Intelligibilità (spontanea) tra lingue


Problemi di metodo, tra linguistica e psicolinguistica

Il linguaggio è oggetto di indagine complesso. Qualsiasi prospettiva si assuma nello studio di questo oggetto si studio, vi sono presupposti filosofici impliciti che più o meno indirettamente influenzano la prospettiva stessa. Ma questo avviene ovviamente per ogni campo della conoscenza. Questa contaminazione avviene tanto più in indagini che, coinvolgendo in primo luogo la facoltà del linguaggio e un determinato insieme di lingue, riguardano la comprensione di una lingua e i processi mentali indagati dalla psicolinguistica che si implementano sui sistemi neurobiologici che li rendono possibili.

La suddivisione gerarchica del sistema lingua (fonetica, morfologia, sintassi, semantica) non è del tutto astratto e sembra avere anche un riscontro “biologico”. Relativamente al lessico, ad esempio i dati neuropsicologici dimostrano che il lessico mentale è organizzato in forma complessa, ma che comprende sottocomponenti indipendenti sia funzionalmente che anatomicamente. In particolare, processi flessivi e derivazionali sono rappresentati ed eseguiti in maniera diversa. Questi studi di ambito neuropsicologico e psicolinguistico sono spesso condotti su situazioni patologiche che potrebbero essere considerate non rappresentative. Ma è proprio la condizione patologica, nel creare deficit selettivi che possiamo confrontare con il comportamento linguistico che si è conservato come normale, a rivelare dettagli utili sull’organizzazione funzionale del linguaggio e i suoi correlati anatomici.

Possiamo considerare il riconoscimento lessicale (all’interno della propria lingua madre o di una lingua straniera) puramente come fenomeno esterno, senza porci domande sul funzionamento mentale e nerobiologico di tale processo.

Alcune questioni, però, possono influire sull’interpretazione dei dati. Come avviene questo riconoscimento: per pura somiglianza formale e fonetica o per applicazione (propria o impropria nel caso di estensione delle regole implicite della lingua madre alla L2) di regole astratte, contestuali, e per fattori semantici?

Ad un livello ancora più esterno e astratto, il rapporto tra facoltà cognitive complesse richiama una teoria della mente, sia essa implicitamente o esplicitamente assunta.

Un approccio interdisciplinare a tutto tondo e così ampio, tuttavia, renderebbe problematica qualsiasi indagine, proprio per la difficoltà per il singolo studioso di padroneggiare con piena competenza ogni aspetto coinvolto, e non da ultimo per la possibilità di posizioni e teorie alternative tutte legittimamente assumibili, ma incompatibili.

Di seguito riporterò alcuni appunti di una ricerca in corso condotta nel campo della slavistica e (a latere) della psicolinguistica. La ricerca mira a stabilire il grado di intelligibilità posseduto da russofoni verso altre lingue slave (in particolare, polacco, bulgaro e serbo).

Si sono sottoposti questionari mirati ai parlanti madrelingua russofoni, tenendo in considerazione due livelli linguistici principali: quello lessicale e quello sintattico. Va da sé che le restanti caselle della gerarchia della lingua, “sistema di sistemi”, siano comunque presenti, visto che ogni segmentazione isolata sarebbe un processo astratto e esterno alla lingua reale.

Già il livello lessicale della lingua contiene in sé la fonetica, la morfologia e una parte della semantica; la questione del significato è la dimensione più extra-linguistica e, come sappiamo, non si esaurisce nella parte della morfologia che contiene “significati” (morfemi grammaticali e lessicali), ma si espande nella sintassi.

L’utilizzo di questionari come metodo di indagine, però, esclude la dimensione più esternamente pragmatica della lingua e che coinvolge la lingua come parte di una specifica cultura. Espressioni, modo di dire, proverbi e realia di una lingua sono il fenomeno esterno di questa specificità culturale, e la loro indagine fuoriesce dai confini di questo approccio. Se si escludono calchi immediati e la possibilità remota di trovare espressioni perfettamente sovrapponibili, infatti, questo livello di competenza e di uso della lingua non rientra nei fenomeni di comprensione “spontanea” proprio perché richiede una fase di assimilazione della lingua-cultura e quindi l’acquisizione di uno status di bilinguismo vero e proprio, sia esso allo stato iniziale.

Nel presentare una nuda lista lessicale di una lingua A al parlante di una lingua B, compiamo una scelta metodologica che va resa esplicita nelle sue potenzialità e nei suoi limiti.

Nel luogo comune, conoscere una lingua straniera significa essenzialmente conoscerne il lessico, avere presente un equivalente traduttivo di ogni parola, e possedere poi l’abilità di combinare in modo competente questo materiale primario. Il lessico, però, pur essendo il fattore più visibile e immediato di una lingua, è anche quello più esterno e meno intimo. Ad un nucleo più “originario”, si affiancano mutamenti e ampliamenti dovuti ai più svariati processi studiati dalla linguistica storica, non da ultimo il prestigio di lingue dominanti in determinate epoche della storia e i relativi calchi e prestiti. Paradossalmente, sarebbe possibile padroneggiare un amplissimo inventario lessicale di una lingua senza possedere la capacità di formare frasi, senza cioè avere assunto una reale competenza linguistica attiva e passiva, e quindi aver interiorizzato la struttura di una lingua.

Leggere o ascoltare una parola (qui useremo “parola” in senso molto generico, non necessariamente come sinonimo di lessema) di una lingua straniera innesca processi di interpretazione diversi da quelli messi in atto per la L1, ma con elementi di somiglianza.

Come si relazione un parlante di una lingua A nel sentire e leggere una parola isolata di una lingua B? Innanzi tutto ascolta il suono della parola in L2 o ne percepisce la forma grafica. Il primo passo dell’interpretazione è banalmente associativo con l’inventario lessicale della L1.

Il riconoscimento di un “inventario” lessicale si scontra con alcuni problemi. Relativamente alle lingue qui studiate, alcune parole che hanno una comune derivazione dallo slavo comune, hanno subito processi di mutamento fonetico e/o grafico che mascherano al parlante della lingua di partenza il significato della L2. Per attenuare questo effetto di mascheramento che a volte rende del tutto estranee parole che, ad un’analisi appena più attenta, appaiono con una forma molto simile, si è cercato di ricreare un embrionale contestualizzazione che permettesse fenomeni associativi, così da facilitarne la comprensione. Questo è stato reso possibile presentando talvolta liste di parole di aree semantiche simili in raggruppamenti omogenei. Ciò determinava che alcune parole guida presenti nelle varie lingue slave facessero, per così dire, da timone interpretativo e determinassero la corretta traduzione della parola che, associata ad una stessa area semantica veniva correttamente interpretata.

Superato il primo livello di riconoscimento fonetico e ortografico, che veicola la comprensione semantica, sia essa reale o frutto di fraintendimenti dovuta a pura somiglianza esteriore, osserviamo che nella comprensione di una L2, sempre nei termini posti in questa ricerca, esistono facilitazioni morfologiche alla comprensione di parole e proposizioni.

Anche se condotti internamente ad una singola lingua, alcuni studi sembrano comunque indicare che esiste una componente di riconoscimento propriamente morfologico che sarebbe indipendente da un confronto con una pura somiglianza ortografico-fonologica.

Alcuni risultati (molto parziali. Ecco alcuni dati tratti dall’analisi dei questionari raccolti.

Un russofono comprende il 50-60% del lessico base del polacco in un contesto isolato (lista di parole). Di questo 50-60% compie alcuni errori “non gravi” (ca. 15%), ovvero riconosce l’area semantica, ma non traduce con una corrispondenza perfetta. Per es. traduce come aggettivo un sostantivo comprendendone la radice lessicale, o riconosce il nome di un frutto, ma lo associa ad un traduttivo diverso, ma affine, perché si lascia sviare dalla fonetica della propria lingua madre e/o da “falsi amici”.

Molto interessante il fatto che la conoscenza di una lingua slava diversa dalla propria, incida anche sulla comprensione di una terza lingua slava. Un russofono che parla serbo (studio su soggetto unico), capisce il 93% del lessico bulgaro (che sul piano lessicale è vicinissimo al serbo, da cui si distanzia nella grammatica) e compie errori non gravi di fraintendimento per un 8% del totale, individuando comunque correttamente l’area semantica di appartenenza della parola.

Salendo al livello morfo-sintattico le cose quasi si ribaltano. Il russofono (soggetto sopra citato che dichiara anche di capire il serbo) capisce meglio le proposizioni semplici in polacco, e compie molti errori di traduzione delle proposizioni semplici bulgare. La vicinanza tra serbo e polacco agisce come fattore facilitatore solo sul piano lessicale, mentre tende a venire meno con il livello morfo-sintattico, perché il serbo mantiene una morfologia tipicamente slava (declinazioni), mentre il bulgaro è evoluto in forme analitiche e utilizza preposizioni e posizioni della parola nella frase per rendere il ruolo logico della parola stessa, così che certe forme risultino del tutto estranee al parlante russo.

In particolare, il parlante russofono non coglie la funzione genitiva della proposizione na (omografa ad una propozione russa che ha altra funzione) e interpreta il nome indeclinabile come soggetto; traduce con una forzatura le frasi che contengono predicati che esprimono possesso, comprendendone il senso, ma non riformulando più correttamente nella forma tipica del russo u + genitivo per esprimere possesso, quanto con la forma imeet’ (avere) che in russo è usata raramente.

In un caso fraintende il verbo essere bulgaro interpretandolo come forma possessiva u + pronome di terza singolare maschile.

L’inaspettata comprensione del parlante russo per le proposizioni semplici polacche è possibile perché la morfo-sintassi polacca è molto più vicina al russo di quanto la distanza fonetica non lasci supporre, distanza fonetica che in un certo moto “maschera” la vicinanza delle due lingue.

Come è facile capire, quelli appena esposti sono semplici appunti di lavoro. Questa area interdisciplinare, tuttavia, trarrebbe certo vantaggio da una proficua collaborazione tra linguisti “puri”, linguistica acquisizionale e storica e studiosi di neuroscienze e scienze cognitive.

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