito di scarsa modestia forse, ma che mette bene in risalto l’entusiasmo che ci muove.

Fulcro concettuale di questa visione – o filosofia che dir si voglia -, è il concetto di cittadinanza globale. Il cittadino globale è l’individuo che coscientemente e attivamente si predispone ad uscire dal proprio orizzonte culturale, a conoscere quanto è stato realizzato nel tempo e nello spazio da altre comunità umane, in particolare in ambiti che ne costituiscono le loro specificità (ad esempio nelle manifestazione artistiche e letterarie) al fine di giungere ad una visione più complessa e completa della realtà. La formazione di cittadini globali come qui li intendiamo contribuisce a creare una società più articolata e complessa, più dinamica, più consapevole e aperta, integrata e tollerante, capace di liberare energie individuali e sociali nuove nell’incontro tra idee e visioni diverse.

Nel corso del libro si giunge all’elaborazione di queste idee in modo meno astratto e generico di quanto possa apparire da quanto abbiamo appena detto, attraverso un percorso che mira a dare un quadro organico di partenza, ma senza fissare una “ortodossia” filosofica a cui riferirsi.

La prima parte del libro (Incertezza e condizione globale) è quella maggiormente descrittiva. È costituita da un’analisi del nostro presente, con un focus su alcuni momenti storici del secondo dopoguerra che avrebbero particolarmente influito sul mondo di oggi. Questa parte tenta di descrivere il panorama geopolitico, il rapporto tra un Occidente in crisi e un mondo asiatico in via di definizione, due poli di un conflitto che pare caratterizzare questi anni. Vengono inoltre descritte le peculiarità socio-economiche del processo di globalizzazione.

Contemporaneamente si cerca di comprendere la peculiare forma mentis che caratterizza l’individuo del primo XXI secolo, che, a detta di molti analisti, si caratterizzerebbe come condizione esistenziale di “incertezza”. Rispetto alla storia umana recente, infatti, alcuni punti fermi che ispiravano la vita sociale e individuale sono venuti meno, in una prima fase con il mutamento antropologico avviato dalla seconda rivoluzione industriale, e in una fase più recente dopo l’avvento dell’era digitale.

Sono due le principali direttrici che ci consentono questa analisi: la prima è politico-economica. Concrete scelte politiche neo-liberiste dei decenni passati avrebbero determinato la condizione globale come la vediamo oggi e, secondo critici come Stiglitz e altri, ne avrebbero determinato le conseguenze negative e le conseguenti reazioni politiche, dove il rimedio si appresta ad essere peggiore della malattia che si intende curare.

La seconda direttrice è più specificamente psico-sociologica e filosofica, e parte dalla comprensione di quello che è stato definito nei decenni passati postmoderno. Una rivisitazione di questo concetto si deve al sociologo Anthony Giddens che parla di modernità radicale, un concetto che in alcuni suoi punti riprendiamo e facciamo nostro per comprendere la condizione dell’uomo contemporaneo.

Tutto questo discorso ci porta a capire non solo la dimensione esistenziale di incertezza che caratterizza il nostro presente, ma anche il mutato scenario nell’interazione sociale così diversa nell’era del web rispetto alle epoche precedenti, con la sua frammentazione caotica.

Questa prima parte del libro si chiude con una veloce panoramica sulle teorie della conoscenza del Novecento elaborate dal pensiero filosofico. Secondo la lettura che qui ne diamo, vi sarebbero specifici collegamenti tra queste filosofie, nelle intenzioni emancipatrici perché sostanzialmente relativistiche e quindi ostili a sistemi di pensiero dogmatici, e il senso di incertezza che, in modo indiretto sarebbe giunta alla società in generale. Un senso pure banalizzato, ma da queste filosofie innescato.

La seconda parte (Cosmopolitismi e universalismi) si caratterizza per un contenuto essenzialmente storico. La comprensione di idee cosmopolite elaborate dalla cultura occidentale e forme differenti di universalismo presenti nelle culture asiatiche, costituiscono uno sfondo su cui impostare il discorso della terza e della quarta parte, vero cuore delle argomentazioni del libro.

La terza parte (Concetti e pratica di cittadinanza globale) parte da una strumentale definizione di cittadinanza, per poi focalizzarsi su quei fattori socio-antropologici e psicologici (come l’identità) che, qualora assunti come forme ideologiche rigide, costituiscono una barriera alla fecondità delle società umane. Questa fecondità è uno dei centri concettuali del libro: presentata come fatto storico ricorrente e fondamentale della storia umana, è il risultato dell’interazione costante nello spazio e nel tempo tra i gruppi umani. A sostegno delle idee espresse si avanzano esempi storici precisi: epoche e contesti che proprio in seguito a processi di trasmissione, assimilazione e rielaborazione interculturale hanno consentito alle civiltà del passato di raggiungere l’apice di creatività al quale altrimenti non sarebbero giunti.

La digressione “epistemologica” che definisce un certo atteggiamento di fronte all’incertezza postmoderna, ci consente di delineare il concetto di oggettività provvisoria (o democratica). La perdita di orizzonti assoluti in questo caso non è solo causa di incertezza, ma anche occasione di flessibilità creativa (ed epistemologica) che per essere sfruttata in questo senso va colta e compresa. Questa flessibilità creativa gioverebbe all’ambito di una qualsiasi teoria della conoscenza (che comunque rimarrebbe dimensione limitata agli addetti ai lavori), ma si riverserebbe anche positivamente nella società in genere. I pensatori che ci pare possano inspirare la nostra idea di oggettività provvisoria sono in particolare l’austriaco Paul Feyerabend e l’americano Nelson Goodman.

È in questa parte del libro che si definisce lo sfondo filosofico del Globalismo Culturale, tanto nei concetti, quanto in una sua applicazione pratica nella politica culturale che si propone. Questa politica culturale riguarda una micro-socialità consapevolmente indirizzata, e una politica scolastica e formativa che si concretizza con pratiche in grado di formare nuovi cittadini con una attitudine realmente globale, fuoriuscendo da angusti orizzonti “provinciali”.

Riveste grande importanza in questo processo il pluralismo linguistico e la formazione di una intellettualità soprattutto letteraria e artistica la quale, continuando ad esprimersi in lingue diverse e portando avanti visioni culturalmente caratterizzate, arriva ad integrarsi sostanzialmente in una cultura globale, o umana tout court. Su un piano concreto questa intellettualità globale si incentiva ad esempio attraverso una politica di scambi e di traduzione da e verso lingue considerate minori, superando i monopoli delle grandi lingue di comunicazioni attuali.

La quarta parte (Teoria sociale e filosofia morale del Globalismo Culturale) parte dai concetti di intercultura, multiculturalismo e comunitarismo, cercando di ricavare da posizioni e filosofie diverse un insieme di concetti che ispirino una visione coerente e funzionale della società nel Globalismo Culturale. Di particolare importanza ci pare la prospettiva di Jürgen Habermas e la sua idea di democrazia partecipativa, capace com’è di amalgamare la diversità del multiculturalismo delle società contemporanee senza confonderne la specificità.

Una visione umanistica e umanitaria informa la filosofia morale che sostiene il Globalismo Culturale. Si tratta di un’etica essenzialmente naturalistica e materialistica e, per così dire, neutrale, poiché non contrasta rappresentazioni morali diverse finché queste non divengono impositive e tendenzialmente uniformanti del contesto pluralista; si tratta a nostro avviso di una precondizione per la libertà in un contesto plurale. Secondo l’opinione che qui esprimiamo, è proprio una filosofia morale così concepita che consentirebbe la libertà in contesti plurali e concorrerebbe ad attenuare i contrasti tra visioni potenzialmente inconciliabili. Per fare un’analogia, una filosofia morale naturalistica e materialistica riveste una funzione analoga alle generalizzazioni e alle astrazioni del diritto internazionale nella definizione dei diritti umani, ma qui con la funzione di rendere possibile la convivenza di visioni del mondo diverse.

Una nota personale. Ho iniziato a lavorare a questo libro per tentare di dar forma razionale a quella inebriante sensazione che caratterizza il processo di scoperta della ricchezza della diversità, sia essa diversità di lingue, di forme d’arte, di “altri” mondi.

L’idea, certamente sentimentale, che fuori di noi esistano mondi che esprimono colori, profumi, parole differenti e spiazzanti, oppure affini e vicini, ma sempre degni di essere conosciuti, e che senza una nostra consapevole opera di costruzione di ponti questa ricchezza possa andare perduta e non riversare i suoi effetti benefici su noi come ricettori e donatori, mi ha sempre spinto ad un atteggiamento di impegno verso la divulgazione di quanto andavo scoprendo.

Non credo esistano inconciliabili differenze psicologiche e antropologiche tra chi si accontenta di vivere tutta la vita in uno spazio fisico, ma soprattutto mentale, delimitato e circoscritto come una dimensione di sicurezza, e coloro che al contrario sono alla costante ricerca di una nuova e stimolante diversità. Si tratta di due fasi storiche-esistenziali diverse, che riguardano un certo momento del divenire storico (il mondo prima dell’era globale), e uno stadio individuale di timore e acerba consapevolezza della potenzialità di ciò che sta fuori di noi.

Tra i compiti dell’intellettuale contemporaneo a mio avviso rientra quello di sospingere con argomentazioni credibili il passaggio da uno stadio all’altro, dimostrando come la cittadinanza globale, inizialmente metaforica ma nel lungo periodo anche giuridica, sia in grado di creare un mondo più giusto e sicuro, ma anche più pacifico, con ricadute tanto sulla vita sociale individuale, quanto nei rapporti diplomatici e nell’economia.

Questo libro è dedicato alla memoria di un amico scomparso nel 2018: il poeta mantovano Adriano Amati.

Il contesto provinciale in cui visse non giovò alla sua fortuna editoriale, e queste circostanze fecero di un autore di valore nazionale, un poeta “locale” poco conosciuto al di fuori della nativa Mantova.

Il suo approccio multidisciplinare e multiculturale nel fare letteratura e nel tentativo di leggere il mondo, faceva di lui un prototipo del “cittadino globale”. È anche grazie alle lunghe discussioni con lui che le idee di questo libro sono nate. E a lui sono dedicate.

Settembre 2020

* Introduzione al libro di D. Donadio, La cittadinanza globale. Nuove utopie e biodiversità culturale per una società nuova. (attualmente inedito)

 

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