Social media per scrittori

Su Facebook non ti legge più nessuno, vai su Tiktok!”

Negli anni è stata annunciata la fine di Facebook innumerevoli volte. Eppure il vecchio social network – che ormai ha compiuto vent’anni – continua a tornare a galla, macinando utili. Certo, è evidente che la fascia più giovane abbia abbandonato da tempo la piattaforma di Zuckerberg: la battuta “Facebook è quello blu”, usata dai ragazzi per liquidare i commenti “boomer”, è diventata un’icona generazionale. Al di là delle dispute tra vecchie e nuove generazioni, Facebook conserva una peculiarità cruciale per chi si dedica alla scrittura o a certi tipi di “creazione di contenuti” (sì, suona strano dirlo in italiano, lo so): qui la parola scritta resiste, affiancando ancora immagini e video.

Il dilemma dello scrittore (senza velleità da influencer). Ma qualcosa è cambiato. Su Facebook quasi nessuno ti legge più. Non è una questione di qualità dei contenuti: già alcuni anni fa, gestendo pagine aziendali, notai un crollo verticale di visualizzazioni e interazioni in pochi mesi. La svolta arrivò quando Meta decise di monetizzare direttamente dagli utenti, trasformandoli da semplici destinatari pubblicitari a clienti. Risultato? Per far vedere un post su una pagina personale, oggi devi pagare.

All’inizio sembrava riguardare solo contenuti commerciali, ma oggi è chiaro che nessuno è escluso da questa politica. Persino con migliaia di follower, un post raggiunge al massimo una ventina di persone. L’unica via per espandersi? Sponsorizzare. Tradotto: investire denaro.

Avevo pianificato una strategia editoriale, ma di fronte all’evidenza – senza sponsorizzazione, sei invisibile – ho iniziato a dubitare che ne valesse la pena. Pagare per essere letti? Non suona troppo narcisistico? Per vendere i miei libri? Questo mi sembrava più legittimo ma, pur non dispiacendomi vendere copie, il profitto non è la regione ultima che mi spinge a dedicarmi a queste cose.

Piattaforme come TikTok, pur orientate al profitto, mantengono per ora un algoritmo che premia i contenuti virali: perfetti sconosciuti raggiungono migliaia di visualizzazioni se sanno catturare l’attenzione. Persino Instagram, sempre nella stessa galassia Meta, performa meglio del “fratello blu”.

Ho osservato BookTok, il microcosmo di TikTok dedicato ai libri, all’editoria e alla scrittura, e definirne l’impatto “traumatizzante” non è esagerato. Pur affascinato dalle potenzialità, vedo in quelle dinamiche più desiderio di comunità, visibilità o autopromozione che valorizzazione della parola scritta.

Il nodo irrisolto: la tirannia dell’immagine. Queste piattaforme privilegiano video e foto, imponendo agli introversi – o semplicemente ai refrattari alla popolarità da like – un ricatto: mettersi in mostra, trasformando ogni pensiero in spettacolo.

Personalmente, sono convinto che la mia storia non interessi (né debba interessare) a nessuno. A dimostrazione del fatto che credo veramente in questo assunto, in alcuni settori della mia attività uso solo nom de plume. E sono le cose a cui tengo di più.

Ciò che conta è il messaggio, non chi lo diffonde. Un messaggio banale, poco interessante? Forse, ma non sta a me dirlo. Se, tuttavia, l’autore eclissa il contenuto con la propria immagine, la sua voce o la sua vita privata, non siamo più nella scrittura, ma nell’intrattenimento. Nobile proposito anch’esso, ma altra cosa.

Neppure io mi credevo capace di un discorso che suona quasi da nostalgico, ma penso che l’accettazione e l’entusiasmo per il nuovo, non debbano necessariamente mettere da parte quello in cui crediamo.

C’è chi obietterà: è selezione naturale digitale, chi non si adatta scompare. Giusto. Eppure, mi chiedo: che spazio avrà l’idea “vintage” di scrittura che avevamo, quella che difende il valore autonomo della parola scritta?

Lo scrittore non è attore, saltimbanco, intrattenitore, ma attento spettatore del mondo. Se al suo posto, subentra la tirannia dell’immagine, la sua “missione” perde gran parte del suo significato.

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