“Schede-di-lettura”

“Schede-di-lettura”. Appunti sparsi di lavoro e brevi recensioni, classici della letteratura,  libri “alla moda”, saggistica di vari ambiti (antropologico-letterario, linguistico, scientifico, ecc, divulgativa e non), manualistica, ecc. Dal mio disordinato archivio di “schede” di lettura.


Concentratevi!

Nota sul libro “Una cosa sola. L’unico metodo per fissare le priorità e ottenere risultati eccezionali” di G. Keller e J. Papasan

una cosa solaTorniamo ai libri di crescita personale. Nell’estate appena trascorsa mi è capitato tra le Torniamo ai libri di crescita personale. Nell’estate appena trascorsa mi è capitato tra le mani il libro di G. Keller e J. Papasan, Una cosa sola. L’unico metodo per fissare le priorità e ottenere risultati eccezionali.(Tea edizioni).
Come succede spesso per opere di questo tipo, il nucleo concettuale è abbastanza limitato, nel senso che le idee principali sono ben definite e non molto numerose. Poi ci si sofferma su particolari ed esempi pratici che diano l’idea dell’utilità dell’idea espressa. Anche nel caso di questo libro le cose non vanno troppo diversamente.
Si tratta di un libro motivazionale di un manager (e del coautore che pare abbia un ruolo minore), che individua nel concetto di “una cosa sola” la chiave per il successo individuale in vari ambiti della vita.
Piccole e limitate azioni (ma quelle giuste!) causano un effetto domino che nel medio periodo crea grandi cambiamenti. La metafora è spiegata anche in termini fisici: è noto infatti che una tessera di domino di piccole dimensioni possa far cadere una tessera successiva di dimensioni anche molto più grandi della precedente. Paradossalmente, iniziando con la caduta di una tessera minuta, in pochi passaggi è possibile far cadere una tessera gigantesca, alta quanto un grattacielo, e così all’infinito.
Il volume è abbastanza corposo, ma qui mi concentrerò su qualche punto.
Gli autori contestano alcune “bugie” diffuse sulla crescita personale. Il valore della disciplina in sé e della forza di volontà, ad esempio. L’autodisciplina in particolare, pure importante, non inciderebbe come sembra se a monte non c’è questa “concentrazione” di obiettivo. Un altro mito dell’uomo di successo è il multitasking. Caduto sotto la scure del revisionismo ben prima di questo libro, il multitasking inteso come capacità di fare più cose contemporaneamente è da un po’ di tempo a questa parte ritenuto un’attitudine dannosa che rallenta i processi e abbassa la qualità di quello che facciamo. Pur avendo l’idea di fare molte cose, se ne realizzano molto meno e con risultati qualitativamente inferiori.
Per tornare al nucleo dell’argomentazione, Keller e Papasan ritengono che la “riduzione” sia l’unico modo di ottenere risultati eccezionali. Una riduzione nel fare, ma anche la concentrazione di una parte ben definita del proprio tempo da dedicare a questa nostra “unica cosa”. Gli autori danno nell’indicazione di massima in 4 ore al giorno di tempo da dedicare alla propria “unica cosa”.
Nel libro si propone una sorta di percorso attraverso una analisi posta a se stessi per individuare questa “unica cosa” che da sola possa renderci la vita migliore.
Tra le raccomandazioni per l’individuazione di questa “unica cosa” gli autori ricordano la necessità di pensare in grande e in modo molto dettagliato, presentando i difetti a cui si va incontro procedendo diversamente, ad es. pensando in grande ma con vaghezza, in piccolo e dettagliato, ecc.
Tutto sommato, il libro è utile e di facile lettura. A differenza di altri libri del genere che veramente si dilungano in ripetizioni infinite partendo da poche idee, il libro “Una cosa sola” propone una certa tecnica specifica per individuare e mettere in pratica quanto dice. Un difetto, che più che altro disturba il lettore che stende questa nota di lettura, è l’approccio vagamente religioso all’argomento. Ma è noto che un certo piglio messianico da profeta sia spesso presente nei libri di crescita personale.


Impeto e libertà

L’autobiografia di Vittorio Alfieri

Vita Alfieri.pngPonte di passaggio tra Classicismo e Romanticismo, Vittorio Alfieri è, al pari di Byron, importante come personaggio e personalità, quanto e forse ancor più che come autore. Lo si comprende bene leggendone la vita: temperamento libertario e impulsivo, sempre alla ricerca di una libertà totale, decide di non sposarsi e di non procreare in modo consapevole, rinuncia all’eredità paterna in favore della sorella in cambio di un vitalizio, si congeda dall’esercito per non dover chiedere il permesso di viaggiare al Re.

E poi viaggia tantissimo. Da una prima gioventù dall’orizzonte troppo provinciale, fugge non appena responsabile legalmente di se stesso, in giro per l’Europa, passando per le terre scandinave, la Russia, la Germania, la Francia, l’Inghilterra, la penisola iberica.

Un’inquietudine, non di maniera e letteraria, ma ben visibile nei moti dell’anima del poeta, lo spinge a spostamenti continui dai quali troverà pace solo negli ultimi anni della vita.

I suoi amori, dopo tutto, rispecchiano questo temperamento. Alfieri ama sempre donne d’altri, in un costume peraltro ai suoi tempi ipocritamente accettato. L’ultimo amore, quello definitivo, si trasforma in convivenza solo negli ultimi anni, quando il marito di lei è ormai morto.

Su tutto, nella trama della vita, domina il racconto del farsi poeta dell’Alfieri. Di educazione lacunosa e pedante in un’accademia di impostazione militare, dalla quale si distacca con letture e attraverso la scrittura verso i trent’anni, per poi decidere, con tenacia e incredibile forza di volontà, di divenire “letterato”. Sono interessanti, nella Vita, persino gli appunti di metodo che riguardano la pratica dello studio dell’Alfieri: letture, glosse, traduzioni, tanto che in alcuni anni diventa un discreto traduttore dal latino e, in tarda età (con un certo pudore a rivelarlo nel racconto) si mette a studiare assiduamente il greco e arriva a tradurre la poesia dei classici.

Ultimo, importantissimo nucleo, della Vita narrata e reale dell’Alfieri è l’amicizia. Il poeta piemontese lungo tutto il corso dell’esistenza costruì pochi legami, ma solidissimi e profondi con alcuni uomini che considerava suoi ispiratori e maestri. E anche quando, innegabilmente, fa capolino dal suo racconto una certa titanica e preromantica considerazione di sé, non manca mai di rimettere il giudizio ai posteri e al lettore, ritenendosi sempre discepolo dei grandi autori del passato e dei suoi fedeli amici ispiratori del presente.

Le sue opere, quindi, vanno rilette. Le sue tragedie, in particolare, hanno trovato una meritata fortuna, anche scolastica, nell’Italia a lui postuma, benché vi sia molto esercizio retorico in esse, pur con importanti innovazioni nella caratterizzazione degli uomini e delle donne da lui descritti.

Tuttavia, come dicevamo all’inizio, l’Alfieri fu personaggio importante per la nostra storia letteraria e culturale, ma ancora più come figura umana: uomo inquieto e determinato, eternamente combattuto tra passione e razionalità, conflitto spesso presente nelle grandi personalità di tutti i tempi.


Dimenticare gli affanni

Il vino nel mondo antico. Archeologia e cultura di una bevanda speciale, di S. De’ Siena

De Siena.jpgGli esseri umani hanno sempre cercato di relegare i lati neri dell’esistenza sul fondo della loro coscienza. Di volta in volta con ideologie redentrici, negazioni, tentativi di oblio. Tra questi ultimi rientra certamente l’uso di bevande o sostanze che possano farci allontanare dalla realtà, in apparenza salvandoci dalla sofferenza.
Ora, non farò certo qui né l’apologia dell’uso di una qualsiasi bevanda o sostanza che alteri la coscienza, né la condanna in sé. Di medici, psicologi, maestri di vita è pieno il mondo. Per avere un parere pro o contro di tipo medico, sanitario, sociale, etico, rivolgetevi a loro.
Vi parlerò, invece, di un bel libro uscito qualche anno fa (2012) di storia e archeologia del mondo antico: Stefano De’ Siena, Il vino nel mondo antico. Archeologia e cultura di una bevanda speciale (Mucchi editore). Un bel libro anche dal punto di vista della confezione, se vi interessa l’aspetto estetico dei volumi: carta patinata, ricco di illustrazioni documentarie, copertina plastificata.
Ecco qualche spunto per invogliare alla lettura del volume. De’ Siena ricostruisce l’uso e l’origine della bevanda. Pare, quindi, che l’origine della vite sia da ricercarsi nel Caucaso, anche se notizie di questa bevanda compaiono solo con l’invenzione della scrittura, così che risulta ben più complesso risalire più indietro nel tempo.
L’uso del vino nella società greca e romana aveva forti implicazioni sociali, politiche, etiche ed artistiche. Sembra un’esagerazione per un bicchiere di vino? No. E ora spieghiamo perché.
Il vino si accompagnava alla diffusione di tempi dionisiaci (che riguardavano la vita e le gesta del dio Dioniso/Bacco). Si trattava di tematiche legate anche a feste popolari che avevano la funzione di “sovvertire” momentaneamente l’ordine sociale. È quello che avviene anche col Carnevale, successivamente, in epoca medievale. Meccanismo noto agli antropologi, questi momenti costituivano valvole di sfogo soprattutto per le classi meno agiate. E se questo aveva il vantaggio di scaricare energie potenzialmente eversive in un contesto controllato, d’altra parte erano anche potenziali fonti di reali scintille eversive. Per questo i culti legati a Dioniso/Bacco vennero osteggiati nei primi secoli, soprattutto a Roma.
Ma ben poco può la censura contro lo spirito libero della poesia e dell’arte. Nella letteratura e nelle rappresentazioni artistiche il vino è rappresentato come una bevanda consolatoria dell’anima e del corpo. Non sono pochi i cantori del benessere spirituale e corporale che una coppa di vino poteva offrire. Non si ignoravano le implicazioni mediche dovute all’abuso, soprattutto da parte delle donne (venivano ritenute più deboli e quindi più in pericolo in condizioni che implicavano la perdita del controllo).
Il riposo dalle incombenze della quotidianità e il ritiro meditativo e creativo (il cosiddetto otium) era un momento fondamentale nella società greca e romana. In questo panorama dominava l’edonismo, l’invito a godersi il presente (sulla scorta dell’epicureismo), mentre contemporaneamente si ricordava la finitezza della vita con una costante consapevolezza della morte. In tutto questo il vino aveva un ruolo fondamentale, scandiva i momenti conviviali e accompagnava i simposi (su questo uso sociale torneremo in un’altra scheda di lettura dedicata ad una documentatissima monografia sul simposio).
Qui abbiamo riportato qualche tema di “cultura” del vino raccontataci dall’autore. Ma De’ Siena dedica anche molta attenzione all’aspetto materiale del vino: produzione, conservazione, importanza economica e commerciale della bevanda bacchica.
L’autore, archeologo, ci introduce all’archeobotanica, ma anche all’uso concreto del vino, alle tipologie di contenitori e recipienti per bere, alle raffigurazioni artistiche su coppe e anfore. Una parte del volume molto ben documentata e scorrevole. Curiosa, poi, l’identificazione fatta dalla società greco-romana tra civiltà e vino, in contrapposizione all’uso della birra da parte dei barbari.
Ora, forse smentendo quanto si diceva in apertura di questa breve nota di lettura, dovremmo cercare di capire cosa differenzi l’uso del vino nelle società antiche dal consumo di oggi. Probabilmente la potente simbolizzazione associata al gesto di gustare il vino in età classica, una bevanda in fin dei conti figlia della terra, frutto di duro lavoro e di pazienti attese. Con la consapevolezze mediche di oggi, tuttavia, abbiamo preferito altre strade: l’alcool, che raramente si assume attraverso vini di qualità, è una pausa dalla noia che spesso si consuma basandosi sull’abuso più che sull’uso, ma senza alcuna pretesa di rielaborazione simbolica. Cerchiamo, tuttavia, di vedere un qualche lato positivo in tutto questo: chissà che tra i nostri ragazzi in cerca di evasioni alcoliche (che potrebbero gravare sul sistema sanitario in futuro), non si nasconda qualche novello Orazio, uno dei grandi poeti della letteratura latina celebranti l’otium e la socialità accompagnata anche dal vino.


Amori di carta nel Giappone medievale

Qualche nota su Il dario di Izumi Shikibu

diario IzumiLa mia, per ora, va considerata una lettura spontanea, se non ingenua. Un percorso da poco iniziato per tentare di capire in profondità due delle più importanti culture del cosiddetto Estremo Oriente (Cina e Giappone), è un percorso di ostacoli in primo luogo linguistici, ma anche antropologici. Per capire realmente la letteratura prodotta da un popolo e per impararne la lingua, occorre una comprensione in primo luogo culturale, e una prospettiva temporale di lungo respiro.

Va detto che questi universi linguistico-culturali, Cina e Giappone, sono di un’importanza che travalica l’area geopolitica di riferimento e, se mi si passa l’espressione non molto felice, si pongono su un piano di perfetta parità con la Civiltà Occidentale, che pure li ha influenzati e da essi si è fatto influenzare.

Accomuno due mondi così diversi perché in primo luogo mi interessa la fitta rete di rapporti che da sempre si sono intrecciati tra Cina e Giappone, due delle tre maggiori culture asiatiche (si includa nell’insieme dei tre la cultura indiana, sia di produzione sanscrita, che post-sanscrita ma sempre linguisticamente indoeuropea); in secondo luogo perché questo rapporto ha generato un frutto a suo modo inconsueto.

La Cina ha prodotto nell’arco di alcuni millenni uno spazio simbolico e di civiltà immenso. Immenso nel senso non tanto spaziale del termine, quanto nella sua capacità di lasciare un’impronta in gran parte del mondo asiatico. Solo il già citato sub-continente indiano, collegato al mondo indoeuropeo per altre vie, ha potuto creare uno proprio centro altrettanto vitale e indipendente. Forse con lo zampino della geografia fisica.

Un comportamento anomalo, dicevo. Il Giappone, infatti, nella sua opera di costruzione di un’identità culturale, non si è posto come puro imitatore, come spesso accade nel rapporto tra grandi civiltà e civiltà satelliti. Ha invece accolto una quantità notevole dall’ingombrante vicino (produzione figurativa, simbolica, di pensiero, e molto altro), ma combinandola con un proprio substrato autoctono e creando una civiltà incredibilmente dinamica e in buona parte autonoma dai modelli cinesi che andava assimilando.

Se pure i rapporti sino-nipponici mi appassionano tanto, devo lasciare da parte l’argomento e spendere qualche parola su un libro, un classico della letteratura giapponese; in fin dei conti questa dovrebbe essere una rubrica di letture.

Circoscrivendo l’area geografica, quindi, parliamo di letteratura giapponese. Esiste il Giappone pop e globale, popolare e a tutti noto (dei manga, degli anime, di una certa idea schematica di variante zen del buddismo, e di qualche deriva un po’ troppo kitsch) ed esiste, come sempre il Giappone vero, fuori dagli stereotipi. Quello che puoi capire, oltre che dalla sua facciata pop, anche dalla sua storia e dalla produzione letteraria e artistica.

Ci spostiamo, allora, nel periodo Heian (794-1185), una sorta di alto medioevo giapponese. Il libro di cui parliamo questa settimana è il Diario di Izumi Shikibu (ed. Marsilio). Si tratta di un diario in terza persona redatto da una dama giapponese del secolo XI che tratta essenzialmente del rapporto-corteggiamento tra la protagonista e un principe giapponese.

Seguiamo la bella introduzione di Carolina Negri, con l’aggiunta di alcune note personali. Nel racconto di questo rapporto svolgono un ruolo fondamentale gli intermezzi poetici, i versi riportati che interrompono il testo della narrazione e che i due interlocutori si scambiano in una corrispondenza poetica che costituisce il vero centro della comunicazione tra i due.

La poesia, infatti, riveste un ruolo molto importante nella società delle classi dominanti del Giappone di questi secoli: è veicolo privilegiato per parlarsi tra uomini e donne, e si costruisce come arte regolamentata da un codice e di rituali precisi. La società giapponese è tutt’altro che paritaria per quanto riguarda i due generi, e spinge le donne ad una competizione, a suo modo anche poetica, per emergere in una società maschile.

Come lettore, ho colto forti similitudini tra il rapporto uomo-donna nella letteratura giapponese di questo periodo e quello che si chiama Amor Cortese, in Occidente. L’Amor Cortese è un concetto che ritroviamo nella letteratura europea del pieno medioevo è che era ispirata ai valori cavallereschi; semplificando, si dipingeva il rapporto uomo-donna attraverso l’analogia cavaliere che portava omaggio al signore. Una donna omaggiata e trasfigurata che, come sappiamo, era molto immaginata e ben poco reale. Una trasfigurazione che è anche una delle componenti del “romanticismo” popolare, da romanzo rosa e adolescenziale, di oggi, con la completa perdita dell’alto valore poetico-linguistico e allegorico della sua matrice originaria e con l’avanzo solo di una ingenua rappresentazione del rapporto uomo-donna.

Tornando al contesto giapponese, questa analogia poesia Heian/Amor Cortese si scontra con una differenza abbastanza importante. La donna giapponese è attiva produttrice di poesia, mentre la donna occidentale dell’Amor Cortese è una simbolizzazione creata dagli uomini. Uomini e donne dell’epica Heian costruiscono una comunicazione a due sensi, non sono solo la pagina muta redatta da ansie tutte maschili.

Il libro, in sé, non ha una vera e propria trama. È una lettura straniante, se ci si attende qualcosa di simile alla letteratura di consumo di oggi (uso questa definizione senza darne una connotazione negativa). Perché, allora, consigliarne la lettura? In primo luogo per quanto dicevamo sopra: per capire più in profondità una cultura molto importante e complessa che ha dato al mondo ben più di fumetti, videogame e cartoni animati.

In secondo luogo per godere di un clima. I libri creano sempre un clima. Il Giappone dipinto da Il Diario di Izumi Shikibu è un ambiente raffinato, dove la poesia e l’uso poetico della parola per restituire l’interiorità umana hanno una grande importanza. E leggendo le pagine di questo breve volumetto sì che potete, per questa volta, lasciarvi andare agli stereotipi condannati sopra, magari sfogliandone le pagine sorseggiando un tè, in stile giapponese.


La logica delle scimmie

L’intelligenza delle scimmie antropoidi” di Wolfgang Köhler 

Kohler.jpgQuesto testo è un classico della psicologia e dell’etologia, la scienza che studia il comportamento animale nel contesto naturale. Il suo autore, lo psicologo tedesco Wolfgang Köhler (1887-1967), fu un noto esponente di quella che si chiama Psicologia della Gestalt, una teoria psicologica incentrata su esperienza e percezione degli stimoli.

L’opera L’intelligenza delle scimmie antropoidi (oggi si direbbe “antropomorfe”, ed. Giunti) è un punto di riferimento del settore. Pubblicata nei primi decenni del XX secolo, viene costantemente riedita in italiano (l’ultima edizione che mi è nota è del 2009, quella in mio possesso è del 1960 e, come tutti i libri di una certa età, emana un piacevole profumo di tempo e di carta).

Il libro di Köhler può dare molto anche al lettore non specialista, e si caratterizza anzi per essere una lettura a suo modo divertente. Si tratta di osservazioni dirette di un gruppo di scimpanzé, in una stazione di ricerca a Tenerife tra il 1913 e il 1920. Nelle quasi trecento pagine che formano il libro, si seguono le vicende degli animali, i loro successi ed insuccessi, e nel corso della lettura quasi ci si affeziona agli scimpanzé che ci vengono presentati con il nome datogli dai ricercatori (Sultano, Chica, Rana, ecc). Dinamiche comportamentali e osservazioni dell’autore ci danno modo di percepire paradossalmente quel senso di umano, o almeno che noi possiamo percepire come tale, sottostante alla natura di questi fantastici animali.

Köhler presenta i suoi risultati come di tipo psicologico, ma vanno considerate più generalmente etologiche. È vero, però, che la maggior parte delle osservazioni sono dedicate ad aspetti cognitivi risultati dagli esperimenti descritti nei dettagli.

Ne deriva (e ce lo potevamo aspettare) che il comportamento degli scimpanzé risulta indiscutibilmente intelligente su un piano generale, però con alcuni tratti che possono fare risultare lo scimpanzé “stupido”. Questo perché lo scimpanzé vive un tempo interiore molto compresso sul presente; anche se dimostra di avere memoria del passato, pare metta in connessione tempo, oggetti e fenomeni in modo diverso da quando succede nella “logica” umana. Inoltre, una distrazione dai compiti assegnati non di rado è sufficiente per annullare i progressi compiuti nella soluzione di un problema, costringendo lo scimpanzé a ricominciare da capo, apparentemente senza memoria di quanto compiuto poco prima. I compiti sono spesso quelli di recuperi, anche molto complessi, di cibo che lo scimpanzé deve effettuare avvalendosi anche di strumenti e di fasi molto articolate in sequenze ben precise.

Queste osservazioni sembrano suggerire che l’assenza di un linguaggio formale non consenta all’animale rappresentazioni complesse della realtà. Insomma, i nostri cugini sono piuttosto intelligenti, ma non riescono a gestire una certa complessità di pensiero perché “gli manca la parola”, come si suol dire. Molti studiosi di ambiti diversi, infatti, mettono spesso in correlazione la possibilità del pensiero complesso con la sua elaborazione attraverso il linguaggio.

Non meno importanti sono gli aspetti sociali ed emotivi osservati nel comportamento dei nostri cugini. Gli scimpanzé hanno un forte senso del gruppo, un bisogno primario di cui si avverte la necessità qualora si isoli uno degli individui dagli altri.

L’empatia degli scimpanzé è rivolta tanto ai propri simili, quanto verso l’uomo nei contesti dove l’animale si relazione costantemente con gli essere umani, come avviene nella stazione di ricerca. Non sono assenti persino atteggiamenti di comodo, dimostrazioni di attenzioni e “tenerezze” dello scimpanzé mirate ad ottenere qualcosa in cambio. Altre cose che ci accomunano, uomini e scimmie, è la presenza di meccanismi simili di gioco ed esplorazione del mondo, presente in gran parte del mondo animale, ma mai in modo così simile come tra la nostra specie e gli scimpanzé, e la comparsa di paure irrazionali (ad esempio scatenate da stimoli di ricordo in assenza di pericoli reali).

Una lettura certamente settoriale e specialistica, quindi, ma anche coinvolgente per chi non si interessa di queste tematiche in modo diretto. Utile per capire la psicologia e il mondo interiore di questi animali, ma anche, come spesso accede quando ci specchiamo nella diversità, utile per capire noi stessi.


Corpo di mille balene

Storie di pirati, ribelli e criminali 

Storia pirateria.jpgQuanto il mondo conservava qualche lembo di terra ignota, i ribelli, i reietti, i disadattati, gli infelici, potevano decidere di imbarcarsi verso l’ignoto e canalizzare così nel viaggio le proprie ansie, le proprie insoddisfazioni. Questa possibilità doveva avere una potente funzione catartica a noi sconosciuta, in quest’epoca di geo-localizzazioni google e visioni satellitari. Tra le possibilità di fuga vi era senz’altro la possibilità di diventar pirata e tentare la fortuna per i mari. Si trattava di una vita avventurosa e pericolosa, un’esistenza in balia di uomini senza scrupoli e sotto la costante minaccia della morte che poteva giungere per fame, naufragio, o per una palla di cannone sparata dalle navi che tentavano di respingere gli attacchi pirati e che, nel migliore dei casi, avrebbe potuto tranciarti di netto una gamba o un braccio.

Il libro di David Cordingly, Storia della pirateria, (ed. Mondadori) è un testo storico di impianto divulgativo, ma molto ben documentato, a tratti persino avvincente come un romanzo.

All’autore interessa, tra le altre cose, confrontare la figura del pirata reale con il pirata “romantico”, vale a dire con i personaggi descritti da cinema e dalla letteratura.

Cordingly ci spiega che conoscendo la vera storia di molti pirati famosi, scopriamo che tanti degli elementi della vita piratesca passati nelle storie di fantasia sono, in un certo modo, reali, ma con una costante: una visione romantica, come dicevamo, che tende a smorzare un contesto che era di tipo criminale e intriso di violenza. Al di là della fuga dal mondo civile, insomma, non c’era solo l’eroe ribelle, ma più spesso il criminale che si poneva consapevolmente contro alla legge e cercava solo di fare il proprio interesse personale.

Ma in Storia della pirateria veniamo a conoscenza di molti dettagli che rendono la nostra immagine dei pirati più precisa. Partendo innanzi tutto dai termini: al generico “pirata”, si affiancano infatti gli altrettanto famosi termini “corsaro” e “bucaniere”. Con corsaro si intendevano pirati che agivano in base ad una lettera “di corsa” rilasciata da un governo ufficiale. Si trattava di un vero paradosso. Un governo autorizzava una nave a praticare la pirateria, ma solo a danni di potenze straniere e nemiche. Era questo anche un modo per continuare con altri mezzi una guerra di mare endemica che caratterizzò per secoli la vita politica europea (in particolare coinvolgendo Inghilterra, Spagna, Francia e Portogallo). Il termine “bucaniere”, invece, aveva inizialmente una semplice riferimento geografico: indicava i pirati provenienti dall’area dei Caraibi, un’area molto attiva da questo punto di vista.

Tra gli altri dettagli che si possono citare per invogliare alla lettura di questa bella monografia, vi è la descrizione delle tipologie di navi impiegate più spesso dai pirati. L’immaginario collettivo ci parla di grandi velieri, potenti e minacciosi, mentre la realtà era ben diversa. Sovente i pirati sceglievano per le loro scorrerie tipologie di navi piccole e versatili, come lo sloop, la goletta, il brigantino. Erano navi con un’alberatura limitata e di basso tonnellaggio che permettevano spostamenti agili e veloci; queste tipologie di imbarcazioni a paragone con le grandi navi mercantili dovevano apparire ben poco maestose. Navi più grandi erano più rare.

Cordingly ci racconta anche la vita di figure specifiche di pirati, alcune molto famose, altre meno, come Barbanera, il Capitano Kid e l’affascinante mondo delle piratesse, più diffuse di quanto si possa immaginare.

Ma quello che caratterizza la vita dei pirati, secondo l’autore, è una componente ben precisa della loro organizzazione: la vita a bordo delle navi aveva l’inattesa forma di una perfetta “democrazia”. Scordatevi, insomma, la volontà del capitano come legge suprema. Le scelte si prendevano a maggioranza, con una votazione: dove andare, quale nave assaltare, e così via. Parimenti, la divisione del bottino era portata avanti con equità. Solamente nelle azioni belliche e durante gli assalti, il potere del capitano era ritenuto assoluto, momenti durante i quali il primo marinaio di bordo aveva potere di vita o di morte sulla ciurma; questo mutamento di regime probabilmente era necessario per consetinre una certa disciplina indispensabile in contesti così pericolosi.

Ho sottolineato il valore storico dell’opera di Cordingly, perché contribuisce a chiarire alcune dettagli che la fantasia letteraria e cinematografica hanno in parte rielaborato.

Tuttavia, andando esattamente nella direzione opposta a quella proposta dall’autore, consiglierei la lettura di questo libro proprio per conoscere quella componente avventurosa che caratterizzava questo stile di vita del passato e che oggi non è più pensabile. Almeno per noi del ricco (ancora) Occidente.

Consapevolmente tradiamo la realtà storica della pirateria, dando un carattere anche formativo, liberatorio, ed epico alla fuga piratesca dalla vita civile che questi individui senza scrupoli sceglievano. Piace anche a me, insomma, cedere ad una certa rielaborazione fantastica e associare i concetti di avventura a quelli di coraggio, dando così un carattere piratesco ad ogni scelta di vita coraggiosa. E questo perché credo nel potere reale delle suggestioni.


Agisci in 5 secondi

Note su un famoso libro “motivazionale”

Mel Robbins, La regola dei 5 secondiIl libro di Mel Robbins, La regola dei 5 secondi è un bestseller internazionale. Opera motivazionale per eccellenza, il libro della Robbins fa parte di quel genere che in Italia è stato definito di aiuto-aiuto e che deve in gran parte temi, stili e tecniche al mondo americano.

La semplice regola psicologica che sta alla base del libro (242 pagine nell’edizione italiana tascabile di Pickwik) consiste in questo: qualora dobbiate decidere di fare una cosa o meno, siate esitanti ad iniziare un qualsiasi compito, mettete in atto un conto alla rovescia mentale da 5 a 1, poi agite. Questo espediente, secondo l’autrice e i centinaia di lettori che hanno seguito il metodo, è incredibilmente potente.

Secondo la Robbins, vi sarebbero concrete prove scientifiche, in particolare psicologiche e comportamentali, dietro all’efficacia di questo semplice espediente. Innanzi tutto, il conto alla rovescia “resetta” il pensiero e lo fa concentrare sul compito in questione. È noto, infatti, che la tendenza della mente è quella di valutare pro e contro di ogni azione e, in un certo senso, di generare scuse o precauzioni razionali che prima ritardano l’azione e poi la bloccano definitivamente. Questo “reset” del rimuginare interiore consentirebbe al contrario di agire e di abituare l’individuo all’azione.

Secondo l’autrice, questa abitudine all’azione può portare a prendere decisioni nell’immediato, ma col tempo determinerebbe anche un miglioramento significativo della vita e un trampolino per raggiungere obiettivi importanti. Il ragionamento della Robbins è semplice: “piccole” decisioni e “piccole” azioni, cumulandosi, portano a lungo andare ad un cambiamento significativo. Cambiando una cattiva abitudine o vincendo determinate paure utilizzando la regola dei 5 secondi (per esempio timori di agire in contesti sociali), l’individuo vede progressivamente cambiare il contesto generale della propria esistenza. E questa salvifica regola dei 5 secondi varrebbe tanto nella vita personale e sociale, quanto in quella lavorativa.

La forza espressiva del racconto trae beneficio dalla narrazione in prima persona dell’autrice che racconta il suo periodo di difficoltà, se non proprio di fallimento, intorno ai quarant’anni. Questo tono di rivincita e successo rende le parole della Robbins coinvolgenti proprio perché si percepisce che l’autrice ha vissuto dall’interno le vicende che narra, anche se a tratti impiegando toni eccessivamente emotivi e sentimentali. Non ne deriva, al contrario, un vantaggio in termini di convincimento e in senso stilistico, il riportare una fitta schiera di testimonianze in tutto il corso del libro. Parole di testimoni che si possono ritenere in perfetta buona fede, ma che donano agli “adepti” della Robbins un’aurea settaria, con la poco utile sensazione del lettore di ascoltare individui caduti nel noto meccanismo dell’auto-convinzione che rafforza se stessa. È vero, d’altra parte, che il lettore americano è ben più avvezzo a fare appello ad emozioni e a senso di comunanza in contesti motivazionali di questo genere (come avviene, anche qui in Italia, nella politica degli ultimi decenni, ad esempio).

Libro in definitiva utile, anche se spiegazione, concetti e qualche esempio della regola dei 5 secondi avrebbero richiesto meno della metà delle pagine. Opere di questo genere sono senz’altro utili se il lettore non ne ricava totem intoccabili e dogmi di vita, prendendo pragmaticamente quello che può servire nella concreta azione pratica. E sotto questo punto di vista, come dicevamo, in molto meno spazio si possono spendere parole chiare e dirette. Insomma, meno chiacchiere e più azione: 5, 4, 3, 2, 1…