Lanterne giapponesi

Breve storia di un’avventura linguistica: quando parole, storia e cultura si intrecciano

In cerca della parola giusta. Questa storia risale a qualche anno fa. Me ne sono però ricordato riguardando alcune delle mie “schede del lessico”. Da decenni, ormai (letteralmente), sono solito raccogliere in “schede”, fisiche, scritte a mano,  parole ed espressioni nuove che imparo nelle mie chiacchierate nelle lingue straniere, liste che poi integro in modo tematico. Una volta dovevamo aver parlato di templi buddhisti o qualcosa del genere. Mi ero messo a cercare la parola “lanterna” perché volevo esprimere la mia idea su un oggetto che avevo in mente. Certo, non avevo bisogno di conferma sulla complessità e la profondità delle lingue, ma ogni volta che vi inciampo, ne rimango affascinato. Ecco, quindi, che cercavo solo di capire come “dire” una parola, e sono invece rimasto avvolto da un vortice intrecciato di tempo e tradizioni.

Il cammino verso l’illuminazione. Non esiste una sola parola. Infatti, dove l’italiano dice “lanterna”, il giapponese distingue molti oggetti diversi. C’è la parola per designare la lanterna moderna, quella da campeggio, “rantan” (ランタン), ma non era quello di cui volevo parlare, allora.
Pensavo a quelle bellissime strutture di pietra o di metallo che si vedono spesso davanti ai templi buddhisti, dette per questo proprio “lanterne buddhiste”. Tra l’altro, oggetto tradizionale e spirituale specificamente giapponese, perché a differenza di altri elementi della cultura tradizionale non è di origine cinese.

Quella “lanterna” si chiama “tōrō” (灯篭), e non è portatile come ci si aspetterebbe da una lanterna, ma una struttura fissa e votiva, comune nei templi e nei giardini degli stessi, concepita per illuminare simbolicamente il cammino verso l’illuminazione.

Lanterne di carta e di seta. E come si chiamano quelle lanterne di carta famose che tutti associamo all’Asia Orientale? Il termine tradizionale per designarla è “chōchin” (提灯), e indica proprio la classica lanterna pieghevole di carta e bambù.

La chōchin giapponese deriva direttamente e strutturalmente dalla lanterna cinese tradizionale, che in cinese suona dēnglong (灯笼). Le due lanterne condividono la stessa anima materiale, un telaio in bambù o legno rivestito di carta o seta, e la caratteristica di essere pieghevoli, di appiattirsi quando non servono.

Eppure, non appena la lanterna approdò in Giappone, durante il periodo Muromachi, iniziò una metamorfosi. Laddove la lanterna cinese è un tripudio di colori, soprattutto nel rosso vivo della festa, con decorazioni intricate, calligrafie, nappe e motivi di draghi e fiori come simbolo di fortuna e prosperità, la chōchin giapponese devia verso la sobrietà. I suoi colori, oltre al rosso tradizionale, sono tenui, come il bianco, il beige, persino il nero, e le sue decorazioni sono essenziali. Spesso è usata come insegna di negozi, riporta uno stemma di famiglia, o una scritta minima, come il kanji del “sakè” all’ingresso di una izakaya, le tradizionali locande (o pub) dove si beve il sakè”.
La differenza sta anche nell’uso. In Cina, la lanterna è  un oggetto cerimoniale e augurale, legato a festività come il Capodanno. In Giappone, è certamente protagonista dei festival estivi, dei matsuri, ma è stata per secoli anche un oggetto di uso quotidiano e commerciale. Era l’insegna luminosa dei negozi, un elemento integrato nella vita pratica di tutti i giorni, molto prima dell’avvento dell’elettricità.

Quella volta non ho trovato un termine comodo, intercambiabile e neutro come “lanterna”, ma ho scoperto un pezzo di storia e di cultura. Così, ogni lanterna non è solo luce per un sentiero, ma parola che racconta di un dialogo nel tempo, segno di quanti mondi possano abitare anche in un solo termine.

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