Di libri e incontri tra culture. Gran parte dei contenuti di questo sito riguarda l’Asia orientale, soprattutto la Cina e il Giappone, tra lingue, letterature e fenomeni culturali osservati nei loro contesti storici e sociali. Ogni anno trascorro l’autunno in Asia per dedicarmi al perfezionamento linguistico, alla scrittura e a progetti di ricerca indipendente. Accanto a questi trovano spazio anche argomenti diversi, la filosofia, la letteratura italiana, russa […] e altri argomenti che suscitano il mio interesse.
Per conoscere meglio il mio percorso e i miei progetti e ambiti di studio, leggete la nota biografica.
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Dalle origini indiane allo Zen: percorsi storici e scuole del Buddhismo in Asia Orientale. Questo agile volume ripercorre la storia del Buddhismo in Cina, Corea e Giappone da una prospettiva integrata, considerando l’Asia Orientale come uno spazio culturale unitario, plasmato dall’eredità della civiltà cinese e al tempo stesso segnato dall’originalità delle singole tradizioni nazionali.
Nel corso del mio soggiorno-studio a Tokyo nell’autunno 2026 il tema di ricerca a cui mi sto dedicando è la sociolinguistica della lingua giapponese. Il progetto prevede la pubblicazione di un breve saggio, a metà strada tra divulgazione e contributo accademico. Anche l’approccio al tema si colloca dunque su entrambi i piani. La prima fase del lavoro è consistita nell’esaminare la letteratura di riferimento e nel cercare di comprendere come la sociolinguistica giapponese abbia affrontato i diversi aspetti della disciplina. Esistono manuali ampi e articolati, spesso frutto di collaborazioni internazionali, dai quali ho ricavato il necessario quadro teorico. Ho cercato, però, di non limitarmi a riproporne i contenuti, ma di elaborarli attraverso un filtro critico, affiancando alla lettura le riflessioni personali che sto sviluppando progressivamente sull’argomento.
Vorrei dedicare qualche riga al progetto dell’Osservatorio sull’Asia Orientale. Vorrei però evitare una presentazione puramente descrittiva e raccontare, piuttosto, il percorso, anche personale, che ha portato alla sua nascita e alla definizione delle sue finalità. Su queste ultime non mi soffermerò troppo, dal momento che il sito del progetto ne offre già una descrizione approfondita. Nella sua definizione ufficiale, l’Osservatorio si presenta così: “L’Osservatorio sull’Asia Orientale è un centro indipendente di studi interdisciplinari, costituito in forma di associazione culturale senza scopo di lucro, dedicato alla ricerca e alla divulgazione scientifica sulle lingue, le culture, la storia e le società dell’Asia orientale”.
Introduzione. In questo articolo vorrei documentare un tentativo sistematico di utilizzare modelli di Intelligenza Artificiale generativa (AI), soprattutto ChatGPT e DeepSeek, per creare materiali di studio strutturati per il JLPT (Japanese-Language Proficiency Test). Nello specifico, la sperimentazione ha riguardato materiali di livello N3 con funzione didattica, destinati al ripasso e utilizzabili anche per l’insegnamento. L’obiettivo era duplice: 1) creare una lista esaustiva e coerente di vocaboli e verbi di livello N3; 2) creare una lista strutturata delle principali strutture grammaticali dello stesso livello. Gli standard del JLPT sono, sotto questo aspetto, in parte problematici, poiché non vengono pubblicati elenchi ufficiali e completi dei vocaboli e delle strutture grammaticali corrispondenti ai singoli livelli. Comunque, l’esperimento ha prodotto risultati talmente insoddisfacenti da meritare un’analisi approfondita, utile a chiunque stia considerando l’AI come strumento per la creazione di materiale didattico o anche semplicemente come supporto al proprio studio. 
È difficile descrivere l’incredibile stato di caos politico, sociale ed economico che ha attraversato la storia della Cina per oltre un secolo, dalle guerre dell’Oppio dell’Ottocento fino alla Rivoluzione culturale degli anni Sessanta del Novecento. Dall’umiliazione subita con i trattati ineguali, che imposero al Paese una politica economica dettata dalle potenze straniere, la Cina precipitò in una lunga stagione di instabilità. Il declino della dinastia Qing e l’agonia di un sistema imperiale millenario lasciarono spazio a guerre civili, invasioni, lotte tra fazioni e violenze ideologiche. Milioni di persone morirono a causa dei conflitti, della povertà e delle persecuzioni. Solo nella seconda metà del Novecento il Paese iniziò lentamente a ritrovare una stabilità politica e istituzionale.
Questo libro è sulla mia scrivania da anni. Di formato compatto in termini di dimensioni, ma con oltre quattrocento pagine, è il mio compagno di viaggio quotidiano. Me lo porto sempre dietro se devo assentarmi per qualche giorno o quando vado in viaggio. È probabilmente uno degli strumenti più utili in lingua italiana per chi affronta la scrittura giapponese. Pubblicato in modo autonomo, senza un editore vero e proprio, è la versione italiana dell’opera di Wolfgang Hadamitzky, affermato studioso della lingua e della cultura giapponese, autore di dizionari e manuali.
Introduzione. Il Buddhismo, strettamente parlando, non possiede una lingua sacra paragonabile all’arabo coranico o al latino\greco ed ebraico della tradizione cristiana, ma ha sviluppato nel corso della sua storia importanti lingue veicolari che variano a seconda dei contesti culturali in cui il messaggio del Buddha si è radicato. Con “canone buddhista” si intende l’insieme delle scritture che raccolgono gli insegnamenti attribuiti al Buddha e i commentari sviluppati dalle diverse tradizioni nel corso dei secoli. Poiché il Buddhismo non possiede un unico testo centrale, esistono diversi canoni redatti in lingue differenti. Anche il termine “canone” può risultare in parte fuorviante, poiché il Buddhismo non dispone di scritture universalmente riconosciute come normative o come verità rivelate. Il canone pāli raccoglie i testi della tradizione Theravāda in una lingua medio-indiana strettamente imparentata con gli idiomi parlati all’epoca del Buddha, ma non identificabile con certezza con la sua lingua storica. Il pāli è una lingua indoeuropea affine al sanscrito. Esiste inoltre un vastissimo corpus di testi buddhisti conservati in sanscrito, lingua che divenne progressivamente uno dei principali veicoli letterari del Buddhismo Mahāyāna. Altri due canoni di grande importanza sono il canone tibetano, tradizionalmente suddiviso in Kangyur e Tengyur, e, qui per noi di particolare interesse, il canone cinese, detto anche “Grande Deposito di Scritture” (
Imparare una lingua straniera non è una questione di talento, di predisposizione naturale o di “orecchio”. Chi riesce davvero nell’impresa non è necessariamente più dotato degli altri: ha imparato a costruire un metodo sostenibile, a mantenere la costanza nel tempo e a coltivare una motivazione capace di resistere alle inevitabili difficoltà del percorso. Frutto di oltre vent’anni di studio, esperienze dirette e riflessioni maturate sul campo, questo libro raccoglie 23 note pratiche dedicate a chi desidera affrontare l’apprendimento linguistico in modo autonomo, consapevole ed efficace. Dalla costruzione del lessico essenziale alla gestione della grammatica, dall’uso intelligente delle nuove tecnologie alla scelta dei materiali più adatti, ogni capitolo offre strumenti concreti per trasformare lo studio in un’abitudine quotidiana.
In cinese e giapponese, il classificatore (o numeratore) è una parola che si inserisce tra il numero e il sostantivo per categorizzare l’oggetto in base alla sua forma, funzione o consistenza. Dove noi avremo “un edificio”, “una macchina”, “un cane”, ecc., queste lingue avranno una specifica forma che sta al posto del nostro “un…” generico.
La storia costituisce lo scheletro portante di ogni approfondimento relativo a una specifica cultura. Anche se ci interessiamo a temi più specifici, come la lingua, la società, ecc., è comunque alla storia che bisogna guardare per avere un contesto che non renda il nostro oggetto di studio come qualcosa di decontestualizzato e astratto. Da poco ho terminato il voluminoso libro di Andrea Revelant, Il Giappone contemporaneo dal 1945 ad oggi, edito da Einaudi (2024). Sottolineo l’aggettivo “voluminoso” perché con le sue 600 pagine, un nutrito apparato di note e bibliografia, è davvero un’opera approfondita, oserei dire un punto di riferimento per il lettore italiano che desidera concentrarsi sulla storia contemporanea del Giappone.
Introduzione. Il Buddhismo sorse tra il VI e il V secolo a.C. in aperta polemica con la sclerotizzazione rituale della religione vedica, oggi comunemente designata con il termine moderno di induismo, parola-contenitore che in realtà raggruppa forme di religiosità affini, ma che non designa un sistema religioso monolitico e coerente. La progressiva cristallizzazione dei riti e l’incapacità di penetrare la profondità della coscienza, tipiche della religiosità popolare, spinsero il fondatore del buddhismo, Siddhartha Gautama (Buddha storico), a ricercare una nuova via di salvezza. Tuttavia, il Buddha rimaneva figlio del proprio tempo, e nella sua attività di ricerca preservò concetti metafisici fondamentali nati nel contesto indiano, quali il karma e il samsara. In questo breve articolo metteremo in rilievo come, nonostante il Buddhismo si sia configurato come un sistema filosofico e religioso autonomo e alternativo all’India Vedica, siano ancora ravvisabili significative analogie con il pensiero indiano, in particolare con la corrente dello Shivaismo.
La rivalità geopolitica che oggi oppone l’Occidente alle grandi potenze eurasiatiche, in primo luogo Cina e Russia, è generalmente raccontata attraverso il vocabolario contingente della politica internazionale, che poco si è discostato dalla retorica della Guerra fredda: paesi democratici contro autocrazie, diritti civili contro repressione. Eppure questa narrazione cela qualcosa di molto più complesso e, per l’Occidente, anche di inquietante, perché mette in discussione l’idea, auto-prodotta e auto-alimentata, che il nostro modello sia quello naturalmente vincente e “giusto”. Ciò che emerge dietro gli eventi geopolitici e la loro narrazione non è soltanto uno scontro di interessi tra potenze, ma l’affiorare di una frattura che riguarda concezioni diverse dell’ordine politico, del rapporto tra Stato ed economia e della natura stessa della sovranità. Questa frattura ha radici profonde, che affondano nella storia intellettuale e istituzionale della modernità. Comprendere il conflitto attuale richiede dunque di collocarlo all’interno di una prospettiva di lunga durata, in cui le categorie geopolitiche contemporanee appaiono come l’ultima manifestazione di una tensione più antica tra diversi modelli di organizzazione della società.
Conoscere la storia di una lingua che si studia forse non è una tappa obbligata, ma per chi desidera penetrare in profondità quella lingua e la cultura che essa esprime, è certamente un viaggio affascinante che fornisce una prospettiva nuova anche alla nostra conoscenza della lingua concreta, quella della quotidianità. Difficile condensare in poche parole un invito alla lettura per il manuale di P. Calvetti e G. Pappalardo, La storia della lingua giapponese. Dalle origini alla lingua moderna, perché è un’opera che richiede un’attenzione particolare. Non a caso, si tratta di un testo universitario, sebbene si presenti come un compendio che descrive lo stato attuale delle conoscenze sulla storia della lingua giapponese.
In un’epoca in cui la ricerca della felicità è ridotta a slogan, manuali rapidi e illusioni consumistiche, questo libro invita a fermarsi e a guardare in faccia la realtà. “Il fiore e la rugiada. Sul dovere di essere felici” propone un cammino tra filosofia occidentale, scienza e pensiero buddhista, alla ricerca di una gioia possibile che non fugge dal dolore e che nasce dalla consapevolezza del presente.
Si tratta di un volumetto di circa 200 pagine realizzato nella tipica grafica dell’editoria didattica giapponese (kawaii style). Ho acquistato Super Real Japanese a Ikebukuro un paio di anni fa; ricordo spesso con precisione le occasioni in cui mi procuro i libri di cui parlo, perché trovo suggestivo associare ogni volume a una storia.
In cerca della parola giusta. Questa storia risale a qualche anno fa. Me ne sono però ricordato riguardando alcune delle mie “schede del lessico”. Da decenni, ormai (letteralmente), sono solito raccogliere in “schede”, fisiche, scritte a mano, parole ed espressioni nuove che imparo nelle mie chiacchierate nelle lingue straniere, liste che poi integro in modo tematico. Una volta dovevamo aver parlato di templi buddhisti o qualcosa del genere. Mi ero messo a cercare la parola “lanterna” perché volevo esprimere la mia idea su un oggetto che avevo in mente. Certo, non avevo bisogno di conferma sulla complessità e la profondità delle lingue, ma ogni volta che vi inciampo, ne rimango affascinato. Ecco, quindi, che cercavo solo di capire come “dire” una parola, e sono invece rimasto avvolto da un vortice intrecciato di tempo e tradizioni.
Proseguiamo con la nostra rubrica “Libri per studiare”, dedicata ai testi fondamentali per comprendere le lingue, la storia e le culture dell’Asia Orientale. Oggi ci spostiamo sul piano filosofico e storiografico con un’opera che definire “classica” è riduttivo: “Storia del pensiero cinese” di Anne Cheng. Pubblicato in Italia da Einaudi nella prestigiosa collana “Piccola Biblioteca”, questo saggio rimane uno strumento imprescindibile non solo per i sinologi, ma per chiunque voglia decifrare le radici intellettuali dell’intera Asia Orientale. L’autrice, Anne Cheng, è una figura di spicco nel panorama accademico internazionale. Titolare della cattedra di “Storia intellettuale della Cina” al Collège de France, rappresenta perfettamente il ponte tra Oriente e Occidente. Nata in Francia da genitori cinesi, la sua doppia appartenenza culturale le conferisce una sensibilità rara nel tradurre concetti complessi senza tradirne l’essenza originale. Ricordo persino di aver scorto la traduzione giapponese del suo testo in una libreria di Tokyo, segno del prestigio globale di cui gode quest’opera.
All’inizio non lo sapevo che stavo ascoltando un “fantasma” del web. La sua voce era lì, in sottofondo, in una playlist nata quasi spontaneamente. Dopo settimane in cui quella melodia tornava a cercarmi con regolarità, ho deciso di dare un’occhiata al canale YouTube. È stato allora che ho scoperto il fenomeno dei Virtual Singers nella musica pop giapponese. La cantante che stavo ascoltando, Asu (