Il minimalismo allusivo ne L’oca selvatica di Mori Ōgai
Non penso di essere il solo ad accostare spesso la letteratura giapponese al concetto di “minimalismo”. Si tratta di un concetto vago e allusivo, a sua volta difficile da definire. La lettura di molte opere note di questa letteratura è in grado proprio di suscitare questa sensazione: nella povertà relativa di eventi, si intravede un mondo poetico di allusioni che, con pochi tratti, disegna trame più complesse in controluce. In particolare, le opere di era Meiji, Taishō e della prima parte dell’era Shōwa, vale a dire dalla seconda metà dell’Ottocento fino agli anni Trenta del Novecento, circa. L’oca selvatica「雁」di Mori Ōgai (森 鷗外) si inserisce in questa sfumatura, in queste sensazioni.
Narrato in prima persona da un io narrante anonimo, un giovane studente, la storia si concentra su tre personaggi: il giovane Okada, studente a Tokyo, Otama, bellissima giovane che, truffata da uno spasimante, diventa la “mantenuta” di Suezō, un usuraio arricchito e suo amante.
L’oca selvatica è la storia di un amore tutto immaginario e immaginato da Otama per Okada. Tra le vicende – come dicevamo, sostanzialmente “povere” – risalta il clima storico dell’epoca (siamo nel 1880): in quel senso di incertezza tra fulminea modernizzazione e forme di vita tradizionali che scossero la società giapponese per decenni, emerge un’atmosfera che si avvicina facilmente anche alle opere di un altro grande autore, Natsume Sōseki. Il ponte tra tradizione e modernizzazione è dato anche dai frequenti riferimenti tanto ai nuovi usi e costumi arrivati dall’Occidente, quanto dalle citazioni della poesia classica cinese, all’epoca ancora simbolo di ricercatezza intellettuale presso i letterati giapponesi, i quali vedevano nella poesia cinese il corrispettivo della classicità greco-romana per gli europei.
Toccante e suggestivo il Giappone visivo ancora molto “medievale” (o meglio, di epoca Edo) visibile nelle vesti, nelle abitazioni, negli usi quotidiani che questo romanzo, come altri del periodo, accenna qua e là, senza fini documentari, ma che finiscono per disegnare per noi, lettori moderni, anche visivamente un Giappone scomparso.
Da rivelare i frequenti riferimenti nei romanzi di quest’epoca – L’oca selvatica compreso – alle elaborate acconciature femminili (ichōgaeshi, monoware, shimada), capaci di accennare indirettamente al profondo senso estetico della cultura nipponica, soprattutto in questi fatti minori della quotidianità.
La giovane Otama è comunque il centro, se non narrativo certo “simbolico”, del romanzo. A un’iniziale immagine di donna troppo delicata e idealizzata (da “Dolce Stil Novo”), Mori Ōgai mostra in realtà l’abilità di far seguire un’evoluzione del personaggio che le conferisce maggiore profondità. L’avvenente e sfortunata Otama, apparentemente destinata a una vita lontana dai legami famigliari tradizionali, si trasforma da figura eterea a donna consapevole e smaliziata.
Ironico e malinconico il destino della ragazza che aveva visto nello studente Okada un probabile amore, foriero di un futuro migliore, rivelarsi invece una pura illusione riposta su un individuo freddo e “assente a sé stesso”, troppo preso da altro per rimanere intrappolato in un amore effimero.
L’oca selvatica è un simbolo, ma l’evento che contiene il volatile del titolo ancora una volta è minimale e indiretto, dall’interpretazione non univoca: una caccia improvvisata nel cuore di Tokyo a cui assistono il narratore e Okada, nello specchio d’acqua che ancora oggi affianca il parco di Ueno, vicino a un famoso santuario.
Come le oche selvatiche che solcano il cielo, simbolo del cambio di una stagione, il romanzo ci lascia in bocca un sapore dolceamaro dopo aver ascoltato la storia degli incontri fugaci tra i due protagonisti, aprendo allo stesso tempo una finestra sulla società in trasformazione, un ponte tra le tensioni dell’etica tradizionale e la modernità nascente del Giappone.