Fujiko Akiyama, Mostri e conigli a Tokyo – Romanzo
In questa pagina viene pubblicato a puntate il romanzo Mostri e coniglie a Tokyo, di Fujiko Akiyama. Un capitolo a settimana a partire da giugno 2026.
Il testo è stato scritto a Tokyo nell’autunno del 2023 e pubblicato in volume nel maggio 2024. Questa nuova pubblicazione ne propone una lettura seriale, capitolo dopo capitolo.
Fujiko Akiyama è un’autrice “inesistente”, non un semplice pseudonimo, ma un progetto narrativo metaletterario che esiste attraverso le storie che firma. Per approfondire è disponibile una pagina a lei dedicata che contiene anche la sinossi del romanzo (clicca qui).
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Attenzione. Il romanzo contiene anche alcune scene crude di sesso e violenza. Pur non essendo predominanti né fini a se stesse, sono necessarie allo sviluppo della storia e dei personaggi. Pertanto si sconsiglia la lettura a un pubblico troppo giovane.
Aggiornamenti e pubblicazioni. La prossima uscita è prevista per sabato 25 luglio 2026, con il Capitolo 6. I capitoli successivi verranno pubblicati ogni settimana e resteranno disponibili in sequenza su questa pagina.
♦ Capitolo corrente: Capitolo 5 – Lo trovate in fondo in modo sequenziale.
Fujiko Akiyama
Mostri e conigli a Tokyo
Capitolo primo
Come avvenne che Tanaka Shizuka si trasformò in un coniglio
Nessuno poteva chiamarla per nome. Con il suo nome vero, s’intende. Nei primi tempi si limitava a correggere le persone che parlavano con lei, con pazienza. In seguito, però, smise proprio di rispondere quando ci si rivolgeva a lei senza chiamarla come voleva.
Tanaka Shizuka era convinta di essere un coniglio. Una ferma convinzione da cui era impossibile smuoverla.
Quando questi suoi comportamenti iniziarono, tutti pensarono a una di quelle ragazzine che si inventano qualcosa per apparire originali, per portare un po’ di aria nuova in questo nostro mondo affogato nella banalità. Mondo in cui quasi tutti siamo condannati a vivere, senza scampo.
La ragazza era però troppo cresciuta per comportamenti di quel genere, visto che all’epoca aveva quasi diciotto anni. Un’età in cui non erano più tollerati giochi infantili come quello di fingersi chissà chi o chissà cosa. Fosse pure un’amabile bestiolina come un candido coniglio.
Shizuka non rientrava nella categoria di coloro che vengono definiti cosplayer, quegli individui, più o meno giovani, che se ne vanno in giro con costumi di personaggi di anime o videogame indosso, cercando di diventare gli eroi che amano, almeno per qualche ora.
Ma non era neppure da classificare come una di quelle ragazze che si riconoscono in uno stile ben specifico e ne fanno un proprio marchio distintivo. Molti anni prima che lei nascesse, ad esempio, Tokyo era invasa dalle cosiddette gyaru,1 signorine che se ne andavano in giro abbronzate sotto lampade artificiali fino a raggiungere un incarnato molto scuro, con i capelli ossigenati, quasi bianchi. Cosa che risultava abbastanza vistosa in una massa di persone solitamente coi capelli scuri e l’incarnato pallido come sono le nostre ragazze.
Senza dilungarci troppo, diremo che la nostra Shizuka non rientrava in nessuna di queste categorie nominate o in altre a cui si poteva pensare. E tanto meno si comportava in quel modo per attirare l’attenzione su di sé. Desiderava solo che si rispettasse la sua decisione: essere considerata un coniglio. Tutto qua.
Se abbiamo puntualizzato cosa di certo non era Shizuka è proprio perché venne a tutti piuttosto facile ritenerla quell’eccentrica e annoiata ragazzina cui accennavamo poco fa. Tale poteva apparire agli occhi distratti di chi si fosse fermato all’apparenza. Quale altro motivo avrebbe avuto, altrimenti, per girare conciata in quel modo?
La prima volta che si presentò a scuola nella sua nuova veste, venne ammonita dagli insegnanti e le venne intimato di indossare l’uniforme scolastica, come da regolamento. Pena, l’espulsione. Già nei corridoi i compagni le avevano chiesto il motivo di quella sua singolare tenuta, ricevendone risposte enigmatiche come “sono semplicemente un coniglio, non si vede?”, e altre di questo tenore.
– Tanaka-san, questa è veramente una grave mancanza di rispetto per tutti noi! – le disse facendole la paternale il professore che la notò dopo qualche minuto. – Pensi di essere in giro per Shibuya? Vai a cambiarti immediatamente, che razza di travestimento è quello?
– Satō-sensei, la prego di chiamarmi col mio nome, e non in quel modo che non mi appartiene più. – rispose con estrema gentilezza Shizuka. – E poi, non ho attualmente altri vestiti che questo. Mi scusi. – concluse la ragazza che si era alzata in piedi, concludendo con un inchino esagerato con le braccia lungo i fianchi.
Il docente avanzò verso la classe con sguardo minaccioso, ma anche incuriosito.
– Cosa significa “col mio nome”? Non ti chiami forse Tanaka?
Si sentì un brusio sommerso e qualche risatina soffocata degli altri studenti.
– Quello appartiene al passato. Adesso io sono semplicemente… Usagi-chan.2 – rispose lei sempre con calma.
Risate soffocate agitarono l’aria.
– Sentimi bene, Tanaka-san, vuoi prendermi in giro? Ma quale coniglio e coniglio! In passato sei sempre stata un’ottima allieva, ti è saltata qualche rotella in testa, forse? E comunque, il tuo buon rendimento scolastico non giustifica questi comportamenti strani, del tutto inappropriati a scuola. Intesi?
Per quel giorno le fu concesso di rimanere a scuola così. Ma anche altri insegnanti le dissero che se quel comportamento si fosse ripetuto, avrebbero preso provvedimenti e contattato la sua famiglia.
Shizuka quella mattina era arrivata con due grandi orecchie rosa di peluche sulla testa attaccate a un cerchietto, – da quelle non si sarebbe quasi mai più separata negli anni successivi – una camicetta bianca con ammiccanti trasparenze e con delle carote ricamate sopra. Una gonnellina rosa, molto corta e svolazzante, ricca di pizzi e merletti, delle calze velate bianche autoreggenti e due scarpette, bianche anch’esse, con un pendente a forma di piccola carota di plastica sulla sommità. Veramente una bambolina graziosissima, se si considera anche che Shizuka era per natura una bella ragazza.
Ma la scuola imponeva uniformità, non certo esibizione di grazie e individualismi. La ragazzina, pur così kawaii in quella mise, aveva compiuto un atto di insubordinazione inaccettabile al quale occorreva porre subito rimedio. Inoltre, il motivo per cui lei associasse il coniglio a quello stile fanciullesco e vagamente provocante, non era dato saperlo.
Quando si capì che la vicenda non era affatto finita così, anzi, che quello era solo l’inizio, spuntarono fuori da ogni parte quelli che sanno sempre tutto e hanno una soluzione per ogni problema. I più accorti cercarono le spiegazioni profonde: la noia o quella fase tardo-adolescenziale che ci fa sentire talvolta stanchi di tutto. Shizuka, per loro, non era niente di più di una ragazzina smarrita dal contatto col mondo. Insomma, era chiaro che questi individui perspicaci non ci avevano capito un bel niente della nostra Shizuka.
La seconda fase dei tentativi di capire – e quindi controllare – la devianza sociale della pericolosa coniglietta si spostò sul registro serio: si interpellarono dei veri professionisti. “Non vuoi mai che siamo di fronte a una vera e propria malattia mentale, e non a un semplice comportamento antisociale”, senteziarono a tal proposito.
Si cercò anche di fare ragionare la ragazza, di mettere in luce le sue contraddizioni.
– Tanaka-san, non è mia intenzione rivolgermi a te con il ridicolo appellativo di Usagi-chan che pretendi si debba usare. – ribadì l’insegnante Watanabe durante la sua lezione. – E poi, spiegami che motivo hai di rinnegare il tuo nome, non rechi dispiacere ai tuoi genitori? Non li deludi, in questo modo?
Shizuka si era alzata in piedi. Come sempre non c’era traccia di timore o vergogna nel suo contegno fiero, piuttosto si poneva sempre con un atteggiamento dolce e comprensivo, anche quando parlava in modo diretto.
– Sensei, io le ribadisco ancora una volta che non conosco nessuna Tanaka. Per quanto riguarda i miei genitori, non penso che essere me stessa danneggi loro in nessun modo. Sono un coniglio e sono stata catturata nel parco di Ueno, costretta poi a vivere nel modo ridicolo di voi esseri umani…
– E sarebbe? – la interruppe Watanabe con uno sguardo interrogativo.
– E sarebbe… con orari, obblighi, vuote formalità e altre cose innaturali e, mi scusi se lo dico, stupide come queste.
La classe riprese il vocio di sottofondo che aveva cessato per ascoltare le parole di Shizuka. L’insegnante cercò di azzittire i mormorii e riprese la sua arringa.
– Che sciocchezze! Quello di cui parli è la civiltà! – disse alterato l’insegnante. – Inoltre, né io, e penso neppure i tuoi compagni, abbiamo mai visto conigli in giro per il parco di Ueno. Sono frutto della tua immaginazione.
Ma neppure spiegazioni pazienti sortirono alcun effetto.
La nostra giovane protagonista fu trattata in modo ambivalente dagli studenti. C’era chi la considerava un’eroina coraggiosa, cercando di conseguenza la sua amicizia, e c’erano coloro che la canzonavano come pazza e ridicola, ma trovandola anche divertente. Ci fu infine un piccolo gruppo che la prese di mira con scherzi e vessazioni di ogni tipo, manifestando un’insofferenza per lei che risultava difficile da capire. Di loro parleremo a breve.
Tra le altre amicizie del periodo, da qualche tempo la giovane Shizuka aveva iniziato a frequentare un certo Joe, nome che gli derivava dalle passioni esterofile dei genitori. Studente brillante e di buona famiglia, questo fece ben sperare per Shizuka, visto che la sua influenza non poteva che essere benefica. Joe, infatti, cercò a varie riprese di farla ragionare. Ma senza paternali o lamentele.
Così, tra i vari tentativi che fece, pensò ad esempio di portarla a Ueno, nei pressi del santuario che affianca il lago e poi, via via, a spasso per tutto il parco, fino al Museo Nazionale e di ritorno, alla stazione.
Chiacchierando d’altro, Jeo le fece notare che non si vedeva nessun coniglio in quel posto. Come poteva dire di essere un coniglio catturato proprio a Ueno? Una serafica Shizuka, dopo averlo guardato quasi con compassione, gli si avvicinò alzandosi sulla punta dei piedi e gli sfiorò la guancia con un bacio. Quindi sorrise e lo prese a braccetto. Poi, continuando a camminare, gli appoggiò la testa sulla spalla e rimase in silenzio con aria trasognata per quasi tutto il tempo. Joe non ebbe il coraggio di replicare, ma in quel momento arrossì di piacere.
Dobbiamo infatti ammettere che Joe si era invaghito di Shizuka fin dal primo momento in cui la vide. Riflessivo e prudente com’era, aveva cercato di capire la sua reazione emotiva. Ma poi fu costretto ad accettare quella realtà che sentiva di non poter controllare: era perdutamente innamorato di Shizuka. Forse si trattava solo di un amore adolescenziale destinato a svanire in fretta, improvvisamente come era nato. O forse no. Era difficile dirlo in quel momento.
Intanto, gli aneddoti sulla ragazza avevano preso a girare per la scuola in modo insistente, alcuni veri, altri inventati o esagerati ad arte, come avviene sempre nel ciclo di vita di un pettegolezzo.
Si vociferava, ad esempio, che anche prima della sua presunta follia, Shizuka indossasse sempre una specie di codina rosa a fiocco, sotto alla gonna, trapuntata alle mutandine e che la mostrasse orgogliosa nei bagni alle altre ragazze alzando la gonna della divisa alla marinara, su richiesta, quando ancora la indossava. Ma non come bravata di cui ridere, piuttosto con grande soddisfazione e orgoglio.
Un giorno come gli altri, le ragazze erano negli spogliatoi. Era l’epoca in cui Shizuka aveva cominciato a sostenere di essere un coniglio. Nel constatare la veridicità della leggenda sul codino, le compagne avevano da subito riso allegramente, qualcuna l’aveva presa in giro, anche se con affetto quella volta. Un’altra, nota per il suo temperamento esuberante, si era lasciata andare ad apprezzamenti: “Che bel sedere che hai Shizuka-chan, la tua codina lo valorizza”, disse, dandole poi un’energica sculacciata per enfatizzare le sue affermazioni. Shizuka emise uno squittio e fece un piccolo balzo per lo spavento, ma poi non disse niente, e anzi sorrise arrossendo.
In breve, però, tutte si resero conto che la coniglietta, se fingeva, lo faceva con grande abilità. Era assolutamente fiera della sua coda e non trovava la cosa né ridicola, né strana. E questo contribuì al loro smarrimento. Tanto più che ricordavano il suo comportamento sempre equilibrato e di basso profilo prima di quella nuova fase. Che fosse veramente svitata, Shizuka?
Per non annoiare il lettore, riporteremo notizia dell’ultimo tentativo del mondo dei normali di riportare la coniglietta dalla parte del giusto. In realtà, ce ne furono molti altri, ma il tenore di quei discorsi non era tanto diverso da questi che stiamo qui testimoniando.
Generalmente, quel suo modo di vivere appariva del tutto ordinario a Shizuka stessa, ed anzi, si indispettiva quando qualcuno cercava di spiegarle che quello era un comportamento infantile, che continuando a quel modo avrebbe danneggiato il suo rendimento scolastico e, sicuramente, il suo stesso futuro. A sentir tirare in ballo cose così impalpabili come il futuro, la ragazza, solitamente così garbata, sbottava.
– Sono solo un coniglio, che volete che mi importi del futuro?
C’era però un’altra cosa che faceva sospettare che non si trattasse di una burla. Su altri argomenti Shizuka era perspicace e fluida nel ragionamento, anzi è noto che avesse anche un’intelligenza e una cultura sopra la media. Solo quando si toccava quella “questione del coniglio” cominciava il suo delirio.
I genitori, interpellati dalla scuola, erano apparsi subito preoccupati. Abituati a una routine familiare serena e a una figlia diligente e rispettosa, pensarono a qualche grave malattia o a un esaurimento nervoso, magari dovuto al troppo studio.
In seguito alle martellanti domande poste da psicologi e assistenti sociali, venne fuori che la ragazza non aveva dato nessun segno di squilibrio nei mesi precedenti; la famiglia non era una di quelle, come si è soliti dire, “disfunzionali”. E neppure c’era stata carenza di affetto da parte loro, secondo quanto confermarono a più riprese anche la sorella e il fratello di Shizuka.
Gli altri due figli, di poco più grandi di Shizuka, avevano avuto una vita fino a quel momento del tutto ordinaria e parlavano con affetto dei genitori, assicurando che si erano presi cura di loro da sempre.
Era, insomma, una di quelle famiglie così serene da sembrare quasi irreale. Le testimonianze fuori dalla famiglia confermarono la storia come era stata raccontata: i Tanaka erano davvero una famiglia felice. O meglio, lo erano stati.
Nel timore di perdere la faccia e di rovinare il futuro della figlia, la madre e il padre di Shizuka avevano accettato di seguire la strada della terapia di famiglia. Le avevano proposto una lunga vacanza, lontano da scuola, – cosa che lei rifiutò – ma nessuna di queste iniziative diede risultati. Al contrario, Shizuka tutte le volte che tornava da una di quelle sedute durante le quali medici o altri benefattori cercavano di farla rinsavire, aggiungeva una stramberia al suo comportamento.
Con un certo sollievo dei genitori, però, a parte l’abbigliamento che via via si faceva sempre più… “coniglioso”, Usagi-chan teneva un comportamento abbastanza ordinario fuori casa, se non si toccava la questione della sua identità. Studiava con profitto, si prendeva cura della sua persona, conduceva generalmente una vita sana.
Col passare delle settimane la faccenda trascese l’ambito familiare e scolastico, arrivando non si sa come, anche ai notiziari. Su quella storia si buttarono come avvoltoi personaggi in cerca di fama, psicologi dei salotti televisivi e persone di quel tenore. Avevano intuito che quella storia, curiosa e quasi ridicola com’era, poteva rivelarsi loro utile in qualche modo.
Occorre però procedere un passo alla volta. La prima fase della nuova esistenza di Shizuka come coniglietta si svolse soprattuto a scuola. E fu più comica, che drammatica.
***
Nella scuola di *** nel distretto di *** di Tokyo, il problema di quella ragazzina che sembrava soffrire di una comica malattia mentale aveva quindi tenuto banco per qualche settimana come argomento principale.
Uno degli insegnanti, tale Ishikawa, si era trovato nel ruolo di mediatore, essendo la ragazza una sua alunna.
– Lo psichiatra che ha visitato Tanaka-san dice che dovremmo fare uno sforzo e assecondare le sue piccole follie, per ora. – dichiarò il professore davanti a un gruppo di insegnanti che aveva tutta l’aria di essere un comitato.
– Cos’altro potremmo fare? – chiese senza convinzione un’altra insegnante, quasi parlando con se stessa.
All’angolo del tavolo stavano seduti i genitori di Shizuka, silenziosi e con la testa china. L’insegnante Ishikawa sentì che doveva consolare i due malcapitati.
– Non vi preoccupate, però. Il rendimento di vostra figlia è veramente buono. Direi che è tra le prime del suo anno.
I due genitori accennarono un sorriso e un inchino con la testa, ma non sembrarono così persuasi che quella fosse una buona notizia.
– Sono crisi che poi passano, crescendo; attendiamo e cerchiamo di non preoccuparci. – aggiunse un altro insegnante che se ne era stato zitto per la maggior parte del tempo.
Una luce bianca e asettica rischiarava la stanza. Fuori pioveva ed era un pomeriggio piuttosto scuro e malinconico.
Queste poche battute erano l’epilogo di una lunga vicenda che per ora si concludeva così, con l’idea che l’attesa sarebbe stata l’unica cosa possibile da fare.
La giovane Tanaka Shizuka doveva essere lasciata nella sua convinzione di essere un coniglio. Non doveva essere incoraggiata, ma neppure ostacolata o, peggio ancora, punita. Lo psichiatra che l’aveva visitata, e che poi si era dilungato in una lunga chiacchierata con lei, aveva anche consigliato di soprassedere alle stranezze di Shizuka finché queste non avessero causato pericolo per la ragazza o per chi le stava intorno. Diversamente, famiglia, amici, compagni e insegnanti, avrebbero dovuto trattarla come se niente fosse.
Le cose però andarono in ben altro modo. Dai la possibilità a un gruppo di giovani di esercitare la loro cattiveria sadica su qualcuno, e stai sicuro che lo faranno.
Nei corridoi della scuola non si parlava d’altro. Erano particolarmente interessate a Shizuka due coetanee, una certa Hina e la sua amica Tomomi, le quali rimuginavano in continuazione sulla storia della ragazza-coniglio con una certa malignità compiaciuta. Joe stesso sentì qualche conversazione di Hina in proposito, e non sempre seppe trattenersi dal prendere le difese dell’amica.
Il gruppo di ragazze architettò ogni sorta di scherzi a suo danno, come farle trovare un coniglio morto nell’armadietto, riempirle la borsa di carote marce, e altre gentilezze come queste.
Ma tutto questo, incredibilmente, non scosse Shizuka più di tanto. Anzi, affrontò sempre tutto con un sorriso e con distrazione.
– C’è una tipa del tutto fuori di testa. È convinta di essere una coniglia. – diceva Hina, ridendo con un ghigno, parlando di lei ad altre ragazze che non conoscevano ancora la storia nei dettagli. – Ditele di tirare su la gonna, vi farà vedere come se niente fosse che ha una coda da coniglio attaccata al culo!
– Con quelle orecchie è veramente ridicola! – ribatté Tomomi ridendo e mimando il gesto con le mani sulla testa e facendo una smorfia.
– Ora della sua bellezza se ne farà ben poco, visto che è diventata scema. – aggiunse una terza ragazza, non nascondendo l’invidia che provava per l’avvenenza di Shizuka.
– Però non è giusto! Noi veniamo punite se non portiamo i capelli neri e sciolti come dice il regolamento, e a quella viene permesso di girare come le pare. – aggiunse ancora Hina con espressione feroce.
– Cosa vuoi che ti dica? Avrà concesso favori sessuali ai professori, altrimenti non si spiega questo privilegio. – puntualizzò Tomomi.
Il caso volle che in quel momento passasse Shizuka. Al suo passaggio si fece quasi silenzio, qualcuno sghignazzò. Shizuka camminava sorridendo con un candore che avrebbe sorpreso chiunque. Pareva stare benissimo in quella condizione, non c’era aria di disagio o vergogna nella sua espressione. Anzi, guardava tutti con tale benevolenza che coloro che incorrevano nel suo sguardo non potevano fare a meno di sorriderle in cambio. Questo faceva infuriare ancora di più Hina e Tomomi.
– Che sfacciata, non ha nessun pudore. È una viziata e basta. E finge di essere una svitata per fare quello che le pare! – biascicò Hina.
Un ragazzo si fece incontro a Shizuka. Era uno dei più popolari della scuola e fece segno a Shizuka di aspettare un attimo.
– Tanaka-san, sai che quelle orecchie ti stanno proprio bene? – disse con una voce profonda e un sorriso sincero.
La ragazza si portò le mani alle orecchie e piegò leggermente la testa di lato, arrossendo un po’.
– Grazie, Hiroto-kun,3 ma sono un coniglio, è normale che abbia queste orecchie, non pensi?
Hiroto, che non aveva nessuna intenzione di prendersi gioco di lei, ma piuttosto provava per lei anche un certo interesse, si mostrò divertito.
– Tanaka-san, sei veramente in gamba! – e dicendo così si allontanò strizzandole l’occhio.
Lei fece un inchino leggero con la testa e riprese a camminare verso gli armadietti.
Le due antagoniste avevano assistito al breve scambio di battute e Tomomi aveva anche usato parole volgari all’indirizzo della rivale. Hina, che puntava Hiroto da tempo, si stringeva le mani, morsa dalla rabbia.
– Ora mi metterò anche io a fare l’idiota, fingendo di essere una capra per attirare l’attenzione della gente. – mormorò a denti stretti.
Shizuka, che in breve tempo venne ribattezzata da tutti semplicemente “Usagi-chan”, con grande piacere dell’interessata, divenne così in poche settimane una visione bizzarra, ma per il momento tollerata, che vagava per i corridoi e per le aule della scuola.
Infastidita ulteriormente dalla vicenda di Hiroto, Hina pensò bene di architettare una nuova burla per vendicarsi del fatto che il ragazzo che le piaceva prestasse attenzione a Shizuka e ignorasse lei. Scherzo non molto fantasioso, in verità. Ma non c’era da aspettarsi troppa originalità da coloro che quella originalità la deridevano e la condannavano.
Qualcuno, su commissione di Hina, fu così solerte da riuscire a procurarsi escrementi di coniglio in buona quantità e, con uno stratagemma, ficcarli nell’armadietto di Shizuka, la quale si ritrovò le sue cose tutte maleodoranti, nelle risate generali delle ragazze della “gang” di Hina.
– Che schifo! È merda di coniglio! – gridò una complice che si era piazzata apposta di fianco a lei quando aprì l’armadietto.
La cosa suscitò l’ilarità generale, ma Shizuka non si dovette sforzare molto per non darla vinta. La sua reazione fu la solita, quella volta come le successive. Effettivamente, la cosa non la disturbava davvero, non doveva neppure fingere. Cosa che mandava su tutte le furie il gruppo delle bulle.
Un’altra volta le amabili compagne di scuola avevano ricavato un fotomontaggio usando la testa di Shizuka e il corpo di una ragazza completamente nuda. Con quell’immagine particolarmente riuscita avevano poi composto una specie di volantino, un annuncio che proponeva prestazioni ambigue da parte della “coniglietta”. La crudeltà dello scherzo stava anche nel fatto che sul volantino si trovava in bella vista il vero numero di telefono di Shizuka, con un invito a scriverle o a chiamarla se si desiderava “realizzare le proprie fantasie”.
Hina e le altre avevano pensato bene di tappezzare tutta la scuola con quelle immagini, cosa che poi creò grande subbuglio e che infine si ritorse contro le carnefici, poiché si riuscì a individuare le responsabili della malefatta e a punirle.
Shizuka, da parte sua, aveva guardato la copia del volantino attaccata sull’anta del suo armadietto e l’aveva lasciata al suo posto. Non ne staccò neppure una di quelle che ricoprivano le pareti della scuola. Non parve neppure notarle. Forse quell’indifferenza era uno dei sintomi della sua malattia?
C’era, però, anche qualcuno a cui Shizuka stava particolarmente simpatica, che la reputava una persona in grado di fare ciò che desiderava, incurante dell’opinione altrui. Anche chi prima non la conosceva, cercò l’occasione per scambiare qualche parola con lei, dato che, suo malgrado, era diventata la ragazza più popolare della scuola e non solo.
– Usagi-chan, ma come fai ad avere sempre unghie così perfette? – chiese la piccola Haruna a Shizuka, un giorno.
Lei si guardò le unghie rosa, curatissime, e spiegò il procedimento per renderle così lucenti.
– Ma per noi conigli, il rosa è un colore naturale. – aggiunse senza dar la parvenza di dire una cosa senza senso.
Ecco, tra le convinzioni di Shizuka c’era proprio quella del colore. Era convinta che i conigli avessero una particolare relazione col colore rosa e col bianco. Così, si sforzava di abbinare con sapienza questi due colori nel suo look, sempre impeccabile. Altri avevano cercato di farle notare che i conigli sono di ben altro colore, piuttosto grigi o marroni, al massimo tutti bianchi in certe aree geografiche. Ma rosa proprio no. Usagi-chan aveva usato l’esempio del cigno nero per mettere a tacere quelle obiezioni.
– Tutti i cigni sono bianchi, finché non si cambia continente e si scopre che esistono anche i cigni neri. Ecco, esistono anche i conigli rosa e bianchi, e io ne sono la dimostrazione vivente, non vedete?
Era difficile controbattere a tanta ingenua convinzione. Haruna, che si era affezionata a Shizuka, acconsentì con la testa, si avvicinò e prese tra le sue le mani dell’amica in segno di affetto, con la scusa di guardare ancora una volta le unghie.
Anche lei in passato, come Shizuka in quel periodo, era stata presa di mira dalle compagne perché, pur ben fatta e proporzionata, era molto piccola e sembrava più giovane della sua età. Il suo modo di portare i capelli in un caschetto squadrato molto corto accentuava quella sensazione di trovarsi di fronte a una bambina, piuttosto che a una adolescente. Di Shizuka aveva sempre apprezzato l’estrema gentilezza e il rispetto innato che portava per tutti, con un contegno che arrivava persino a ignorare le provocazioni delle compagne prepotenti. Così, in quella fase di “follia”, Haruna aveva deciso di continuare a frequentare l’amica come se niente fosse.
– In fondo è solo una persona originale. Non fa male a nessuno. – disse un giorno a un gruppo di compagne che stava esprimendo dubbi sullo stato mentale di Shizuka.
– Hina dice che è tutta una sceneggiata per fare i suoi comodi. – aggiunse una di loro.
– Idiozie belle e buone! Usagi-chan non ha bisogno di attirare l’attenzione! La gente le vuole bene così com’è, senza che lei cerchi di farsi notare. – ribatté Haruna con una certa enfasi.
– Che, ti sei per caso innamorata di Tanaka-san, Haruna? – le fece eco un’altra con malizia.
***
In sostanza, pareva si configurassero due atteggiamenti contrapposti: o si odiava Shizuka in modo violento e in un certo senso irrazionale, o al contrario la si amava in modo incondizionato.
Per quanto riguarda questo secondo gruppo, forse furono proprio le orecchie rosa spelacchiate che le spuntavano dalla testa a colpire all’inizio l’attenzione di Joe.
Lui, al pari di Shizuka, era nauseato dalla banalità di quella vita, tutta ingabbiata da regole, e quasi quasi capiva perché lei sentisse il desiderio di vivere in una realtà parallela, anche se non se ne rendeva conto. “Forse si fa semplicemente beffe di tutti noi, – pensava lui – forse quello è il suo tentativo di dirci che per lei questo mondo così com’è è orribile e ha trovato quel modo gentile e indiretto di farlo notare agli altri.”
Dobbiamo però essere onesti con il buon Joe. Per quanto potesse essere un sognatore nobile e in buona fede, la sua grande attrazione per Usagi-chan aveva anche altre ragioni, e stavano tutte, per così dire, addosso a Shizuka: i suoi nerissimi capelli fluenti, un visino incantevole, e il fatto che la codina da coniglio spuntasse da un sedere disegnato con forme degne di una scultura dei maestri italiani del Rinascimento. Tutto questo spiegava bene come Joe, a quel tempo nel colmo della tempesta propria della giovinezza, fu preso da qualcosa che ritenne amore. E forse l’amò davvero, la sua Shizuka.
Percependo la vicinanza del ragazzo, lei fin da subito gli espresse a sua volta e, a modo suo, un certo attaccamento:
– In una vita precedente anche tu devi essere stato un coniglio. – gli disse sempre in quelle prime settimane, una volta che passeggiavano nei pressi di Harajuku.
Poi si fermò davanti a un Family Mart e ne uscì subito dopo con due confezioni di succo di carota che aveva già iniziato a bere all’interno del konbini.4 Il secondo lo aveva preso per Joe.
In breve tutti pensarono che i due fossero fidanzati, anche per via di alcune tenerezze che si scambiavano, come camminare fianco a fianco, qualche volta per mano. La voce arrivò anche alla perfida Hina che non si lasciò scappare l’occasione di proferire una cattiveria.
– Ora capisco perché la difendevi così, – le disse sfacciatamente davanti alla scuola – te la intendi con la coniglia pazza!
In realtà, quell’atteggiamento affettuoso era dovuto semplicemente al modo di essere di Usagi-chan. Quando i due trascorrevano tempo insieme, lei lo prendeva sotto braccio, appoggiava la testa alla sua spalla, e sorrideva beata. Qualche volta solleticandogli il collo con le sue orecchie di peluche.
Cosa significava per lei questo atteggiamento? Ricambiava forse i sentimenti di Joe? Si stava innamorando anche lei o lo prendeva semplicemente in giro? Occorre dire, però, che applicare il metro di giudizio comune al comportamento di Shizuka non era possibile, come divenne chiaro in seguito.
Gli anni di quella prima giovinezza scorrevano quindi così per la giovane Shizuka e per il mondo che le ruotava attorno.
Non le renderemmo giustizia se dicessimo che non provasse dolore per la reazione – per lei eccessiva e immotivata – dei genitori che si sentivano come traditi dal suo comportamento e dal biasimo che sentivano ricadere su di loro. Ma la sua indole istintivamente serena le impediva di farsi trascinare giù dalla malinconia. Sperò che in qualche modo la madre e il padre capissero, col tempo, cosa significasse la sua scelta.
Tra le varie complicazioni di tutta la vicenda, la relazione col fratello Kenta si deteriorò nei mesi e negli anni successivi in maniera quasi irreversibile.
– In questi anni hai fatto soffrire mamma e papà per uno stupido capriccio, – le disse qualche anno dopo, in uno dei rari momenti in cui le rivolgeva la parola – giocando a fare la pazza con questa storia del coniglio. Cosa credi, che potendo anche tutti noi non vorremmo fuggire dalla realtà come fai tu? Ma è troppo comodo. Bisogna prendersi la propria parte di normalità e sofferenza, è il nostro dovere!
Abbiamo, tuttavia, fatto un salto improprio nel futuro. Quei primi mesi in cui tutta questa storia cominciò, procedettero lentamente.
Ogni tanto il gruppo delle bulle prese ancora di mira Shizuka. Di accadimenti spiacevoli simili a quelli descritti ce ne furono altri, ma poi, vuoi per l’intervento delle autorità scolastiche, vuoi per la completa mancanza di reazione della vittima che le deprivava del divertimento, le carnefici stesse finirono per stancarsi. Prima quegli scherzi si diradarono, e quindi, in capo ad alcuni mesi, cessarono del tutto.
Infine, anche gli studenti, come già avevano fatto gli adulti, presero piano piano a convivere con indifferenza con quella ragazza. Era avvenuta una cosa ben precisa: tutti si erano abituati a Shizuka. La scuola e il mondo intorno a lei avevano deciso di ignorarla. Le sue orecchie rosa e bianche divennero invisibili.
Non avevano certo deciso di accettarla, cosa che avrebbe significato fare i conti con l’idea di un tipo di libertà per loro inpensabile. Piuttosto, scelsero di relegarla sullo sfondo delle stranezze che non suscitano più interesse. Se quelle presunte stranezze non potevano essere riassorbite nella loro normalità, tanto valeva fare finta che non esistessero.
Note al capitolo 1
1 Gyaru. Sottocultura giovanile nata in Giappone negli anni Novanta e divenuta particolarmente popolare nei primi anni Duemila. Era caratterizzata da un’estetica vistosa: capelli tinti, spesso biondi, abbronzatura artificiale, trucco marcato, unghie decorate e abiti alla moda. Pur avendo perso la grande diffusione di un tempo, continua a sopravvivere in forme più circoscritte.
2 Usagi-chan. Letteralmente “coniglietto” o “coniglietta”. Usagi significa “coniglio”, il suffisso -chan è impiegato come vezzeggiativo, di solito per le bambine, tra amiche di sesso femminile e per gli animali domestici. La parola si legge come “usaghi-cian”.
3 Kun. Prefisso che si attacca ai nomi maschili, soprattutto in giovane età, per esprimere confidenza, vicinanza. Di solito si usa con gli amici o con i figli maschi. Shizuka lo usa in modo non sempre corretto, come in questo caso.
4 Konbini. Sono catene di minimarket solitamente aperti 24h su 24, dal lunedì alla domenica. Sono diffusissimi in tutta l’Asia, specie in Giappone. Offrono servizi peculiari come il riscaldamento di bevande pronte, la possibilità di frullare la frutta acquistata, ecc.
Capitolo secondo
L’abisso del coniglio
Gli anni della scuola finirono. L’anno successivo alle vicende narrate Shizuka si diplomò. Aveva continuato a studiare con impegno e profitto, come prima della sua crisi d’identità. Le sue stranezze non le avevano impedito di condurre una vita tutto sommato tranquilla.
Decise poi di proseguire gli studi, stupendo chi le stava intorno: con quella scelta, infatti, si sarebbe dovuta ancora confrontare con regole e giudizi altrui. Trovato quindi un ambiente che non le sembrasse ostile, riuscì a entrare all’Università di ***, scegliendo letterature straniere, perché, come diceva con entusiasmo, “anche i conigli amano la poesia e le lingue”.
Come già era avvenuto al liceo, il comportamento di Shizuka e la sua figura attirarono spesso l’attenzione nelle aule universitarie, suscitando l’ironia di chi la incontrava. Divenne subito chiaro, però, che quella tipa strana seguiva le lezioni con grande serietà. In quegli anni si dice che imparò almeno un paio di lingue straniere a un livello tale da sostenere conversazioni fluide.
L’atteggiamento delle persone intorno a lei si era come cristallizzato. La sua vita, pur così bizzarra, sembrava approdata a una sorta di “normalità”. Ma era solo la calma prima della tempesta.
All’inizio tutti si erano fermati alla superficie, prestando attenzione al modo in cui si vestiva, al suo atteggiamento, giudicandola semplicemente un’immatura. L’ambiente attorno a lei si impegnò a ricondurla alla normalità, senza interrogarsi davvero su cosa volesse dire col suo modo di vivere. E anche quando si cominciò a parlare apertamente di malattia mentale, nessuno sembrò interessato a comprendere davvero Shizuka.
Gli anni, però, l’avevano resa più assertiva e il suo carattere si era fatto più deciso. Ai tempi della scuola, qualche insistenza e qualche punizione erano riuscite un po’ a contenerla. Ora, invece, si sentiva adulta e nessuno poteva più dirle come vivere.
Alla fine, la figura di Usagi-chan aveva finito per sostituire del tutto quella di Shizuka. Tanaka Shizuka non esisteva più da tempo, ma gli altri continuavano a illudersi di avere a che fare con una giovane donna semplicemente un po’ fuori dagli schemi.
Col passare del tempo, e verso la fine degli anni universitari, Shizuka iniziò a mostrare segni di inquietudine. Non smise mai di apparire lieta e sorridente, ma sviluppò piuttosto un interesse crescente, quasi morboso, per tutto ciò che era anomalo e per le persone meno raccomandabili. Per usare le parole degli esperti, il suo interesse si rivolse a ciò che veniva definito “antisociale” e “deviante”.
Perché lo faceva? Era una scelta consapevole o rientrava in un più generale quadro patologico di cui neppure lei si rendeva conto?
Il suo comportamento appariva contraddittorio: cercava la frequentazione di persone ai margini della società, ma al tempo stesso sembrava cogliere l’essenza di chi, all’apparenza, era perfettamente integrato. Persone stimate e di successo, che però celavano qualcosa di magmatico e irrisolto, non troppo diverso da ciò che tormentava gli emarginati.
L’inquietudine e la follia umana trovano molti modi per travestirsi e dissimularsi, e Shizuka sembrava possedere una sorta di sesto senso per riconoscere quel tipo di anime.
Joe continuava a vegliare su di lei, costruendole intorno una sorta di protezione invisibile. Per lui era diventata una missione, legata a ciò che considerava il suo amore per Shizuka.
Quando scoprì il suo crescente interesse per i disadattati, si inquietò. Indagando, venne a sapere ad esempio che tra le frequentazioni di Shizuka era comparso un individuo dai tratti comici e inquietanti, un italiano sulla quarantina, soprannominato Bimko. Con un gruppo di giovani ricchi ed eccentrici, teneva un salotto culturale da qualche parte a Tokyo. Spinta dal loro interesse per la letteratura, Usagi-chan aveva iniziato a partecipare ad alcune di quelle riunioni.
Ma più di quella frequentazione sporadica, a Joe preoccupava l’abitudine di Shizuka di girovagare di notte per le strade di Tokyo.
Non tutti conoscono la metamorfosi a cui va incontro la Tokyo notturna, in certe aree della città. Per la maggior parte dei giapponesi, per gli stranieri di passaggio e per molti degli stessi abitanti, la capitale è sì un agglomerato gigantesco di umanità e grattacieli, ma perlopiù un insieme ordinato e scorrevole, pulito e sicuro.
A notte inoltrata, nei fine settimana, aree come Kabukichō e il Golden Gai diventano per qualche ora una bolgia infernale, irriconoscibile rispetto al giorno. Ubriachi, giovani e meno giovani, schiamazzano ovunque, si ammassano seduti a terra, cantano e litigano. Qualcuno barcolla e viene sorretto da un amico. In un angolo una ragazza vomita mentre un’amica le tiene su la testa. Barboni avvolti in stracci spuntano dal nulla e dormono negli angoli più bui, in mezzo a quella massa di persone, e quasi li pesti se non fai attenzione.
Nel frattempo le sale da gioco di pachinko si riempiono all’inverosimile; lungo le vie, ragazzi africani cercano di attirare gli stranieri occidentali nei locali con la promessa di ragazze da sogno.
Poco dopo l’una, le strade attorno alla Kabukichō Tower si riempiono di ragazze vestite in abiti succinti, agli angoli delle vie. Non vogliono essere considerate prostitute, ma avvicinandosi spiegano che un’ora in loro compagnia in un love hotel della zona costa ventimila yen.
Le strade sono spartite da taciti accordi e conflitti violenti non ce ne sono. La Yakuza gestisce alcune vie, la mafia cinese altre poco più in là. Le giovani giapponesi sono silenziose e discrete e accompagnano i clienti nei motel; le giovani cinesi sono più esuberanti e sfacciate e li portano nei loro cosiddetti centri massaggi.
Verso le tre o le quattro del mattino, gli inservienti cominciano ad ammassare sacchi di spazzatura fuori dai locali che si apprestano a chiudere. Nei vicoli, illuminati solo da luci oblique e sinistre, spuntano dall’ombra orde di ratti che, saltellando qua e là, sembrano danzare in controluce attorno a quel banchetto inaspettato.
Poi si avvicina l’alba e l’area si svuota lentamente. Prima che riprenda la sua veste ufficiale, la città si ripulisce del tutto, come in un miracolo. La Tokyo notturna è sembrata solo un sogno. Si stenta a credere di averla vista davvero.
Shizuka prese a frequentare quelle strade proprio nelle ore della metamorfosi. Era in quei momenti che si manifestava il tipo di umanità che le interessava.
– Ehi, andiamo in un hotel? Ma non ho molti soldi. – le diceva un ragazzo ubriaco, scambiandola per una prostituta.
Shizuka sorrideva e spiegava che lei era solo un coniglio perso per la città, di hotel e di altre cose non ne sapeva nulla. Visto lo stato alterato dell’altro, quella spiegazione veniva accettata come la più ovvia delle verità.
Una sera tra le altre, Shizuka si avvicinò a una sua coetanea vestita anche lei con un suo “costume”, quello di una cameriera di un Maid cafè.5
L’aveva vista passare trascinandosi i piedi, quella sera. Girava intorno da ore, compiendo il suo percorso completo in circa venti minuti. Se ne rese conto perché, rimanendo seduta nello stesso posto, la vide ripassare un paio di volte.
La terza volta che la ragazza spuntò dall’angolo della strada, Shizuka si alzò in attesa che le passasse ancora accanto, poi l’affiancò. Quella la guardò di sottecchi, incuriosita e insospettita. Il trucco sfatto le anneriva l’intorno degli occhi e il suo sguardo vuoto non lasciava dubbi sul fatto che fosse completamente ubriaca.
– Che vuoi? – le disse senza troppe cerimonie.
– Buona sera. Mi piace il tuo vestito.
– Sì, ma non mi hai detto che vuoi da me!
– Solo parlare. Come ti chiami?
– Emma. Tu?
– Io? Vedi? – rispose Shizuka indicandosi le orecchie sulla testa – Sono un coniglio. I conigli non hanno nome. Mi chiamano tutti semplicemente Usagi-chan.
– E cosa cerchi? Non ho carote con me. – ribatté Emma che, divertita dalla sua stessa risposta, prese a ridere.
– Perché è tutta la sera che giri in tondo? – riprese ancora Shizuka.
– Mi hai spiata? Ma che vuoi?
– Non ti arrabbiare, è solo una domanda.
Emma abbassò la testa guardando la strada e per alcuni istanti continuò a camminare senza parlare.
– Ma che vuoi che ne sappia! Ho voglia di camminare, così cammino.
– È una buona risposta. Però prenderai freddo così, non hai qualcosa da metterti?
– Ma se anche tu sei mezza svestita, non vedi? Hai la gonna così corta che tra poco ti si vedono le mutande.
– Sì, ma io sono abituata all’aria aperta e al freddo… perché sono un coniglio.
Emma la fissò in viso seria e poi con espressione divertita.
– Tu sei proprio matta, vero? E non sembri neanche ubriaca.
– Così dicono, ma non mi importa di cosa dice la gente. E poi evito l’alcool. Mi fa diventare tutta rossa.
Questi erano brandelli di conversazione che Shizuka intratteneva con i personaggi della notte. Non era ben chiaro cosa volesse ottenere da quel suo girovagare senza meta. Era però evidente che provava una specie di simpatia innata per le persone, di qualsiasi tipo fossero.
Qualche volta spuntava Joe, la prendeva per mano e la riportava con pazienza a casa. Lei talvolta protestava, non si muoveva da lì. Altre volte lo assecondava e tornava con lui.
Joe, però, avrebbe dovuto pensare anche al suo futuro, a costruire la sua vita. La giovinezza sarebbe volata via in un batter d’occhio, non poteva impiegare tutte le sue energie solo per cercare di inseguire e proteggere la sua sciagurata coniglietta.
Nel tentativo di capire il progressivo logorarsi della mente di Usagi-chan, Joe finì per studiare medicina, con l’intento di diventare in seguito uno psichiatra. Fu in quegli anni che conobbe un certo dottor Kimura, docente universitario e psichiatra di grande fama. Joe lo aveva soprannominato il “Grande Vecchio” e così si riferiva al dottore quando parlava di lui.
Quel Kimura era a sua volta una figura controversa nel suo ambiente. Si riconosceva in lui un grande studioso della mente, ma gli si rinfacciavano idee poco ortodosse. Una parte del mondo accademico pareva attendere un suo passo falso per accusarlo di essere un ciarlatano. I più fedeli sostenitori desideravano al contrario vederlo addirittura candidato al Nobel per certi suoi studi giovanili.
Non appena Joe riuscì ad entrare in confidenza con Kimura, gli chiese un appuntamento. Con il pretesto di un colloquio studentesco, voleva infatti capire se Kimura avrebbe potuto aiutarlo con Shizuka. L’opera di altri colleghi si era rivelata inutile e Joe, che si stava costruendo una sua cultura sull’argomento, riteneva che le diagnosi di altri psichiatri non fossero niente di più che aria fritta. Ripetevano come pappagalli quello che leggevano nel Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali.
Il Grande Vecchio si interessò dapprima alla nuova paziente in modo puramente scientifico; solo in un secondo momento, avendo la possibilità di conoscerla di persona e parlarle a lungo, iniziò a seguire il suo caso con un coinvolgimento sempre maggiore.
Anche Kimura, come altri prima di lui, inizialmente si attenne a conclusioni da manuale. Shizuka rifiutava in generale le regole sociali, non vi si adattava, e aveva costruito un’identità immaginaria per prenderne le distanze in modo indolore. La pulsione verso una vita più istintiva, senza regole, fatta di pura animalità, l’aveva portata a quella forma di travestimento come mezzo per esprimere il proprio desiderio di libertà e di affermazione del sé.
Una spiegazione che, secondo Joe, suonava fin troppo da saggio erudito, ma che almeno sembrava gettare una luce, seppur parziale, sull’anima di Shizuka.
Shizuka fuggiva dunque da se stessa e da tutto ciò che era umano? E perché, allora, sembrava cercare l’umanità proprio negli individui più reietti della società? Era questa la contraddizione che anche Kimura iniziò a discutere con Joe.
Alla fine l’illustre medico si persuase a prenderla in carico come paziente in modo ufficiale. Shizuka trascorse alcune ore con Kimura, in una serie di visite distribuite su più giorni.
– Cara Tanaka-san, sei abbastanza grande perché io non ti nasconda nulla – iniziò a dire il dottor Kimura nel corso di una di quelle sessioni. – Ho chiesto io esplicitamente ai tuoi genitori di parlare direttamente con te, con franchezza. Anche se sei adulta, ritengo che vadano comunque presi in considerazione. Spero non ti dispiaccia.
Shizuka stava seduta con la testa leggermente china, accennando un sorriso. Non sembrava a disagio, solo immersa in se stessa.
– Sai perché ti stiamo sottoponendo a tutte queste visite? – chiese Kimura dopo un paio di minuti di silenzio.
– Come potrei non saperlo, visto che sono anni, ormai, che i miei genitori e tutti gli altri non si rassegnano?
– Rassegnano a cosa?
– Al fatto che io sia un coniglio. È così difficile da capire e da accettare?
– Tanaka-san, ma tu non sei un coniglio! Guarda, questo è un coniglio! – ribatté Kimura mostrando la foto di un coniglio domestico appositamente preparata. – Pensi che ti somigli?
– Ognuno è fatto a suo modo. Non posso essere uguale a un altro coniglio. – tagliò corto Shizuka, incrociando le braccia.
– Mi metti in difficoltà. Non vedo segni di patologia, sembra quasi uno scherzo da cui non vuoi uscire. Eppure ho la sensazione che tu sia sincera. Sono intuizioni per cui, di solito, mi criticano.
Shizuka parve compiaciuta, prese ad arrotolarsi una ciocca di capelli che le ricadeva davanti, continuando però a sorridere, anzi accentuandolo vistosamente.
– Questa cosa sembra farti piacere. – disse ancora Kimura. – Stai sorridendo.
– Anche a lei, Kimura-san, la gente deve dirle cosa deve pensare e cosa deve fare della sua vita. E mi sembra che questo non le faccia poi tanto piacere. Così ci capiamo!
– Già… – Kimura sorrise appena, poi si fece serio. – Più sei lucida, più mi confondi.
– Io sono un coniglio. Punto e basta. Non devo dare spiegazioni a nessuno di quello che sono. Tutte queste domande che mi sento ripetere da anni sono inutili. Posso cambiare idea sulla mia natura? Posso anche dirvi “va bene, non sono più un coniglio, sono solo una ragazza”. Ma farei finta, per farvi stare zitti e lasciarmi in pace. Dentro, per conto mio, rimarrei un coniglio.
– Ma tutte queste incongruenze… il tuo corpo è umano, parli…
– Sono idee vostre, la vostra opinione. E io non sto a dirvi cosa dovete pensare.
Kimura scosse la testa, ma senza alcun segno di irritazione. Anzi, sembrava osservare Shizuka con un interesse crescente.
– Shizuka-san, facciamo un accordo, vuoi? – riprese, passando al nome proprio. – Io accetto, con sincerità, il fatto che tu sia un coniglio. Lo dico davvero, non ti prendo in giro. Però devi promettermi una cosa. Se un giorno dovessi avere dei dubbi, verrai a parlarmene.
Shizuka fece un inchino:
– Prometto. – disse alzando la testa e guardando con affetto l’anziano Kimura.
Quella fu la seduta conclusiva. Negli incontri precedenti Kimura aveva mantenuto un atteggiamento più distaccato, osservando la ragazza con attenzione prima di lasciarsi coinvolgere dal suo caso.
In seguito cercò, per quanto possibile, di rassicurare i genitori. I signori Tanaka erano avviliti come nei primi tempi, ma ormai anche rassegnati. Per anni avevano sperato in un cambiamento che non era mai arrivato.
– Si metta nei nostri panni, dottore, – ribatté il padre della ragazza durante un colloquio – noi volevamo solo una vita normale per la nostra Shizuka. Niente di particolare. Che fosse felice e basta.
– Tanaka-san, ma vostra figlia… è felice! Non ve ne siete accorti? – fece di rimando Kimura.
Tanaka padre scosse la testa in silenzio, poi riprese:
– Ma come fa a essere felice una malata di mente? Come farà ad avere una vita, una famiglia, un lavoro come si deve?
– Forse perché state parlando della felicità che desiderate per lei, non di quella che desidera lei stessa.
La madre, che era stata in silenzio fino ad allora, si mise a singhiozzare, nascondendo la faccia tra le mani. In quegli anni si era rivelata più forte del marito, ma ormai aveva ceduto all’evidenza. Sua figlia era pazza e così sarebbe stata per tutta la vita.
– So che è difficile, – riprese lo psichiatra – ma dovete ascoltarmi. Vostra figlia sta bene. È una ragazza intelligente, e quella che voi chiamate “follia” non le impedisce di essere felice. L’ho vista serena, a parte la contrarietà che le si esprime per questa situazione. Potrà, in qualche modo, anche condurre una vita quasi normale… nel senso in cui lo intendete voi, si capisce…
– Cosa significa come l’intendiamo noi? – rispose la madre – Come può essere felice una ragazza che dice di essere un coniglio e che fa tutte quelle cose strane? E poi è proprio perché è bella e intelligente che io mi dispero. Avrebbe potuto fare qualsiasi cosa, invece…
– E perché non può essere felice? Vi siete mai posti questa domanda? Io, in tutta onestà, non vedo ostacoli, se non quelli che siamo noi stessi a metterle davanti. Se parlate di questo, allora avete ragione: nessuno perdona facilmente l’originalità, figuriamoci una libertà così radicale di essere se stessi!
– Kimura-san, lei adesso sta facendo della filosofia. Possiamo anche capirla, ma poi, concretamente, Shizuka verrà trattata da idiota per il resto dei suoi giorni. E né io né mia moglie vediamo ragioni per accettare questa cosa, o persino gioire della presunta felicità di nostra figlia. Ci chiami pure ottusi, ma non possiamo fare diversamente.
Al dottore rimaneva solo un interlocutore che potesse capirlo: il fidanzato non ufficiale di Shizuka.
Kimura, durante gli incontri successivi con Joe, tornò spesso alla parola “ribellione”, in analisi che sembravano sempre più voli del pensiero che diagnosi mediche.
– Quella sua spinta… sì, ecco… non è altro che una ribellione. Ribellione titanica, apocalittica, combattuta con orecchie di peluche rosa e una vocina sempre sorridente. E poi, figliolo, è veramente carina, ti capisco. – disse con tono grave Kimura rivolgendosi a Joe che aveva rivelato al medico il suo rapporto con Shizuka.
E poi il dottore aggiunse, ridacchiando:
– La “ribelle con orecchie di peluche”… suona anche bene, non trovi?
Usagi-chan era forse un tipo anomalo di ribelle, priva di rabbia.
Come risulterà chiaro, e come si diceva, gli esseri umani in fondo li amava. Li amava profondamente.
Lo dimostrava, ne parlava. Un pomeriggio, ad esempio, raccontò al dottore che era solita trascorrere ore e ore sui treni della linea Yamanote, semplicemente osservando le persone. Diceva che ognuno, in qualche modo, meritava attenzione e un frammento del nostro tempo, che avrebbe voluto dedicare almeno qualche secondo a tutti gli esseri umani che le fossero capitati davanti nel corso di tutta la sua vita. Prendeva persino appunti, faceva schizzi, disegnando i volti che la colpivano.
Non era compassione, ad esempio per chi sta peggio. Piuttosto un sentimento più vicino a quello che si prova per i bambini o per i cuccioli. Lei lo chiamava “amore”.
***
Abbiamo detto che Shizuka pareva inquieta. Ma questo poteva dirsi solo da chi la guardava da fuori, notando i cambiamenti delle sue abitudini. La ragazza, in realtà, in quel periodo appariva come sempre lieta e con la testa tra le nuvole.
Erano trascorsi già alcuni anni da quando lei e Joe si erano conosciuti nell’ultimo anno di scuola. Da ragazzi che erano, si erano fatti giovani adulti alle prese con il loro futuro. Ma il futuro pareva non esistere per Shizuka. Si ricorderà la sua reazione indispettita al solo nominarlo.
Era ancora giovane, il suo comportamento eccentrico aveva ancora margini di compromesso. Le sue stranezze avrebbero potuto cedere il passo lentamente a una vita accettabile. Ma cosa sarebbe stato di lei col procedere degli anni se nulla fosse cambiato?
Certo, in una città come Tokyo, dove basta camminare in certi quartieri per vedere tutti i tipi di esseri umani possibili, Shizuka passava inosservata. Ma quelle persone, che in qualche modo le assomigliavano in apparenza, nella maggior parte dei casi recitavano un ruolo temporaneo confinato a un’epoca della vita. Trascorsa quell’epoca giovanile, per loro sarebbe cominciata un’esistenza del tutto ordinaria.
Per Shizuka era tutt’altra cosa. Lei non stava cercando di affermare se stessa solo in quella fase giovanile, e non era neppure un qualche indefinito male di vivere che la spingeva su quella strada, ma qualcosa di molto più profondo e allo stesso tempo indefinito.
La sua relazione con Joe andava avanti. Si poteva dire che i due fossero una coppia, anche se anomala. C’era intimità tra loro e Joe sentiva che anche la ragazza provava passione e trasporto per lui. Difficile, però, parlare di una relazione stabile.
Le difficoltà venivano anche dal di fuori della coppia. I genitori di Joe erano venuti a sapere già dal primo periodo che il figlio frequentava una ragazza con conclamati problemi psichiatrici. Trattandosi di una cosiddetta buona famiglia, il futuro del figlio avrebbe condizionato anche lo status familiare a venire. Joe aveva, secondo loro, delle precise responsabilità. Non erano ammessi passi falsi.
A muso duro lo avevano affrontato, chiedendogli se si trattasse di uno scherzo o di qualche forma di crudeltà verso i suoi genitori. A Joe parve che non valesse nemmeno la pena spiegare che lui, la sua Usagi-chan, l’amava. Non c’era altro su cui discutere.
La strategia era prendere tempo. Il suo percorso di studi lo avrebbe tenuto per qualche anno impegnato all’università e sperava nel corso di quel periodo di far ritornare Shizuka entro certi limiti di normalità per poi, magari, sposarla veramente.
Per il momento decise di lasciare le cose così, indefinite, anche con Shizuka, frequentandola senza pretendere accordi più impegnativi. Cosa che per altro a lei non passava neppure per la testa.
Joe favoleggiava di un futuro non troppo lontano, verso la felicità e l’agognata normalità, con la sua coniglietta ormai rinsavita, o quasi. Magari avrebbe potuto portarla lontano da Tokyo, trasferirsi in qualche villaggio tranquillo, in campagna, lontano dalla cattiveria umana.
Nell’autunno di quell’anno, mentre Joe coltivava quei sogni con il cuore colmo di speranza, Shizuka sembrava giungere a una lucidità sempre più instabile, che oscillava tra chiarezza e follia.
Cominciò a parlare di “felici” e “infelici” e Joe ne fu stupito. Non era da lei giudicare. Poi, col tempo, imparò a capire cosa intendesse. All’inizio Joe pensò che i “felici” fossero i disperati che lei frequentava per strada. Invece, tra loro c’era anche una certa Satomi.
Satomi era una fiorista sulla trentina che gestiva un negozietto vicino alla stazione di Nakameguro. Era amica di Usagi-chan e accettava con naturalezza tutte le stranezze di Shizuka. Del resto, Shizuka stessa le raccontava a tutti dopo pochi minuti di conversazione; difficile che la cosa passasse inosservata.
Joe non riusciva a capire cosa ci facesse Satomi tra i “felici”. Forse era un rimpianto per una normalità perduta? Era proprio quella normalità, agli occhi di Shizuka, il segreto della felicità?
Per confondere ancora di più le idee a Joe, venne fuori che Satomi era sposata, con una bambina di due anni. Una vita tranquilla, serena, per certi versi monotona.
Tra gli “infelici”, invece, Shizuka metteva persone molto diverse dai clochard e vagabondi che incontrava di notte. Erano giovani uomini eleganti, in doppiopetto, con la loro impeccabile divisa di scena. Figure di successo, spesso.
Tra quelli che Shizuka ebbe la sfortuna di incontrare, vale la pena ricordare un certo Suzuki. Di lui, e del suo spietato amico Minamoto, si parlerà più avanti. Avranno un ruolo centrale in questa storia.
Il ruolo di queste figure fu decisivo. Con Suzuki, Shizuka iniziò il viaggio nella parte più oscura della propria mente e di quella altrui. Minamoto, in seguito, contribuì a costruire l’inferno in cui lei avrebbe scelto consapevolmente di vivere.
In quegli stessi anni Shizuka cominciò, senza volerlo, a far soffrire anche Joe. Non si sottraeva alle sue carezze e ricambiava apertamente il suo affetto, ma non voleva concedergli un’intimità esclusiva.
La cosa non sfuggì a Kimura. Pur avendo interrotto le visite, il medico continuava a seguire da lontano il destino della sua ex paziente. Il Grande Vecchio rifletteva spesso sull’ipersessualità compulsiva e sul confine sfuggente tra normalità e patologia.
Ai suoi occhi, quella frenesia era il sintomo di una più profonda bulimia di vita. Non la condannava; al contrario, le attribuiva quasi un valore vitale. Ripeteva spesso che la mente si comprende tanto con il bisturi che disseziona il cervello quanto con Confucio e Aristotele, che aiutano a capire l’uomo e la società.
Col tempo il suo interesse per Usagi-chan si intensificò proprio per quegli eccessi. Shizuka cessò di essere soltanto un caso clinico e divenne un oggetto di studio ossessivo e, infine, uno specchio nel quale Kimura finì per riconoscere i propri dilemmi esistenziali. Forse fu anche per questo che le si affezionò così profondamente.
Note al capitolo 2
5 Maid cafè. Locali tipici del Giappone, soprattutto di Tokyo, in cui giovani cameriere indossano costumi ispirati all’abbigliamento vittoriano o alla moda francese di fine Ottocento. Una caratteristica del servizio è che le ragazze si rivolgono ai clienti come «padroncini», offrendo talvolta piccole performance come balli o canti. L’intero ambiente è improntato all’estetica «kawaii», che si riflette anche nella presentazione delle pietanze e delle bevande.
Capitolo terzo
La massaggiatrice cinese di Kabukichō
Wang Mei viveva da otto o nove anni a Tokyo e si esprimeva in un giapponese ormai fluente, anche se con un caratteristico accento cinese. Tutti la conoscevano semplicemente come Koko, anche fuori dall’ambiente di lavoro. Lei stessa si era quasi dimenticata del nome con cui era nata.
Il suo impiego era quello di massaggiatrice. Il centro dove lavorava si trovava in un tugurio a Shinjuku, non lontano dal famoso grattacielo dove si vede in alto la testa mostruosa di Godzilla che spunta da un lato.
In una delle innumerevoli entrate che si aprono nell’intricato reticolato di vie lì attorno, una scala ripida e lurida rischiarata da fredde luci al neon portava a un luogo che ricordava una grotta. Il posto era reso ancora più asfittico dal fatto che fosse suddiviso con paraventi mobili per ricavare più spazi possibili di privacy per i clienti. Un’illuminazione da cimitero rendeva inoltre difficile camminare per i corridoi di quel cosiddetto “centro massaggi”. Unica concessione a quello squallore, alcuni abbellimenti in stile tradizionale cinese, qua e là, ma senza gusto.
Bobbo-kun, soprannominato così da quando si era trasferito a Tokyo, era il capo cinese di quell’impresa formata esclusivamente da altri connazionali. Per non pestare i piedi a nessuno, l’azienda di Bobbo pagava una piccola protezione alla yakuza, la quale a sua volta lo faceva lavorare senza problemi e in piena autonomia, con reciproci vantaggi.
Fin da subito il capo aveva spiegato a Koko che non l’avrebbero costretta a fare niente contro il suo volere, ma con una puntualizzazione:
– A fare massaggi belli e semplici guadagni solo gabbando qualche idiota americano o europeo. Ma, per lo più, quelli vogliono altro.
– Cosa? – aveva chiesto Koko, con finta ingenuità.
Bobbo rise. La sua grossa pancia e la sua testa pelata vibrarono come se fossero state un tamburo percosso da qualcuno. Le catene dorate che portava al collo tintinnarono insieme al suo flaccido pancione. Perline di sudore colavano dalla sua nuca.
– Devi menarglielo. E già facendo così, guadagni il doppio. Ma se qualcuno paga bene, devi semplicemente scoparteli. Mi sembra ovvio. Ma non dirlo per strada chiaramente, se non vuoi che vengano qui e ci facciano chiudere tutto, capito?
Koko ostentò una smorfia di disapprovazione.
– E quanto devo chiedere? – aggiunse.
– Beh, noi ti indichiamo il minimo, quello che viene a noi. Poi tu metti il rincaro che vuoi. Senza esagerare o li farai scappare via. Se sei brava a convincerli, guadagni un sacco di soldi. Qui, la sera, è pieno di ubriachi. Gli occidentali sono particolarmente stupidi e vanno matti per le donne di qui perché non sono abituati ad aver delle donne così belle come le nostre da quelle parti. – aggiunse Bobbo con una puntualizzazione razzista – All’occorrenza, fingiti giapponese, coreana, quello che serve, in base a quello che vogliono. Non hanno minimamente l’intelligenza di capire se sei cinese, giapponese, coreana o persino filippina. Sono troppo idioti. Li farai felici e loro non si accorgeranno di nulla. Non c’è niente di male, in fondo, nel far felice la gente. Sfilare loro i soldi è veramente facile, se sai come fare.
L’aspirante massaggiatrice sapeva benissimo cosa le avrebbero chiesto di fare in quel posto sudicio. Semplicemente stava studiando l’ambiente e sapeva per esperienza che fingersi ingenua era sempre utile.
Koko era solita portare una specie di basco viola in velluto scuro, calzato sui capelli biondi ossigenati. I capelli schiariti in qualche modo avevano contribuito a renderla il personaggio che era. Così, era più facile per lei pensare che stesse semplicemente fingendo, interpretando un personaggio di teatro e che non stesse vivendo, in realtà, una vita meschina e disperata come quella.
Qualche anno prima i lineamenti del suo viso sarebbero apparsi aggraziati e piacevoli, ma ora aveva costantemente un viso stanco ed emaciato a causa della vita notturna che conduceva.
Giunta da un qualche villaggio rurale del Nord della Cina, Wang Mei era letteralmente scappata di casa per cercare fortuna. Non tanto per arricchirsi, ma solo per il fatto che in quel villaggio viveva una vita insopportabile, sempre uguale a se stessa. La prospettiva era sposare un ragazzo del posto, trovare impiego in qualche fabbrica del distretto, fare più figli possibile, e morire di vecchiaia nello stesso identico posto che aveva avuto davanti agli occhi tutta la vita. Oltre tutto, quella era una delle poche aree del paese che non era stata travolta dall’ondata della crescita economica, e l’orologio della storia pareva quasi fermo all’epoca di Mao, con l’eccezione dei comfort della modernità. Tutte le volte che le si presentava questa visione davanti agli occhi, si diceva che avrebbe dovuto andarsene. Diversamente, si sarebbe impiccata di lì a pochi anni.
Il ragazzo che aveva amato, forse l’unico motivo che avrebbe potuto trattenerla nel suo villaggio, si era sposato con un’altra: l’esatto epilogo tragico previsto da tutti i drama di quarta categoria di questo mondo. Tanto valeva mandare tutti al diavolo, in quel buco schifoso di contadini. Aveva scartato da subito l’idea di finire in qualche megalopoli cinese come Shanghai o Chongqing. Voleva voltare pagina, cambiare paese, non sentire più parlare la sua lingua per anni.
Arrivata in Giappone, però, dovette giungere a compromessi. Aveva imparato qualche frase in giapponese, ma non era certo sufficiente per cavarsela laggiù. Dovette ritornare quindi sui suoi passi e cercare aiuto nella comunità cinese. Scartò l’idea di un lavoro “normale”, anche perché non aveva particolari competenze e non conosceva la lingua a sufficienza. Che senso avrebbe avuto, inoltre, ricadere nella vita di prima, anche se in un altro luogo? In fondo, era lontano da tutto e da tutti, a chi avrebbe dovuto rendere conto? Ai genitori disse di aver trovato lavoro in un ristorante di cucina cantonese, ma in realtà prese fin da subito contatti con quel mondo sotterraneo che per qualche ragione l’attraeva. Desiderava cadere in una specie di perdizione che avrebbe dovuto punirla per gli errori che pensava di aver commesso. Ovviamente, così giovane com’era, gli errori irreparabili stavano solo nella sua testa. Ma, come qualcuno dice, ognuno disegna il suo destino.
***
Erano le quattro del mattino e Koko aveva congedato l’ultimo cliente. Un americano obeso, con un muso da animale cattivo, ma una vocina sottile, che sapeva solo ridere e ripetere “I love China, I love China”. Koko si lavò il seno imbrattato dallo sperma già rinsecchito dell’americano e si rivestì.
– Sei diventata brava coi clienti. – le disse Luise, la tenutaria ultrasessantenne del “centro massaggi” alle dipendenze di Bobbo. Il capo si fidava solo di lei e le diceva di tenere severamente d’occhio le ragazze più giovani, inclini a truffare il centro e a far la cresta sul compenso dei clienti con lo stratagemma di dire che avevano pagato di meno del minimo stabilito.
– Capisco chi ho davanti e dico semplicemente quello che vuole sentire. – rispose Koko con voce stanca – È più facile di quanto sembri.
– Non dirmi che pensi ancora a quel francese? – ribatté ridendo Luise – Sei silenziosa in queste settimane.
– Non ho tempo per queste idiozie. Per me sono tutti uguali.
Luise, che si era data questo nome d’arte per darsi una certa importanza, faceva allusione a un giovane cliente francese che, di stanza a Tokyo per lavoro da alcuni mesi, era stato un assiduo frequentatore del centro massaggi. Tuttavia, aveva sempre e solo desiderato le prestazioni di Koko. Un paio di volte, lei assente, aveva declinato cortesemente la compagnia di un’altra ragazza e aveva detto che sarebbe tornato quando c’era lei.
Koko cominciò senza volere ad affezionarsi al francese e a farsi anche qualche illusione. Il ragazzo era di aspetto ordinario anche se piacevole, ma soprattutto la trattava con una cortesia che non ricordava potesse esistere negli uomini. Anche il modo in cui stavano insieme, insolitamente tenero, contribuiva a creare in lei illusioni sentimentali.
In cuor suo sapeva perfettamente che quelli erano sogni da ragazzina, ma non sempre la realtà e la razionalità si possono accettare così facilmente.
Infatti, per il francese arrivò il tempo di ritornare in Europa, visto che la sua trasferta finiva di lì a pochi giorni. Certamente salutò con grande affetto la sua massaggiatrice preferita, ma nulla di più. Sparì dalla sua vita quel giorno stesso, come se non fosse mai esistito. Koko aveva pensato di chiedergli un contatto, un numero di telefono, un indirizzo di posta elettronica, ma poi si era vergognata. Il francese avrebbe capito che si era invaghita di lui e ne avrebbe riso, avrebbe suscitato solo la sua pena. Era meglio lasciar perdere.
Effettivamente, nei giorni che seguirono e per qualche settimana dopo, Koko si sentì veramente disperata. La sua espressione mostrava che provava un gran dolore. Una reazione che neppure lei aveva immaginato potesse essere così intensa. Si era resa conto di avere avuto aspettative del tutto vuote. C’erano state promesse: “Quando torno a Tokyo vengo sicuramente a trovarti”, aveva detto lui. Ma Koko le aveva considerate parole al vento. E anche se fosse stato di parola? Nuove illusioni, nuove sofferenze. Sarebbe stato meglio non rivederlo mai più.
Per fortuna, la sua vita frenetica, fatta di notti al lavoro e mattine trascorse nel sonno fino al primo pomeriggio, l’avevano costretta a pensare meno. Alla fine si era rassegnata e aveva ritrovato il suo stato emotivo abituale, vale a dire una certa indifferenza per la vita.
– Senti Koko, – le disse una sera Luise – è tornato quel tale, quel tedesco di qualche giorno fa. Vuole stare con te, dice che sei bravissima, ma ricordo che…
– Sì, quel tipo puzza insopportabilmente, digli che non ci sono. Quasi vomitavo l’altro giorno.
Luise contrasse il viso, guardando di lato con un’espressione pensierosa.
– A chi posso rifilarlo… vediamo… Certo non dico una parola sul fatto che quel maiale puzzi così, ma tanto prendiamo i suoi soldi, poi la ragazza si lamenterà, ma avremo guadagnato.
Luise svoltò l’angolo in cerca di una ragazza e tornò con Lú yǐn, una ventisettenne arzilla e sempre inspiegabilmente allegra. La bellezza di punta del centro massaggi. Era forse l’unica ragazza che si potesse dire amica di Koko.
Proprio per questo, fu dispiaciuta nel vedere che Luise voleva affibbiarle il tedesco. Ma la stessa Luise, colta la perplessità sul volto di Koko, fece un segno con la testa come a dirle “stai zitta!” mentre Lú yǐn non guardava, e confezionò una bugia su misura.
– Lú yǐn, di là c’è un tedesco che vorrebbe assolutamente vedere Koko. A quanto pare, come lo succhia lei non c’è nessuno, dice. Ma Koko aspetta un altro a minuti. Tentiamo di tenere tutti e due i clienti, vai tu che sei così carina. Non ti rifiuterà. Se mi fai questo favore, ti puoi tenere cinquemila yen più del previsto sulla tua parte, va bene?
Lú yǐn non sospettando niente di particolare da quella proposta, accettò.
– Vado solo a lavarmi un attimo. Con quello di prima ho sudato tantissimo, ha voluto che stessi sopra a dimenarmi tutto il tempo. Sono stanchissima e mi fa ancora male la schiena.
– Ma quel tipo era cinese? L’ho visto solo da lontano, lo ha fatto entrare Bobbo. – chiese Luise.
– Sì, un turista di Pechino. Siamo pigri, cerchiamo i nostri connazionali anche all’estero, noi cinesi; almeno mi sono risparmiata la fatica di usare l’inglese. – rispose Lú yǐn.
E dicendo così scomparve nella penombra del lungo corridoio. Nel frattempo il tedesco attendeva nell’angusta anticamera che fungeva da zona cuscinetto per i clienti in attesa. Non farli incontrare era un vero gioco di abilità, vista la dimensione degli spazi.
Koko, pur dispiaciuta per Lú yǐn, fu sollevata di non dover sentire di nuovo quella puzza nauseante. Sperò che quella volta il tedesco fosse ritornato più pulito e che la sua amica non avrebbe dovuto sopportare quello che era toccato a lei.
– Luise, oggi me ne vado a casa prima. Sono più stanca del solito. – disse Koko.
– Vai, vai. Ci vediamo domani.
Era passata da poco l’una di notte. Fuori le strade brulicavano di gente. Proprio davanti alla porta del loro centro c’era uno dei tanti adescatori di clienti, un certo Kashiwagi che faceva una spietata concorrenza ai centri massaggi cinesi. Tuttavia, nonostante quella rivalità, la lunga conoscenza aveva creato una certa simpatia tra le ragazze e lui. In fondo si sapeva che in quella maledetta città c’era una tale massa di gente da rendere il mercato ricco per tutti.
– Kashiwagi-san, sei un maledetto! Sempre davanti alla nostra porta ti devi fermare!
Il ragazzo fece una smorfia di piacere.
– Oh, Koko-chan. Sei sempre bellissima. Devo venire anche io a farmi un massaggio da te. Chissà con quella bocca stupenda cosa sei capace di fare!
– Non fare sempre l’idiota, che ti costa spostarti di qualche decina di metri? Hai tutta Tokyo, proprio qui devi fermarti?
– È per vedere te! – fece Kashiwagi mandando un bacio con la mano.
Koko non riuscì a trattenere un sorriso. Si avvicinò e assestò un pugno lieve alla pancia di Kashiwagi. Quello simulò una reazione esagerata e si inchinò in due supplicandola di non ucciderlo.
– E domani non voglio vederti qui davanti! – concluse Koko minacciandolo col dito prima di andarsene.
Si diresse quindi verso la stazione di Shinjuku per prendere la linea della metro Marunouchi. Da circa tre anni aveva preso una stanza in un appartamento condiviso a Nakano, non lontano dalla stazione di Nakano Shimbashi. Il posto era dignitoso e pulito e la soluzione condivisa le permetteva di risparmiare molto sull’affitto. Nell’ultimo anno, poi, era stata abbastanza fortunata con l’inquilina della camera a fianco: una danese silenziosa e rispettosa degli spazi altrui. La comunicazione con l’europea non era semplice perché Koko conosceva in inglese solo le frasi che le servivano per il lavoro. Così, si era creata una relazione di rispetto, ma che si limitava allo scambio di qualche parola ogni tanto.
Insomma, Koko non aveva al di fuori del centro massaggi nessuna relazione umana particolarmente stabile e significativa. L’unica persona per la quale provava qualcosa di simile all’affetto era Lú yǐn. Con lei spesso andava a fare shopping e trascorreva il tempo libero.
Uscendo dalla piccola stazione di Nakano Shimbashi, voltò a sinistra. Attraversato il fiume Kanda, l’edificio dove risiedeva si trovava a poche centinaia di metri sulla sinistra della strada per chi proveniva dalla stazione. Koko salì le scale fino al terzo piano e aprì la porta dell’appartamento, badando a non fare rumore. In realtà, la vicina di stanza non dormiva affatto e dall’interno della sua stanza provenivano le risate di un uomo. Koko si rese conto che era sabato sera, il momento in cui le persone, soprattutto giovani come la danese, si concedevano svaghi notturni. Non poté fare a meno di provare una certa invidia. La ragazza europea era ancora in grado di godersi il rapporto fisico per piacere, e non per guadagnare soldi. Koko si era accorta di aver ritrovato il piacere dell’intimità fisica solo in quel breve periodo col francese, ma per lo più il sesso ormai l’annoiava.
Messe da parte le premure per non svegliare la coinquilina, entrò in stanza, si preparò per una doccia, e trascorse una ventina di minuti sotto l’acqua calda cercando di non pensare a niente. Tornata nella sua stanza, la lieve parete divisoria che la separava dall’incontro amoroso che stava avvenendo dall’altra parte non era sufficiente a evitare che si sentissero prima risate e parole soffocate, poi sospiri, movimenti e rumori che svelavano quello che stava avvenendo al di là del muro.
Koko aveva anche notato che l’ansimare durante l’atto sessuale ha una sua geografia. Le donne occidentali le parevano più aggressive e sfacciate, mentre le asiatiche più remissive e, soprattutto le giapponesi, erano solite usare una tipica vocina infantile che ormai per loro sembrava associata irrimediabilmente al sesso.
Nonostante i rumori d’amore che si consumavano vicino a lei, Koko dopo poco scivolò nel sonno e sognò di nuotare nel fiume del suo villaggio. Cosa, peraltro, che non era mai avvenuta nella realtà, visto che si trattava di un corso d’acqua venefico e infestato dagli scarichi industriali della vicina città. Poi ebbe in sogno la prevedibile visita del francese, ma il suo atteggiamento la deluse e quasi le sembrò di essere contenta quando disse che non si sarebbero più rivisti. Vide poi suo fratello, che in realtà non incontrava da otto anni, rimproverarla di aver preso una strada ignobile, di aver disonorato la famiglia, ma poi le chiedeva di inviare la quota mensile ai genitori come aveva sempre fatto.
Fortunatamente, dopo questi molesti spettri notturni, il suo sonno si fece via via più profondo e si risvegliò solo a tarda mattina, a causa di un vociare di bambini che proveniva dalla strada sotto sua finestra. Si era dimenticata di tirare una delle tende e la luce intensa del sole si rifletteva sulla parete bianca, sopra la piccola scrivania.
Koko afferrò il telefono che stava proprio sulla scrivania per vedere che ore fossero. Si sorprese nel trovare un messaggio di Kashiwagi, l’adescatore di clienti che faceva concorrenza al centro. Non si ricordava neppure di aver registrato il suo numero.
Stropicciandosi gli occhi, si mise a leggere il lungo messaggio dell’uomo:
Ieri sera volevo dirti una cosa, ma sei scappata via. Ci sarebbe un’opportunità di lavoro. Ma non farti illusioni, si tratta di fare quello che fai adesso. Solo che lo faresti per persone ricchissime che ti pagherebbero molto bene. Non hai idea. C’è qualche dettaglio però che dovresti sapere. È il prezzo da pagare per guadagnare molto, ma secondo me potrebbe fare al caso tuo. Se vuoi ci vediamo stasera a Nakano Brodway, ci mangiamo qualcosa insieme e ti spiego.
Koko era perplessa. Kashiwagi alla fine le era sembrato un buon diavolo. E poteva ritenersi anche un ragazzo piacevole a vedersi. Perché aveva pensato a lei e non alla più carina Lú yǐn, per esempio? Decise comunque di mettere da parte la sua diffidenza e di incontrarlo. L’appuntamento era davanti alla stazione di Nakano alle sei, nel tardo pomeriggio.
Alzatasi, sentì il bisogno di una nuova doccia. I fantasmi della sera precedente l’avevano fatta sudare di nuovo. Trascorse quindi la giornata a fare spese, comprare cibo, qualche vestito, e rientrò giusto in tempo per prepararsi e vedere Kashiwagi.
Nakano Brodway distava da casa sua venti minuti di cammino, quindi ebbe tutto il tempo di sistemare quello che aveva comprato e di rassettare la stanza e la cucina condivisa.
Koko trovò Kashiwagi che fissava il telefono in mezzo alla folla. Lo stava aspettando già da una decina di minuti e non si era accorta di averlo proprio alle sue spalle.
– Sono qui da un po’ di tempo, non ti avevo visto. – gli disse distraendolo dallo schermo del suo telefono.
– Vieni, andiamo in un posto tranquillo. – le rispose lui senza neanche salutarla e mettendosi a camminare.
Finirono in un izakaya6 perché Kashiwagi aveva detto che quella sera aveva voglia di bere. Koko si riempì di yakitori e, spinta dall’altro, dovette cedere anche nel bere qualche bicchiere di troppo di sakè. Non le piaceva andare al lavoro ubriaca, temeva di non riuscire a gestire bene gli affari e le trattative. Ma Kashiwagi fu abile e a poco a poco Koko si sentì un po’ ubriaca.
Koko dopo un po’ prese a fissarlo in silenzio, e lui comprese la sua perplessità.
– Hai ragione, veniamo al dunque. – disse infine Kashiwagi masticando rumorosamente un altro yakitori e bevendoci dietro un altro bicchiere di sakè. – Allora, la cosa è piuttosto semplice se devo spiegarla in generale. Devi solo partecipare a dei festini. In queste feste tu fai sesso su richiesta, anche in gruppo, uomini o donne che siano. Niente di scandaloso. Ovviamente, nel corso di queste feste ci si ubriaca e ci si droga, come in qualsiasi festa degenerata di questo tipo, di quelle che piacciono ai ricchi per affogare la noia.
Koko ascoltava. Ma visto che il ragazzo aveva smesso di parlare e pareva aspettare qualche domanda, intervenne lei.
– Quindi? Tutto qui? Devo fare sesso? Immagino anche con più persone contemporaneamente. Non mi scandalizzo, ma non mi piace molto il sesso con le donne. Gli odori delle altre donne mi fanno schifo.
– A quello puoi anche passare sopra, visto il compenso, – la interruppe Kashiwagi – piuttosto è che ogni tanto vengono richiesti… degli extra.
– Che tipo di extra?
Kashiwagi sorrise e gridò un “mi scusi!” alla cameriera che accorse subito.
– Un’altra bottiglia, per favore. – La ragazza scomparve dopo un inchino e tornò pochi minuti dopo con la nuova bottiglia di sakè.
– Ma niente, non ti devi preoccupare. – riprese lui dopo la pausa.
– Ehi, pensi che possa partecipare a cose del genere senza sapere cosa mi aspetta? Impossibile. Spiegati meglio!
Il ragazzo si portò la mano alla nuca e sbuffò con un’espressione di sufficienza.
– Beh, se proprio lo vuoi sapere, ti posso dare qualche dettaglio in più. Dunque, vediamo… – e dicendo così prese il bicchiere vuoto tra le mani. Koko gli versò altro sakè. – Ecco, un esempio perfetto. Il mese scorso i capi hanno affittato una “ragazza toilette”. Sai di cosa si tratta? Semplice, lo dice il nome. A un certo punto della serata, hanno chiesto a questa tipa di sdraiarsi in mezzo alla stanza e alle altre ragazze veniva richiesto di fare i loro bisogni su di lei. Sul corpo e soprattutto sulla faccia. Io non mi stupisco più di tanto, sono cose ordinarie in questi ambienti.
Koko assunse un’espressione disgustata.
– E quindi? – aggiunse ancora lei.
– Aspetta, non ho finito il racconto! – fece di rimando Kashiwagi ormai vistosamente ubriaco e divertito – Vuoi i dettagli e io te li do! Ma poi non fare la santa, non ostentare disgusto, intesi? Visto che si trattava sia di bisogni liquidi che… solidi, era previsto nel “contratto”, all’inizio le ragazze hanno pisciato su di lei. Un paio sul seno, altre direttamente sulla faccia. Al che interviene il capo, questo Suzuki. Lo vedrai, è un bellissimo uomo in definitiva, e piacerà anche a te. Beh, allora Suzuki fa: “dovete anche cacarle addosso, forza!”. Le ragazze ridevano, qualcuna diceva che non aveva lo stimolo, ma una più diligente delle altre aveva trattenuto di andare in bagno pochi minuti prima, proprio per quello scopo. Ha preso coraggio, si è accovacciata a venti centimetri col culo sospeso sulla faccia della ragazza e, dopo qualche decina di secondi, vedi un pezzo di merda grosso così, compatto, che cade giù. – Kashiwagi mimò la dimensione con le dita – Il fatto è che in quel momento preciso lei si alza un po’, così le feci cadono da più in alto e si spiaccicano per bene proprio nel bel mezzo della faccia di quella lì sotto.
Kashiwagi non poté fare a meno di scoppiare in una risata isterica.
– Un bello schifo. No, grazie, non fa per me. – disse Koko.
Ma Kashiwagi era preso dal suo racconto e sembrava ansioso di dare altri dettagli:
– Poi interviene l’altro capo. Questo devi vederlo. Si chiama Minamoto. È un ciccione, alto come una montagna, che veste sempre e solo di scuro. Un personaggio, davvero: è lui l’anima nera, un vero psicopatico…
– C’era da aspettarselo, gente normale non la puoi trovare che fa queste cose. – lo interruppe ancora Koko.
– Allora, Minamoto si avvicina a lei. Ha messo su un guanto di lattice, si accovaccia sulla ragazza toilette. Le spalma la merda sulla faccia, poi con le dita imbrattate di feci le scrive un carattere sulla pancia, non ho visto quale fosse. Mentre le strofina la faccia fa un’espressione feroce, ma col sorriso a denti stretti, e dice qualcosa come “ti piace la merda, vero?”. La ragazza muggisce di finta sofferenza. Infatti poi, parlandoci a parte, mi ha detto che adora farlo. Lo fa anche gratis col suo ragazzo, a casa. Niente sesso. La pagano solo per fare da ragazza toilette.
Koko non poté trattenere per l’ennesima volta un’espressione di ribrezzo.
– La mia risposta l’hai già avuta. Io a queste schifezze non partecipo.
Kashiwagi le fecce segno di attendere con un sorriso d’intesa.
– Aspetta di sentire il compenso, prima.
– Non mi interessa.
– Per ogni sera sono settecentomila yen. Sei cinese, magari non sei capace di fare la proporzione con cifre così. Beh, al cambio attuale saranno quattromila e seicento dollari americani… circa. A serata.
Koko era visibilmente turbata. Farsi i conti in tasca fu facile. Guadagnava quella cifra in chissà quanto tempo al centro, e con un guadagno del genere le sarebbe bastato frequentare quelle serate una o due volte al mese per lasciare il centro massaggi e guadagnare molto di più.
– Stai scherzando? Come fanno a pagare così tanto?
– Non hai idea di quanto sia ricca quella gente. Il capo, quel Suzuki, fa parte di una delle famiglie dell’alta finanza e dell’industria di Tokyo. Per lui non sono niente settecentomila yen, se servono a farlo divertire.
Seguirono lunghi minuti di silenzio. Kashiwagi attendeva con viso compiaciuto, certo che Koko avrebbe ceduto. Per ottenere la vittoria finale, aggiunse una sorta di rassicurazione.
– Potresti anche solo partecipare a una di quelle serate e poi decidere. Comunque, la maggior parte delle volte sono normali festini sessuali. Ogni tanto hanno un ospite, ed è in quelle serate che si fanno cose più fantasiose. E sono gli ospiti speciali a doverle fare. Tu faresti quello che già fai in quel tuo lurido centro massaggi.
– Ma io non voglio rischiare problemi con la giustizia. – ribatté Koko non più con tutte le certezze di prima.
– Neanche Suzuki e Minamoto, l’altro capo, lo vogliono. Se vogliamo essere precisi, l’unica cosa illegale è la droga che gira lì dentro. Ma ormai chi si scandalizza più? Piuttosto… – aggiunse con un tono perplesso Kashiwagi.
– Piuttosto cosa?
– Minamoto, e soprattutto Suzuki evitano pratiche più crude sicuramente per non avere problemi con la giustizia. Suzuki è troppo in vista per rovinarsi per un capriccio. Però, si vede che entrambi avrebbero tutto il desiderio di andare oltre. Quegli uomini hanno del marcio dentro, si divertono a umiliare gli esseri umani, soprattutto le donne. Ma non lo faranno oltre certi limiti, non sono stupidi e non vogliono perdere tutto. E devo aggiungere che anche il consumo di alcool o droghe sarà a tua piena discrezione. Non ti obbligano a farlo, anche se ti aiuta a sentirti meglio là dentro. Ma devi essere a loro disposizione dal punto di vista sessuale. Allora che fai, ci provi?
Koko ingerì un altro bicchiere di sakè.
– Un’ultima curiosità. Perché hai pensato a me? Quei ricconi avranno la possibilità di avere bellissime donne, perché puntare su una mediocre, su una poveraccia come me?
– Prima di tutto, – la interruppe lui – sei molto più carina di quello che pensi. Poi con una risistemata e una vita diversa, diventerai bellissima. Con la vita che fai è normale che tu sia un po’ sciupata. Il secondo motivo è che Suzuki e Minamoto mi hanno chiesto espressamente di trovare delle ragazze che venissero da un ambiente meno… ecco, meno elegante. Non te la prendere. E terza cosa, la più importante, è che ho pensato a te perché così posso vederti e passare del tempo insieme. Anche se in quei contesti un po’ strani. Che ci vuoi fare, mi piaci!
Koko assunse un atteggiamento più accomodante. In qualche modo era lusingata dalle parole di Kashiwagi, ma soprattutto era quasi persuasa che lui avesse ragione. In fondo, avrebbe potuto provare una volta a partecipare a quegli incontri, senza rinunciare al lavoro al centro massaggi. Poi avrebbe deciso cosa fare. Se quelle persone non le sarebbero piaciute a prima vista, semplicemente non ci sarebbe più andata.
Note al capitolo 3
6 Izakaya. Tipico locale giapponese dove si consuma sakè associato a spuntini. È spesso frequentato dagli impiegati dopo il lavoro. Gli yakitori citati poco più avanti sono spiedini di pollo arrosto.
Capitolo quarto
I mostri di Shinjuku
Gli amici più intimi lo avevano soprannominato Goemon, in ricordo del nostro leggendario bandito samurai. Mai scelta fu più azzeccata, visto che Suzuki aveva davvero l’anima di un fuorilegge.
A ventinove anni era un giovane magnetico, ricco e arrogante. Più che ricco, sarebbe giusto dire incredibilmente facoltoso; si diceva che la sua famiglia fosse una delle più potenti della capitale, se non di tutto il Giappone.
Si concedeva l’unico vezzo di portare i capelli lunghi, raccolti in una coda sulle spalle. Per il resto, si uniformava ai codici del suo ambiente vestendo l’impeccabile divisa dell’uomo d’affari: abito scuro dal taglio classico e camicia bianca. Il suo viso era perennemente solcato da un sorriso sornione, un’arma sottile con cui lusingava chiunque gli stesse di fronte. Di corporatura media e atletica, possedeva un fascino che predisponeva le persone a mostrargli benevolenza, pronte a farsi ingannare da quei lineamenti perfetti senza mai sospettare il mostro che nascondevano.
Trovandosi al vertice della società fin dalla giovinezza, aveva sviluppato una superbia che traspariva da ogni poro. Essendo tuttavia un uomo d’ingegno, aveva imparato a mascherarla per accattivarsi il favore del prossimo, sebbene considerasse gli altri alla stregua di insetti inutili, eccetto quando servivano ai suoi scopi.
Il suo lato oscuro era una passione malata per le donne e per il sesso. Questo non avrebbe comportato problemi particolari se si fosse limitato a una normale frequentazione dell’altro sesso. La sua smodata libidine e la brama di superare ogni limite si erano invece trasformate in una depravazione che si alimentava solo di pratiche estreme. Per soddisfarle, era costretto a cercare vittime in ogni modo.
Suzuki entrò nella vita di Joe improvvisamente, diventando per lui oggetto di un odio profondo che si estese presto alla corte di mostri che lo circondava. La ragione di tanto rancore risiedeva nel rapporto nato tra la giovane Shizuka e quell’uomo. A parziale discolpa di Suzuki, tuttavia, va detto che fu la ragazza a voler entrare nel suo ambiente, piuttosto che il contrario.
La nostra coniglietta non aveva perso il vizio di mettersi nei guai. Continuando a frequentare il misterioso sottobosco della più singolare umanità, non si accontentò più delle anime perse, delle prostitute, dei vagabondi notturni e degli ubriachi.
Chissà per quale strano ragionamento, finì per scoprire i portali d’incontri online dedicati all’alta borghesia benestante. Fu proprio attraverso questi siti che la contattò Kashiwagi, il tirapiedi di Suzuki, segnando per sempre il suo destino.
Dietro una facciata di normalità, quei portali nascondevano un mondo in cui era facile scivolare verso l’oscurità. Uomini facoltosi e di ogni età cercavano spesso semplici avventure, ma non era raro imbattersi in chi offriva ingenti compensi per soddisfare le fantasie più inconfessabili.
Inutile addentrarsi nei meandri delle deviazioni mentali, catalogate da tempo nei manuali di psichiatria. Conta solo il fatto che Suzuki cercasse carne umana, persone da degradare, assecondando un suo macabro rituale.
Joe, tuttavia, era consapevole che riversare l’intera sua rabbia sul solo Suzuki sarebbe stato ingiusto. La responsabilità di Shizuka restava evidente, per quanto non esclusiva.
Il migliore amico di Suzuki, ammesso che individui del genere conoscano un sentimento come l’amicizia, era un certo Minamoto, un uomo che per ferocia superava persino il compagno.
Minamoto, a differenza dell’altro, appariva ripugnante fin dal primo sguardo. Imponente e corpulento, ricordava la stazza di un lottatore di sumo. Possedeva tuttavia, proprio come Suzuki, un bel viso dai lineamenti morbidi e infantili, simile a quello di un bambolotto. Vestiva sempre di nero, con maglione e pantaloni scuri, estremamente sobri; durante i loro convivi sul collo esibiva una collana di grosse perle che giurava essere autentiche. L’incarnato era pallido e, durante i loro festini, amava dipingersi le labbra con un rossetto scarlatto, un dettaglio che creava una visione grottesca e disturbante.
Quella stravagante vanità dimostrava la sua totale noncuranza per il giudizio altrui. Minamoto non avvertiva il bisogno di uniformarsi alle regole dell’alta società. Quasi altrettanto facoltoso rispetto a Suzuki, viveva di rendita, lontano dalla società, nutrendo un profondo disprezzo per il proprio ambiente. Manteneva un basso profilo solo per salvaguardare le dinamiche familiari, ma per il resto conduceva una vita da randagio. Una condotta opposta a quella di Suzuki, che per gran parte della giornata recitava il ruolo del sobrio ed efficiente uomo d’affari, dedicandosi con reale impegno allo sterminato impero della sua famiglia. Al contrario, l’unica vera occupazione di Minamoto era la depravazione a tempo pieno.
Quando Kashiwagi si era trovato di fronte a quella ragazza eccentrica, chiaramente svitata, che sosteneva di essere un coniglio, non stava nella pelle dalla gioia. Era esattamente il tipo di ragazze con cui i suoi capi amavano divertirsi.
Shizuka finì così nell’elenco delle “bestioline” che i due presero in casa in una loro nuova fase di sperimentazione. “Bestioline”: era questa la parola utilizzata per stipulare gli accordi con le ragazze pagate per esaudire i loro desideri. Si trattava di veri e propri contratti scritti, precisi e dettagliati. I due si divertivano a leggere nero su bianco le vessazioni che le vittime accettavano di subire in cambio di un determinato compenso. La ragazza di turno si impegnava a vivere nel luogo indicato per un periodo stabilito, di solito un mese o due, ma capitava che l’accordo si estendesse anche a tre mesi o più.
A rassicurare le ragazze era il fatto che ogni singola pratica venisse esplicitata fin dal principio. Chiunque avesse avuto a che fare con loro confermava che Suzuki e Minamoto rispettavano sempre la parola data. Nessuna era obbligata a firmare prima di aver vagliato le condizioni. Quell’accordo scritto serviva soprattutto a dare all’intera messinscena una parvenza di legittimità, anche se rivestire di legalità una tortura consenziente restava un’assurdità.
Era chiaro, dunque, che Shizuka si era consegnata spontaneamente a individui tanto pericolosi, costringendolo ancora una volta Joe a inseguirla per proteggerla. Nonostante lo scoramento che lui provava, sentiva il bisogno di decifrare la mente degli aguzzini di Usagi-chan.
All’epoca Joe era ormai specializzando in psichiatria, eppure la sua inclinazione restava profondamente psicologica, distante dalla rigidità medica. Gli anni passati a studiare in modo quasi maniacale lo avevano portato a comprendere l’animo umano ben oltre le nozioni scritte sui manuali. Fondamentale era stato anche il legame con il dottor Kimura. Da allievo ne era diventato amico intimo, ereditando da lui quell’approccio poco ortodosso che guidava ogni sua analisi della mente.
Quando anche Joe iniziò a frequentare quell’ambiente sinistro, prese a studiare di nascosto quei soggetti, redigendo qualcosa che assomigliava a cartelle cliniche dei mostri che orbitavano intorno alla sua Shizuka.
Rileggendo nel tempo quegli appunti, tuttavia, ne rimaneva turbato, scorgendovi tracce di una strisciante ammirazione per quelle losche figure. Il fulcro di quella ammirazione risiedeva nella capacità di Suzuki e Minamoto di accogliere il proprio male innato come un dato ineluttabile. Ai suoi occhi, quella consapevolezza li ripuliva in gran parte dalle loro colpe, rendendoli quasi innocenti. Joe arrivava a considerarli persino coraggiosi, capaci di convivere con un simile fardello con assoluta leggerezza, laddove chiunque altro sarebbe rimasto schiacciato dal peso della propria mente malata. In lui si faceva strada una tentazione paradossale, il desiderio di assolverli.
Che ci fosse dietro l’influenza di Shizuka? A proposito della coniglietta, la verità che più lo faceva soffrire era una conclusione che faticava ad ammettere persino a se stesso. Shizuka somigliava molto a quei mostri, pur occupando il polo opposto del medesimo universo. Quella vicinanza risaltava nella comune determinazione a vivere accettandosi fino in fondo, senza riserve né rimorsi, indifferenti alle conseguenze. L’unica reale differenza risiedeva nel fatto che in Shizuka era caduta anche l’ultima traccia di finzione, mentre loro conservavano una maschera sociale per garantirsi un’esistenza protetta, nascosti dietro una recita tollerabile.
Stando così le cose, il confine tra vittima e carnefice sbiadiva, facendosi confuso e indefinito, e l’odio viscerale verso Suzuki e Minamoto finiva per sprofondare Joe in un totale smarrimento. Privato di un capro espiatorio, si trovava di fronte a uno scenario desolante in cui tutti erano colpevoli. O forse tutti innocenti.
***
Poco prima di incontrare Suzuki e Minamoto, Shizuka era apparentemente scesa a patti con la normalità, senza tuttavia rinunciare alla propria identità immaginaria e alle sue amate orecchie di peluche.
Spinta dalla necessità di mantenersi, aveva trovato impiego in una piccola casa editrice specializzata in manuali per i test di ammissione all’università. Lavorando per lo più da casa, le sue bizzarre idee non le avevano causato particolari intralci. Ad aprirle quella strada era stata la mediazione del dottor Kimura, che l’aveva raccomandata direttamente al direttore, un caro amico di Kimura. L’editore, incuriosito dal caso clinico di Usagi-chan, aveva accettato di metterla alla prova senza impegno. Shizuka si era però rivelata in gamba, introducendo significativi miglioramenti nei testi di cui curava l’edizione.
Quel parziale e momentaneo cedimento a un’esistenza ordinaria aveva concesso qualche consolazione ai genitori. E lo stesso Joe, poco prima di scoprire la nuova e rovinosa svolta della ragazza, si era illuso che la vita insieme a lei stesse prendendo finalmente una direzione diversa.
Un giorno Shizuka si presentò da Joe con la sua solita leggerezza. Dopo aver parlato d’altro, annunciò disinvolta che avrebbe preso un periodo di aspettativa dal lavoro. Con il candore più assoluto, gli spiegò che si sarebbe trasferita a casa di un certo Suzuki, un uomo ricco e influente, molto noto in tutto il Giappone. Come se descrivesse un’esperienza ordinaria e persino divertente, iniziò a illustrare a Joe ogni singolo dettaglio di quell’accordo, i cui risvolti a qualunque altra persona sarebbero apparsi folli e malati.
– Spero tu stia scherzando! – sbottò Joe, alzando la voce e cominciando ad agitarsi vistosamente. – Darai un dispiacere immenso ai tuoi genitori. E poi, nelle mani di quali pazzi hai intenzione di consegnarti? Dove hai scovato questa gente?
Dietro il rimprovero, Joe nascondeva la ferita più profonda, la sua gelosia bruciante. Si era ormai rassegnato a non avere Usagi-chan tutta per sé, almeno fino alla sua guarigione, ma da qui a permettere che si trasferisse da gente pronta ad abusare di lei c’era un abisso.
– Non te lo permetterò. Farò di tutto per mandare all’aria i tuoi piani! – urlò ancora, esasperato dal tono amabile con cui Shizuka gli stava annunciando, di fatto, che si sarebbe prostituita per mesi.
Lei sorrise, attese che il rossore sul volto di lui si attenuasse, poi riprese a parlare.
– La vita è mia, il corpo è mio – sussurrò. – Cosa ti prende? Sei l’unico ad aver sempre accettato ciò che sono, senza impormi cosa fare o come vivere. Non posso più contare neanche su di te?
– Ma questo è troppo! – ribatté lui, con la voce rotta. – Non capisci che rischi… forse la vita? Pretendo di essere informato su ogni cosa. Anzi, voglio conoscere questa gente, dir loro chiaramente che sarò un’ombra alle loro spalle e che non devono azzardarsi a torcerti un capello.
– Prenderò le mie precauzioni. So esattamente cosa aspettarmi. Ho già assistito a un paio di serate. Niente di nuovo, niente che non si possa immaginare. Gli esseri umani, in fondo, sono molto prevedibili.
Ancora una volta la lucidità di Shizuka lasciava senza parole. Che razza di follia era la sua, capace di renderla così fredda e razionale di fronte a una scelta tanto degradante e assurda? Di fronte alle insistenze di Joe, la ragazza alla fine cedette e gli promise che avrebbe informato quegli uomini della sua intenzione di partecipare occasionalmente alle serate.
– Così potrai spiegare che vuoi solo assicurarti che io non corra pericoli. Ti prego, però, di non mettermi i bastoni tra le ruote.
Eccola, Shizuka la pazza, Shizuka la coniglietta, capace di rivelarsi risoluta e inflessibile nel perseguire con lucida follia il cammino scelto. Cosa poteva fare Joe? Opponendosi, rischiava di perderla per sempre, rinunciando alla possibilità di proteggerla. Fu costretto a piegarsi alle sue condizioni e rimanerle accanto, ma senza interferire.
Quella notte, dopo aver parlato con Shizuka, Joe camminò a lungo attraverso una città fredda e insolitamente deserta. Era così rassegnato che, quando una raffica di vento gli strappò l’ombrello facendolo volare in un vicolo a pochi metri di distanza, lo lasciò laggiù e proseguì sotto la pioggia. La sagoma di un vecchio intento a rovistare tra i rifiuti davanti a un konbini appesantì ancora di più il suo umore. Le insegne al neon di un Lawson che rischiaravano la strada rendevano le ombre persino più cupe e la luce bianca e blu si rifletteva sull’asfalto bagnato.
In preda a quella malinconia, entrò nel negozio e comprò due o tre lattine di un cocktail dolciastro ad alto contenuto alcolico. Camminava sotto una pioggia ormai debole, ma era comunque fradicio. Sommerso da pensieri e ricordi, salì su un treno e si ritrovò alla stazione di Ueno.
Erano trascorsi anni dalle prime passeggiate con Shizuka in quel parco, ai tempi in cui la malattia era appena agli inizi. Allora, però, Joe era pieno di speranza; credeva che quella ragazza strana, ma ai suoi occhi deliziosa, potesse superare la crisi in pochi mesi. Nello stesso periodo la famiglia di lei viveva un dramma ma, col senno di poi, quegli anni erano stati i mesi più sereni e felici che Joe avesse mai trascorso con lei.
I ricordi di allora, di quelle passeggiate primaverili, stridevano con un presente così freddo e grigio. Mentre vagava per il parco, Joe notò che erano ricomparsi molti senzatetto come non se ne vedevano da anni. Un uomo mugugnava e si rigirava nel sonno, sdraiato sui cartoni in un angolo della stazione. Passandogli accanto, Joe non poté fare a meno di coprirsi il naso per il fetore che emanava.
Scolata la terza lattina, la lucidità cominciava a svanire. Forse per quello lo colse una strana ilarità. Lui, che in un futuro non troppo lontano avrebbe dovuto curare le persone e salvarle dai recessi della loro mente, non era nemmeno capace di gestire le proprie emozioni.
Schernendosi, pensò che avrebbe dovuto proporre al Grande Vecchio di prenderlo in cura; fu sul punto di inviargli un messaggio delirante nel cuore della notte. Per fortuna, distratto da altro, gli bastarono pochi minuti per capire che si sarebbe solo reso ridicolo. Anche se Kimura, senza dubbio, si sarebbe mostrato comprensivo verso le sue debolezze. Era abituato a convivere con le fragilità umane, comprese le proprie.
Il giorno dopo, smaltita la sbronza, continuava a girargli per la testa l’idea di chiedere ancora una volta consiglio a Kimura. Gli telefonò, spiegandogli che aveva urgenza di vederlo, e il professore gli diede appuntamento per la sera stessa in un izakaya di Shibuya. Anche nella scelta dei luoghi d’incontro, Kimura rimarcava il proprio stile disinvolto.
Il dottore non vedeva Shizuka da qualche tempo, ma Joe lo teneva comunque aggiornato. Poi le notizie si erano diradate; Kimura non aveva voluto insistere per non apparire invadente, sperando che quel silenzio fosse il segnale di un miglioramento. Ma si dovette ricredere.
– Quindi la povera Shizuka non è riuscita a salvarsi dall’abisso, a quanto pare – disse il dottore, dopo che Joe gli ebbe spiegato a grandi linee i propositi di Usagi-chan.
– Perché, pensava davvero che ci fosse un lieto fine in questa storia? Io ho perso l’ottimismo dopo un paio d’anni. Ma ammetto di averci sperato, all’inizio. Che imbecille sono stato.
Il Grande Vecchio si accarezzò la barba ingrigita, si sistemò gli occhiali e riprese con un lungo sospiro:
– Non speravo in una guarigione completa e spontanea. Però avevo ipotizzato due strade alternative. E questa, caro ragazzo, è la peggiore che temevo, e…
Il giovane allievo, percependo una sottile insofferenza per quel solito stile accademico, lo interruppe con poca cortesia.
– Senta, dottore, io capisco che lei ama i grandi ragionamenti. Ma io ho bisogno di un aiuto concreto. O almeno di parole rassicuranti.
– Di rassicurazioni, qui, non ce ne possono essere. Anzi, ti dirò di più. Se deciderai di lasciare che Shizuka vada incontro al suo destino, e tu vorrai farne parte, la tua vita diventerà un inferno totale. In questa fase lei non è più in grado di badare a se stessa. Ormai è convinta di essere… la protagonista di un sacrificio.
– Ecco che ricomincia – lo rimproverò Joe. – Dottore! Mi dica cosa possiamo fare all’atto pratico. Mi scusi, ma non ne posso più di tutta questa teoria.
Kimura addentò un maki, masticò lentamente e mandò giù tutto con un sorso di sakè. Solo allora, dopo un istante di riflessione, riprese il discorso.
– Ciò che possiamo fare te lo stavo spiegando. O ti prendi cura di lei, accettando di sprofondare nei suoi incubi a occhi aperti, o vai per la tua strada cercando la vita normale che desideri, ma lontano da lei. Non la cambierai. Le sue convinzioni sono troppo radicate. Povera ragazza…
– Cosa intende per “protagonista di un sacrificio”? Ha usato questa espressione poco fa.
– Mio caro Joe-san – lo interruppe il professore, ignorando la domanda – ne parleremo nei prossimi giorni. Forse non sei ancora pronto per un simile discorso. Fai sbollire la rabbia e prendi in mano la tua vita. Scegli e agisci con coerenza. Ti ripeto le uniche due opzioni che hai: entrare negli incubi della tua coniglietta o dimenticarla per sempre. Non esistono altre alternative. E ora scusami, ma devo rientrare.
Dette quelle parole, lasciò una banconota sul tavolo e, con un inchino appena accennato e un sorriso cordiale, si dileguò tra la folla del locale.
***
Quali che fossero i suoi pensieri in quelle settimane, Shizuka appariva tranquilla come sempre. Dopo il chiaro avvertimento rivolto a Joe, aveva ripreso le vecchie abitudini e non disdegnava affatto la sua compagnia.
La si vedeva passeggiare per ore, da sola. Spesso portava piccoli fiori tra i capelli e bouquet floreali, minuscoli ma curati ed eleganti. Spiegava che si trattava di doni di Satomi, la sua amica fioraia di Nakameguro. Usagi-chan era stata un’ottima cliente per un certo periodo, finché la donna non aveva deciso di regalarle quelle composizioni, di tanto in tanto. Shizuka era una cliente speciale e Satomi non voleva approfittare di lei.
Un giorno Joe camminava in fretta lungo il fiume Meguro. Si trovava in quella zona per un appuntamento e si ricordò del negozio di fiori. Pensò che sarebbe stato utile fare un salto da Satomi, per cercare di capire cosa pensasse davvero di Shizuka. Forse anche lei era una tipa stravagante, una compagnia malsana? Aveva intuito che le due donne si frequentassero più spesso proprio a causa di quei boccioli che notava sempre tra i capelli di Shizuka.
Mentre era assorto in questi pensieri, scorse da lontano due figure femminili che avanzavano sul lungofiume e notò un dettaglio familiare. Le due camminavano affiancate e una di loro portava sulla testa qualcosa di simile a due antenne. Dopo qualche centinaio di metri, sul volto della giovane spuntò un sorriso luminoso: Joe riconobbe il sorriso della sua coniglietta.
– Buon pomeriggio! – gli disse Shizuka fermandosi davanti a lui. – Che ci fai qui? Conosci già Satomi, vero?
– Sì, siamo stati insieme nel suo negozio tempo fa, ricordi? – rispose lui, rivolgendo un inchino alla fioraia.
Satomi aveva un’espressione serena. Anche il suo corpo, esile e proporzionato, trasmetteva un senso di equilibrio.
– Guarda che bel bouquet mi ha preparato Satomi-san! – aggiunse Shizuka, porgendogli un mazzo di rose avvolto in una carta azzurrina.
– Sei proprio ossessionata dai fiori! Beh, è sempre meglio di quella volta che avevi la fissazione per il succo di carota – si lasciò sfuggire Joe.
Temette di aver parlato a sproposito o di aver messo a disagio Satomi. Non aveva ancora capito quanta complicità ci fosse ormai tra le due, e che nessuna allusione alla follia di Usagi-chan avrebbe mai potuto scandalizzare la fioraia.
– Che tipo strano che sei – ribatté Shizuka, un po’ imbronciata. – Noi conigli adoriamo le carote. Cosa credi che mangi tutti i giorni, anche adesso?
Satomi sorrideva a sua volta, guardandolo con un’espressione che sembrava dire: “Che sciocco che sei, è un coniglio, non lo sai?”. Joe si sentì sollevato e da quel momento smise di farsi problemi, ricominciando a parlare con assoluta naturalezza.
– Noi aspettiamo la madre di Satomi-san che riporta indietro la piccola… Shizuka! Si chiama come me la bimba di Satomi-san, lo sai? – disse lei con entusiasmo.
– Mia madre ha voluto passare la mattina con la nipotina, abbiamo appuntamento qui – aggiunse Satomi, indicando un parchetto non distante dal fiume.
– Rimani con noi, così vedi la bellissima bambina di Satomi-san! – insistette Shizuka.
Il gruppetto si incamminò lentamente verso i giardini, distanti solo poche decine di metri. L’aria tiepida e un sole quasi primaverile concedevano una tregua momentanea al freddo di quei giorni.
Quel tepore trasmetteva a Joe un profondo senso di benessere. Si sentiva così in pace che avvertì un principio di sonnolenza. Seduto sulla panchina, di tanto in tanto interveniva nella conversazione per mostrare interesse, ma il tono calmo e monotono delle due non faceva che cullare il suo torpore.
A un certo punto doveva aver socchiuso gli occhi o essersi addormentato davvero, perché vide le due ragazze come avvolte in una strana nebbia, senza quasi più sentire ciò che si dicevano.
A risvegliarlo da quello stato di dormiveglia furono i saluti festosi che le due rivolsero alla bambina, spuntata all’improvviso insieme alla nonna. Joe fu costretto a scuotersi per non apparire scortese nei confronti della signora che si era rivolta a lui per presentarsi. Il tono tipico che Satomi usava per parlare alla figlia contribuì a destarlo definitivamente.
Joe salutò cordialmente, si presentò a sua volta, scambiò qualche parola affettuosa con la piccola e poté finalmente rimettersi in disparte a osservare la scena. Quell’aura vaporosa intorno alle donne e alla bambina non tardò a ricomparire e, con essa, il torpore di prima.
La bambina suscitava un’immediata simpatia. Poteva avere poco meno di tre anni. Aveva le guance paffute e due occhietti a mezzaluna che ridevano insieme a tutto il viso. La mamma si chinò su di lei per rifarle i codini che si erano disfatti.
Poi il telefono di Joe squillò, spezzando quell’incanto. Lo cercava la persona che avrebbe dovuto incontrare di lì a poco, per avvisarlo di un contrattempo. Joe si riscosse: era venuto in quel quartiere per un motivo preciso e la pace del parchetto glielo aveva fatto dimenticare. Si alzò in fretta, scusandosi con il gruppo mentre rispondeva alla chiamata. Congedatosi quindi dalle tre donne e dalla bambina con rapidi convenevoli, si diresse a passo di marcia verso l’appuntamento.
Durante il tragitto, la mente tornò a ciò che aveva appena lasciato. Frammenti di un’esistenza ordinaria, quasi banale. Eppure, a stupirlo era stata la reazione di Satomi di fronte ai deliri di Usagi-chan, un’accettazione totale, priva di sforzo. La fioraia sembrava muoversi a proprio agio in quel mondo capovolto. Joe sapeva che Shizuka non si era risparmiata le solite bizzarrie nemmeno davanti agli estranei, eppure Satomi accoglieva ogni cosa con naturalezza. Era forse un’altra mente instabile travestita da persona comune? Joe scosse la testa, infastidito da quelle etichette cliniche a cui ormai aveva fatto l’abitudine e che la vicinanza con Shizuka aveva ormai svuotato di ogni significato.
A proposito di quelle sensazioni, Joe sentì il bisogno di confrontarsi ancora una volta con il dottor Kimura. Temendo di essere stato troppo scortese durante l’incontro all’izakaya, cercò un pretesto per rivederlo, ma i due tornarono rapidamente al loro argomento di sempre.
– Penso sia necessario che tu capisca questo: la follia è un’incapacità di adattarsi alla società – spiegò il dottore non appena si incontrarono, adottando il suo solito tono didascalico. – Ma tutto questo è solo statistica. Pura statistica.
Il giovane dovette assumere un’espressione di disappunto e Kimura, divertito, capì di doversi spiegare meglio.
– Tu puoi compiere atti folli e nessuno ti considererà tale. La discriminante è solo la statistica. Quanti ne compi? Per quanto tempo? Danneggi solo te stesso o anche gli altri? Colpisci oggetti o proprietà altrui? La pazzia interessa solo in funzione del fastidio che procura al prossimo. Altrimenti, le tue azioni sono del tutto indifferenti al mondo là fuori. La tua pazzia non esisterà nemmeno. Nessuno se ne curerà.
Questa volta Joe colse il punto, ammirando la capacità del maestro di formulare concetti che apparivano allo stesso tempo grandi verità e banalità evidenti; verità per le quali ci si indispettiva, per non averci pensato prima da soli.
– Sì, ho capito, ma quella Satomi che non prova disagio per Usagi-chan che si comporta come un fenomeno da baraccone, per me rimane comunque un mistero.
Congedandosi da Kimura, Joe rimuginò a lungo su quell’idea bizzarra e geniale che la follia esistesse solo come progressione statistica. A che punto emergeva di preciso? Quanti e quali atti servivano perché gli altri si accorgessero di avere di fronte un pazzo?
A rendere quel periodo ancora più cupo si aggiunsero nuove pressioni dei genitori di Joe. Lamentavano, come facevano ormai da anni, che la frequentazione con Shizuka gli impedisse di trovare una fidanzata seria e di metter su famiglia. Esasperato da quell’insistenza, Joe finì per alzare la voce con la madre, lasciandosi sfuggire una frase che dovette suonare terribile per la donna: “La mia famiglia è Usagi-chan!”.
La donna lo fissò prima con stupore, poi esplose, gridando che ormai la chiamava persino “coniglietta” come se fosse la cosa più naturale del mondo.
– A forza di studiare i pazzi sei diventato come loro! E noi che volevamo un futuro per te! – inveì, gesticolando in modo scomposto.
Subito dopo passò al ricatto emotivo, si rintanò in un angolo della casa e scoppiò in un pianto rumoroso, assicurandosi che lui la sentisse.
Joe non le diede la soddisfazione di andarla a consolare. In fondo, avevano già affrontato quel discorso decine di volte. Fin dai tempi del liceo i suoi genitori avevano tentato in ogni modo di allontanare Shizuka da lui. Se non ci erano riusciti in tutti quegli anni, cosa speravano di ottenere adesso? Lui doveva prendersi cura di Shizuka, sentiva che quello, ormai, era il suo unico destino.
Suo padre, invece, aveva assunto un atteggiamento diverso. Joe sospettava che si fosse ormai rassegnato al fatto che il figlio fosse innamorato di Shizuka e che prima o poi l’avrebbe sposata.
Se per la madre l’idea di una nuora pazza restava intollerabile, il padre cercava una via di conciliazione. Pensava che, se la famiglia avesse aiutato quella madre singolare a educare i figli, si sarebbero evitate le gravi conseguenze temute dalla moglie. Quanti bambini crescono con genitori che hanno qualche rotella fuori posto e poi, da adulti, conducono una vita del tutto ordinaria?
Inoltre, in più occasioni l’uomo era sembrato apprezzare la gentilezza, il candore e soprattutto la bellezza di Shizuka, fiorita ulteriormente dopo i vent’anni. L’idea di avere splendidi nipotini che le assomigliassero contribuiva forse a compensare la stranezza della ragazza.
Del resto, queste erano solo conclusioni a cui Joe giungeva interpretando i silenzi del padre e le pochissime parole pronunciate in quegli anni; non ne ebbe mai la certezza, ma in lui colse sempre una silenziosa simpatia per Shizuka.
Il ragazzo rabbrividiva al pensiero che la feroce contrarietà della madre si accanisse solo sul lato più farsesco e superficiale della patologia: il travestitismo.
Era quello il lato più innocuo. Per sua madre, una ragazza che credeva di essere un coniglio e vestiva in modo ridicolo era solo una demente da compatire e affidare a un bravo psichiatra, non certo una donna da sposare o, peggio ancora, da amare. Se avesse conosciuto la verità, tutta la verità sul baratro in cui Shizuka stava per gettarsi, ne sarebbe morta dal dolore.
Proprio allora Shizuka decise di scivolare ancora più a fondo nei meandri della sua mente, imboccando una via forse senza ritorno.
Sembrava che non si rassegnasse al fatto che, accanto alla serenità di Satomi, albergasse la feroce inquietudine di un Suzuki o di un Minamoto. Perché quegli uomini non riuscivano a vivere diversamente, a capire che la vita, in fondo, era una cosa semplice? Perché si ostinavano a essere i volenterosi architetti di un inferno per sé e per gli altri?
Shizuka scelse di non negare quell’inferno. Decise di accettarlo, di conviverci. Anzi, di andargli incontro. Di sua spontanea volontà, e con il sorriso sulle labbra.
Capitolo quinto
Festini notturni a Tokyo
Erano passate alcune settimane dall’incontro con Kashiwagi e Koko quasi non pensava più alla proposta che aveva ricevuto. Ogni tanto però se ne ricordava e, facendo i conti in tasca, si rammaricava un po’ di aver perso un’occasione così allettante di guadagno. Non avendo più ricevuto notizie, pensò che fosse stato tutto uno scherzo. Oppure che quello con Kashiwagi fosse stato una specie di colloquio di prova che forse non aveva superato. Tutto sommato, si ripeteva per consolarsi, era stato meglio così: avere a che fare con quell’ambiente non sarebbe stato facile.
Senonché, poco dopo, ricevette una telefonata proprio da Kashiwagi, che le annunciava una serata per il giovedì di quella settimana, quindi un paio di giorni dopo. Koko non ebbe nemmeno il tempo di stupirsi o riflettere e si sentì addirittura felice della conferma.
– Quindi passo a prenderti alle otto di sera. Mi raccomando, cura la pulizia e rasati bene là sotto, a loro piace così. Però… – aggiunse sghignazzando – ci saranno anche serate in cui ti diranno esplicitamente di non lavarti, ma questa è un’altra storia.
– Non ci sono altre cose che devo sapere? E poi dove andiamo? Dimmi qualcosa in più!
Kashiwagi mugugnò qualcosa di incomprensibile, poi riprese la sua spiegazione.
– Niente di particolare, vestiti carina e un po’ sexy, non come se andassi a fare jogging nel parco. Metti della biancheria decente, ma non esagerare. Tanto la toglierai in fretta. – aggiunse poi, tornando serio – Vuoi sapere dove andiamo? Ti stupirai: è a due passi da te. A Shinjuku, ma nella zona degli uffici. Magari dalla tua finestra vedi persino il grattacielo dove andremo.
Koko si inquietò all’idea che dalla sua finestra si potesse scorgere il luogo dove avvenivano cose come quelle che immaginava. “Chissà quanti altri posti abbiamo sotto gli occhi, dove si consumano cose inimmaginabili e non ne sappiamo niente”, pensò.
– Ma quelli non sono quartieri di uffici? Non sapevo che qualcuno ci abitasse.
– La gente coi soldi fa quello che vuole, non dimenticarlo. Non escludo che tutto l’edificio sia della famiglia di Suzuki, ma non ne sono certo. Penso che sia adibito a uffici per la maggior parte, poi ci sono i soliti ristoranti e negozi ai primi piani, ma lui si è preso uno spazio e ci ha ricavato un attico a uso esclusivo per i suoi party. Immagino per non avere vicini ficcanaso intorno. La notte là non c’è nessuno, non è come la zona dei locali dove lavoriamo noi, a qualche chilometro di distanza. In quella zona, nell’edificio dove si tengono le feste, oltre a un po’ di personale di servizio ai piani inferiori, non c’è nessuno e si possono fare le cose con discrezione. Nessun via vai sospetto, nessun… testimone, insomma.
Koko, come aveva già deciso nel momento in cui aveva accettato quella proposta, continuò inizialmente con la sua solita vita. Aveva detto a Luise che si sarebbe presa solo un paio di giorni di vacanza. Voleva arrivare riposata alla serata. La tenutaria del centro aveva dato il consenso, tanto più che in quei giorni c’era una certa calma e qualche ragazza aveva anche lavorato poco.
Era emozionata e agitata più di quanto volesse ammettere a se stessa. Pur così giovane, si considerava una donna di mondo. “Dopo aver visto la feccia dell’umanità, i desideri più schifosi degli uomini, di cosa dovrei aver paura?”, si diceva per farsi coraggio. L’alone di mistero che Kashiwagi aveva contribuito ad alimentare le faceva immaginare incontri strani, sette segrete in cui si compivano chissà quali riti e altre fantasie di quel genere.
La sera attesa arrivò. Quell’insieme contraddittorio di curiosità e timore, in parte prese forza e in parte perse intensità. Il lusso estremo del luogo, il contegno ambiguo delle persone e il modo naturale con cui venivano trattate certe cose che avrebbero fatto impallidire anche una come lei, aumentarono inizialmente il suo senso di disagio. Poi, a poco a poco, abituandosi all’atmosfera, si rese conto che in fin dei conti quello non era né più né meno che un ordinario festino a base di sesso, alcool e droga. Insomma, un’esperienza banale che probabilmente esisteva ovunque e da sempre, fin da quando l’essere umano aveva messo piede sulla Terra.
– Suzuki-san ha detto che sei proprio carina. – le sussurrò quasi all’orecchio Kashiwagi, in un momento in cui c’era ancora la parvenza di una normale serata in società. – Ma non farti illusioni! Sembra un gentiluomo, ma quando si spoglia si trasforma. Ti possederà con grande violenza le prime volte: è il suo modo di studiare la reazione delle ragazze nuove. E se inizi a lamentarti, o addirittura ti fai scappare qualche lacrima per il dolore, lo incoraggi a essere ancora più violento. Ama le ragazze che piangono, è un maniaco schifoso!
Come mi devo comportare con gli altri? – chiese Koko, facendo un cenno verso i cinque o sei uomini seduti sui divanetti lì intorno.
– Entro i tuoi limiti, che puoi esplicitare in ogni momento, devi esaudire ogni loro desiderio. Ovviamente, se inizi ad abbassarli troppo, quei limiti, potrebbero non chiamarti più da un giorno all’altro. Comunque, fai quello che ti chiedono e non servirà altro.
– Vale a dire?
– Più semplice di quello che credi. Se, per esempio, quello là vestito di grigio si alza, viene qui, se lo tira fuori davanti a te e ti chiede di succhiarglielo senza neanche presentarsi, tu lo fai e basta. Oppure, se ti prende, ti strappa le mutande e ti penetra allo stesso modo, senza preavviso, qui sul divano con me che ti guardo, proprio adesso, stai al gioco e collabori. Oltre l’apparenza, sono bestie, cara la mia cinese. Ti avevo avvertita, no?
– Ho capito. – rispose lei, stringendo involontariamente le gambe come per proteggersi da incursioni improvvise.
Koko rimase per una buona mezz’ora con l’ansia che una scena come quella descritta da Kashiwagi potesse avverarsi, ma per un bel po’ non successe niente.
Pochi minuti dopo, notò che, in un angolo più distante, un tale si era abbassato i pantaloni e stava prendendo da dietro una ragazza dai capelli corti, che emetteva mugolii chiaramente simulati. Era la prima scena esplicita che vedeva da quando era arrivata. Nel giro di qualche decina di minuti, quei capannelli di persone impegnate a fare sesso si moltiplicarono.
Le luci soffuse e i vari angoli in penombra creavano, tutto sommato, un’atmosfera quasi affascinante. Sembrava di stare in un film o qualcosa del genere. Si tranquillizzò. Non era niente di così tremendo rispetto a quello a cui era abituata al centro. Superato il lieve senso di vergogna nel fare sesso in mezzo ad altre persone, probabilmente, a conti fatti, in termini di pulizia e di uomini, quel contesto era persino migliore di quanto non fosse il suo decadente e sudicio centro massaggi.
A un tratto Suzuki si avvicinò al divano dove era seduto Kashiwagi, con un ghigno alla Joker. Il suo amico non aveva esagerato: il viso di quel giovane era veramente bello, ma per qualche motivo incuteva paura. Koko quasi si intimidì, come una ragazzina che incontra per caso l’innamorato a cui non osa confessarsi. Poi però ritrovò la sua verve e il suo carattere risoluto.
– Kashiwagi ha sempre ottimi gusti in fatto di ragazze. – disse Suzuki, sedendosi accanto a Koko, prendendole la mano e baciandola.
“Fa pure la scena del gentiluomo!”, pensò lei e, chissà perché, si arrabbiò per quel suo modo di comportarsi. Così ebbe un improvviso scatto di rabbia e, con uno sguardo truce e mordendosi le labbra, mise le mani sul sesso di Suzuki e, stringendo, iniziò a dire cose che stupirono lei stessa per la propria temerarietà.
– Kashiwagi-san mi ha detto che siamo qui per scopare, non per fare sceneggiate da gentiluomini e nobili signore. O sbaglio?
Suzuki superò lo stupore e si lasciò andare a una risata eccessiva.
– Ribadisco… Kashiwagi è eccezionale nello scovare nuovi talenti. – disse guardandola negli occhi.
Poi si rivolse allo stesso Kashiwagi.
– Questa ragazza mi piace. E sia, lasciamo da parte le ipocrisie. Fatti da parte, Kashiwagi, qui ci serve un po’ di spazio.
L’uomo fece quanto gli aveva ordinato Suzuki, si alzò e si sedette su un divano poco distante, con tutta l’intenzione di godersi lo spettacolo.
Dopo aver dato l’ordine al suo tirapiedi, Suzuki afferrò le gambe di Koko e la ribaltò sul divanetto. Le tirò su la gonna corta fino alla vita, le sfilò le mutandine gettandole da parte, poi si slacciò e abbassò in un attimo pantaloni e biancheria.
– Non temere, siamo tutti controllati da medici. Non mi va di usare preservativi con te.
E, detto ciò, iniziò senza ulteriori convenevoli. Koko, abituata a pratiche simili senza troppi preliminari, non provò molto dolore; anzi, in breve sentì di essersi persino eccitata.
Non fu niente di particolarmente anomalo o violento. Certo, Suzuki era piuttosto irruento, ma quel primo “test” non spaventò affatto Koko. Il modo esperto con cui l’uomo si muoveva quasi le fece raggiungere l’orgasmo mentre lui le stava sopra, cosa che non le capitava da un po’. La rigirò in alcune posizioni e poi concluse a suo piacimento.
Koko afferrò un fazzoletto di carta che si trovava sul tavolino accanto al divano e vi sputò il seme di Suzuki, che la osservava con il solito sorriso inquietante.
– Per ora ci accontentiamo così, – le disse alzandosi e rivestendosi – ma non credere che sia tutto qui, anzi…
Poi si alzò e si diresse dall’altra parte dell’ampio salone.
Kashiwagi si avvicinò e fece presente a Koko che si era dimenticato un piccolo particolare.
– Io sono un ospite come gli altri.
– Quindi? – fece Koko con un sorriso compassionevole, sapendo dove voleva andare a parare.
Kashiwagi si limitò a inginocchiarsi ai piedi di Koko, aprirle le gambe e avvicinare la bocca alle parti intime della ragazza.
– Non sai da quanto tempo desidero farlo. – disse lui con la testa tra le gambe di Koko.
– Sei una bestia come gli altri, a quanto pare. – disse lei, anche se dovette lasciarlo fare.
L’uomo pretese poi di avere rapporti completi con Koko e così trascorse la seconda parte della serata.
Kashiwagi aveva un sorriso ebete mentre accompagnava Koko fuori, cercando di capire le sue sensazioni su quanto era accaduto.
– Questa è stata una serata tranquilla, anche troppo. Direi che è quasi insolito che tutto sia così ordinario. Vedrai che cose divertenti che si inventano là dentro, quelli là! – prese a dire mentre camminava a fianco di Koko, rimasta in silenzio. – Ma come prima esperienza non rende giustizia alle leggende che girano intorno a questa gente. Quando non abbiamo una “bestiolina” ospite, del resto, non succede niente di particolare. Mentre ti scopavi Suzuki nell’angolo, gli altri hanno fatto un’ammucchiata, ma niente di troppo spinto. Come prima esperienza ti è andata bene, ti ripeto. E poi non c’era neanche quel pervertito di Minamoto. È sempre lui a introdurre qualche scenata disgustosa. Anche nelle serate più noiose come questa, lui trova comunque il modo di fare qualcosa di schifoso o di combinare qualche guaio e far infuriare Suzuki.
Kashiwagi aprì il borsello e allungò a Koko un voluminoso plico di banconote.
– Questo è il tuo compenso. Me lo ha dato quel Nakashima, il contabile di Suzuki. Si è solo intravisto stasera. Un altro personaggio del teatro di Suzuki, lo conoscerai presto. A proposito, lo stesso Suzuki mi ha detto di aggiungere un ulteriore regalo per te, quindi sono un bel po’ di soldi.
Koko prese in mano i soldi sentendosi inizialmente un po’ a disagio, poi si fece coraggio e contò metodicamente il denaro. Suzuki aveva aggiunto l’equivalente in yen di altri mille dollari al compenso pattuito. La ragazza sorrise pensando che forse la sua fortuna era girata.
– Suzuki mi ha già comunicato la data della prossima serata. Insolitamente vicina, a dire la verità. Ci vediamo fra due settimane esatte, alla stessa ora.
***
Trascorso anche il secondo giorno di vacanza che Koko si era presa per riprendersi, dovette tornare a lavorare al centro. Considerando quanto aveva guadagnato e quanto avrebbe potuto guadagnare, fu tentata di mandare tutto al diavolo fin da subito, ma alla fine prevalse il suo spirito pratico. Se quell’evento fortunato si fosse rivelato un’eccezione, avrebbe perso il posto e sarebbe stata costretta a contrattare faticosamente con un altro centro simile, partendo da una posizione svantaggiata proprio perché era lei ad avere bisogno.
Riuscì a vedere solo due clienti quella sera. Fece lunghe pause, cercando di passare inosservata agli occhi vigili di Luise, e soprattutto lasciò parlare a lungo i clienti, simulando una gentilezza e un interesse che era ben lontano dal provare nei loro confronti.
Lú yǐn notò fin da quella sera, e ancora di più nei giorni successivi, il cambiamento nell’atteggiamento dell’amica: a tratti pensierosa, a tratti irritata verso le altre ragazze e, soprattutto, fredda con Luise, alla quale, in fondo, si era ormai affezionata e che rimase dispiaciuta per quella scortesia.
– A me non me la fai! – le disse Lú yǐn in un momento in cui la vide uscire dalla doccia, mentre aspettava che un’altra ragazza finisse. – Ti è sicuramente successo qualcosa. Non hai più la solita allegria.
Koko fece una smorfia. Non aveva nessuna intenzione di parlare a Lú yǐn di ciò che le stava accadendo. Non perché non si fidasse di lei, ma per prudenza. Tra le clausole del contratto, infatti, c’era una rigorosa discrezione su nomi e luoghi.
“Quelli non scherzano”, le aveva ribadito Kashiwagi. “Se li metti in difficoltà con uno scandalo, sono perfettamente capaci di farti sparire sotto terra in qualche angolo isolato del Giappone”.
Aveva afferrato il messaggio.
Questo però non significava che non potesse confidarsi con persone di cui si fidava. E di Lú yǐn si fidava. Semplicemente, non le sembrava ancora il momento. Incerta se aprirsi e accennare almeno qualcosa, l’insistenza dell’amica la portò alla fine a dire più di quanto avrebbe voluto.
– Appena potrò, ti dirò tutto. Lasciami solo il tempo di riorganizzare le idee.
– Questo è il modo peggiore per far aumentare non solo la mia curiosità, ma anche la preoccupazione. Lo sai che ti puoi fidare di me. Io ho solo te in questo paese. Sei l’unica persona per cui provo affetto in questo mondo schifoso, non ti farei mai del male.
Koko fu riconoscente all’amica e si intenerì.
– Lo so, – aggiunse – ma fidati di me. Per ora non posso dirti niente, ma sarai la prima, e forse l’unica, con cui mi confiderò appena potrò. Molto presto.
Poi chiese ancora qualche giorno a Luise, che questa volta si lamentò.
– Che ti prende, stai diventando pigra! – sbraitò, irritata anche dall’atteggiamento sufficiente di Koko in quei giorni. – Sei tra le ragazze che ci fanno guadagnare di più. Se batti la fiacca, il nostro fatturato cala. Questa è l’ultima volta che ti concedo dei giorni liberi senza una ragione valida. Se continui così, io non posso fare niente, lo sai! Bobbo ti caccerà via a calci nel sedere. Non ama le prime donne, anche se gli fanno guadagnare più delle altre, non dimenticarlo!
– In realtà non mi sento troppo bene in questi giorni. Lo dirò anche a Bobbo. – si giustificò Koko.
Kashiwagi non si fece sentire nei primi giorni dopo la serata, poi tornò alla carica. Il fatto di essere stato con Koko in un momento di intimità lo aveva convinto di avere qualche diritto su di lei. Lo si capiva dalle domande che faceva e dalle raccomandazioni non richieste che le dava.
Anche un essere meschino come lui poteva essere capace di sentimenti, pensò Koko. Ma non poteva permettere che si affezionasse o si facesse illusioni. Fuori da quel contesto, forse, era un ragazzo con cui si sarebbe potuta avere anche una relazione seria; tuttavia, umanamente, provava più compassione che attrazione.
– Kashiwagi, ti sei fatto idee sbagliate! Ti ricordo che io sono una puttana e che quella sera sono stata con te perché ero pagata per farlo.
L’uomo si rabbuiò in volto. Si era avvicinato a lei vedendola uscire dal centro massaggi e l’aveva investita con le sue domande e le sue attenzioni.
– Sei un’ingrata! Oltretutto, non posso più fartela neanche pagare, perché quell’imbecille di Suzuki si è divertito talmente tanto con il tuo atteggiamento da dirmi che, se non torni alle prossime serate, posso considerarmi licenziato.
A quelle parole Koko si pentì di averlo trattato così e cercò di smorzare la sua ostilità.
– Mi dispiace, Kashiwagi. Lo dico per non creare malintesi tra di noi. Mi perdoni? – aggiunse sfiorandogli la mano.
Kashiwagi sospirò.
– In fondo, hai ragione. Vorrà dire che se sei solo una “puttana”, in quelle sere mi accontenterò che tu lo sia anche per me.
Una frase che voleva essere una dichiarazione sgangherata o una presa in giro? Koko non capì cosa intendesse davvero.
La settimana successiva dovette però riprendere regolarmente il lavoro al centro. Cercò per un po’ di dimenticarsi delle serate e di concentrarsi su quello che aveva sempre avuto a cuore negli ultimi anni: guadagnare. Guadagnare il più possibile per garantirsi, nella maturità, almeno un minimo di sicurezza economica.
Col tempo aveva affinato la sua pratica persuasiva, la sua cordialità da geisha a pagamento e, soprattutto, la capacità di capire cosa volessero gli uomini. Per lo più aveva provato indifferenza per i clienti: quelle persone erano comparse nella sua vita, incapaci persino di avvicinarsi a ciò che custodiva nel profondo. Ma qualche volta si era creato un certo tipo di contatto emotivo.
Le sembrava che quei porci, capaci di fare richieste di ogni genere, fossero in fondo bambini spaventati, esseri umani persi nelle loro vite misere come tutti gli altri e desiderosi soltanto di trovare una via di fuga da un’esistenza che non riuscivano più a sopportare.
Senza volerlo, le tornò in mente Suzuki. Pensando a lui, un misto di repulsione e attrazione le attraversava la mente. C’era qualcosa in lui che la metteva a disagio. Quegli occhi erano quelli di una belva pronta a spiccare il salto sulla preda.
Forse era stata influenzata dal racconto di Kashiwagi? Aveva dipinto i suoi padroni in quel modo solo per darsi una certa importanza? Per creare un alone di mistero intorno all’ambiente che frequentava, anche nel ruolo di tirapiedi?
In effetti, la sua prima impressione era stata diversa dalle aspettative. Si era immaginata perversioni oltre ogni limite e si era trovata davanti a comuni festini. Se non si potevano certo definire situazioni ordinarie per tutti, non erano nemmeno qualcosa di particolarmente sorprendente.
Comunque, si ripromise di studiare quell’uomo più da vicino. Almeno aveva la possibilità di trovare stimoli nuovi rispetto al solito tran-tran dei clienti, che le chiedevano e le dicevano sempre le stesse cose.
Arrivò poi il giorno del secondo incontro nell’attico di Shinjuku.
Per un attimo Koko ebbe difficoltà a ritrovare l’edificio. Ricordava di essere passata a piedi per il Chuo Park di Shinjuku e accanto al grattacielo della municipalità di Tokyo. Poi però si apriva una selva di edifici tutti simili e dovette faticare parecchio per individuare l’ingresso giusto. Arrivò infatti in ritardo.
Quella volta Kashiwagi non aveva potuto accompagnarla. “Io vado direttamente là, ho un impegno poco prima”, le aveva spiegato. Forse lo aveva fatto perché si era offeso.
Quando finalmente trovò l’ingresso, si trovò davanti un uomo che non aveva visto la volta precedente.
– Tu devi essere quella che fa divertire tanto Suzuki-san. – disse in un sussurro quell’individuo che Koko intuì essere Nakashima, il contabile e amministratore di Suzuki per quanto riguardava la sua vita privata.
– Non trovavo l’indirizzo, mi dispiace per il ritardo.
Nakashima la guardò con un sorrisino appena accennato, quasi di compassione. Aveva enormi occhiali rotondi, una capigliatura a caschetto e un viso da insetto. La voce nasale e la risata sottile contribuivano a generare repulsione in chiunque lo ascoltasse.
“Ecco un altro mostro della galleria”, pensò Koko. “Sembrano tutti usciti da un film dell’orrore”.
Nakashima fece comunque un inchino e le disse con tono gelido:
– Oggi bisogna spogliarsi subito e accedere senza vestiti alla sala degli ospiti. Ordini del capo.
Lei fece un cenno d’intesa. L’uomo le mostrò un ambiente che aveva tutta l’apparenza di uno spogliatoio e la invitò a sistemare le sue cose in uno degli armadietti lì accanto.
Con i brividi per la temperatura, un po’ troppo bassa, Koko si diresse nuda verso il salone dove era stata la prima volta. Si strinse le braccia al seno e, guardandosi le cosce, vide che aveva la pelle d’oca.
Per fortuna nessuno badò a lei. La scena era diversa da quella precedente. Gli ospiti erano seduti o sdraiati comodamente e intrattenevano conversazioni cordiali. Sembrava quasi un raduno di naturisti: a malapena si percepiva la natura del convivio, che avrebbe dovuto essere trasgressivo.
Kashiwagi era sdraiato su un divanetto. Il pene floscio gli ricadeva di lato, mentre era intento a cercare di mangiare della frutta da un piattino, calandola dall’alto come gli antichi romani, proprio come aveva visto fare in qualche pellicola hollywoodiana.
Entrò Suzuki con un ragazzone grasso e molto alto. Un vero colosso. Avrebbe potuto essere un atleta di sumo. Dalla descrizione che ne aveva fatto Kashiwagi, non poteva che essere Minamoto. Le labbra dipinte di rosso sull’incarnato pallido del volto sembravano confermare quell’ipotesi.
Suzuki aveva un fisico scolpito che la prima volta Koko non aveva notato. Non sfigurava nella nudità, come spesso accade al corpo maschile, a differenza di quello femminile. Koko si sentì attratta, ma scacciò subito quel pensiero.
I due compari avevano un’espressione soddisfatta. La voce morbida del ragazzone, che poi si rivelò essere proprio Minamoto, stonava con la sua stazza. Ma soprattutto, come Koko avrebbe imparato a capire in seguito, stonava molto di più con la sua natura feroce e crudele.
Fu proprio lui a prendere la parola:
– Cari amici, questa sera abbiamo una nuova ospite. Una nuova bestiolina è stata affittata per rendere le nostre serate piacevoli. – Dopo quella frase fece un risolino acuto e si strofinò le mani soddisfatto. – Si tratta di un coniglio. Sì, avete capito bene. La nostra bestiolina è convinta di essere un coniglio. Non per scherzo, non è un costume di scena… ma lo crede veramente, nella vita reale! Un simpatico caso di malattia mentale.
– Minamoto-san è sempre alla ricerca di esperienze innovative. – aggiunse Suzuki con malizia, tenendo le mani dietro la schiena.
– Tutti possono giocare con la coniglietta. – riprese Minamoto, annuendo alle parole di Suzuki. – Le si possono fare tutte le cose divertenti che vi vengono in mente. Solo, evitiamo di causarle ferite e magari anche dolori troppo intensi. Sapete che qui vogliamo divertirci, non finire in galera.
– Io vorrei provare questo su di lei. – disse una ragazza, sventolando in mano un gioco sessuale.
– Non dovete contenere i vostri desideri, la coniglietta è qui per soddisfarli tutti.
Koko si aspettava una ragazza in stile club notturno, l’ennesima prostituta che semplicemente indossava il prevedibile costume da coniglietta sexy per compiacere chi la pagava profumatamente.
Fu invece sorpresa da ciò che vide. Nakashima portò dentro, spingendola, una gabbia su ruote, in realtà molto piccola. Dentro, stipata, c’era una ragazza minuta, completamente nuda e con indosso soltanto un cerchietto con orecchie da coniglio bianche e rosa.
Gli ospiti scoprirono che il suo nome era Shizuka. Il suo viso era pieno di grazia. Non si poteva dire che stesse sorridendo, ma aveva comunque un’espressione serena, del tutto fuori luogo in quel covo di pervertiti. Il suo corpo incredibilmente bianco sembrava brillare nel buio della stanza.
All’inizio ci furono battute ironiche e doppi sensi dozzinali. Un uomo si avvicinò alla gabbia.
– La vuoi la mia carota, vero? – disse, compiacendosi da solo della sua battuta di bassa lega.
Anche alcune ragazze si avvicinarono. Una infilò le mani dentro la gabbia, che aveva una trama abbastanza larga da consentirlo, e frugò tra i glutei della coniglietta.
– Fammi sentire se sei stretta, lì dietro! – disse con un tono che voleva essere sensuale.
La coniglietta nella gabbia si schermiva, cercando di divincolarsi da quelle mani che volevano violarla, ma poi, quando venne lasciata in pace, tornò alla sua espressione serena. Quasi fosse estranea alla realtà del momento.
Solo Koko non si era avvicinata e si era limitata a osservare la gabbia da qualche metro di distanza. Aveva guardato gli sguardi divertiti dei presenti e aveva notato in tutti un sadismo compiaciuto che la inquietava. Quelle persone non sembravano essere lì soltanto per soddisfare i propri istinti, ma parevano trarre piacere soprattutto dall’umiliare qualcuno, proprio perché quello faceva parte del divertimento.
Dopo un po’, tuttavia, la “bestiolina” venne dimenticata e lasciata lì, al centro della sala, rinchiusa nella sua gabbia.
I gruppetti di persone ripresero lentamente a fare ciò che Koko aveva già visto la volta precedente. Un copione che cominciava ad annoiarla. Poi ripensò al compenso e si sentì rincuorata.
“Meglio così”, si disse. “È più facile per me”.
Il sadico Suzuki era sopra una ragazzina che avrà avuto meno di vent’anni e si muoveva dentro di lei con una certa foga. All’inizio lei finse piacere, ma poi si mise quasi a piangere, cosa che eccitò ancora di più Suzuki, con quel sorriso tremendo stampato in faccia, esattamente come aveva predetto Kashiwagi.
Anche quella sera il tirapiedi puntava Koko, ma vicino a lei si era seduto un uomo importante dell’industria giapponese, uno dei più anziani tra i presenti. Non aveva osato avvicinarsi e disturbare un ospite che aveva senza dubbio la precedenza su di lui, semplice servitore del capo.
L’uomo iniziò a parlare amabilmente con Koko. Per una decina di minuti sembrò quasi una conversazione normale, finché non ebbe la scortesia di esprimere improvvisamente, con parole volgari e dirette, i propri desideri e ciò che voleva che Koko gli facesse. Lei si schermì, ma non tanto per la volgarità, a cui era in definitiva abituata, quanto per il contrasto improvviso tra le due facce di quell’individuo.
La temperatura nella stanza si era fatta più alta e ormai si sudava. Al posto della musica rilassata usata come sottofondo, Minamoto aveva ordinato di alzare il volume e mettere del rock pesante. A quanto pareva, quella musica lo eccitava particolarmente.
– Nakashima, metti anche quell’illuminazione che fa sempre atmosfera. – ordinò Minamoto al tuttofare.
Prima di tutto, la stanza venne investita da una musica infernale ad altissimo volume. Poi piombò in una luce bruna, un rosso cupo pieno di ombre. Quella tonalità rendeva tutto più indistinto, creando una sensazione di buio e soffocamento. La musica, sparata a tutto volume, saturava l’aria e rendeva quasi impossibile distinguere le parole degli altri.
Koko era pigramente posizionata a quattro zampe mentre lasciava con indifferenza che l’uomo che l’aveva avvicinata la prendesse da dietro. Le facevano quasi male le orecchie per il frastuono. Il vecchio dovette trafficare a lungo, strofinandosi sul suo corpo a più riprese e cambiando posizione, perché la sua erezione non era particolarmente efficiente e doveva aiutarsi con le mani.
Nel frattempo, visto che a causa del caos non doveva nemmeno fingere piacere, Koko si guardava intorno, cercando di indovinare i pensieri di quella massa umana.
Fauci spalancate in ghigni isterici, movimenti convulsi, risate mute, corpi aggrovigliati. La calma di prima era solo un ricordo. Quelle figure, come marionette guidate da fili invisibili, si dimenavano sui divani, per terra, in piedi, tutto intorno a lei. La debole luce bruna disegnava ombre sui loro volti e la musica impediva di sentire le voci che uscivano da quelle labbra in movimento.
Alcool e droghe scorrevano a fiumi. Una ragazza con gli occhi lucidi e persi per lo stordimento le passò vicino, accennò alcuni movimenti di un ballo sgraziato e sputò per terra qualcosa che doveva essere molto probabilmente sperma. Guardò Koko, le si avvicinò e le accarezzò il viso con quello sguardo vitreo ma quasi affettuoso.
Le diede un bacio sulla guancia e le passò una mano sulla testa, senza curarsi dell’uomo che stringeva i fianchi di Koko e la prendeva da dietro. Poi tornò verso il gruppo da cui era arrivata, barcollando pericolosamente e andando a sbattere contro la gabbia della ragazza coniglio.
La si vide ridere divertita, indicando la gabbia.
Koko venne girata dall’uomo, che volle vederla di fronte. Fortunatamente, accucciandosi su di lei, pose la testa accanto alla sua, sopra la spalla, così che la ragazza, praticamente seduta, poté continuare la sua osservazione indisturbata mentre l’altro si dimenava.
Poté così assistere a una scena che prima la incuriosì e poi la spaventò. Da un po’ osservava Minamoto. Lo si vedeva ridere in modo scomposto, fare gesti ridicoli, battersi il petto con i pugni alla King Kong, alzare le mani aperte in aria, scuoterle e assumere con la bocca quella che sembrava una specie di ululato.
Poco prima era passato vicino a Koko e l’aveva guardata. Le sue pupille erano chiaramente dilatate. Molto probabilmente era pieno di cocaina. Era a dir poco spaventoso. Avrebbe potuto fare a pezzi una ragazza in un secondo.
A un tratto Minamoto si avvicinò alla gabbia della coniglietta, la aprì e la afferrò con violenza per i capelli, trascinandola fuori. Nella convulsione del momento, lei perse le sue orecchie da coniglio. Minamoto la trascinò per diversi metri fino al centro della stanza, poi tornò sui suoi passi, riafferrò le orecchie di peluche e le rimise sulla testa della sua vittima.
Lei aveva un’espressione sofferente e si teneva la testa. Poco dopo, una delle ospiti si avvicinò, recuperò le orecchie rosa e bianche cadute per la seconda volta a fianco della ragazza e gliele riposizionò sulla testa, sistemandole anche i capelli con premura.
Minamoto stava in piedi e sovrastava Shizuka con la sua imponenza. Si prese il pene tra le mani e cominciò a urinare sul suo viso, ridendo istericamente. Lei chiuse gli occhi con un’espressione disgustata. Tutto avvenne nel frastuono assordante di una canzone di una certa Ado, un brano molto popolare in quel periodo. Una visione terribile, angosciante. Alcuni applaudivano e sembravano incitare l’energumeno.
Terminata quella pratica, il gigantesco Minamoto rigirò la ragazza a pancia in giù e cominciò a colpirle i glutei a mano aperta. Prima senza convinzione, poi sempre più forte.
Andò avanti per un po’ e Koko, dopo aver fermato l’uomo che era con lei, pensò che la situazione stesse sfuggendo di mano. Shizuka era sdraiata a terra a pancia in giù, con il viso girato nella sua direzione. Dagli occhi serrati scorrevano chiaramente copiose lacrime.
Probabilmente Minamoto stava aumentando sempre di più la violenza dei colpi.
Koko raggiunse il limite della sopportazione. Si alzò di scatto, scansò con forza il suo amante improvvisato, che la guardò perplesso, facendolo ricadere sul divano. Senza curarsi di altro e tenendo lo sguardo fisso su Minamoto, si diresse verso di lui a passo deciso.
Mentre camminava ebbe una strana sensazione: era come se il suo procedere rallentasse e le sembrò di osservarsi dall’esterno, come in una scena vista su uno schermo. Anche la musica arrivava attutita, come se si trovasse sott’acqua.
Quando arrivò vicino alla scena che aveva osservato da lontano, sferrò un calcio al grosso sedere dell’uomo con tutta la forza che aveva in corpo. Solo allora tutto intorno a lei sembrò riprendere una velocità normale.
Minamoto, accovacciato, si girò spaventato. Poi fissò Koko e sul volto gli comparve un sorriso sardonico. Lei però non si fece intimidire e lo afferrò per la gola. In quella posizione, accovacciato, era quasi alto quanto lei.
La musica venne abbassata da qualcuno.
– Non ti sembra di esagerare un po’, pazzo psicopatico? – gli gridò, bagnandogli il volto con la saliva.
Un faro bianco era puntato su di loro, sempre per creare un effetto scenico. Un rossore vistoso deturpava i piccoli e graziosi glutei di Shizuka, che non si era mossa dalla posizione precedente e piangeva con i pugni sotto il petto, riversa a pancia in giù.
Minamoto si liberò della stretta di Koko e la spinse a terra. Lei rotolò, più che altro per la perdita di equilibrio. La spinta non era stata in realtà molto energica, ma solo un semplice gesto.
Nakashima, spaventato, abbassò ulteriormente la musica. Kashiwagi aveva assistito alla scena e già pensava che quella stupida avrebbe finito per rovinarlo, che a causa sua lo avrebbero cacciato per sempre da lì.
In realtà, dopo una prima espressione infuriata, il volto di Minamoto assunse un’aria divertita e lui scoppiò a ridere di gusto.
– Sei proprio divertente! – le disse, accovacciandosi vicino a lei e aiutandola a rialzarsi.
– Guarda come hai ridotto quella ragazza! Avevi detto che non le avresti fatto male! – gridò Koko indicando il sedere della coniglietta.
Si fece avanti Suzuki, con il solito ghigno e applaudendo teatralmente, ma lentamente.
– Ti avevo detto che la ragazza aveva un bel carattere, vero? – disse rivolgendosi all’amico.
– Avere una ribelle è sempre divertente. Non ne posso più di schiave servizievoli. – puntualizzò Minamoto, senza preoccuparsi di mostrare il proprio disprezzo verso gli altri ospiti presenti.
Koko si chinò a terra e andò a consolare Usagi-chan. Poi la aiutò ad alzarsi e la fece sedere sul divano.
– Non ti devi preoccupare. – riprese Minamoto. – È una tecnica collaudata. Provoca molto bruciore e rossore subito, ma passa in fretta. Non lascia segni visibili. Le tornerà un bel culetto bianco nel giro di qualche ora.
– Però, cara infermiera, la nostra coniglietta ha un contratto con noi. A meno che non voglia stracciarlo… – si intromise Suzuki, avvicinandosi e guardando le due, soprattutto la coniglietta, con tono interrogativo.
Shizuka scosse la testa in silenzio.
– Se è così, torna nella tua gabbia, per favore. Fai la brava. – replicò con voce ipocritamente gentile.
Detto questo, le prese la mano e la baciò teneramente, poi la riaccompagnò alla gabbia. Shizuka si sistemò le orecchie da coniglio sulla testa. Aveva il viso imbronciato, un’espressione quasi infantile. Le lacrime avevano fatto colare il trucco dagli occhi, anche a causa della disgustosa pratica di Minamoto.
Koko provò una grande tenerezza e, allo stesso tempo, sentì crescere la rabbia verso quel branco di selvaggi che si divertiva a tormentare una ragazza in quel modo.
– Che animo gentile. – la canzonò Suzuki, sedendosi accanto a lei e mettendole un braccio intorno alla vita. – Ma ti sei scandalizzata alla prima cosa interessante che vedi. Se rimarrai con noi, ne vedrai delle belle!
– Quindi non mi cacciate dopo che vi ho rovinato il vostro gioco da pervertiti?
– Ma certo che no! Stai scherzando? Sei una benedizione, una novità di cui non possiamo più fare a meno.
Koko si accigliò. La stava prendendo in giro, ma allo stesso tempo sembrava voler dire qualcosa di sensato.
– Potrei esservi di ostacolo. Perché dici così? – gli chiese.
Suzuki si sistemò la coda di capelli da samurai e usò un cuscino per coprirsi le parti intime. Una qualche forma inspiegabile di pudore sembrava averlo colto. Succedeva sempre quando diceva qualcosa che riteneva veramente importante.
– Sembra che tu sia una moralista. Puttana, ma moralista. Una che non sopporta il dolore degli altri. Insomma, una che prova ancora qualche sentimento per i suoi simili. Una cosa bellissima! Sei la novità di cui avevamo bisogno, insieme a questa pazza che pensa di essere un coniglio. – disse guardando verso l’alto con fare drammatico. – E poi è veramente adorabile quella coniglietta, non trovi? Ha un visino così innocente! Ben diverso da quelle puttane sfatte che ci procura sempre Kashiwagi. Tu esclusa, si capisce.
Fece una pausa, poi concluse:
– Ora, tornando a te, se accetti di rimanere, riprendiamo i festeggiamenti.
– Riattacca la musica, Nakashima. – gridò Minamoto con un boato da gorilla. – E voi, cosa state lì imbambolati? Riprendete pure a divertirvi, questo faceva tutta parte del nostro circo!
Quando riprese quel baccano infernale, i convitati tornarono senza troppa convinzione alle loro occupazioni precedenti. Non avevano detto una parola e avevano osservato immobili quanto era accaduto tra Koko e Minamoto. Nessuno aveva mai osato tanto nei confronti di quell’uomo.
La loro reazione faceva capire quanto la maggior parte degli ospiti fosse soggiogata dai due compagni di malefatte, Suzuki e Minamoto. Solo gli ospiti di riguardo, gli altri ricchi finanzieri e industriali presenti, si rivolgevano ai padroni di casa da una posizione di parità.
Ma poteva essere solo il denaro a comprare quella sottomissione?
Fu quello che pensò Koko più tardi quella notte, quando l’eccitazione per gli eventi si era ormai smorzata.
“In fondo siamo ancora liberi”, pensò. “È solo attraverso il denaro che comprano la nostra sottomissione e anche la nostra umanità”.
Verso le tre del mattino la festa fu dichiarata conclusa. Le persone lentamente si rivestirono e una delle ragazze iniziò a riordinare ciò che era stato lasciato in disordine.
Nakashima, l’unico a circolare per l’appartamento con gli abiti ancora indosso – un completo nero, cravatta dello stesso colore e camicia bianca – invitò Koko a seguirlo nel suo ufficio.
Prima di seguirlo, lei si avvicinò per un attimo alla gabbia di Shizuka.
– Non ti preoccupare, non ti faranno del male. – le disse, ricevendo in risposta un sorriso.
Entrando nella stanza indicata da Nakashima, pensò che alla fine l’avrebbero cacciata, nonostante Suzuki l’avesse rassicurata del contrario. L’ufficio era sfarzoso come il resto degli ambienti.
Nakashima la fissò per qualche minuto dietro quegli occhiali rotondi, enormi rispetto al suo viso. La pettinatura ordinata da cane appena uscito dalla toelettatura lo faceva sembrare un personaggio comico di un anime. Fuori dalle vetrate si estendeva la notte di Tokyo.
– Suzuki-san mi ha detto di darti un premio. Anche questa volta. Non è mai capitato per due volte di seguito, sei fortunata. Piaci a tutti e due, a quanto pare. Di solito si dimenticano di voi appena si sono sfogati, la prima volta. Tu… devi avere qualcosa di speciale, forse.
Fece una pausa, poi continuò:
– D’ora in poi non ti pagherà più Kashiwagi, ma direttamente io. Ordini di Suzuki. Ecco, prendi.
Disse così allungandole una mazzetta di banconote.
– Ma se vuoi un consiglio, non esagerare. All’inizio sei una novità divertente, ma se esageri quelli perdono la pazienza prima di quanto pensi e per te si mette male.
Dopo una rapida occhiata alle banconote, Koko capì che si trattava di una somma simile alla volta precedente, forse persino superiore. La infilò velocemente nella borsetta e finì di ascoltare la predica di Nakashima, che mentre parlava sembrava compiaciuto dall’ascolto della propria voce.
Tornando verso casa nella notte gelida, Koko provò una grande soddisfazione per il compenso sostanzioso ricevuto anche quella sera. Riprese a fantasticare e a fare progetti sul futuro, pensando di lasciare il centro massaggi.
Poi, però, tornarono alla mente i pensieri di poco prima e si sentì a disagio. Alla fine, avevano comprato anche lei.
Capitolo sesto
“L’idiota”,白痴
La prima volta che prese parte a uno di quegli incontri, Joe rimase sconvolto al punto da essere quasi tentato di mandare tutto all’aria e portare via Shizuka da lì con ogni mezzo. Pensò perfino di rivolgersi alla polizia per denunciare ciò che accadeva in quel luogo, convinto che non fosse poi tutto così legale e innocuo come quei criminali volevano far credere.
Tornò così a tormentarsi con gli stessi dubbi. Come poteva continuare ad avere speranze sulla possibilità di guarire Shizuka, davanti a una ricerca tanto ostinata del proprio degrado e di quello altrui? Questa volta neppure Kimura avrebbe saputo dargli una risposta soddisfacente.
L’ingresso in quell’ambiente era avvenuto all’improvviso. Una telefonata da un numero sconosciuto gli aveva fatto conoscere la voce di quello che avrebbe poi scoperto essere Kashiwagi, il tramite con i festini di Shinjuku.
Dopo aver saputo da Shizuka che un suo caro amico desiderava partecipare a quelle serate, Suzuki e Minamoto avevano incaricato Kashiwagi di contattare Joe, sondare il terreno e verificare che non rappresentasse un pericolo. Se necessario, avrebbe dovuto accompagnarlo agli incontri.
La cosa rincuorò lo scagnozzo, che smise di temere di essere cacciato dopo il calcio che Koko aveva rifilato a Minamoto.
Se Suzuki, con il suo pragmatismo, si era subito irritato per quella nuova seccatura rappresentata da Joe, Minamoto ne era invece rimasto incuriosito.
– Te lo immagini questo guardone che ci fissa con rabbia mentre ci facciamo la sua coniglietta? Dev’essere uno spasso! – aveva commentato, divertito.
– Tu pensi solo a divertirti. Speriamo soltanto che quel tipo non ci crei problemi inutili. – aveva ribattuto Suzuki.
Già dalle prime parole, Joe mise in allarme anche Kashiwagi. Gli chiese un incontro faccia a faccia, ma il tono della conversazione cambiò ben poco.
– Se vuoi portarti via la tua amica, fallo pure. – gli disse durante quel primo incontro. – Ma trova il modo di farlo senza coinvolgere in alcun modo Suzuki e Minamoto. Dammi retta, quelli non scherzano. Spero tu capisca cosa intendo, se tieni alla tua pelle e a quella della tua coniglietta. A vederli sembrano solo due ricchi eccentrici, ma io non pesterei loro neppure un piede. Rischi di finire all’altro mondo. Vuoi ritrovarti la tua coniglietta dentro un sacco della spazzatura, buttato in qualche vicolo?
Quella minaccia non lasciava spazio a dubbi. Ma restava il problema di sempre: anche ammesso che Joe fosse riuscito a portare via Shizuka senza scatenare la reazione dei suoi carcerieri, avrebbe probabilmente distrutto per sempre il rapporto con lei.
Il dilemma era lo stesso di prima: salvarla da quell’inferno, perdendola però per sempre, oppure lasciarla dov’era, sapendo che continuava a essere nelle mani di quelle persone disgustose.
Non c’era modo di comunicare con Shizuka se non durante le serate. E anche allora gli avevano espressamente chiesto di non intervenire e di starle il più lontano possibile.
La ragazza doveva rimanere isolata dal mondo esterno per alcuni mesi, mentre la presenza di Joe alle feste poteva essere soltanto occasionale: giusto quanto bastava per rassicurarlo, di tanto in tanto, sulle condizioni della sua amica. Quelle regole non facevano altro che aumentare il divertimento dei suoi aguzzini e, allo stesso tempo, rendevano la situazione ancora più assurda.
Joe non aveva idea di cosa Shizuka avesse raccontato ai genitori per giustificare una scomparsa così lunga. Del resto, non si sarebbe stupito se si fosse limitata ad avvisarli che sarebbe rimasta via per qualche tempo, senza aggiungere altro.
Durante quel primo colloquio, Kashiwagi cercò comunque di rassicurarlo sull’incolumità della ragazza.
– Se davvero volessero farle del male, non lascerebbero testimoni in giro con tanta leggerezza. – disse. – Non le faranno nulla oltre certi limiti, e lei è libera di andarsene in qualsiasi momento, se lo chiede. Per quanto possa sembrarti assurdo, quei due sono uomini di parola. A modo loro sono dei gentiluomini. Se promettono una cosa, la mantengono. Di questo sono sicuro. E anche quando vedrai cose che ti disgusteranno o ti metteranno paura… e le vedrai, te lo assicuro… loro sanno sempre dove fermarsi.
Dopo quel primo, tremendo incontro, Joe ebbe il sospetto che, in sua presenza, Shizuka fosse stata trattata con meno brutalità rispetto alle settimane precedenti.
Una ragazza cinese che partecipava a quelle feste, la stessa che in seguito gli si sarebbe presentata come Koko, gli raccontò ciò che avevano fatto a Usagi-chan qualche settimana prima. Ancora sconvolta dal racconto, Joe sentì montare dentro di sé una rabbia violenta. Come avrebbe potuto assistere passivamente ad altri episodi del genere? Prima o poi sarebbe inevitabilmente finito per scatenare una rissa.
Cercò di soffocare quella collera nell’alcol, ma si rese conto che così facendo perdeva soltanto lucidità. Provò allora a riprendere il controllo e ad affrontare la situazione con tutta la razionalità di cui era capace. Anche se, in quella maledetta storia, di razionale sembrava non esserci neppure l’ombra.
***
Il Grande Vecchio era per Joe un porto sicuro, ma non si aspettava davvero di trovare lì una risposta o una soluzione. Kimura lo accolse come sempre con pazienza.
Come accade a chi attraversa un grande sconvolgimento emotivo, Joe aveva bisogno di ripetere più volte gli stessi pensieri, anche se il dottore ormai li conosceva a memoria. Kimura sapeva che quella ripetizione era parte del processo; tornare continuamente sullo stesso punto, in qualche modo, rendeva il dolore più sopportabile. Joe stava vivendo il periodo peggiore della sua vita.
Kimura arrivò alle solite conclusioni e gli fece notare che quello stato di tormento era iniziato molto prima della scoperta di quelle serate. La nuova situazione non aveva fatto altro che portare alla luce qualcosa che era già presente.
Per lui, in fondo, non restava che la solita alternativa, accettare la realtà o continuare a combatterla.
– Come è possibile che una persona scelga volontariamente di sottoporsi a cose del genere? – chiese Joe, pur sapendo che il suo famoso amico psichiatra gli aveva già spiegato più volte i meccanismi che stavano alla base di comportamenti simili. – E non per soldi! Le altre posso anche capirle, ma lei no. A lei il denaro non interessa. Se lo prende, probabilmente lo regalerà a qualcuno o lo userà per qualche causa benefica.
I due, però, non cercavano più ragioni oggettive nelle loro discussioni interminabili. Volevano soltanto avvicinarsi al mondo di Shizuka, capire cosa ci fosse davvero dentro di lei.
Per Joe non sembravano esserci molte vie d’uscita dalla condizione di Usagi-chan. L’unica possibilità sarebbe stata chiedere un intervento delle autorità sanitarie e tentare di farla interdire. Ma quelle conversazioni senza una vera conclusione gli davano comunque un qualche sollievo.
Parlando per ore di quella storia, si aggrappavano alle parole come se fossero esse stesse una forma di cura. Alla fine Joe si sentiva svuotato, ma almeno, per qualche tempo, riusciva a trovare un po’ di pace.
Un pomeriggio, in uno dei momenti in cui la disperazione sembrava più insopportabile, pensò che senza la presenza di Kimura, in quei mesi, forse avrebbe compiuto un gesto estremo contro sé stesso o contro i carcerieri di Shizuka.
Non era il coraggio a mancargli. Era la consapevolezza che un gesto simile avrebbe distrutto tutto senza cambiare nulla. Quella sarebbe stata soltanto una fuga.
Dopo aver incontrato Kimura così tante volte in quelle settimane, Joe iniziò a pensare che per il pover’uomo la sua compagnia dovesse essere diventata una vera e propria tortura.
Una di quelle volte, però, Kimura gli parve prendere l’iniziativa. Sembrava più agitato del solito. Forse starlo a sentire fino allo sfinimento rientrava nella sua modalità terapeutica, e solo dopo questo girare a vuoto sarebbe intervenuto cercando di portarlo verso la consapevolezza o, meglio, l’accettazione di una realtà che non poteva cambiare.
– Rifletto costantemente sulla questione, – prese a dire il dottore – e devo ammettere che comincio a prenderla molto più seriamente di quanto avrei voluto. Non fraintendermi, non è che prima non mi importasse. Ma ormai anche il tuo benessere mi sta a cuore. E anche quello della nostra povera Shizuka. Non sono così insensibile da precludermi sentimenti di amicizia e compassione, ma…
– Certo, ora mi parlerà di transfert e cose del genere.
Il Grande Vecchio sorrise.
– Sai che ho un approccio libero. Credo nella biologia, ma mi concedo il dubbio di utilizzare tutto ciò che può aiutare qualcuno a stare meglio. È pur sempre una forma di terapia.
Joe si lasciò andare platealmente sulla poltrona ed emise un sospiro. Anche il dottore rimase qualche istante in silenzio.
– Ma non voglio farti una lezione, – riprese – di quelle ne hai già abbastanza durante le tue lezioni all’università. C’è un’altra cosa che vorrei dirti…
Dicendo questo si alzò e si diresse verso la libreria alle sue spalle. Guardò gli scaffali, evidentemente alla ricerca di un libro preciso.
– Eccolo, trovato! – esclamò, voltandosi e porgendogli un volume. – Lo conosci?
Joe rigirò il libro tra le mani e lesse il titolo.
– L’idiota di Dostoevskij. È uno scrittore russo, se non sbaglio.
– Esatto. Uno dei più grandi che l’umanità abbia mai conosciuto.
– Conosco l’autore, ma non ho letto questo libro. Forse al liceo ci diedero qualcosa di suo, ma allora avevo altro per la testa. Non ricordo praticamente nulla.
Kimura riprese il libro che Joe gli aveva restituito.
– Però, dottore, mi scusi… cosa c’entra adesso la letteratura con quello di cui stiamo parlando? Se vuole distrarmi, apprezzo lo sforzo, ma non credo proprio di avere la testa per i romanzi in questo momento.
– Lo so bene, caro ragazzo, lo so bene.
Lo rassicurò con un movimento deciso della testa.
– Ma è proprio questo il punto. È una cosa che mi gira in mente da tempo. Poi, una notte, mi sono svegliato all’improvviso e ho capito dove avevo già incontrato quelle idee.
Sollevò il libro.
– Qui dentro.
– Mi dispiace, ma non la seguo.
Kimura si alzò e iniziò a camminare lentamente per la stanza. Joe cominciava a dubitare dei suoi metodi. Come poteva aiutarlo se ora si metteva a parlare di romanzi e letteratura, così lontani dal tormento che gli riempiva la mente?
Il dottore esitò ancora qualche istante, poi riprese.
– Sai perché Dostoevskij ha definito “idiota” il suo protagonista?
Vedendo il gesto negativo di Joe, continuò:
– Il protagonista è un tale principe Myskin. Il concetto è semplice. È talmente buono che la sua bontà, in una società malata e corrotta, viene scambiata da tutti per idiozia, quasi per una forma di follia. L’innocenza assoluta di Myskin gli impedisce di adeguarsi ai valori dominanti, alla società egoistica in cui vive. Di fronte alla meschinità degli altri risponde con compassione e benevolenza.
– Capisco dove vuole andare a parare. – rispose Joe con rassegnazione.
– Ma Myskin non è solo un uomo buono. Frequenta persone distrutte, disperate, esseri dai quali non ha nulla da ottenere e con cui apparentemente non ha nulla in comune. Eppure…
– Eppure… vuole salvarli? – lo interruppe l’altro, stanco.
– Vuole salvarli. – Kimura ripeté quelle parole quasi sottovoce, annuendo lentamente.
Joe non capì subito perché, ma sentì qualcosa di molto simile alla commozione. Erano concetti che lui e Kimura avevano già affrontato altre volte, anche se mai in modo così chiaro. Ma il pensiero che quelle idee fossero state espresse molto tempo prima, da qualcun altro, gli dava una strana sensazione di vicinanza. Come se qualcuno, finalmente, avesse dato un nome a qualcosa che lui portava dentro.
– Dottore, Usagi-chan è certamente una ragazza “idiota”, da questo punto di vista. – riprese a dire dopo essersi calmato. – Chissà cosa crede di trovare di buono in quella gente! Salvarli è impossibile. Meriterebbero solo di finire in galera. Sapere che un grande scrittore forse ha immaginato un’anima simile a quella della mia Shizuka mi conforta persino un po’, ma non cambia nulla. Kimura-san, lei non può neppure immaginare cosa succede là dentro! Shizuka viene seviziata e violentata con il suo consenso. Quella gente si abbandona a pratiche disgustose. È terribile! Non ha senso, assolutamente nessun senso. Sembra di stare in un incubo!
– Capisco cosa provi, e sai già quale sarebbe la mia risposta. Ma anche capire le sfumature è importante più di quanto sembri. Devi decidere una volta per tutte se accettare questa realtà o rifiutarla. Ma deve essere una scelta netta. Non puoi continuare a tornare sempre allo stesso punto. E soprattutto, devi farlo con questa consapevolezza. – concluse battendo ancora una volta le mani sulla copertina del libro che aveva in mano.
Per quel pomeriggio Joe ebbe la sensazione di averne abbastanza. La riflessione sull’“idiozia” di Shizuka non aveva portato grandi soluzioni pratiche, anche se apprezzava lo sforzo di Kimura per aiutarlo. Eppure, messe in quel modo, quelle parole lo avevano avvicinato alla realtà della mente di Shizuka più di quanto fosse mai riuscito a fare prima.
Da tempo aveva trascurato gli studi e si era isolato da tutti. I genitori, che negli ultimi mesi avevano cercato di rispettare maggiormente la sua vita privata, cominciarono a manifestare apertamente la loro preoccupazione anche per quello. Decise comunque di prendersi qualche giorno di completa inattività. Voleva lasciare sedimentare quello stato d’animo, o forse voleva soltanto abituarsi all’idea di stare male.
Per un po’ mise da parte la questione de L’idiota, ma poi, incuriosito, fece un salto in libreria e ne acquistò una copia. Quei giorni di inattività li trascorse leggendo il romanzo di Dostoevskij.
Terminata la lettura, la sua immaginazione cominciò a confondere ogni cosa. Realtà e fantasia si mescolavano, e Joe cercava in quel libro una verità e, perché no, anche una via d’uscita. Sapeva che l’analogia proposta da Kimura tra il principe Myskin e Shizuka era suggestiva, ma quando arrivò all’omicidio di Nastas’ja Filippovna non poté fare a meno di vedere in lei la sua coniglietta e nel suo assassino, Rogožin, una sorta di fusione dei due uomini che la circondavano, Suzuki e Minamoto.
Erano solo suggestioni, naturalmente. Aveva cercato sollievo, ma si era ritrovato imprigionato in fantasie ancora più opprimenti e claustrofobiche della realtà stessa.
Poi, quando la disperazione raggiunse il limite, qualcosa dentro di lui si allentò. Accade spesso: dopo giorni trascorsi nella sofferenza, anche l’esaurimento finisce per somigliare a una forma di pace. In ogni caso, si sentì meglio.
Si era ripromesso di non interrompere bruscamente la propria partecipazione alle serate, ma di frequentarle meno di quanto gli fosse consentito, soltanto per controllare la situazione. Comunicò la sua decisione a Kashiwagi. Si sarebbero visti il giorno dopo, di persona, per la seconda volta da soli.
– Libero di fare come vuoi, – gli disse lui con indifferenza. – Solo, comunicami per tempo le tue decisioni. Ricorda che ti hanno fatto un favore, per dimostrarti che non devi preoccuparti e perché non vogliono guai. Non ti devono niente.
– Se non vogliono guai come dici, che la smettano di violentare e abusare di povere ragazze! – si lasciò sfuggire Joe, brandendo il pugno in aria per la rabbia.
Kashiwagi rise di gusto.
– Forse la tua coniglietta sarà diversa, ma ti assicuro che là dentro di povere ragazze non c’è proprio traccia. Il ruolo della vittima e del carnefice è una sceneggiata che ci raccontiamo per lavarci tutti la coscienza. Sono tutti diavoli patetici, là dentro. Me compreso, che ci sto solo per denaro.
Quelle parole, per un istante, fecero vacillare le certezze di Joe. Per un attimo sentì persino una certa vicinanza con quell’uomo. Poi la sua mente tornò a quelle serate e immaginò lo stesso Kashiwagi coinvolto, come gli altri, in quei rapporti con Shizuka.
Gli venne voglia di prenderlo a pugni. Per un istante immaginò di afferrare uno sgabello del locale e spaccarglielo sulla testa. Vide il colpo, il rumore sordo del metallo sulle ossa, il corpo cadere a terra e contorcersi prima di rimanere immobile.
Si trovavano in un angolo esterno del locale, in quel momento quasi deserto. Se avesse ceduto a quell’impulso, forse avrebbe anche potuto farla franca.
Fu allora che Kashiwagi fece qualcosa di inaspettato che forse gli salvò la vita. Gli mise una mano sul braccio e riprese a parlare.
– Portala via, quella tua Shizuka. Lei non c’entra proprio niente lì dentro, hai ragione. È talmente… talmente tenera che anche io ne provo pena. E ti assicuro che di solito degli altri non mi interessa assolutamente niente. È strano. Difficile da spiegare.
Joe, quasi spaventato dalle fantasie violente che aveva visto nella propria mente poco prima, ora percepì in quell’uomo una certa compassione per Shizuka.
Kashiwagi infine si alzò, accennò un inchino e se ne andò senza aggiungere altro.
Quel giorno Joe camminò a lungo, da solo, in una Tokyo più solitaria del solito. Fino a sera.