L’Asia orientale, tra storia condivisa e tensioni del presente
La politica tende sempre a polarizzare e a generare tensioni. Per uno spazio come questo, e per la pagina social ad esso collegata che tratta temi culturali sull’Asia Orientale, non è mai ideale affrontarla in modo diretto. Tuttavia l’attualità delle tensioni tra Cina e Giappone mi spinge a condividere qualche riflessione. Mi trovo infatti nella particolare condizione di nutrire una profonda passione per entrambe le culture. I rapporti storici e culturali tra Cina e Giappone sono forse il tema che più mi affascina. Mi capita di “litigare” bonariamente con amici giapponesi lodando la Cina, così come di ricevere commenti poco lusinghieri quando con amici cinesi esprimo apprezzamento per il Giappone.
Eppure, se si esclude l’ultimo secolo e mezzo, da quando l’imperialismo giapponese rivolse la sua espansione all’Asia, il rapporto tra i due Paesi è stato segnato soprattutto da interdipendenza e scambi. La cultura classica cinese ha svolto in Asia orientale un ruolo simile a quello della cultura classica nel mondo occidentale. Fino all’era Meiji e alla prima età Taishō molti importanti scrittori giapponesi componevano ancora poesie in cinese classico. Allo stesso tempo, tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, fu la Cina a trarre ispirazione dal Giappone. Numerosi intellettuali cinesi studiarono nelle università giapponesi e l’esempio della modernizzazione nipponica influenzò profondamente le riforme politiche, culturali e sociali cinesi.
Con l’avvento della modernità nacque l’esigenza di definire Stati-nazione forti, capaci di costruire strutture moderne, ma a costo di escludere identità più complesse e plurali.
Ciò che trovo più preoccupante, oggi, è che ci troviamo in quello che viene ormai definito “il secolo asiatico” e che questa straordinaria opportunità rischi di essere sprecata. Il baricentro economico e culturale mondiale si è spostato verso quest’area, ma le tensioni alimentate da rancori storici e da interventi esterni rallentano la possibilità di creare uno spazio asiatico fondato sulla cooperazione, sulla crescita e sul benessere condiviso.
Anche la Corea rientra pienamente in questo quadro. Le sue divisioni interne sono il risultato delle stesse logiche di intervento e contrapposizione e la sua riunificazione dovrebbe essere considerata un obiettivo naturale in un’Asia capace di pensare a sé stessa in modo più autonomo e costruttivo.
In questo contesto la vicenda di Taiwan è particolarmente delicata, perché alimenta un’identità nata in chiave politica. Taiwan continua a definirsi Repubblica di Cina e il suo spazio culturale è cinese da secoli, considerando che le popolazioni indigene austronesiane sono state in gran parte assimilate da molto tempo.
Il Giappone dovrebbe evitare che la propria politica estera venga dettata dall’esterno e coltivare invece relazioni economiche e culturali costruttive con il continente, così come con la Corea. Piuttosto che rincorrere il ruolo di nuova potenza regionale sotto spinte esterne, sarebbe utile ricordare le parole di Mishima Yukio che, pur nella contraddittorietà della sua figura, auspicava un Giappone realmente indipendente e non una colonia americana.
A proposito di Taiwan, ricordo un episodio di qualche anno fa. Avevo come vicini tre studenti, in Giappone: un cinese continentale e due taiwanesi. Parlavano spesso tra loro e condividevano naturalmente la stessa lingua. Alla mia provocazione “se avete la stessa lingua allora siete tutti cinesi, quindi…”, uno di loro scrollò le spalle e rispose con naturalezza: “per noi è lo stesso, siamo anche cinesi, ma di Taiwan”.