Il Buddhismo e l’Occidente

Storia di un tradimento o fase nuova?

L’interesse dell’Occidente per il Buddhismo è un fenomeno complesso e stratificato, il cui sviluppo abbraccia tre secoli di storia. In origine, nell’Ottocento, la dottrina del Buddha aveva attirato l’interesse di un’élite di intellettuali, alimentato dal fenomeno dell’Orientalismo, l’imitazione o rappresentazione di culture asiatiche fiorita dopo le esplorazioni coloniali, e dall’applicazione dei nuovi metodi filologici allo studio dei testi orientali. Questo approccio iniziale fu quindi prevalentemente accademico, artistico e filologico, non rispondendo ad esigenze di tipo spirituale.

La prima svolta nell’atteggiamento nei confronti del Buddhismo avvenne nel secondo dopoguerra, tra gli anni ’50 e ’70. La critica radicale alla cultura occidentale, portata avanti dalla beat generazione e poi hippie, creò il terreno fertile per la riscoperta delle spiritualità orientali, percepite come più autentiche, olistiche e pacifiste rispetto a una società industriale accusata di alienazione.

Figure chiave di questa mediazione culturale furono, tra le altre, Daisetsu Teitarō Suzuki, studioso giapponese che con le sue opere rese popolare lo Zen in Occidente, e Alan Watts, filosofo e divulgatore britannico – forse suo malgrado – del Buddhismo Zen e del Taoismo per la controcultura anni ’60. A posteriori, Suzuki e Watts paiono aver dato una “loro” versione di Buddhismo, ma hanno avuto l’indubbio merito di innalzare il livello del dibattito.

Da curiosità delle élite, il Buddhismo assunse così il ruolo di alternativa spirituale a un Occidente giudicato materialista e corrotto. Sebbene le esigenze psicologiche e spirituali che muovevano tale interesse fossero genuine, il rischio di fraintendimento e di adattamento fu evidente fin dall’inizio.

Negli anni ’80 del XX secolo, con il passaggio del Buddhismo nell’interesse dalla controcultura al mainstream, la fruizione del Buddhismo mutò nuovamente: da strumento di critica sociale divenne sempre più dimensione individualista e terapeutica, strumento di ricerca di benessere psico-fisico.

L’onda lunga di quel periodo giunge fino a noi, dove il Buddhismo è spesso associato nella cultura di massa a pratiche di benessere come lo yoga e la meditazione, finendo per essere decontestualizzato e separato dalla sua cornice storica, religiosa e filosofica, fino ad apparire come un semplice insieme di tecniche per ridurre lo stress o migliorare le performance. Se i lettori ricordano le altissime vette del pensiero buddhista raggiunte nel corso dei secoli, tra India, Asia centrale e Orientale, non è difficile guardare con una certa perplessità a queste semplificazioni.

L’interesse contemporaneo è dunque il risultato di un lungo processo di secolarizzazione, commercializzazione e riadattamento di un’antica tradizione ai bisogni mutevoli della modernità occidentale: prima il bisogno di ribellione, poi di benessere, oggi di sopravvivenza psicologica.

Eppure, questa stessa decontestualizzazione – che solo filologicamente possiamo giudicare una “deformazione” – non è un fenomeno nuovo. È il processo naturale che il Buddhismo ha messo in atto per secoli diffondendosi in Asia Centrale, nel Sud-est asiatico e in Asia Orientale, adattandosi ogni volta a nuovi contesti culturali.

Inoltre, vista l’enfasi sulla pratica posta da tanti maestri Buddhisti nei secoli scorsi, anche la funzione di “consolazione esistenziale” in qualche modo può essere considerata un’evoluzione e un adattamento locale, un “dialetto” occidentale e contemporaneo del Buddhismo.

Il vero dibattito critico, quindi, dovrebbe riconoscere che, malgrado mode superficiali e incomprensioni, questo processo di inculturazione risponde a esigenze psicologiche e spirituali profonde, non diverse da quelle che resero possibile la prima diffusione del Buddhismo al di fuori del suo luogo nativo.

Rimane infine una domanda aperta. Il processo di commercializzazione ha comportato certamente perdite e stravolgimenti; eppure, occorre chiedersi se, nei tempi lunghi della prospettiva storica, questo incontro tra Buddhismo e l’Occidente si limiterà solo a una funzione consolatoria e di svago, o se saprà invece trarre nuova linfa vitale dalla contaminazione con il pensiero occidentale, dalla filosofia moderna e postmoderna, dando vita a un nuovo, autentico capitolo della sua storia.


Testo tratto da D.Donadio, Il Buddhismo in Asia Orientale. Cina, Corea, Giappone. Breve profilo della storia, delle scuole e del pensiero buddhista. Pubblicazione prevista per gennaio\febbraio 2026.

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