Il Socrate di provincia

Discorsi sui massimi sistemi al “bar sport” del paesello

In une delle ultime occasioni di socializzazione consentite, prima delle vacanze natalizie che avrebbero decretato la fine di questo cupo e dispettoso 2020, mi sono ritrovato in un contesto familiare a tanti italiani: il rito dell’aperitivo del sabato. Seduti e distanziati secondo le regole in tempo di pandemia, in quel sabato mattina di fine anno un sole tiepido entrava nella veranda del piccolo bar, scaldando un inverno ancora tiepido. In breve, le bevute di avventori habitué avevano riscaldato anche i cuori, oltre che la veranda. I retori presero il sopravvento e l’uditorio si fece partecipe, così che tutti si dedicarono al passatempo preferito di tutti i bar e i locali della nostra immensa provincia italiana: risolvere i problemi del mondo.

Nel giro di circa quarantacinque minuti, grandi e spinose questioni di medicina, macroeconomia, politica internazionale, sociologia della famiglia, logistica dei trasporti, organizzazione delle istituzioni pubbliche, ecc, venivano affrontate con gran sicurezza e senza esitazione. Il mondo là fuori, corrotto e senza speranza, tramava alle spalle dei buoni cittadini come noi, ignorando risposte così semplici che in quattro e quattro otto avevamo messo sul piatto per risolvere problemi in apparenza tanto complessi.

Una volta ascoltavo per cinque minuti questi discorsi, poi mi alzavo, inveivo, dimostravo l’assoluta infondatezza di quei ragionamenti, la mancanza di competenze specifiche per comprendere il cuore stesso dei problemi, la sfacciataggine dei miei interlocutori. Oppure smontavo quelle argomentazioni con un’ironia antipatica e saccente. Ma non avevo capito niente e mi ponevo da insopportabile saputello. Qualcuno opponeva i propri ragionamenti, ma i più rinunciavano alla disputa e tornavano a parlare di calcio o a far commenti sulle belle signore che passavano sotto il portico.

Oggi ascolto compiaciuto senza contrappormi in modo netto al consesso riunito che, neppure alle riunioni dell’Onu, spazia nelle sue sessioni in tutte le scienze e le problematiche del mondo contemporaneo. Disprezzo la mia stessa saccenteria di una volta e, come gli altri, l’annego nel rito dell’aperitivo.

Conosco molti di questi interlocutori. Alcuni di vista, altri sono buoni amici. Sostanzialmente brave persone, con vite normali come tutti noi. Il fatto è che non avevo capito lo scopo di queste chiacchiere. Ero stato troppo razionale, troppo attivista, troppo desideroso di salvare il mondo. Gli avventori del “bar sport”, invece, non hanno nessuna intenzione di salvare il mondo. Sono perfettamente consapevoli di non avere gli strumenti per risolvere certi problemi (non è il loro mestiere in fondo), e la spolverata di buon senso che cercano di dare ai più bizzarri ragionamenti è solo una finzione. Cercano condivisione umana, per un attimo fingono di avere in mano le sorti del mondo e di rendere la nostra vita meno precaria e meno in balia di eventi incontrollabili.

Sia chiaro che non guardo con accondiscendenza paternalistica verso questi momenti di aggregazione. E non sto neppure tessendo l’elogio di un presunto sapere dell’uomo qualunque e del buon senso popolare (che non esiste, o è spesso un mare di luoghi comuni senza risvolti pragmatici). Sto solo rivalutando la funzione sociologica e psicologica di questi “riti”. Gli esseri umani cercano condivisione emotiva, cercano di fare branco per sentirsi più sicuri, a prescindere dalla logica delle loro idee e delle loro argomentazioni.

Qui, corrispondente per il Cosmo dalla provincia remota, mi sento meno solo anche io ponendomi in modo meno contrappositivo e rinunciando al mio preteso ruolo di Socrate de’ noantri.

Una prima e illusoria maturità mi suggerisce che il locale e il globale qui si fondono perfettamente, dando luogo a quel concetto di moda qualche tempo fa, il glocal. Mi consola il fatto che in qualsiasi capannello di persone, a Berlino, a Londra, a Pechino o a New York, o in qualsiasi villaggio sperduto, questo rito si stia perpetuando nello stesso istante, simile a quando andiamo dicendo noi, in questo bar. Mi consola il fatto che soluzioni traballanti, impossibili, sbagliate ai problemi del mondo spuntino come funghi in continuazione e in ogni dove, ma che queste soluzioni inutili e inconcludenti, in definitiva non interessino a nessuno per se stesse.

Non ho gettato la spugna: i valori di un “nuovo” illuminismo e di una consapevolezza sempre più diffusa possono e potranno fare la differenza, e forse creare un mondo sostanzialmente più felice. Ma allo stesso tempo mi sono fatto più silenzioso osservatore. Scarto le differenze più macroscopiche e cerco sempre più comuni denominatori coi miei simili. Al netto rimane sempre, sul fondo, un senso di umanità.

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