La natura non-duale della realtà

Analogie tra Shivaismo (induismo) e Buddhismo

Introduzione. Il Buddhismo sorse tra il VI e il V secolo a.C. in aperta polemica con la sclerotizzazione rituale della religione vedica, oggi comunemente designata con il termine moderno di induismo, parola-contenitore che in realtà raggruppa forme di religiosità affini, ma che non designa un sistema religioso monolitico e coerente. La progressiva cristallizzazione dei riti e l’incapacità di penetrare la profondità della coscienza, tipiche della religiosità popolare, spinsero il fondatore del buddhismo, Siddhartha Gautama (Buddha storico), a ricercare una nuova via di salvezza. Tuttavia, il Buddha rimaneva figlio del proprio tempo, e nella sua attività di ricerca preservò concetti metafisici fondamentali nati nel contesto indiano, quali il karma e il samsara. In questo breve articolo metteremo in rilievo come, nonostante il Buddhismo si sia configurato come un sistema filosofico e religioso autonomo e alternativo all’India Vedica, siano ancora ravvisabili significative analogie con il pensiero indiano, in particolare con la corrente dello Shivaismo.

Shivaismo e Vishnuismo. Shiva è una figura centrale del pantheon induista. Le radici dell’induismo moderno affondano nell’antichità dei Veda, i più antichi testi sacri della sapienza indiana composti in sanscrito. Shiva, insieme a Brahma il Creatore e Vishnu il Preservatore, costituisce la Trimurti, una triade delle funzioni cosmiche dove Shiva riveste il ruolo di “Distruttore”. Questa, per lo meno, è la descrizione “manualistica” del pantheon induista come lo si può trovare in qualsiasi voce di dizionario enciclopedico. In senso metafisico, Shiva rappresenta la Coscienza Pura e Assoluta che mediante la sua danza cosmica manifesta, sostiene e riassorbe l’intero universo.

Le due principali correnti dell’induismo, il Vishnuismo e lo Shivaismo, offrono prospettive divergenti sulla divinità. Il Vishnuismo si concentra sulla figura di Vishnu che interviene ciclicamente nel mondo attraverso i suoi Avatar, manifestazioni diverse del divino (ad es. Krishna e Rama) per restaurare l’ordine cosmico. Questa tradizione privilegia la Bhakti, intesa come una devozione verso un Dio percepito come altro da sé. Al contrario, lo Shivaismo riconosce in Shiva l’Essere Supremo e si distingue per una visione radicale dove non trova spazio il dualismo. A differenza di Vishnu, Shiva è la realtà suprema stessa che risulta al contempo distruttrice e creatrice, incarnando l’asceta perfetto e il signore della danza. Mentre il Vishnuismo mantiene una distinzione tra il fedele e il divino, lo Shivaismo sostiene l’identità totale tra i due, poiché la liberazione consiste nel riconoscimento della propria natura divina.

Il principio femminile. All’interno dello Shivaismo, riveste grande importanza la Shakti, la controparte “femminile”, che non è una divinità separata nel senso proprio del termine, ma rappresenta il potere dinamico di Shiva. Senza la Shakti, Shiva rimarrebbe pura coscienza statica, incapace di agire. Una metafora descrive Shiva come il fuoco e la Shakti come il calore.

Figure come la dea Kali sono personificazioni antropomorfe di specifici stati di questa energia. Il nome Kali deriva da Kala (il Tempo), e identifica la Shakti come trasformatrice incessante che riassorbe l’universo in Shiva alla fine di ogni ciclo.

L’iconografia terrificante della dea Kali simboleggia la recisione col mondo e con l’ego, l’unico vero ostacolo alla realizzazione. Se altre forme della Shakti rappresentano l’aspetto sociale, Kali è la forza primordiale, impossibile da addomesticare. La sua danza sopra il corpo inerte di Shiva, sempre presente nella sua iconografia, comunica in senso metaforico che la coscienza rimarrebbe un vuoto silenzioso senza l’attività della manifestazione, mentre il suo colore nero simboleggia l’infinito che assorbe ogni forma individuale riportandola all’unità.

Analogie col Buddhismo. Lo Shivaismo condivide con il Buddhismo una certa affinità filosofica. Specialmente nelle declinazioni del Kashmir, questa corrente si allontana dal devozionalismo per abbracciare la non-dualità della realtà, asse portante di molte scuole buddhiste.

Se nel Buddhismo Yogacara o Chan\Zen la distinzione tra soggetto e oggetto è considerata un’illusione da superare per attingere alla mente naturale, allo stesso modo nello Shivaismo la non-dualità è la chiave per riconoscere l’identità tra l’individuo e l’Assoluto.

Certo, mutano gli scopi ultimi (la liberazione dalla sofferenza nel Buddhismo e il riconoscimento dell’Assoluto nello Shivaismo), ma è comunque probabile che questa forte analogia sia nata in un sostrato filosofico comune. Su un piano diverso, la vicinanza Shivaismo-Buddhismo appare evidente anche nel confronto con il Buddhismo Vajrayana (soprattutto tibetano), dove l’impiego dei mantra e delle visualizzazioni in funzione meditativa mira a una trasmutazione immediata di corpo e mente. Così, Shivaismo e Buddhismo convergono sull’auto-realizzazione mediata dallo yoga e dalla meditazione profonda, manifestando inoltre una comune tensione verso l’egualitarismo spirituale in contrasto con la rigida gerarchia delle caste della società tradizionale.

Conclusioni. Ironia della sorte, il Buddhismo, pur essendo sorto nel cuore della cultura indiana tra il VI e il V secolo a.C. (il Nepal, dove nacque il Buddha storico, rientrava nella “indosfera”), è finito per diventare marginale nel panorama filosofico e religioso del subcontinente. Al contrario, esso è divenuto dominante nel sud-est asiatico e ha assunto una posizione di grande rilievo in Asia Orientale, in particolare in Giappone, Cina e Corea.

Il subcontinente indiano ha attraversato profonde trasformazioni dall’epoca in cui il Buddhismo vide la luce. Si è assistito da un lato all’islamizzazione dei territori che oggi costituiscono il Pakistan, nazione moderna che è stata parte integrante dell’India fino al secondo dopoguerra e che rappresenta l’erede storico dell’India di epoca Mogul.

Dall’altro lato, l’emergere di un radicalismo politicizzato indu nell’India contemporanea ha spesso ridotto lo spazio per visioni del mondo alternative. In questo complesso mosaico resiste il Sikhismo con il suo monoteismo, la cui persistenza rimane legata a peculiari dinamiche storiche, sociali e politiche interne al contesto indiano.

Tornando al nostro tema, il confronto tra Buddhismo e Shivaismo mostra come, pur seguendo percorsi differenti, entrambe le tradizioni riconoscano nella non-dualità un principio essenziale per comprendere la realtà.

Le loro dottrine divergono negli obiettivi e nelle forme, ma condividono l’idea che la liberazione passi attraverso il superamento delle opposizioni apparenti. Questa convergenza di fondo permette di cogliere la continuità culturale e filosofica che lega due vie spirituali  in apparenza così lontane.

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