“Schede-di-lettura”

“Schede-di-lettura”. Appunti sparsi di lavoro e brevi recensioni, classici della letteratura,  libri “alla moda”, saggistica di vari ambiti (antropologico-letterario, linguistico, scientifico, ecc, divulgativa e non), manualistica, ecc. Dal mio disordinato archivio di “schede” di lettura.


Ipocrisie borghesi

Revolutionary Road di Richard Yeats

rev.jpgDiventato famoso al grande pubblico dopo l’uscita dell’omonimo film del 2008 (con Leonardo DiCaprio e Kate Winslet), Revolutionary Road di Richiard Yeats rientra a pieno titolo nei classici del romanzo americano contemporaneo. Aggiungiamo, con una punta di snobismo, che coloro che conoscono le letterature europee spesso stentano a capire la “grandezza” attribuita dagli stessi americani ad alcuni loro autori (tra i quali il sopravvalutato Francis Scott Fitzgerald). Questo deprecabile atto di superbia critico-interpretativa dei lettori del Vecchio Continente non riguarda, però, il romanzo di Yeats. Questo ipotetico lettore, infatti, coglie immediatamente il valore artistico di Revolutionary Road.

Pubblicato nel 1961, è ambientato negli anni Cinquanta. È l’America perbenista e bianca, costruita su una società di apparenze basate su una rassicurante esteriorità borghese: una balla casa, un buon lavoro, un matrimonio e una vita famigliari in apparenza felici, che sotto covano i prevedibili tradimenti abilmente celati o consapevolmente ignorati, e sottaciute disillusioni. Una società che vive costantemente una finzione scenica.

La società perbenista americana dell’epoca (come di ogni epoca del resto) irregimenta la vita degli individui e, sopprimendo il desiderio del perseguimento di sogni che fuori escano dagli schemi dei valori borghesi, nega la possibilità di un’espressione individuale, portando ad una infelicità sotterranea.

Ne sanno qualcosa i coniugi Wheeler, Frank e April, protagonisti del libro. È la moglie April che, forse più coraggiosa e sensibile del marito, cerca di spingere Frank ad andare oltre quelle vita di apparenze, e aver il coraggio di seguire le proprie passioni e inclinazioni, anche a costo di sacrificare la sicurezza e la tranquillità. Il progetto di trasferimento in Europa, però, naufraga in seguito ad un vantaggioso avanzamento di carriera di Frank. L’evento rompe l’armonia della coppia e determina una serie di eventi dalle tragiche conseguenze.

Decisamente più rassegnati ad una vita di apparenza paiono i Campbell, vicini della famiglia Wheleer. In tutto questo gioco di ruoli, è solo il figlio dei Campbell, un giovane chiaramente folle che non è in grado di astenersi dal dire la verità, a squarciare il velo della finzione.

Come sovente in queste notarelle di lettura (che non sono né recensione, né lettura critica, ma fulmineo spunto di riflessione), non ci dilunghiamo troppo sulla trama.

A ragione Revolutionary Road è divenuto un romanzo di culto (non ebbe un grande successo tra i lettori all’epoca, ma la critica che ne colse subito il valore letterario). Emblema di un’epoca della storia americana caratteristica, coglie, come sempre fanno i capolavori, lo spirito del tempo e lo rende universale.

La società americana, e in genere occidentale post-Sessantotto si era parzialmente emancipata da quel pesante perbenismo descritto in Revolutionary Road. Ma a distanza mezzo secolo, dopo decenni di spensierato liberismo (che si sarebbe poi rivelato “da bancarotta”), il lascito che ci rimane di quell’emancipazione è solo apparente. Anzi, nel torno di tempo di questi ultimi decenni che vede le crisi politica delle democrazie occidentali, l’esigenza di un ritorno a presunte tradizioni e presunti valori che ci riportino a effimere sicurezze, ammanta ancora di più il nostro presente di quella ipocrisia che pensavamo di aver seppellito per sempre. Ecco perché Revolutionary Road è tanto attuale. Ci svela cosa si nasconde dietro quella finzione.


Ma come si imparano le lingue?

Un’introduzione alla linguistica acquisizionale

ChiniIl piccolo manuale introduttivo alla Linguistica acquisizionale di Marina Chini (M. Chini, Che cos’è la linguistica acquisizionale? Carocci 2005), rientra in quelle utilissime letture condensate che ci permettono di accedere al quadro di insieme di una disciplina senza scontrarci con una mole troppo ampia di dati e concetti. Pensato per gli studenti, è lettura consigliata anche per coloro che, desiderosi di imparare una lingua straniera, vogliano diventare maggiormente consapevoli dei meccanismi che stanno alla base dell’apprendimento. La Linguistica acquisizionale, infatti, è quell’area di studio che si occupa dell’acquisizione di una seconda lingua non materna (la cosiddetta L2). Un campo ben diverso, dunque, dallo studio del bilinguismo, fenomeno che si verifica quando l’individuo forma la sua competenza linguistica in una o più lingue nel corso dell’infanzia, padroneggiandole con pari competenza.

La Linguistica acquisizionale è un tema interdisciplinare perché coinvolge diversi campi di studio, come la linguistica generale naturalmente; ma si avvale anche di concetti elaborati in altri campi  come la sociolinguistica, la psicologia, la pedagogia, ecc.

Non manca nel libro della Chini un dibattito iniziale sui diversi modi di intendere il problema dell’acquisizione di una seconda lingua in età adulta. Tra i principali schemi concettuali/scuole, l’autrice ricorda l’innatismo (gli schemi comportamentali di apprendimento sono, per così dire, istintuali e automatici) e il comportamentismo (la lingua si apprende come ogni altri comportamento, per osservazione e imitazione).

Uno dei concetti più importanti derivati dalla storia della disciplina è il concetto di “interlingua” (che si deve a L. Selinker). Pare che nel processo di apprendimento si formi una sorta di lingua intermedia tra la lingua madre (L1) e la lingua obbiettivo (L2). L’interlingua parte da un massimo grado di vicinanza alla L1 e progressivamente si sposta verso la struttura della L2.

I modelli di acquisizione linguistica sono associati alle rispettive scuole linguistico-filosofiche che cercano di spiegare il fenomeno generale della lingua e del linguaggio umano (modelli innatisti, cognitivo-funzionali, ambientalisti, modelli integrati, ecc).

Per entrare nel merito di alcuni problemi dibattuti, la studiosa (che è stata docente presso l’Università di Padova), ci presenta i fattori linguistici che incidono sull’acquisizione. Ad esempio la tipologia linguistica. Ogni lingua appartiene ad una famiglia linguistica con proprie peculiarità (ad es. l’italiano è una lingua neolatina imparentata con francese, spagnolo, portoghese, romeno, ecc), e ha una particolare struttura morfo-sintattica. Se la lingua che vogliamo acquisire è molto diversa per struttura, impiegheremo ovviamente maggiori energie e un tempo più lungo nel processo di apprendimento/acquisizione. Sotto questo piano, quindi, la L1 può rappresentare una “interferenza”.

I fattori non linguistici implicati nel processo di apprendimento (semplificando molto la trattazione del manuale) possono essere individuali, come età, fattori cognitivi, “stile” di apprendimento, motivazione, spinte affettive, ecc, o possono essere socio-contestuali, come lo stato della minoranza linguistica dalla quale si parte per imparare la lingua principale (nel caso di immigrati stanziali), e altri fattori macro-sociali come la quantità e la qualità dell’input linguistico. È noto, infatti, che essere esposti ad un “buon” linguaggio aiuti lo straniero/studente ad acquisire una forma più corretta e fluente di L2.

È stato poi notato che le fasi evolutive di acquisizione della L2 seguono tappe abbastanza simili, a prescindere dalla L2 di partenza o dalla L2 di arrivo. Ciò potrebbe avvalorare l’ipotesi dell’esistenza di universali linguistici, strutture di base innate (cognitivamente) che stanno alla base del linguaggio umano e del suo apprendimento.


L’India, il Cosmo, gli dei

Note su Hinduismo (a cura di G. Filoramo)

hinduismo.jpgL’india è ben più di una nazione o di uno stato. È un intero mondo. Tutte le civiltà che si sviluppano su ampi spazi terrestri, tra cui la Cina e in misura inferiore l’Occidente europeo, tendono a considerare se stesse come il centro della storia. L’india non fa eccezione.

Ma il sub-continente indiano è anche un enigma per gli occidentali. Pare tanto lontano e diverso, eppure la sua cultura è strettamente imparentata con la nostra. Non a caso, da un punto di vista linguistico, la lingua conosciuta come Hindi-Urdu, parlata in Pakistan e in gran parte dell’India, fa parte della grande famiglia linguistica indoeuropea, la stessa a cui appartengono lingue come italiano, tedesco, norvegese, e quasi tutte le lingue d’Europa. Fu nel corso dell’Ottocento che gli studiosi si accorsero dell’incredibile somiglianza tra sanscrito (la lingua da cui deriva l’Hindi-Urdu e altre lingue indiane) e il latino.

Come mai, allora, la civiltà indiana e i tratti somatici degli indiani sono così differenti da quelli europei? Della cultura parleremo tra poco. Per i tratti somatici basti dire che secondo gli studiosi la lingua di tipo indoeuropeo deriva da un popolo invasore (di tipo fisico-antropologico bianco), gli Ariani, che nel II millennio a.C invase il subcontiennte indiano, mescolandosi con il tipo antropologico australoide (da qui la varianza di carnagione tra l’India del sud, più scura, e del centro-nord, più chiara e mescolata con la discendenza degli ariani).

Seppure la cultura indiana dominante (quella che si riconosce nel cosiddetto Hinduismo) appare così distante dalla nostra, gli antropologi e i linguisti hanno notato una base mitica e una struttura sociale antica, comune e che deriva proprio dal ceppo indoeuropeo che condividiamo con gli indiani.

Sono queste le premesse da cui parte l’utilissimo manuale edito alcuni anni fa da Laterza, Hinduismo, a cura di Giovanni Filoramo, e scritto dagli autori Carlo Della Casa, Stefano Piano e Mario Piantelli.

Non fatevi ingannare: il libro, pur in versione economica e costituito da un numero non eccessivo di pagine, è un vero e proprio saggio introduttivo, scorrevole, ma dettagliato e a tratti persino accademico. Il volume, infatti, non presenta una sequenza schematica di divinità, usi e costumi basandosi sull’Hinduismo moderno, ma analizza l’origine della religione indiana (rintracciabile nei Veda, i più antichi scritti in una lingua indoeuropea risalenti addirittura al XX secolo a.C.), gli scritti, le scuole, i rituali e le forme di devozione dell’Hinduismo storico.

Non manca una ricchissima cosmogonia: i miti sull’origine e il funzionamento del mondo sono di una ricchezza immaginativa unica, molto più complessa e variegata, ad esempio, della mitologia greco-romana o germanica. Costituiscono, insieme all’arte prodotta nei templi, il lascito più affascinante di questa religione.

Perché, però, associare religione e cultura, quando è noto che in termini antropologici la religione è solo una parte della cultura di un popolo? Perché in India, come successe per altre civiltà, la religione contenne in sé, a tratti però emancipandosene, la speculazione filosofica, le riflessione linguistica, l’arte e la letteratura.

Per lo più sconosciute al di fuori della cerchia degli addetti ai lavori, la storia della scienza, della filosofia e della linguistica indiane raggiunsero vette del tutto analoghe a quelle toccante nell’antica Grecia, a Roma e nell’Europa medievale. Vi fu, se mai, il mancato distaccamento definitivo dal pensiero teologico-religioso, come avvenne in Occidente in epoca umanistica e che permise poi la nascita del pensiero scientifico.

Tornando al nostro libro, il manuale curato da G. Filoramo ci parla certamente anche di Dei (tra tutti Shiva e Vishnu), ma mettendoci in guardia. L’Hindusimo non è un insieme ordinato e stabile di divinità e di credenze, non è una “religione” come la intendiamo in senso stretto, è piuttosto una serie di scuole anche indipendenti che, a seconda del periodo e della propria storia, privilegiano una versione del mito o una divinità, piuttosto che un’altra. Ma su uno sfondo comune (soprattutto rituale), e attraverso una rete che collega lo spazio e il tempio, i culti e i luoghi dedicati a diverse divinità. Un intero mondo, come dicevamo all’inizio, che vale la pena di essere conosciuto meglio.


L’attesa del nulla

Vitalismo e rassengnazione nel romanzo Oblomov di Ivan. A. Gančarov

Oblomov

La speranza e l’aspettativa in un futuro che ci porterà quello che desideriamo, sono due elementi che occupano un posto di rilievo nella vita di un individuo. Questa sorta di meccanismo temporale e immaginativo ci pare quasi connaturato alla mente umana: ben pochi possono pensare di vivere senza avere un’idea di quello che vogliono e di un tempo nel quale questo desiderio potrebbe avverarsi. In un certo senso, vita e futuro coincidono, condizionando il nostro presente. Ma questo futuro, per essere raggiunto come desiderio realizzato, implica che la vita sia anche azione, e non solo attesa.

La vita di Il’ja Ilič Oblomov, protagonista di uno dei più importati romanzi della letteratura russa del XIX secolo, si rivela invece pura, infinita attesa. O per meglio dire, apatia e rassegnazione totale all’esistenza.

Ivan A. Gančarov (1812-1891) scrisse il romanzo Oblomov nell’arco di diversi anni, e fu accolto da subito con interesse dalla critica. Il più noto commento al romanzo di Gančarov fu l’articolo di Nikolaj Dobroljubov, Che cos’è l’oblomovismo?, uscito nel 1859 sulla rivista “Il contemporaneo”. Dobroljubov vedeva in Oblomov un’ennessima, ma riuscitissima, manifestazione del tipo letterario dell’uomo superfluo, figura cara alla letteratura europea e rispondente ad un reale atteggiamento della classe intellettuale russa del periodo. Un male antico quanto l’uomo, a dire il vero, poiché consiste nell’incapacità di trovare uno scopo alla propria esistenza e lasciarsi andare ad una rassegnata inattività. L’Oblomov di Gančarov riprende questa idea che aleggia sulla cultura russa e ne trae una storia indimenticabile e toccante.

Il lungo romanzo di Gančarov descrive tutta la parabola esistenziale di Il’ja Ilič Oblomov, viaggiando avanti e indietro nel tempo e mostrandoci un protagonista in divenire.

L’Oblomov del presente narrato è un giovane uomo (poco più che trentenne) che ha già perso completamente l’entusiasmo giovanile. Non ha subito traumi di sorta, materiali o morali, ha semplicemente rinunciato a vivere.

Usa parole precise a proposito del romanzo il Mirskij, nella sua classica Storia della letteratura russa:

Oblomov è più di un personaggio, è un simbolo. Il fatto che sia descritto con l’unico ausilio dei metodi del più pedestre e modesto realismo non fa che aumentare la forza del suo simbolismo. Egli era, ovviamente, e come tale fu subito riconosciuto, l’incarnazione di tutta una faccia dell’anima russa, o meglio di una faccia dell’anima della nobiltà russa, con la sua infingardaggine e inefficienza. Egli ha un alto senso dei valori, è aperto a ogni generosa aspirazione, ma incapace di qualunque sforzo e riluttante a qualunque disciplina. (p. 163)

Gančarov ci presenta un uomo incredibilmente pigro, con toni anche sarcastici: Oblomov trascorre le sue giornate tra il letto e il divano (un intero capitolo è dedicato all’operazione di decidere di alzarsi dal letto!), riceve qualche visitatore in un appartamento coperto di polvere e con le finestre spesso semiaperte. Il servo Zachar, infatti, ha interiorizzato l’apatia del padrone di casa e si guarda bene da tenere l’ordine e la pulizia; Oblomov raramente esce di casa o si tiene occupato in qualcosa.

Vi è stato tuttavia un tempo nel quale Oblomov è stato un bambino vivace e poi un giovane speranzoso e pieno di ideali. In questa parte “viva” della sua esistenza ha giocato un ruolo di primaria importanza l’amico Stol’c, coetaneo, russo di madre e tedesco di padre, che fin da bambino conosce Oblomov e con il quale ha passato la giovinezza e gli studi.

La poesia e la scienza pare fossero un nutrimento per il giovane Oblomov e l’intraprendente Stol’c, che ama sinceramente per tutta la vita il suo amico, aveva tentato di prolungare questo momento vitale:

Aveva catturato Oblomov con i poeti e, per un anno e mezzo, lo aveva tenuto sotto il bastone del pensiero e della scienza. Sfruttando il volo entusiasta del sogno giovanile, aveva inserito nella lettura dei poeti altri scopi, oltre al piacere; aveva indicato, in lontananza, il proprio cammino e la vita di Oblomov, e l’aveva trascinato con sé verso il futuro. (p. 86)

Oblomov, poi, si scontra con la vita vera, fatta di occupazioni noiose, preoccupazione sulla gestione del proprio patrimonio, di una vita sociale improntata all’apparenza e a variabili gradi di ipocrisia. L’amore non lo tocca, in questa prima parte della sua esistenza, preso com’è ad evitare dispiaceri e a perseguire la tranquillità come valore supremo.

La sua indolenza, nonostante non sia per niente stupido, lo porta persino al punto di affidarsi a dubbi amici e amministratori che spesso lo truffano, rendendogli la vita materiale non così facile come dovrebbe essere per il patrimonio che possiede. Essere truffati è sempre meno gravoso rispetto a prendere la propria vita in mano, decidere e affannarsi. È lo stesso Stol’c a trarlo d’impiccio e a farsi carico di allontanare i truffatori e di far procedere gli affari di Oblomov come dovrebbero.

Sol’c, come si sarà intuito, si trova all’opposto rispetto al suo amico. Mirskij intraveda in questo personaggio “tutta l’insufficienza intellettuale e morale di Gančarov”, perché disegnerebbe un personaggio “disperatamente piatto e privo di interessi”; il vitale, sempre in movimento Solc’, è in realtà un’efficace controparte di Oblomov ed è narrativamente necessario; Stolc’ cerca di gestire la sua esistenza e i suoi affari senza troppe scosse emotive per raggiungere un certo grado di successo, dedito al lavoro e all’efficienza, non precludendosi però la possibilità di essere felice e di amare teneramente. Gančarov ha così delineato questi due poli: il vitalismo di Stol’c col sua amore per la vita, e la rinuncia alla vita di Oblomov, nell’attesa del nulla.

Gran parte del romanzo è dedicata alla storia tra Oblomov e Olga, una giovane ragazza di circa vent’anni presentata da Stol’c a Oblomov, con l’intenzione di smuoverlo un po’ dalla sua immobilità. Stol’c si assenta per lungo tempo dopo aver inserito forzatamente Oblomov in una qualche forma di vita di società, sperando che questo possa portare un mutamento interiore nell’amico.

Il miracolo pare verificarsi, ma ben presto il timore della vita ricompare improvvisamente nell’animo di Oblomov, che teme di non poter garantire una vita dignitosa alla ragazza e di comprometterla prima di dichiarare un fidanzamento ufficiale. Tutto questo logora la povera ragazza che, in una pomeriggio chiarificatore, capisce che non riuscirà mai a cambiare Oblomov. Sarebbe sufficiente reagire per migliorare le cose, ma il timido amante neppure adesso è capace di tornare a vivere. I due si separano, questa volta per sempre.

Oblomov rimane, per anni, a vivere in un appartamento di periferia, un luogo in cui inizialmente non voleva stare, ma dove è finito a causa di un contratto firmato per una truffa di un presunto amico. Qui ritorna alla sua vita immobile, rallegrato solo dalla padrona di casa, Agaf’ja Matveevna, una vedova con due figli che con la sua gestione della casa rende la vita di Oblomov tranquilla e senza scosse.

Nel frattempo succede quello che era prevedibile. Olga è andata all’estero, a Parigi, e casualmente incontra Stol’c. L’amico di un tempo trova la ragazza incredibilmente cambiata, e i due finiscono per innamorarsi. Non senza paura da parte di Olga che si è convinita che sia possibile amare una sola volta nella vita.

La differenza dei rapporti tra i due è efficacemente utilizzata da Gančarov per disegnare, ancora una volta, il polo opposto a quello dell’apatia di Oblomov. Olga e Stol’c cercano di cogliere tutto quello che l’esistenza può dare loro di buono, senza ignorare la sofferenza potenziale, futura. Un atteggiamento verso la vita, insomma, equilibrato e luminoso, dove il lavoro e il darsi da fare hanno una parte importante.

Il personaggio di Gančarov trascende la sua epoca e diviene un simbolo potente dell’atteggiamento di rinuncia al movimento vitale: un personaggio contraddittorio, perché Oblomov è di buon cuore e di buona intelligenza. Forse, proprio per questo, doppiamente colpevole.

La sua mancanza di azione non è la calma del saggio, e nemmeno la fuga dal mondo dell’asceta, ma la rinuncia stessa ad una vita autentica.


Il tempo lento sulle montagne

La montagna incantata di Thomas Mann

Montagna incantata.jpgRacchiudere in uno spazio come una “scheda di lettura” La Montagna incantata di Thomas Mann potrebbe risultare un azzardo. L’opera, infatti, si caratterizza anche per una certa mole fisica, visto che nell’edizione Corbaccio arriva a quasi settecento pagine. Non è stata certo la mole, però, ad averne decretato l’importanza letteraria fin dalla pubblicazione e, successivamente, a farla transitare nell’Olimpo dei classici. L’opera di Mann, d’altra parte, necessita anche di una certa mole di pagine che, nella narrazione, diventano quantità di tempo. Vedremo perché.

Racconto lineare, con intreccio ridotto al minimo, La Montagna incantata è la storia del giovane ingegnere tedesco Hans Castorp, poco più che ventenne, che arriva in una celebre stazione di cura in alta montagna, sulle alpi Svizzere: il Berghof. Siamo negli anni antecedenti la Grande Guerra. Gli echi della Belle Èpoque si stanno spegnendo. Castorp arriva per far visita al cugino e si propone di rimanere tre settimane. Le cose non andranno così.

Il protagonista, infatti, si ritrova malato e riceve la proposta di rimanere al Berghof per curarsi. Inizia, lenta, la scoperta della vita straniante vissuta da tutti lassù. Routine di cura che assumono la forma di veri e propri rituali e che, sul lungo periodo, calano l’individuo in una dimensione autonoma e distaccata dal mondo, dal “piano”, laggiù.

Malati immaginari e malati reali (morenti e che muoiono, ma che non scalfiscono la vita ritualizzata degli abitanti) fanno da sfondo alle giornate di Castorp e di suo cugino. Qualche personaggio assume ruoli importanti di coprotagonista nel corso della narrazione. Due su tutti: Claudia Cauchat, giovane russa del quale Castorp si innamora, ma presenza più pensata che reale (si rivolgeranno la parola solo intorno a pagina 320!), e il ben più importante Lodovico Settembrini. Figura di italiano stereotipato all’inizio, Settembrini finisce per svolgere un importante ruolo nel corso del libro; a tratti innegabile voce dell’autore. Egli, intellettuale progressista, oratore incredibilmente abile e colto anche nella lingua tedesca, diviene consapevolmente mentore del giovane Castorp che accetta il suo ruolo di allievo, non senza cercare propri spazi di autonomia. Settembrini mette in guardia il ragazzo da quell’ambiente, per lui, “adepto della vita”, foriero di guai e tempo rubato.

Lo stesso Mann andava sostenendo che La Montagna incantata è un romanzo sul tempo (erano in voga le teorie di Henri Bergson che avranno un grande influsso sulla letteratura). Ed in effetti il tempo domina il romanzo, scorrendo lentissimo. Non succede quasi nulla (qualche fatto importante ma che lasciamo scoprire al lettore), producendo nel lettore la sensazione di penetrare in una dimensione a sé. La montagna incantata appunto. Appesantisce e impreziosisce ad un tempo la narrazione, il fitto dialogare filosofico di Settembrini con Castorp ed altri personaggio del libro. Va detto che per rendere la qualità del mutamento interiore del protagonista, Mann sceglie volutamente di dilungarsi con pagine dense di tenzoni filosofiche, sociali e politiche. A tratti, tuttavia, molto suggestive e illuminanti, comunque necessari all’economia del romanzo.

Arrivato per rimanere tre settimane a Berghof, Castorp finisce per rimanervi sette lunghi anni. Mutato profondamente e con una visione della vita molto più complessa e problematica rispetto al suo arrivo.

Il lettore scoprirà che da dove venga, dove vada e quale sia la fine del protagonista, non importa molto. Non risiedono lì i fondamenti del libro e non consiste in questi fatti di struttura narrativa il valore letterario dell’opera. Conta, invece, il percorso tutto interiore che Castorp intraprende lassù, nel corso di lunghi anni trascorsi in una dimensione di surreale. E conta, diciamolo ancora, il dispiegarsi interiore/esteriore del tempo.

Un percorso quasi iniziatico che, forse, l’autore, vorrebbe far intraprendere anche al lettore.


Concentratevi!

Nota sul libro “Una cosa sola. L’unico metodo per fissare le priorità e ottenere risultati eccezionali” di G. Keller e J. Papasan

una cosa solaTorniamo ai libri di crescita personale. Nell’estate appena trascorsa mi è capitato tra le Torniamo ai libri di crescita personale. Nell’estate appena trascorsa mi è capitato tra le mani il libro di G. Keller e J. Papasan, Una cosa sola. L’unico metodo per fissare le priorità e ottenere risultati eccezionali.(Tea edizioni).
Come succede spesso per opere di questo tipo, il nucleo concettuale è abbastanza limitato, nel senso che le idee principali sono ben definite e non molto numerose. Poi ci si sofferma su particolari ed esempi pratici che diano l’idea dell’utilità dell’idea espressa. Anche nel caso di questo libro le cose non vanno troppo diversamente.
Si tratta di un libro motivazionale di un manager (e del coautore che pare abbia un ruolo minore), che individua nel concetto di “una cosa sola” la chiave per il successo individuale in vari ambiti della vita.
Piccole e limitate azioni (ma quelle giuste!) causano un effetto domino che nel medio periodo crea grandi cambiamenti. La metafora è spiegata anche in termini fisici: è noto infatti che una tessera di domino di piccole dimensioni possa far cadere una tessera successiva di dimensioni anche molto più grandi della precedente. Paradossalmente, iniziando con la caduta di una tessera minuta, in pochi passaggi è possibile far cadere una tessera gigantesca, alta quanto un grattacielo, e così all’infinito.
Il volume è abbastanza corposo, ma qui mi concentrerò su qualche punto.
Gli autori contestano alcune “bugie” diffuse sulla crescita personale. Il valore della disciplina in sé e della forza di volontà, ad esempio. L’autodisciplina in particolare, pure importante, non inciderebbe come sembra se a monte non c’è questa “concentrazione” di obiettivo. Un altro mito dell’uomo di successo è il multitasking. Caduto sotto la scure del revisionismo ben prima di questo libro, il multitasking inteso come capacità di fare più cose contemporaneamente è da un po’ di tempo a questa parte ritenuto un’attitudine dannosa che rallenta i processi e abbassa la qualità di quello che facciamo. Pur avendo l’idea di fare molte cose, se ne realizzano molto meno e con risultati qualitativamente inferiori.
Per tornare al nucleo dell’argomentazione, Keller e Papasan ritengono che la “riduzione” sia l’unico modo di ottenere risultati eccezionali. Una riduzione nel fare, ma anche la concentrazione di una parte ben definita del proprio tempo da dedicare a questa nostra “unica cosa”. Gli autori danno nell’indicazione di massima in 4 ore al giorno di tempo da dedicare alla propria “unica cosa”.
Nel libro si propone una sorta di percorso attraverso una analisi posta a se stessi per individuare questa “unica cosa” che da sola possa renderci la vita migliore.
Tra le raccomandazioni per l’individuazione di questa “unica cosa” gli autori ricordano la necessità di pensare in grande e in modo molto dettagliato, presentando i difetti a cui si va incontro procedendo diversamente, ad es. pensando in grande ma con vaghezza, in piccolo e dettagliato, ecc.
Tutto sommato, il libro è utile e di facile lettura. A differenza di altri libri del genere che veramente si dilungano in ripetizioni infinite partendo da poche idee, il libro “Una cosa sola” propone una certa tecnica specifica per individuare e mettere in pratica quanto dice. Un difetto, che più che altro disturba il lettore che stende questa nota di lettura, è l’approccio vagamente religioso all’argomento. Ma è noto che un certo piglio messianico da profeta sia spesso presente nei libri di crescita personale.


Impeto e libertà

L’autobiografia di Vittorio Alfieri

Vita Alfieri.pngPonte di passaggio tra Classicismo e Romanticismo, Vittorio Alfieri è, al pari di Byron, importante come personaggio e personalità, quanto e forse ancor più che come autore. Lo si comprende bene leggendone la vita: temperamento libertario e impulsivo, sempre alla ricerca di una libertà totale, decide di non sposarsi e di non procreare in modo consapevole, rinuncia all’eredità paterna in favore della sorella in cambio di un vitalizio, si congeda dall’esercito per non dover chiedere il permesso di viaggiare al Re.

E poi viaggia tantissimo. Da una prima gioventù dall’orizzonte troppo provinciale, fugge non appena responsabile legalmente di se stesso, in giro per l’Europa, passando per le terre scandinave, la Russia, la Germania, la Francia, l’Inghilterra, la penisola iberica.

Un’inquietudine, non di maniera e letteraria, ma ben visibile nei moti dell’anima del poeta, lo spinge a spostamenti continui dai quali troverà pace solo negli ultimi anni della vita.

I suoi amori, dopo tutto, rispecchiano questo temperamento. Alfieri ama sempre donne d’altri, in un costume peraltro ai suoi tempi ipocritamente accettato. L’ultimo amore, quello definitivo, si trasforma in convivenza solo negli ultimi anni, quando il marito di lei è ormai morto.

Su tutto, nella trama della vita, domina il racconto del farsi poeta dell’Alfieri. Di educazione lacunosa e pedante in un’accademia di impostazione militare, dalla quale si distacca con letture e attraverso la scrittura verso i trent’anni, per poi decidere, con tenacia e incredibile forza di volontà, di divenire “letterato”. Sono interessanti, nella Vita, persino gli appunti di metodo che riguardano la pratica dello studio dell’Alfieri: letture, glosse, traduzioni, tanto che in alcuni anni diventa un discreto traduttore dal latino e, in tarda età (con un certo pudore a rivelarlo nel racconto) si mette a studiare assiduamente il greco e arriva a tradurre la poesia dei classici.

Ultimo, importantissimo nucleo, della Vita narrata e reale dell’Alfieri è l’amicizia. Il poeta piemontese lungo tutto il corso dell’esistenza costruì pochi legami, ma solidissimi e profondi con alcuni uomini che considerava suoi ispiratori e maestri. E anche quando, innegabilmente, fa capolino dal suo racconto una certa titanica e preromantica considerazione di sé, non manca mai di rimettere il giudizio ai posteri e al lettore, ritenendosi sempre discepolo dei grandi autori del passato e dei suoi fedeli amici ispiratori del presente.

Le sue opere, quindi, vanno rilette. Le sue tragedie, in particolare, hanno trovato una meritata fortuna, anche scolastica, nell’Italia a lui postuma, benché vi sia molto esercizio retorico in esse, pur con importanti innovazioni nella caratterizzazione degli uomini e delle donne da lui descritti.

Tuttavia, come dicevamo all’inizio, l’Alfieri fu personaggio importante per la nostra storia letteraria e culturale, ma ancora più come figura umana: uomo inquieto e determinato, eternamente combattuto tra passione e razionalità, conflitto spesso presente nelle grandi personalità di tutti i tempi.


Dimenticare gli affanni

Il vino nel mondo antico. Archeologia e cultura di una bevanda speciale, di S. De’ Siena

De Siena.jpgGli esseri umani hanno sempre cercato di relegare i lati neri dell’esistenza sul fondo della loro coscienza. Di volta in volta con ideologie redentrici, negazioni, tentativi di oblio. Tra questi ultimi rientra certamente l’uso di bevande o sostanze che possano farci allontanare dalla realtà, in apparenza salvandoci dalla sofferenza.
Ora, non farò certo qui né l’apologia dell’uso di una qualsiasi bevanda o sostanza che alteri la coscienza, né la condanna in sé. Di medici, psicologi, maestri di vita è pieno il mondo. Per avere un parere pro o contro di tipo medico, sanitario, sociale, etico, rivolgetevi a loro.
Vi parlerò, invece, di un bel libro uscito qualche anno fa (2012) di storia e archeologia del mondo antico: Stefano De’ Siena, Il vino nel mondo antico. Archeologia e cultura di una bevanda speciale (Mucchi editore). Un bel libro anche dal punto di vista della confezione, se vi interessa l’aspetto estetico dei volumi: carta patinata, ricco di illustrazioni documentarie, copertina plastificata.
Ecco qualche spunto per invogliare alla lettura del volume. De’ Siena ricostruisce l’uso e l’origine della bevanda. Pare, quindi, che l’origine della vite sia da ricercarsi nel Caucaso, anche se notizie di questa bevanda compaiono solo con l’invenzione della scrittura, così che risulta ben più complesso risalire più indietro nel tempo.
L’uso del vino nella società greca e romana aveva forti implicazioni sociali, politiche, etiche ed artistiche. Sembra un’esagerazione per un bicchiere di vino? No. E ora spieghiamo perché.
Il vino si accompagnava alla diffusione di tempi dionisiaci (che riguardavano la vita e le gesta del dio Dioniso/Bacco). Si trattava di tematiche legate anche a feste popolari che avevano la funzione di “sovvertire” momentaneamente l’ordine sociale. È quello che avviene anche col Carnevale, successivamente, in epoca medievale. Meccanismo noto agli antropologi, questi momenti costituivano valvole di sfogo soprattutto per le classi meno agiate. E se questo aveva il vantaggio di scaricare energie potenzialmente eversive in un contesto controllato, d’altra parte erano anche potenziali fonti di reali scintille eversive. Per questo i culti legati a Dioniso/Bacco vennero osteggiati nei primi secoli, soprattutto a Roma.
Ma ben poco può la censura contro lo spirito libero della poesia e dell’arte. Nella letteratura e nelle rappresentazioni artistiche il vino è rappresentato come una bevanda consolatoria dell’anima e del corpo. Non sono pochi i cantori del benessere spirituale e corporale che una coppa di vino poteva offrire. Non si ignoravano le implicazioni mediche dovute all’abuso, soprattutto da parte delle donne (venivano ritenute più deboli e quindi più in pericolo in condizioni che implicavano la perdita del controllo).
Il riposo dalle incombenze della quotidianità e il ritiro meditativo e creativo (il cosiddetto otium) era un momento fondamentale nella società greca e romana. In questo panorama dominava l’edonismo, l’invito a godersi il presente (sulla scorta dell’epicureismo), mentre contemporaneamente si ricordava la finitezza della vita con una costante consapevolezza della morte. In tutto questo il vino aveva un ruolo fondamentale, scandiva i momenti conviviali e accompagnava i simposi (su questo uso sociale torneremo in un’altra scheda di lettura dedicata ad una documentatissima monografia sul simposio).
Qui abbiamo riportato qualche tema di “cultura” del vino raccontataci dall’autore. Ma De’ Siena dedica anche molta attenzione all’aspetto materiale del vino: produzione, conservazione, importanza economica e commerciale della bevanda bacchica.
L’autore, archeologo, ci introduce all’archeobotanica, ma anche all’uso concreto del vino, alle tipologie di contenitori e recipienti per bere, alle raffigurazioni artistiche su coppe e anfore. Una parte del volume molto ben documentata e scorrevole. Curiosa, poi, l’identificazione fatta dalla società greco-romana tra civiltà e vino, in contrapposizione all’uso della birra da parte dei barbari.
Ora, forse smentendo quanto si diceva in apertura di questa breve nota di lettura, dovremmo cercare di capire cosa differenzi l’uso del vino nelle società antiche dal consumo di oggi. Probabilmente la potente simbolizzazione associata al gesto di gustare il vino in età classica, una bevanda in fin dei conti figlia della terra, frutto di duro lavoro e di pazienti attese. Con la consapevolezze mediche di oggi, tuttavia, abbiamo preferito altre strade: l’alcool, che raramente si assume attraverso vini di qualità, è una pausa dalla noia che spesso si consuma basandosi sull’abuso più che sull’uso, ma senza alcuna pretesa di rielaborazione simbolica. Cerchiamo, tuttavia, di vedere un qualche lato positivo in tutto questo: chissà che tra i nostri ragazzi in cerca di evasioni alcoliche (che potrebbero gravare sul sistema sanitario in futuro), non si nasconda qualche novello Orazio, uno dei grandi poeti della letteratura latina celebranti l’otium e la socialità accompagnata anche dal vino.


Amori di carta nel Giappone medievale

Qualche nota su Il dario di Izumi Shikibu

diario IzumiLa mia, per ora, va considerata una lettura spontanea, se non ingenua. Un percorso da poco iniziato per tentare di capire in profondità due delle più importanti culture del cosiddetto Estremo Oriente (Cina e Giappone), è un percorso di ostacoli in primo luogo linguistici, ma anche antropologici. Per capire realmente la letteratura prodotta da un popolo e per impararne la lingua, occorre una comprensione in primo luogo culturale, e una prospettiva temporale di lungo respiro.

Va detto che questi universi linguistico-culturali, Cina e Giappone, sono di un’importanza che travalica l’area geopolitica di riferimento e, se mi si passa l’espressione non molto felice, si pongono su un piano di perfetta parità con la Civiltà Occidentale, che pure li ha influenzati e da essi si è fatto influenzare.

Accomuno due mondi così diversi perché in primo luogo mi interessa la fitta rete di rapporti che da sempre si sono intrecciati tra Cina e Giappone, due delle tre maggiori culture asiatiche (si includa nell’insieme dei tre la cultura indiana, sia di produzione sanscrita, che post-sanscrita ma sempre linguisticamente indoeuropea); in secondo luogo perché questo rapporto ha generato un frutto a suo modo inconsueto.

La Cina ha prodotto nell’arco di alcuni millenni uno spazio simbolico e di civiltà immenso. Immenso nel senso non tanto spaziale del termine, quanto nella sua capacità di lasciare un’impronta in gran parte del mondo asiatico. Solo il già citato sub-continente indiano, collegato al mondo indoeuropeo per altre vie, ha potuto creare uno proprio centro altrettanto vitale e indipendente. Forse con lo zampino della geografia fisica.

Un comportamento anomalo, dicevo. Il Giappone, infatti, nella sua opera di costruzione di un’identità culturale, non si è posto come puro imitatore, come spesso accade nel rapporto tra grandi civiltà e civiltà satelliti. Ha invece accolto una quantità notevole dall’ingombrante vicino (produzione figurativa, simbolica, di pensiero, e molto altro), ma combinandola con un proprio substrato autoctono e creando una civiltà incredibilmente dinamica e in buona parte autonoma dai modelli cinesi che andava assimilando.

Se pure i rapporti sino-nipponici mi appassionano tanto, devo lasciare da parte l’argomento e spendere qualche parola su un libro, un classico della letteratura giapponese; in fin dei conti questa dovrebbe essere una rubrica di letture.

Circoscrivendo l’area geografica, quindi, parliamo di letteratura giapponese. Esiste il Giappone pop e globale, popolare e a tutti noto (dei manga, degli anime, di una certa idea schematica di variante zen del buddismo, e di qualche deriva un po’ troppo kitsch) ed esiste, come sempre il Giappone vero, fuori dagli stereotipi. Quello che puoi capire, oltre che dalla sua facciata pop, anche dalla sua storia e dalla produzione letteraria e artistica.

Ci spostiamo, allora, nel periodo Heian (794-1185), una sorta di alto medioevo giapponese. Il libro di cui parliamo questa settimana è il Diario di Izumi Shikibu (ed. Marsilio). Si tratta di un diario in terza persona redatto da una dama giapponese del secolo XI che tratta essenzialmente del rapporto-corteggiamento tra la protagonista e un principe giapponese.

Seguiamo la bella introduzione di Carolina Negri, con l’aggiunta di alcune note personali. Nel racconto di questo rapporto svolgono un ruolo fondamentale gli intermezzi poetici, i versi riportati che interrompono il testo della narrazione e che i due interlocutori si scambiano in una corrispondenza poetica che costituisce il vero centro della comunicazione tra i due.

La poesia, infatti, riveste un ruolo molto importante nella società delle classi dominanti del Giappone di questi secoli: è veicolo privilegiato per parlarsi tra uomini e donne, e si costruisce come arte regolamentata da un codice e di rituali precisi. La società giapponese è tutt’altro che paritaria per quanto riguarda i due generi, e spinge le donne ad una competizione, a suo modo anche poetica, per emergere in una società maschile.

Come lettore, ho colto forti similitudini tra il rapporto uomo-donna nella letteratura giapponese di questo periodo e quello che si chiama Amor Cortese, in Occidente. L’Amor Cortese è un concetto che ritroviamo nella letteratura europea del pieno medioevo è che era ispirata ai valori cavallereschi; semplificando, si dipingeva il rapporto uomo-donna attraverso l’analogia cavaliere che portava omaggio al signore. Una donna omaggiata e trasfigurata che, come sappiamo, era molto immaginata e ben poco reale. Una trasfigurazione che è anche una delle componenti del “romanticismo” popolare, da romanzo rosa e adolescenziale, di oggi, con la completa perdita dell’alto valore poetico-linguistico e allegorico della sua matrice originaria e con l’avanzo solo di una ingenua rappresentazione del rapporto uomo-donna.

Tornando al contesto giapponese, questa analogia poesia Heian/Amor Cortese si scontra con una differenza abbastanza importante. La donna giapponese è attiva produttrice di poesia, mentre la donna occidentale dell’Amor Cortese è una simbolizzazione creata dagli uomini. Uomini e donne dell’epica Heian costruiscono una comunicazione a due sensi, non sono solo la pagina muta redatta da ansie tutte maschili.

Il libro, in sé, non ha una vera e propria trama. È una lettura straniante, se ci si attende qualcosa di simile alla letteratura di consumo di oggi (uso questa definizione senza darne una connotazione negativa). Perché, allora, consigliarne la lettura? In primo luogo per quanto dicevamo sopra: per capire più in profondità una cultura molto importante e complessa che ha dato al mondo ben più di fumetti, videogame e cartoni animati.

In secondo luogo per godere di un clima. I libri creano sempre un clima. Il Giappone dipinto da Il Diario di Izumi Shikibu è un ambiente raffinato, dove la poesia e l’uso poetico della parola per restituire l’interiorità umana hanno una grande importanza. E leggendo le pagine di questo breve volumetto sì che potete, per questa volta, lasciarvi andare agli stereotipi condannati sopra, magari sfogliandone le pagine sorseggiando un tè, in stile giapponese.


La logica delle scimmie

L’intelligenza delle scimmie antropoidi” di Wolfgang Köhler 

Kohler.jpgQuesto testo è un classico della psicologia e dell’etologia, la scienza che studia il comportamento animale nel contesto naturale. Il suo autore, lo psicologo tedesco Wolfgang Köhler (1887-1967), fu un noto esponente di quella che si chiama Psicologia della Gestalt, una teoria psicologica incentrata su esperienza e percezione degli stimoli.

L’opera L’intelligenza delle scimmie antropoidi (oggi si direbbe “antropomorfe”, ed. Giunti) è un punto di riferimento del settore. Pubblicata nei primi decenni del XX secolo, viene costantemente riedita in italiano (l’ultima edizione che mi è nota è del 2009, quella in mio possesso è del 1960 e, come tutti i libri di una certa età, emana un piacevole profumo di tempo e di carta).

Il libro di Köhler può dare molto anche al lettore non specialista, e si caratterizza anzi per essere una lettura a suo modo divertente. Si tratta di osservazioni dirette di un gruppo di scimpanzé, in una stazione di ricerca a Tenerife tra il 1913 e il 1920. Nelle quasi trecento pagine che formano il libro, si seguono le vicende degli animali, i loro successi ed insuccessi, e nel corso della lettura quasi ci si affeziona agli scimpanzé che ci vengono presentati con il nome datogli dai ricercatori (Sultano, Chica, Rana, ecc). Dinamiche comportamentali e osservazioni dell’autore ci danno modo di percepire paradossalmente quel senso di umano, o almeno che noi possiamo percepire come tale, sottostante alla natura di questi fantastici animali.

Köhler presenta i suoi risultati come di tipo psicologico, ma vanno considerate più generalmente etologiche. È vero, però, che la maggior parte delle osservazioni sono dedicate ad aspetti cognitivi risultati dagli esperimenti descritti nei dettagli.

Ne deriva (e ce lo potevamo aspettare) che il comportamento degli scimpanzé risulta indiscutibilmente intelligente su un piano generale, però con alcuni tratti che possono fare risultare lo scimpanzé “stupido”. Questo perché lo scimpanzé vive un tempo interiore molto compresso sul presente; anche se dimostra di avere memoria del passato, pare metta in connessione tempo, oggetti e fenomeni in modo diverso da quando succede nella “logica” umana. Inoltre, una distrazione dai compiti assegnati non di rado è sufficiente per annullare i progressi compiuti nella soluzione di un problema, costringendo lo scimpanzé a ricominciare da capo, apparentemente senza memoria di quanto compiuto poco prima. I compiti sono spesso quelli di recuperi, anche molto complessi, di cibo che lo scimpanzé deve effettuare avvalendosi anche di strumenti e di fasi molto articolate in sequenze ben precise.

Queste osservazioni sembrano suggerire che l’assenza di un linguaggio formale non consenta all’animale rappresentazioni complesse della realtà. Insomma, i nostri cugini sono piuttosto intelligenti, ma non riescono a gestire una certa complessità di pensiero perché “gli manca la parola”, come si suol dire. Molti studiosi di ambiti diversi, infatti, mettono spesso in correlazione la possibilità del pensiero complesso con la sua elaborazione attraverso il linguaggio.

Non meno importanti sono gli aspetti sociali ed emotivi osservati nel comportamento dei nostri cugini. Gli scimpanzé hanno un forte senso del gruppo, un bisogno primario di cui si avverte la necessità qualora si isoli uno degli individui dagli altri.

L’empatia degli scimpanzé è rivolta tanto ai propri simili, quanto verso l’uomo nei contesti dove l’animale si relazione costantemente con gli essere umani, come avviene nella stazione di ricerca. Non sono assenti persino atteggiamenti di comodo, dimostrazioni di attenzioni e “tenerezze” dello scimpanzé mirate ad ottenere qualcosa in cambio. Altre cose che ci accomunano, uomini e scimmie, è la presenza di meccanismi simili di gioco ed esplorazione del mondo, presente in gran parte del mondo animale, ma mai in modo così simile come tra la nostra specie e gli scimpanzé, e la comparsa di paure irrazionali (ad esempio scatenate da stimoli di ricordo in assenza di pericoli reali).

Una lettura certamente settoriale e specialistica, quindi, ma anche coinvolgente per chi non si interessa di queste tematiche in modo diretto. Utile per capire la psicologia e il mondo interiore di questi animali, ma anche, come spesso accede quando ci specchiamo nella diversità, utile per capire noi stessi.


Corpo di mille balene

Storie di pirati, ribelli e criminali 

Storia pirateria.jpgQuanto il mondo conservava qualche lembo di terra ignota, i ribelli, i reietti, i disadattati, gli infelici, potevano decidere di imbarcarsi verso l’ignoto e canalizzare così nel viaggio le proprie ansie, le proprie insoddisfazioni. Questa possibilità doveva avere una potente funzione catartica a noi sconosciuta, in quest’epoca di geo-localizzazioni google e visioni satellitari. Tra le possibilità di fuga vi era senz’altro la possibilità di diventar pirata e tentare la fortuna per i mari. Si trattava di una vita avventurosa e pericolosa, un’esistenza in balia di uomini senza scrupoli e sotto la costante minaccia della morte che poteva giungere per fame, naufragio, o per una palla di cannone sparata dalle navi che tentavano di respingere gli attacchi pirati e che, nel migliore dei casi, avrebbe potuto tranciarti di netto una gamba o un braccio.

Il libro di David Cordingly, Storia della pirateria, (ed. Mondadori) è un testo storico di impianto divulgativo, ma molto ben documentato, a tratti persino avvincente come un romanzo.

All’autore interessa, tra le altre cose, confrontare la figura del pirata reale con il pirata “romantico”, vale a dire con i personaggi descritti da cinema e dalla letteratura.

Cordingly ci spiega che conoscendo la vera storia di molti pirati famosi, scopriamo che tanti degli elementi della vita piratesca passati nelle storie di fantasia sono, in un certo modo, reali, ma con una costante: una visione romantica, come dicevamo, che tende a smorzare un contesto che era di tipo criminale e intriso di violenza. Al di là della fuga dal mondo civile, insomma, non c’era solo l’eroe ribelle, ma più spesso il criminale che si poneva consapevolmente contro alla legge e cercava solo di fare il proprio interesse personale.

Ma in Storia della pirateria veniamo a conoscenza di molti dettagli che rendono la nostra immagine dei pirati più precisa. Partendo innanzi tutto dai termini: al generico “pirata”, si affiancano infatti gli altrettanto famosi termini “corsaro” e “bucaniere”. Con corsaro si intendevano pirati che agivano in base ad una lettera “di corsa” rilasciata da un governo ufficiale. Si trattava di un vero paradosso. Un governo autorizzava una nave a praticare la pirateria, ma solo a danni di potenze straniere e nemiche. Era questo anche un modo per continuare con altri mezzi una guerra di mare endemica che caratterizzò per secoli la vita politica europea (in particolare coinvolgendo Inghilterra, Spagna, Francia e Portogallo). Il termine “bucaniere”, invece, aveva inizialmente una semplice riferimento geografico: indicava i pirati provenienti dall’area dei Caraibi, un’area molto attiva da questo punto di vista.

Tra gli altri dettagli che si possono citare per invogliare alla lettura di questa bella monografia, vi è la descrizione delle tipologie di navi impiegate più spesso dai pirati. L’immaginario collettivo ci parla di grandi velieri, potenti e minacciosi, mentre la realtà era ben diversa. Sovente i pirati sceglievano per le loro scorrerie tipologie di navi piccole e versatili, come lo sloop, la goletta, il brigantino. Erano navi con un’alberatura limitata e di basso tonnellaggio che permettevano spostamenti agili e veloci; queste tipologie di imbarcazioni a paragone con le grandi navi mercantili dovevano apparire ben poco maestose. Navi più grandi erano più rare.

Cordingly ci racconta anche la vita di figure specifiche di pirati, alcune molto famose, altre meno, come Barbanera, il Capitano Kid e l’affascinante mondo delle piratesse, più diffuse di quanto si possa immaginare.

Ma quello che caratterizza la vita dei pirati, secondo l’autore, è una componente ben precisa della loro organizzazione: la vita a bordo delle navi aveva l’inattesa forma di una perfetta “democrazia”. Scordatevi, insomma, la volontà del capitano come legge suprema. Le scelte si prendevano a maggioranza, con una votazione: dove andare, quale nave assaltare, e così via. Parimenti, la divisione del bottino era portata avanti con equità. Solamente nelle azioni belliche e durante gli assalti, il potere del capitano era ritenuto assoluto, momenti durante i quali il primo marinaio di bordo aveva potere di vita o di morte sulla ciurma; questo mutamento di regime probabilmente era necessario per consetinre una certa disciplina indispensabile in contesti così pericolosi.

Ho sottolineato il valore storico dell’opera di Cordingly, perché contribuisce a chiarire alcune dettagli che la fantasia letteraria e cinematografica hanno in parte rielaborato.

Tuttavia, andando esattamente nella direzione opposta a quella proposta dall’autore, consiglierei la lettura di questo libro proprio per conoscere quella componente avventurosa che caratterizzava questo stile di vita del passato e che oggi non è più pensabile. Almeno per noi del ricco (ancora) Occidente.

Consapevolmente tradiamo la realtà storica della pirateria, dando un carattere anche formativo, liberatorio, ed epico alla fuga piratesca dalla vita civile che questi individui senza scrupoli sceglievano. Piace anche a me, insomma, cedere ad una certa rielaborazione fantastica e associare i concetti di avventura a quelli di coraggio, dando così un carattere piratesco ad ogni scelta di vita coraggiosa. E questo perché credo nel potere reale delle suggestioni.


Agisci in 5 secondi

Note su un famoso libro “motivazionale”

Mel Robbins, La regola dei 5 secondiIl libro di Mel Robbins, La regola dei 5 secondi è un bestseller internazionale. Opera motivazionale per eccellenza, il libro della Robbins fa parte di quel genere che in Italia è stato definito di aiuto-aiuto e che deve in gran parte temi, stili e tecniche al mondo americano.

La semplice regola psicologica che sta alla base del libro (242 pagine nell’edizione italiana tascabile di Pickwik) consiste in questo: qualora dobbiate decidere di fare una cosa o meno, siate esitanti ad iniziare un qualsiasi compito, mettete in atto un conto alla rovescia mentale da 5 a 1, poi agite. Questo espediente, secondo l’autrice e i centinaia di lettori che hanno seguito il metodo, è incredibilmente potente.

Secondo la Robbins, vi sarebbero concrete prove scientifiche, in particolare psicologiche e comportamentali, dietro all’efficacia di questo semplice espediente. Innanzi tutto, il conto alla rovescia “resetta” il pensiero e lo fa concentrare sul compito in questione. È noto, infatti, che la tendenza della mente è quella di valutare pro e contro di ogni azione e, in un certo senso, di generare scuse o precauzioni razionali che prima ritardano l’azione e poi la bloccano definitivamente. Questo “reset” del rimuginare interiore consentirebbe al contrario di agire e di abituare l’individuo all’azione.

Secondo l’autrice, questa abitudine all’azione può portare a prendere decisioni nell’immediato, ma col tempo determinerebbe anche un miglioramento significativo della vita e un trampolino per raggiungere obiettivi importanti. Il ragionamento della Robbins è semplice: “piccole” decisioni e “piccole” azioni, cumulandosi, portano a lungo andare ad un cambiamento significativo. Cambiando una cattiva abitudine o vincendo determinate paure utilizzando la regola dei 5 secondi (per esempio timori di agire in contesti sociali), l’individuo vede progressivamente cambiare il contesto generale della propria esistenza. E questa salvifica regola dei 5 secondi varrebbe tanto nella vita personale e sociale, quanto in quella lavorativa.

La forza espressiva del racconto trae beneficio dalla narrazione in prima persona dell’autrice che racconta il suo periodo di difficoltà, se non proprio di fallimento, intorno ai quarant’anni. Questo tono di rivincita e successo rende le parole della Robbins coinvolgenti proprio perché si percepisce che l’autrice ha vissuto dall’interno le vicende che narra, anche se a tratti impiegando toni eccessivamente emotivi e sentimentali. Non ne deriva, al contrario, un vantaggio in termini di convincimento e in senso stilistico, il riportare una fitta schiera di testimonianze in tutto il corso del libro. Parole di testimoni che si possono ritenere in perfetta buona fede, ma che donano agli “adepti” della Robbins un’aurea settaria, con la poco utile sensazione del lettore di ascoltare individui caduti nel noto meccanismo dell’auto-convinzione che rafforza se stessa. È vero, d’altra parte, che il lettore americano è ben più avvezzo a fare appello ad emozioni e a senso di comunanza in contesti motivazionali di questo genere (come avviene, anche qui in Italia, nella politica degli ultimi decenni, ad esempio).

Libro in definitiva utile, anche se spiegazione, concetti e qualche esempio della regola dei 5 secondi avrebbero richiesto meno della metà delle pagine. Opere di questo genere sono senz’altro utili se il lettore non ne ricava totem intoccabili e dogmi di vita, prendendo pragmaticamente quello che può servire nella concreta azione pratica. E sotto questo punto di vista, come dicevamo, in molto meno spazio si possono spendere parole chiare e dirette. Insomma, meno chiacchiere e più azione: 5, 4, 3, 2, 1…