Fujiko Akiyama, Mostri e conigli a Tokyo – Romanzo
In questa pagina viene pubblicato a puntate il romanzo Mostri e coniglie a Tokyo, di Fujiko Akiyama. Un capitolo a settimana a partire da giugno 2026.
Il testo è stato scritto a Tokyo nell’autunno del 2023 e pubblicato in volume nel maggio 2024. Questa nuova pubblicazione ne propone una lettura seriale, capitolo dopo capitolo.
Fujiko Akiyama è un’autrice “inesistente”, non un semplice pseudonimo, ma un progetto narrativo metaletterario che esiste attraverso le storie che firma. Per approfondire è disponibile una pagina a lei dedicata che contiene anche la sinossi del romanzo (clicca qui).
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Attenzione. Il romanzo contiene anche alcune scene crude di sesso e violenza. Pur non essendo predominanti né fini a se stesse, sono necessarie allo sviluppo della storia e dei personaggi. Pertanto si sconsiglia la lettura a un pubblico troppo giovane.
Aggiornamenti e pubblicazioni. La prossima uscita è prevista per sabato 11 luglio 2026, con il Capitolo 4. I capitoli successivi verranno pubblicati ogni settimana e resteranno disponibili in sequenza su questa pagina.
♦ Capitolo corrente: Capitolo 3 – Lo trovate in fondo in modo sequenziale.
Fujiko Akiyama
Mostri e conigli a Tokyo
Capitolo primo
Come avvenne che Tanaka Shizuka si trasformò in un coniglio
Nessuno poteva chiamarla per nome. Con il suo nome vero, s’intende. Nei primi tempi si limitava a correggere le persone che parlavano con lei, con pazienza. In seguito, però, smise proprio di rispondere quando ci si rivolgeva a lei senza chiamarla come voleva.
Tanaka Shizuka era convinta di essere un coniglio. Una ferma convinzione da cui era impossibile smuoverla.
Quando questi suoi comportamenti iniziarono, tutti pensarono a una di quelle ragazzine che si inventano qualcosa per apparire originali, per portare un po’ di aria nuova in questo nostro mondo affogato nella banalità. Mondo in cui quasi tutti siamo condannati a vivere, senza scampo.
La ragazza era però troppo cresciuta per comportamenti di quel genere, visto che all’epoca aveva quasi diciotto anni. Un’età in cui non erano più tollerati giochi infantili come quello di fingersi chissà chi o chissà cosa. Fosse pure un’ amabile bestiolina come un candido coniglio.
Shizuka non rientrava nella categoria di coloro che vengono definiti cosplayer, quegli individui, più o meno giovani, che se ne vanno in giro con costumi di personaggi di anime o videogame indosso, cercando di diventare gli eroi che amano, almeno per qualche ora.
Ma non era neppure da classificare come una di quelle ragazze che si riconoscono in uno stile ben specifico e ne fanno un proprio marchio distintivo. Molti anni prima che lei nascesse, ad esempio, Tokyo era invasa dalle cosiddette gyaru,1 signorine che se ne andavano in giro abbronzate sotto lampade artificiali fino a raggiungere un incarnato molto scuro, con i capelli ossigenati, quasi bianchi. Cosa che risultava abbastanza vistosa in una massa di persone solitamente coi capelli scuri e l’incarnato pallido come sono le nostre ragazze.
Senza dilungarci troppo, diremo che la nostra Shizuka non rientrava in nessuna di queste categorie nominate o in altre a cui si poteva pensare. E tanto meno si comportava in quel modo per attirare l’attenzione su di sé. Desiderava solo che si rispettasse la sua decisione: essere considerata un coniglio. Tutto qua.
Se abbiamo puntualizzato cosa di certo non era Shizuka è proprio perché venne a tutti piuttosto facile ritenerla quell’eccentrica e annoiata ragazzina cui accennavamo poco fa. Tale poteva apparire agli occhi distratti di chi si fosse fermato all’apparenza. Quale altro motivo avrebbe avuto, altrimenti, per girare conciata in quel modo?
La prima volta che si presentò a scuola nella sua nuova veste, venne ammonita dagli insegnanti e le venne intimato di indossare l’uniforme scolastica, come da regolamento. Pena, l’espulsione. Già nei corridoi i compagni le avevano chiesto il motivo di quella sua singolare tenuta, ricevendone risposte enigmatiche come “sono semplicemente un coniglio, non si vede?”, e altre di questo tenore.
– Tanaka-san, questa è veramente una grave mancanza di rispetto per tutti noi! – le disse facendole la paternale il professore che la notò dopo qualche minuto. – Pensi di essere in giro per Shibuya? Vai a cambiarti immediatamente, che razza di travestimento è quello?
– Satō-sensei, la prego di chiamarmi col mio nome, e non in quel modo che non mi appartiene più. – rispose con estrema gentilezza Shizuka. – E poi, non ho attualmente altri vestiti che questo. Mi scusi. – concluse la ragazza che si era alzata in piedi, concludendo con un inchino esagerato con le braccia lungo i fianchi.
Il docente avanzò verso la classe con sguardo minaccioso, ma anche incuriosito.
– Cosa significa “col mio nome”? Non ti chiami forse Tanaka?
Si sentì un brusio sommerso e qualche risatina soffocata degli altri studenti.
– Quello appartiene al passato. Adesso io sono semplicemente… Usagi-chan.2 – rispose lei sempre con calma.
Risate soffocate agitarono l’aria.
– Sentimi bene, Tanaka-san, vuoi prendermi in giro? Ma quale coniglio e coniglio! In passato sei sempre stata un’ottima allieva, ti è saltata qualche rotella in testa, forse? E comunque, il tuo buon rendimento scolastico non giustifica questi comportamenti strani, del tutto inappropriati a scuola. Intesi?
Per quel giorno le fu concesso di rimanere a scuola così. Ma anche altri insegnanti le dissero che se quel comportamento si fosse ripetuto, avrebbero preso provvedimenti e contattato la sua famiglia.
Shizuka quella mattina era arrivata con due grandi orecchie rosa di peluche sulla testa attaccate a un cerchietto, – da quelle non si sarebbe quasi mai più separata negli anni successivi – una camicetta bianca con ammiccanti trasparenze e con delle carote ricamate sopra. Una gonnellina rosa, molto corta e svolazzante, ricca di pizzi e merletti, delle calze velate bianche autoreggenti e due scarpette, bianche anch’esse, con un pendente a forma di piccola carota di plastica sulla sommità. Veramente una bambolina graziosissima, se si considera anche che Shizuka era per natura una bella ragazza.
Ma la scuola imponeva uniformità, non certo esibizione di grazie e individualismi. La ragazzina, pur così kawaii in quella mise, aveva compiuto un atto di insubordinazione inaccettabile al quale occorreva porre subito rimedio. Inoltre, il motivo per cui lei associasse il coniglio a quello stile fanciullesco e vagamente provocante, non era dato saperlo.
Quando si capì che la vicenda non era affatto finita così, anzi, che quello era solo l’inizio, spuntarono fuori da ogni parte quelli che sanno sempre tutto e hanno una soluzione per ogni problema. I più accorti cercarono le spiegazioni profonde: la noia o quella fase tardo-adolescenziale che ci fa sentire talvolta stanchi di tutto. Shizuka, per loro, non era niente di più di una ragazzina smarrita dal contatto col mondo. Insomma, era chiaro che questi individui perspicaci non ci avevano capito un bel niente della nostra Shizuka.
La seconda fase dei tentativi di capire – e quindi controllare – la devianza sociale della pericolosa coniglietta si spostò sul registro serio: si interpellarono dei veri professionisti. “Non vuoi mai che siamo di fronte a una vera e propria malattia mentale, e non a un semplice comportamento antisociale”, senteziarono a tal proposito.
Si cercò anche di fare ragionare la ragazza, di mettere in luce le sue contraddizioni.
– Tanaka-san, non è mia intenzione rivolgermi a te con il ridicolo appellativo di Usagi-chan che pretendi si debba usare. – ribadì l’insegnante Watanabe durante la sua lezione. – E poi, spiegami che motivo hai di rinnegare il tuo nome, non rechi dispiacere ai tuoi genitori? Non li deludi, in questo modo?
Shizuka si era alzata in piedi. Come sempre non c’era traccia di timore o vergogna nel suo contegno fiero, piuttosto si poneva sempre con un atteggiamento dolce e comprensivo, anche quando parlava in modo diretto.
– Sensei, io le ribadisco ancora una volta che non conosco nessuna Tanaka. Per quanto riguarda i miei genitori, non penso che essere me stessa danneggi loro in nessun modo. Sono un coniglio e sono stata catturata nel parco di Ueno, costretta poi a vivere nel modo ridicolo di voi esseri umani…
– E sarebbe? – la interruppe Watanabe con uno sguardo interrogativo.
– E sarebbe… con orari, obblighi, vuote formalità e altre cose innaturali e, mi scusi se lo dico, stupide come queste.
La classe riprese il vocio di sottofondo che aveva cessato per ascoltare le parole di Shizuka. L’insegnante cercò di azzittire i mormorii e riprese la sua arringa.
– Che sciocchezze! Quello di cui parli è la civiltà! – disse alterato l’insegnante. – Inoltre, né io, e penso neppure i tuoi compagni, abbiamo mai visto conigli in giro per il parco di Ueno. Sono frutto della tua immaginazione.
Ma neppure spiegazioni pazienti sortirono alcun effetto.
La nostra giovane protagonista fu trattata in modo ambivalente dagli studenti. C’era chi la considerava un’eroina coraggiosa, cercando di conseguenza la sua amicizia, e c’erano coloro che la canzonavano come pazza e ridicola, ma trovandola anche divertente. Ci fu infine un piccolo gruppo che la prese di mira con scherzi e vessazioni di ogni tipo, manifestando un’insofferenza per lei che risultava difficile da capire. Di loro parleremo a breve.
Tra le altre amicizie del periodo, da qualche tempo la giovane Shizuka aveva iniziato a frequentare un certo Joe, nome che gli derivava dalle passioni esterofile dei genitori. Studente brillante e di buona famiglia, questo fece ben sperare per Shizuka, visto che la sua influenza non poteva che essere benefica. Joe, infatti, cercò a varie riprese di farla ragionare. Ma senza paternali o lamentele.
Così, tra i vari tentativi che fece, pensò ad esempio di portarla a Ueno, nei pressi del santuario che affianca il lago e poi, via via, a spasso per tutto il parco, fino al Museo Nazionale e di ritorno, alla stazione.
Chiacchierando d’altro, Jeo le fece notare che non si vedeva nessun coniglio in quel posto. Come poteva dire di essere un coniglio catturato proprio a Ueno? Una serafica Shizuka, dopo averlo guardato quasi con compassione, gli si avvicinò alzandosi sulla punta dei piedi e gli sfiorò la guancia con un bacio. Quindi sorrise e lo prese a braccetto. Poi, continuando a camminare, gli appoggiò la testa sulla spalla e rimase in silenzio con aria trasognata per quasi tutto il tempo. Joe non ebbe il coraggio di replicare, ma in quel momento arrossì di piacere.
Dobbiamo infatti ammettere che Joe si era invaghito di Shizuka fin dal primo momento in cui la vide. Riflessivo e prudente com’era, aveva cercato di capire la sua reazione emotiva. Ma poi fu costretto ad accettare quella realtà che sentiva di non poter controllare: era perdutamente innamorato di Shizuka. Forse si trattava solo di un amore adolescenziale destinato a svanire in fretta, improvvisamente come era nato. O forse no. Era difficile dirlo in quel momento.
Intanto, gli aneddoti sulla ragazza avevano preso a girare per la scuola in modo insistente, alcuni veri, altri inventati o esagerati ad arte, come avviene sempre nel ciclo di vita di un pettegolezzo.
Si vociferava, ad esempio, che anche prima della sua presunta follia, Shizuka indossasse sempre una specie di codina rosa a fiocco, sotto alla gonna, trapuntata alle mutandine e che la mostrasse orgogliosa nei bagni alle altre ragazze alzando la gonna della divisa alla marinara, su richiesta, quando ancora la indossava. Ma non come bravata di cui ridere, piuttosto con grande soddisfazione e orgoglio.
Un giorno come gli altri, le ragazze erano negli spogliatoi. Era l’epoca in cui Shizuka aveva cominciato a sostenere di essere un coniglio. Nel constatare la veridicità della leggenda sul codino, le compagne avevano da subito riso allegramente, qualcuna l’aveva presa in giro, anche se con affetto quella volta. Un’altra, nota per il suo temperamento esuberante, si era lasciata andare ad apprezzamenti: “Che bel sedere che hai Shizuka-chan, la tua codina lo valorizza”, disse, dandole poi un’energica sculacciata per enfatizzare le sue affermazioni. Shizuka emise uno squittio e fece un piccolo balzo per lo spavento, ma poi non disse niente, e anzi sorrise arrossendo.
In breve, però, tutte si resero conto che la coniglietta, se fingeva, lo faceva con grande abilità. Era assolutamente fiera della sua coda e non trovava la cosa né ridicola, né strana. E questo contribuì al loro smarrimento. Tanto più che ricordavano il suo comportamento sempre equilibrato e di basso profilo prima di quella nuova fase. Che fosse veramente svitata, Shizuka?
Per non annoiare il lettore, riporteremo notizia dell’ultimo tentativo del mondo dei normali di riportare la coniglietta dalla parte del giusto. In realtà, ce ne furono molti altri, ma il tenore di quei discorsi non era tanto diverso da questi che stiamo qui testimoniando.
Generalmente, quel suo modo di vivere appariva del tutto ordinario a Shizuka stessa, ed anzi, si indispettiva quando qualcuno cercava di spiegarle che quello era un comportamento infantile, che continuando a quel modo avrebbe danneggiato il suo rendimento scolastico e, sicuramente, il suo stesso futuro. A sentir tirare in ballo cose così impalpabili come il futuro, la ragazza, solitamente così garbata, sbottava.
– Sono solo un coniglio, che volete che mi importi del futuro?
C’era però un’altra cosa che faceva sospettare che non si trattasse di una burla. Su altri argomenti Shizuka era perspicace e fluida nel ragionamento, anzi è noto che avesse anche un’intelligenza e una cultura sopra la media. Solo quando si toccava quella “questione del coniglio” cominciava il suo delirio.
I genitori, interpellati dalla scuola, erano apparsi subito preoccupati. Abituati a una routine familiare serena e a una figlia diligente e rispettosa, pensarono a qualche grave malattia o a un esaurimento nervoso, magari dovuto al troppo studio.
In seguito alle martellanti domande poste da psicologi e assistenti sociali, venne fuori che la ragazza non aveva dato nessun segno di squilibrio nei mesi precedenti; la famiglia non era una di quelle, come si è soliti dire, “disfunzionali”. E neppure c’era stata carenza di affetto da parte loro, secondo quanto confermarono a più riprese anche la sorella e il fratello di Shizuka.
Gli altri due figli, di poco più grandi di Shizuka, avevano avuto una vita fino a quel momento del tutto ordinaria e parlavano con affetto dei genitori, assicurando che si erano presi cura di loro da sempre.
Era, insomma, una di quelle famiglie così serene da sembrare quasi irreale. Le testimonianze fuori dalla famiglia confermarono la storia come era stata raccontata: i Tanaka erano davvero una famiglia felice. O meglio, lo erano stati.
Nel timore di perdere la faccia e di rovinare il futuro della figlia, la madre e il padre di Shizuka avevano accettato di seguire la strada della terapia di famiglia. Le avevano proposto una lunga vacanza, lontano da scuola, – cosa che lei rifiutò – ma nessuna di queste iniziative diede risultati. Al contrario, Shizuka tutte le volte che tornava da una di quelle sedute durante le quali medici o altri benefattori cercavano di farla rinsavire, aggiungeva una stramberia al suo comportamento.
Con un certo sollievo dei genitori, però, a parte l’abbigliamento che via via si faceva sempre più… “coniglioso”, Usagi-chan teneva un comportamento abbastanza ordinario fuori casa, se non si toccava la questione della sua identità. Studiava con profitto, si prendeva cura della sua persona, conduceva generalmente una vita sana.
Col passare delle settimane la faccenda trascese l’ambito familiare e scolastico, arrivando non si sa come, anche ai notiziari. Su quella storia si buttarono come avvoltoi personaggi in cerca di fama, psicologi dei salotti televisivi e persone di quel tenore. Avevano intuito che quella storia, curiosa e quasi ridicola com’era, poteva rivelarsi loro utile in qualche modo.
Occorre però procedere un passo alla volta. La prima fase della nuova esistenza di Shizuka come coniglietta si svolse soprattuto a scuola. E fu più comica, che drammatica.
***
Nella scuola di *** nel distretto di *** di Tokyo, il problema di quella ragazzina che sembrava soffrire di una comica malattia mentale aveva quindi tenuto banco per qualche settimana come argomento principale.
Uno degli insegnanti, tale Ishikawa, si era trovato nel ruolo di mediatore, essendo la ragazza una sua alunna.
– Lo psichiatra che ha visitato Tanaka-san dice che dovremmo fare uno sforzo e assecondare le sue piccole follie, per ora. – dichiarò il professore davanti a un gruppo di insegnanti che aveva tutta l’aria di essere un comitato.
– Cos’altro potremmo fare? – chiese senza convinzione un’altra insegnante, quasi parlando con se stessa.
All’angolo del tavolo stavano seduti i genitori di Shizuka, silenziosi e con la testa china. L’insegnante Ishikawa sentì che doveva consolare i due malcapitati.
– Non vi preoccupate, però. Il rendimento di vostra figlia è veramente buono. Direi che è tra le prime del suo anno.
I due genitori accennarono un sorriso e un inchino con la testa, ma non sembrarono così persuasi che quella fosse una buona notizia.
– Sono crisi che poi passano, crescendo; attendiamo e cerchiamo di non preoccuparci. – aggiunse un altro insegnante che se ne era stato zitto per la maggior parte del tempo.
Una luce bianca e asettica rischiarava la stanza. Fuori pioveva ed era un pomeriggio piuttosto scuro e malinconico.
Queste poche battute erano l’epilogo di una lunga vicenda che per ora si concludeva così, con l’idea che l’attesa sarebbe stata l’unica cosa possibile da fare.
La giovane Tanaka Shizuka doveva essere lasciata nella sua convinzione di essere un coniglio. Non doveva essere incoraggiata, ma neppure ostacolata o, peggio ancora, punita. Lo psichiatra che l’aveva visitata, e che poi si era dilungato in una lunga chiacchierata con lei, aveva anche consigliato di soprassedere alle stranezze di Shizuka finché queste non avessero causato pericolo per la ragazza o per chi le stava intorno. Diversamente, famiglia, amici, compagni e insegnanti, avrebbero dovuto trattarla come se niente fosse.
Le cose però andarono in ben altro modo. Dai la possibilità a un gruppo di giovani di esercitare la loro cattiveria sadica su qualcuno, e stai sicuro che lo faranno.
Nei corridoi della scuola non si parlava d’altro. Erano particolarmente interessate a Shizuka due coetanee, una certa Hina e la sua amica Tomomi, le quali rimuginavano in continuazione sulla storia della ragazza-coniglio con una certa malignità compiaciuta. Joe stesso sentì qualche conversazione di Hina in proposito, e non sempre seppe trattenersi dal prendere le difese dell’amica.
Il gruppo di ragazze architettò ogni sorta di scherzi a suo danno, come farle trovare un coniglio morto nell’armadietto, riempirle la borsa di carote marce, e altre gentilezze come queste.
Ma tutto questo, incredibilmente, non scosse Shizuka più di tanto. Anzi, affrontò sempre tutto con un sorriso e con distrazione.
– C’è una tipa del tutto fuori di testa. È convinta di essere una coniglia. – diceva Hina, ridendo con un ghigno, parlando di lei ad altre ragazze che non conoscevano ancora la storia nei dettagli. – Ditele di tirare su la gonna, vi farà vedere come se niente fosse che ha una coda da coniglio attaccata al culo!
– Con quelle orecchie è veramente ridicola! – ribatté Tomomi ridendo e mimando il gesto con le mani sulla testa e facendo una smorfia.
– Ora della sua bellezza se ne farà ben poco, visto che è diventata scema. – aggiunse una terza ragazza, non nascondendo l’invidia che provava per l’avvenenza di Shizuka.
– Però non è giusto! Noi veniamo punite se non portiamo i capelli neri e sciolti come dice il regolamento, e a quella viene permesso di girare come le pare. – aggiunse ancora Hina con espressione feroce.
– Cosa vuoi che ti dica? Avrà concesso favori sessuali ai professori, altrimenti non si spiega questo privilegio. – puntualizzò Tomomi.
Il caso volle che in quel momento passasse Shizuka. Al suo passaggio si fece quasi silenzio, qualcuno sghignazzò. Shizuka camminava sorridendo con un candore che avrebbe sorpreso chiunque. Pareva stare benissimo in quella condizione, non c’era aria di disagio o vergogna nella sua espressione. Anzi, guardava tutti con tale benevolenza che coloro che incorrevano nel suo sguardo non potevano fare a meno di sorriderle in cambio. Questo faceva infuriare ancora di più Hina e Tomomi.
– Che sfacciata, non ha nessun pudore. È una viziata e basta. E finge di essere una svitata per fare quello che le pare! – biascicò Hina.
Un ragazzo si fece incontro a Shizuka. Era uno dei più popolari della scuola e fece segno a Shizuka di aspettare un attimo.
– Tanaka-san, sai che quelle orecchie ti stanno proprio bene? – disse con una voce profonda e un sorriso sincero.
La ragazza si portò le mani alle orecchie e piegò leggermente la testa di lato, arrossendo un po’.
– Grazie, Hiroto-kun,3 ma sono un coniglio, è normale che abbia queste orecchie, non pensi?
Hiroto, che non aveva nessuna intenzione di prendersi gioco di lei, ma piuttosto provava per lei anche un certo interesse, si mostrò divertito.
– Tanaka-san, sei veramente in gamba! – e dicendo così si allontanò strizzandole l’occhio.
Lei fece un inchino leggero con la testa e riprese a camminare verso gli armadietti.
Le due antagoniste avevano assistito al breve scambio di battute e Tomomi aveva anche usato parole volgari all’indirizzo della rivale. Hina, che puntava Hiroto da tempo, si stringeva le mani, morsa dalla rabbia.
– Ora mi metterò anche io a fare l’idiota, fingendo di essere una capra per attirare l’attenzione della gente. – mormorò a denti stretti.
Shizuka, che in breve tempo venne ribattezzata da tutti semplicemente “Usagi-chan”, con grande piacere dell’interessata, divenne così in poche settimane una visione bizzarra, ma per il momento tollerata, che vagava per i corridoi e per le aule della scuola.
Infastidita ulteriormente dalla vicenda di Hiroto, Hina pensò bene di architettare una nuova burla per vendicarsi del fatto che il ragazzo che le piaceva prestasse attenzione a Shizuka e ignorasse lei. Scherzo non molto fantasioso, in verità. Ma non c’era da aspettarsi troppa originalità da coloro che quella originalità la deridevano e la condannavano.
Qualcuno, su commissione di Hina, fu così solerte da riuscire a procurarsi escrementi di coniglio in buona quantità e, con uno stratagemma, ficcarli nell’armadietto di Shizuka, la quale si ritrovò le sue cose tutte maleodoranti, nelle risate generali delle ragazze della “gang” di Hina.
– Che schifo! È merda di coniglio! – gridò una complice che si era piazzata apposta di fianco a lei quando aprì l’armadietto.
La cosa suscitò l’ilarità generale, ma Shizuka non si dovette sforzare molto per non darla vinta. La sua reazione fu la solita, quella volta come le successive. Effettivamente, la cosa non la disturbava davvero, non doveva neppure fingere. Cosa che mandava su tutte le furie il gruppo delle bulle.
Un’altra volta le amabili compagne di scuola avevano ricavato un fotomontaggio usando la testa di Shizuka e il corpo di una ragazza completamente nuda. Con quell’immagine particolarmente riuscita avevano poi composto una specie di volantino, un annuncio che proponeva prestazioni ambigue da parte della “coniglietta”. La crudeltà dello scherzo stava anche nel fatto che sul volantino si trovava in bella vista il vero numero di telefono di Shizuka, con un invito a scriverle o a chiamarla se si desiderava “realizzare le proprie fantasie”.
Hina e le altre avevano pensato bene di tappezzare tutta la scuola con quelle immagini, cosa che poi creò grande subbuglio e che infine si ritorse contro le carnefici, poiché si riuscì a individuare le responsabili della malefatta e a punirle.
Shizuka, da parte sua, aveva guardato la copia del volantino attaccata sull’anta del suo armadietto e l’aveva lasciata al suo posto. Non ne staccò neppure una di quelle che ricoprivano le pareti della scuola. Non parve neppure notarle. Forse quell’indifferenza era uno dei sintomi della sua malattia?
C’era, però, anche qualcuno a cui Shizuka stava particolarmente simpatica, che la reputava una persona in grado di fare ciò che desiderava, incurante dell’opinione altrui. Anche chi prima non la conosceva, cercò l’occasione per scambiare qualche parola con lei, dato che, suo malgrado, era diventata la ragazza più popolare della scuola e non solo.
– Usagi-chan, ma come fai ad avere sempre unghie così perfette? – chiese la piccola Haruna a Shizuka, un giorno.
Lei si guardò le unghie rosa, curatissime, e spiegò il procedimento per renderle così lucenti.
– Ma per noi conigli, il rosa è un colore naturale. – aggiunse senza dar la parvenza di dire una cosa senza senso.
Ecco, tra le convinzioni di Shizuka c’era proprio quella del colore. Era convinta che i conigli avessero una particolare relazione col colore rosa e col bianco. Così, si sforzava di abbinare con sapienza questi due colori nel suo look, sempre impeccabile. Altri avevano cercato di farle notare che i conigli sono di ben altro colore, piuttosto grigi o marroni, al massimo tutti bianchi in certe aree geografiche. Ma rosa proprio no. Usagi-chan aveva usato l’esempio del cigno nero per mettere a tacere quelle obiezioni.
– Tutti i cigni sono bianchi, finché non si cambia continente e si scopre che esistono anche i cigni neri. Ecco, esistono anche i conigli rosa e bianchi, e io ne sono la dimostrazione vivente, non vedete?
Era difficile controbattere a tanta ingenua convinzione. Haruna, che si era affezionata a Shizuka, acconsentì con la testa, si avvicinò e prese tra le sue le mani dell’amica in segno di affetto, con la scusa di guardare ancora una volta le unghie.
Anche lei in passato, come Shizuka in quel periodo, era stata presa di mira dalle compagne perché, pur ben fatta e proporzionata, era molto piccola e sembrava più giovane della sua età. Il suo modo di portare i capelli in un caschetto squadrato molto corto accentuava quella sensazione di trovarsi di fronte a una bambina, piuttosto che a una adolescente. Di Shizuka aveva sempre apprezzato l’estrema gentilezza e il rispetto innato che portava per tutti, con un contegno che arrivava persino a ignorare le provocazioni delle compagne prepotenti. Così, in quella fase di “follia”, Haruna aveva deciso di continuare a frequentare l’amica come se niente fosse.
– In fondo è solo una persona originale. Non fa male a nessuno. – disse un giorno a un gruppo di compagne che stava esprimendo dubbi sullo stato mentale di Shizuka.
– Hina dice che è tutta una sceneggiata per fare i suoi comodi. – aggiunse una di loro.
– Idiozie belle e buone! Usagi-chan non ha bisogno di attirare l’attenzione! La gente le vuole bene così com’è, senza che lei cerchi di farsi notare. – ribatté Haruna con una certa enfasi.
– Che, ti sei per caso innamorata di Tanaka-san, Haruna? – le fece eco un’altra con malizia.
***
In sostanza, pareva si configurassero due atteggiamenti contrapposti: o si odiava Shizuka in modo violento e in un certo senso irrazionale, o al contrario la si amava in modo incondizionato.
Per quanto riguarda questo secondo gruppo, forse furono proprio le orecchie rosa spelacchiate che le spuntavano dalla testa a colpire all’inizio l’attenzione di Joe.
Lui, al pari di Shizuka, era nauseato dalla banalità di quella vita, tutta ingabbiata da regole, e quasi quasi capiva perché lei sentisse il desiderio di vivere in una realtà parallela, anche se non se ne rendeva conto. “Forse si fa semplicemente beffe di tutti noi, – pensava lui – forse quello è il suo tentativo di dirci che per lei questo mondo così com’è è orribile e ha trovato quel modo gentile e indiretto di farlo notare agli altri.”
Dobbiamo però essere onesti con il buon Joe. Per quanto potesse essere un sognatore nobile e in buona fede, la sua grande attrazione per Usagi-chan aveva anche altre ragioni, e stavano tutte, per così dire, addosso a Shizuka: i suoi nerissimi capelli fluenti, un visino incantevole, e il fatto che la codina da coniglio spuntasse da un sedere disegnato con forme degne di una scultura dei maestri italiani del Rinascimento. Tutto questo spiegava bene come Joe, a quel tempo nel colmo della tempesta propria della giovinezza, fu preso da qualcosa che ritenne amore. E forse l’amò davvero, la sua Shizuka.
Percependo la vicinanza del ragazzo, lei fin da subito gli espresse a sua volta e, a modo suo, un certo attaccamento:
– In una vita precedente anche tu devi essere stato un coniglio. – gli disse sempre in quelle prime settimane, una volta che passeggiavano nei pressi di Harajuku.
Poi si fermò davanti a un Family Mart e ne uscì subito dopo con due confezioni di succo di carota che aveva già iniziato a bere all’interno del konbini.4 Il secondo lo aveva preso per Joe.
In breve tutti pensarono che i due fossero fidanzati, anche per via di alcune tenerezze che si scambiavano, come camminare fianco a fianco, qualche volta per mano. La voce arrivò anche alla perfida Hina che non si lasciò scappare l’occasione di proferire una cattiveria.
– Ora capisco perché la difendevi così, – le disse sfacciatamente davanti alla scuola – te la intendi con la coniglia pazza!
In realtà, quell’atteggiamento affettuoso era dovuto semplicemente al modo di essere di Usagi-chan. Quando i due trascorrevano tempo insieme, lei lo prendeva sotto braccio, appoggiava la testa alla sua spalla, e sorrideva beata. Qualche volta solleticandogli il collo con le sue orecchie di peluche.
Cosa significava per lei questo atteggiamento? Ricambiava forse i sentimenti di Joe? Si stava innamorando anche lei o lo prendeva semplicemente in giro? Occorre dire, però, che applicare il metro di giudizio comune al comportamento di Shizuka non era possibile, come divenne chiaro in seguito.
Gli anni di quella prima giovinezza scorrevano quindi così per la giovane Shizuka e per il mondo che le ruotava attorno.
Non le renderemmo giustizia se dicessimo che non provasse dolore per la reazione – per lei eccessiva e immotivata – dei genitori che si sentivano come traditi dal suo comportamento e dal biasimo che sentivano ricadere su di loro. Ma la sua indole istintivamente serena le impediva di farsi trascinare giù dalla malinconia. Sperò che in qualche modo la madre e il padre capissero, col tempo, cosa significasse la sua scelta.
Tra le varie complicazioni di tutta la vicenda, la relazione col fratello Kentasi si deteriorò nei mesi e negli anni successivi in maniera quasi irreversibile.
– In questi anni hai fatto soffrire mamma e papà per uno stupido capriccio, – le disse qualche anno dopo, in uno dei rari momenti in cui le rivolgeva la parola – giocando a fare la pazza con questa storia del coniglio. Cosa credi, che potendo anche tutti noi non vorremmo fuggire dalla realtà come fai tu? Ma è troppo comodo. Bisogna prendersi la propria parte di normalità e sofferenza, è il nostro dovere!
Abbiamo, tuttavia, fatto un salto improprio nel futuro. Quei primi mesi in cui tutta questa storia cominciò, procedettero lentamente.
Ogni tanto il gruppo delle bulle prese ancora di mira Shizuka. Di accadimenti spiacevoli simili a quelli descritti ce ne furono altri, ma poi, vuoi per l’intervento delle autorità scolastiche, vuoi per la completa mancanza di reazione della vittima che le deprivava del divertimento, le carnefici stesse finirono per stancarsi. Prima quegli scherzi si diradarono, e quindi, in capo ad alcuni mesi, cessarono del tutto.
Infine, anche gli studenti, come già avevano fatto gli adulti, presero piano piano a convivere con indifferenza con quella ragazza. Era avvenuta una cosa ben precisa: tutti si erano abituati a Shizuka. La scuola e il mondo intorno a lei avevano deciso di ignorarla. Le sue orecchie rosa e bianche divennero invisibili.
Non avevano certo deciso di accettarla, cosa che avrebbe significato fare i conti con l’idea di un tipo di libertà per loro inpensabile. Piuttosto, scelsero di relegarla sullo sfondo delle stranezze che non suscitano più interesse. Se quelle presunte stranezze non potevano essere riassorbite nella loro normalità, tanto valeva fare finta che non esistessero.
Note al capitolo 1
1 Gyaru. Sottocultura giovanile nata in Giappone negli anni Novanta e divenuta particolarmente popolare nei primi anni Duemila. Era caratterizzata da un’estetica vistosa: capelli tinti, spesso biondi, abbronzatura artificiale, trucco marcato, unghie decorate e abiti alla moda. Pur avendo perso la grande diffusione di un tempo, continua a sopravvivere in forme più circoscritte.
2 Usagi-chan. Letteralmente “coniglietto” o “coniglietta”. Usagi significa “coniglio”, il suffisso -chan è impiegato come vezzeggiativo, di solito per le bambine, tra amiche di sesso femminile e per gli animali domestici. La parola si legge come “usaghi-cian”.
3 Kun. Prefisso che si attacca ai nomi maschili, soprattutto in giovane età, per esprimere confidenza, vicinanza. Di solito si usa con gli amici o con i figli maschi. Shizuka lo usa in modo non sempre corretto, come in questo caso.
4 Konbini. Sono catene di minimarket solitamente aperti 24h su 24, dal lunedì alla domenica. Sono diffusissimi in tutta l’Asia, specie in Giappone. Offrono servizi peculiari come il riscaldamento di bevande pronte, la possibilità di frullare la frutta acquistata, ecc.
Capitolo secondo
L’abisso del coniglio
Gli anni della scuola finirono. L’anno successivo alle vicende narrate Shizuka si diplomò. Aveva continuato a studiare con impegno e profitto, come prima della sua crisi d’identità. Le sue stranezze non le avevano impedito di condurre una vita tutto sommato tranquilla.
Decise poi di proseguire gli studi, stupendo chi le stava intorno: con quella scelta, infatti, si sarebbe dovuta ancora confrontare con regole e giudizi altrui. Trovato quindi un ambiente che non le sembrasse ostile, riuscì a entrare all’Università di ***, scegliendo letterature straniere, perché, come diceva con entusiasmo, “anche i conigli amano la poesia e le lingue”.
Come già era avvenuto al liceo, il comportamento di Shizuka e la sua figura attirarono spesso l’attenzione nelle aule universitarie, suscitando l’ironia di chi la incontrava. Divenne subito chiaro, però, che quella tipa strana seguiva le lezioni con grande serietà. In quegli anni si dice che imparò almeno un paio di lingue straniere a un livello tale da sostenere conversazioni fluide.
L’atteggiamento delle persone intorno a lei si era come cristallizzato. La sua vita, pur così bizzarra, sembrava approdata a una sorta di “normalità”. Ma era solo la calma prima della tempesta.
All’inizio tutti si erano fermati alla superficie, prestando attenzione al modo in cui si vestiva, al suo atteggiamento, giudicandola semplicemente un’immatura. L’ambiente attorno a lei si impegnò a ricondurla alla normalità, senza interrogarsi davvero su cosa volesse dire col suo modo di vivere. E anche quando si cominciò a parlare apertamente di malattia mentale, nessuno sembrò interessato a comprendere davvero Shizuka.
Gli anni, però, l’avevano resa più assertiva e il suo carattere si era fatto più deciso. Ai tempi della scuola, qualche insistenza e qualche punizione erano riuscite un po’ a contenerla. Ora, invece, si sentiva adulta e nessuno poteva più dirle come vivere.
Alla fine, la figura di Usagi-chan aveva finito per sostituire del tutto quella di Shizuka. Tanaka Shizuka non esisteva più da tempo, ma gli altri continuavano a illudersi di avere a che fare con una giovane donna semplicemente un po’ fuori dagli schemi.
Col passare del tempo, e verso la fine degli anni universitari, Shizuka iniziò a mostrare segni di inquietudine. Non smise mai di apparire lieta e sorridente, ma sviluppò piuttosto un interesse crescente, quasi morboso, per tutto ciò che era anomalo e per le persone meno raccomandabili. Per usare le parole degli esperti, il suo interesse si rivolse a ciò che veniva definito “antisociale” e “deviante”.
Perché lo faceva? Era una scelta consapevole o rientrava in un più generale quadro patologico di cui neppure lei si rendeva conto?
Il suo comportamento appariva contraddittorio: cercava la frequentazione di persone ai margini della società, ma al tempo stesso sembrava cogliere l’essenza di chi, all’apparenza, era perfettamente integrato. Persone stimate e di successo, che però celavano qualcosa di magmatico e irrisolto, non troppo diverso da ciò che tormentava gli emarginati.
L’inquietudine e la follia umana trovano molti modi per travestirsi e dissimularsi, e Shizuka sembrava possedere una sorta di sesto senso per riconoscere quel tipo di anime.
Joe continuava a vegliare su di lei, costruendole intorno una sorta di protezione invisibile. Per lui era diventata una missione, legata a ciò che considerava il suo amore per Shizuka.
Quando scoprì il suo crescente interesse per i disadattati, si inquietò. Indagando, venne a sapere ad esempio che tra le frequentazioni di Shizuka era comparso un individuo dai tratti comici e inquietanti, un italiano sulla quarantina, soprannominato Bimko. Con un gruppo di giovani ricchi ed eccentrici, teneva un salotto culturale da qualche parte a Tokyo. Spinta dal loro interesse per la letteratura, Usagi-chan aveva iniziato a partecipare ad alcune di quelle riunioni.
Ma più di quella frequentazione sporadica, a Joe preoccupava l’abitudine di Shizuka di girovagare di notte per le strade di Tokyo.
Non tutti conoscono la metamorfosi a cui va incontro la Tokyo notturna, in certe aree della città. Per la maggior parte dei giapponesi, per gli stranieri di passaggio e per molti degli stessi abitanti, la capitale è sì un agglomerato gigantesco di umanità e grattacieli, ma perlopiù un insieme ordinato e scorrevole, pulito e sicuro.
A notte inoltrata, nei fine settimana, aree come Kabukichō e il Golden Gai diventano per qualche ora una bolgia infernale, irriconoscibile rispetto al giorno. Ubriachi, giovani e meno giovani, schiamazzano ovunque, si ammassano seduti a terra, cantano e litigano. Qualcuno barcolla e viene sorretto da un amico. In un angolo una ragazza vomita mentre un’amica le tiene su la testa. Barboni avvolti in stracci spuntano dal nulla e dormono negli angoli più bui, in mezzo a quella massa di persone, e quasi li pesti se non fai attenzione.
Nel frattempo le sale da gioco di pachinko si riempiono all’inverosimile; lungo le vie, ragazzi africani cercano di attirare gli stranieri occidentali nei locali con la promessa di ragazze da sogno.
Poco dopo l’una, le strade attorno alla Kabukichō Tower si riempiono di ragazze vestite in abiti succinti, agli angoli delle vie. Non vogliono essere considerate prostitute, ma avvicinandosi spiegano che un’ora in loro compagnia in un love hotel della zona costa ventimila yen.
Le strade sono spartite da taciti accordi e conflitti violenti non ce ne sono. La Yakuza gestisce alcune vie, la mafia cinese altre poco più in là. Le giovani giapponesi sono silenziose e discrete e accompagnano i clienti nei motel; le giovani cinesi sono più esuberanti e sfacciate e li portano nei loro cosiddetti centri massaggi.
Verso le tre o le quattro del mattino, gli inservienti cominciano ad ammassare sacchi di spazzatura fuori dai locali che si apprestano a chiudere. Nei vicoli, illuminati solo da luci oblique e sinistre, spuntano dall’ombra orde di ratti che, saltellando qua e là, sembrano danzare in controluce attorno a quel banchetto inaspettato.
Poi si avvicina l’alba e l’area si svuota lentamente. Prima che riprenda la sua veste ufficiale, la città si ripulisce del tutto, come in un miracolo. La Tokyo notturna è sembrata solo un sogno. Si stenta a credere di averla vista davvero.
Shizuka prese a frequentare quelle strade proprio nelle ore della metamorfosi. Era in quei momenti che si manifestava il tipo di umanità che le interessava.
– Ehi, andiamo in un hotel? Ma non ho molti soldi. – le diceva un ragazzo ubriaco, scambiandola per una prostituta.
Shizuka sorrideva e spiegava che lei era solo un coniglio perso per la città, di hotel e di altre cose non ne sapeva nulla. Visto lo stato alterato dell’altro, quella spiegazione veniva accettata come la più ovvia delle verità.
Una sera tra le altre, Shizuka si avvicinò a una sua coetanea vestita anche lei con un suo “costume”, quello di una cameriera di un Maid cafè.5
L’aveva vista passare trascinandosi i piedi, quella sera. Girava intorno da ore, compiendo il suo percorso completo in circa venti minuti. Se ne rese conto perché, rimanendo seduta nello stesso posto, la vide ripassare un paio di volte.
La terza volta che la ragazza spuntò dall’angolo della strada, Shizuka si alzò in attesa che le passasse ancora accanto, poi l’affiancò. Quella la guardò di sottecchi, incuriosita e insospettita. Il trucco sfatto le anneriva l’intorno degli occhi e il suo sguardo vuoto non lasciava dubbi sul fatto che fosse completamente ubriaca.
– Che vuoi? – le disse senza troppe cerimonie.
– Buona sera. Mi piace il tuo vestito.
– Sì, ma non mi hai detto che vuoi da me!
– Solo parlare. Come ti chiami?
– Emma. Tu?
– Io? Vedi? – rispose Shizuka indicandosi le orecchie sulla testa – Sono un coniglio. I conigli non hanno nome. Mi chiamano tutti semplicemente Usagi-chan.
– E cosa cerchi? Non ho carote con me. – ribatté Emma che, divertita dalla sua stessa risposta, prese a ridere.
– Perché è tutta la sera che giri in tondo? – riprese ancora Shizuka.
– Mi hai spiata? Ma che vuoi?
– Non ti arrabbiare, è solo una domanda.
Emma abbassò la testa guardando la strada e per alcuni istanti continuò a camminare senza parlare.
– Ma che vuoi che ne sappia! Ho voglia di camminare, così cammino.
– È una buona risposta. Però prenderai freddo così, non hai qualcosa da metterti?
– Ma se anche tu sei mezza svestita, non vedi? Hai la gonna così corta che tra poco ti si vedono le mutande.
– Sì, ma io sono abituata all’aria aperta e al freddo… perché sono un coniglio.
Emma la fissò in viso seria e poi con espressione divertita.
– Tu sei proprio matta, vero? E non sembri neanche ubriaca.
– Così dicono, ma non mi importa di cosa dice la gente. E poi evito l’alcool. Mi fa diventare tutta rossa.
Questi erano brandelli di conversazione che Shizuka intratteneva con i personaggi della notte. Non era ben chiaro cosa volesse ottenere da quel suo girovagare senza meta. Era però evidente che provava una specie di simpatia innata per le persone, di qualsiasi tipo fossero.
Qualche volta spuntava Joe, la prendeva per mano e la riportava con pazienza a casa. Lei talvolta protestava, non si muoveva da lì. Altre volte lo assecondava e tornava con lui.
Joe, però, avrebbe dovuto pensare anche al suo futuro, a costruire la sua vita. La giovinezza sarebbe volata via in un batter d’occhio, non poteva impiegare tutte le sue energie solo per cercare di inseguire e proteggere la sua sciagurata coniglietta.
Nel tentativo di capire il progressivo logorarsi della mente di Usagi-chan, Joe finì per studiare medicina, con l’intento di diventare in seguito uno psichiatra. Fu in quegli anni che conobbe un certo dottor Kimura, docente universitario e psichiatra di grande fama. Joe lo aveva soprannominato il “Grande Vecchio” e così si riferiva al dottore quando parlava di lui.
Quel Kimura era a sua volta una figura controversa nel suo ambiente. Si riconosceva in lui un grande studioso della mente, ma gli si rinfacciavano idee poco ortodosse. Una parte del mondo accademico pareva attendere un suo passo falso per accusarlo di essere un ciarlatano. I più fedeli sostenitori desideravano al contrario vederlo addirittura candidato al Nobel per certi suoi studi giovanili.
Non appena Joe riuscì ad entrare in confidenza con Kimura, gli chiese un appuntamento. Con il pretesto di un colloquio studentesco, voleva infatti capire se Kimura avrebbe potuto aiutarlo con Shizuka. L’opera di altri colleghi si era rivelata inutile e Joe, che si stava costruendo una sua cultura sull’argomento, riteneva che le diagnosi di altri psichiatri non fossero niente di più che aria fritta. Ripetevano come pappagalli quello che leggevano nel Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali.
Il Grande Vecchio si interessò dapprima alla nuova paziente in modo puramente scientifico; solo in un secondo momento, avendo la possibilità di conoscerla di persona e parlarle a lungo, iniziò a seguire il suo caso con un coinvolgimento sempre maggiore.
Anche Kimura, come altri prima di lui, inizialmente si attenne a conclusioni da manuale. Shizuka rifiutava in generale le regole sociali, non vi si adattava, e aveva costruito un’identità immaginaria per prenderne le distanze in modo indolore. La pulsione verso una vita più istintiva, senza regole, fatta di pura animalità, l’aveva portata a quella forma di travestimento come mezzo per esprimere il proprio desiderio di libertà e di affermazione del sé.
Una spiegazione che, secondo Joe, suonava fin troppo da saggio erudito, ma che almeno sembrava gettare una luce, seppur parziale, sull’anima di Shizuka.
Shizuka fuggiva dunque da se stessa e da tutto ciò che era umano? E perché, allora, sembrava cercare l’umanità proprio negli individui più reietti della società? Era questa la contraddizione che anche Kimura iniziò a discutere con Joe.
Alla fine l’illustre medico si persuase a prenderla in carico come paziente in modo ufficiale. Shizuka trascorse alcune ore con Kimura, in una serie di visite distribuite su più giorni.
– Cara Tanaka-san, sei abbastanza grande perché io non ti nasconda nulla – iniziò a dire il dottor Kimura nel corso di una di quelle sessioni. – Ho chiesto io esplicitamente ai tuoi genitori di parlare direttamente con te, con franchezza. Anche se sei adulta, ritengo che vadano comunque presi in considerazione. Spero non ti dispiaccia.
Shizuka stava seduta con la testa leggermente china, accennando un sorriso. Non sembrava a disagio, solo immersa in se stessa.
– Sai perché ti stiamo sottoponendo a tutte queste visite? – chiese Kimura dopo un paio di minuti di silenzio.
– Come potrei non saperlo, visto che sono anni, ormai, che i miei genitori e tutti gli altri non si rassegnano?
– Rassegnano a cosa?
– Al fatto che io sia un coniglio. È così difficile da capire e da accettare?
– Tanaka-san, ma tu non sei un coniglio! Guarda, questo è un coniglio! – ribatté Kimura mostrando la foto di un coniglio domestico appositamente preparata. – Pensi che ti somigli?
– Ognuno è fatto a suo modo. Non posso essere uguale a un altro coniglio. – tagliò corto Shizuka, incrociando le braccia.
– Mi metti in difficoltà. Non vedo segni di patologia, sembra quasi uno scherzo da cui non vuoi uscire. Eppure ho la sensazione che tu sia sincera. Sono intuizioni per cui, di solito, mi criticano.
Shizuka parve compiaciuta, prese ad arrotolarsi una ciocca di capelli che le ricadeva davanti, continuando però a sorridere, anzi accentuandolo vistosamente.
– Questa cosa sembra farti piacere. – disse ancora Kimura. – Stai sorridendo.
– Anche a lei, Kimura-san, la gente deve dirle cosa deve pensare e cosa deve fare della sua vita. E mi sembra che questo non le faccia poi tanto piacere. Così ci capiamo!
– Già… – Kimura sorrise appena, poi si fece serio. – Più sei lucida, più mi confondi.
– Io sono un coniglio. Punto e basta. Non devo dare spiegazioni a nessuno di quello che sono. Tutte queste domande che mi sento ripetere da anni sono inutili. Posso cambiare idea sulla mia natura? Posso anche dirvi “va bene, non sono più un coniglio, sono solo una ragazza”. Ma farei finta, per farvi stare zitti e lasciarmi in pace. Dentro, per conto mio, rimarrei un coniglio.
– Ma tutte queste incongruenze… il tuo corpo è umano, parli…
– Sono idee vostre, la vostra opinione. E io non sto a dirvi cosa dovete pensare.
Kimura scosse la testa, ma senza alcun segno di irritazione. Anzi, sembrava osservare Shizuka con un interesse crescente.
– Shizuka-san, facciamo un accordo, vuoi? – riprese, passando al nome proprio. – Io accetto, con sincerità, il fatto che tu sia un coniglio. Lo dico davvero, non ti prendo in giro. Però devi promettermi una cosa. Se un giorno dovessi avere dei dubbi, verrai a parlarmene.
Shizuka fece un inchino:
– Prometto. – disse alzando la testa e guardando con affetto l’anziano Kimura.
Quella fu la seduta conclusiva. Negli incontri precedenti Kimura aveva mantenuto un atteggiamento più distaccato, osservando la ragazza con attenzione prima di lasciarsi coinvolgere dal suo caso.
In seguito cercò, per quanto possibile, di rassicurare i genitori. I signori Tanaka erano avviliti come nei primi tempi, ma ormai anche rassegnati. Per anni avevano sperato in un cambiamento che non era mai arrivato.
– Si metta nei nostri panni, dottore, – ribatté il padre della ragazza durante un colloquio – noi volevamo solo una vita normale per la nostra Shizuka. Niente di particolare. Che fosse felice e basta.
– Tanaka-san, ma vostra figlia… è felice! Non ve ne siete accorti? – fece di rimando Kimura.
Tanaka padre scosse la testa in silenzio, poi riprese:
– Ma come fa a essere felice una malata di mente? Come farà ad avere una vita, una famiglia, un lavoro come si deve?
– Forse perché state parlando della felicità che desiderate per lei, non di quella che desidera lei stessa.
La madre, che era stata in silenzio fino ad allora, si mise a singhiozzare, nascondendo la faccia tra le mani. In quegli anni si era rivelata più forte del marito, ma ormai aveva ceduto all’evidenza. Sua figlia era pazza e così sarebbe stata per tutta la vita.
– So che è difficile, – riprese lo psichiatra – ma dovete ascoltarmi. Vostra figlia sta bene. È una ragazza intelligente, e quella che voi chiamate “follia” non le impedisce di essere felice. L’ho vista serena, a parte la contrarietà che le si esprime per questa situazione. Potrà, in qualche modo, anche condurre una vita quasi normale… nel senso in cui lo intendete voi, si capisce…
– Cosa significa come l’intendiamo noi? – rispose la madre – Come può essere felice una ragazza che dice di essere un coniglio e che fa tutte quelle cose strane? E poi è proprio perché è bella e intelligente che io mi dispero. Avrebbe potuto fare qualsiasi cosa, invece…
– E perché non può essere felice? Vi siete mai posti questa domanda? Io, in tutta onestà, non vedo ostacoli, se non quelli che siamo noi stessi a metterle davanti. Se parlate di questo, allora avete ragione: nessuno perdona facilmente l’originalità, figuriamoci una libertà così radicale di essere se stessi!
– Kimura-san, lei adesso sta facendo della filosofia. Possiamo anche capirla, ma poi, concretamente, Shizuka verrà trattata da idiota per il resto dei suoi giorni. E né io né mia moglie vediamo ragioni per accettare questa cosa, o persino gioire della presunta felicità di nostra figlia. Ci chiami pure ottusi, ma non possiamo fare diversamente.
Al dottore rimaneva solo un interlocutore che potesse capirlo: il fidanzato non ufficiale di Shizuka.
Kimura, durante gli incontri successivi con Joe, tornò spesso alla parola “ribellione”, in analisi che sembravano sempre più voli del pensiero che diagnosi mediche.
– Quella sua spinta… sì, ecco… non è altro che una ribellione. Ribellione titanica, apocalittica, combattuta con orecchie di peluche rosa e una vocina sempre sorridente. E poi, figliolo, è veramente carina, ti capisco. – disse con tono grave Kimura rivolgendosi a Joe che aveva rivelato al medico il suo rapporto con Shizuka.
E poi il dottore aggiunse, ridacchiando:
– La “ribelle con orecchie di peluche”… suona anche bene, non trovi?
Usagi-chan era forse un tipo anomalo di ribelle, priva di rabbia.
Come risulterà chiaro, e come si diceva, gli esseri umani in fondo li amava. Li amava profondamente.
Lo dimostrava, ne parlava. Un pomeriggio, ad esempio, raccontò al dottore che era solita trascorrere ore e ore sui treni della linea Yamanote, semplicemente osservando le persone. Diceva che ognuno, in qualche modo, meritava attenzione e un frammento del nostro tempo, che avrebbe voluto dedicare almeno qualche secondo a tutti gli esseri umani che le fossero capitati davanti nel corso di tutta la sua vita. Prendeva persino appunti, faceva schizzi, disegnando i volti che la colpivano.
Non era compassione, ad esempio per chi sta peggio. Piuttosto un sentimento più vicino a quello che si prova per i bambini o per i cuccioli. Lei lo chiamava “amore”.
***
Abbiamo detto che Shizuka pareva inquieta. Ma questo poteva dirsi solo da chi la guardava da fuori, notando i cambiamenti delle sue abitudini. La ragazza, in realtà, in quel periodo appariva come sempre lieta e con la testa tra le nuvole.
Erano trascorsi già alcuni anni da quando lei e Joe si erano conosciuti nell’ultimo anno di scuola. Da ragazzi che erano, si erano fatti giovani adulti alle prese con il loro futuro. Ma il futuro pareva non esistere per Shizuka. Si ricorderà la sua reazione indispettita al solo nominarlo.
Era ancora giovane, il suo comportamento eccentrico aveva ancora margini di compromesso. Le sue stranezze avrebbero potuto cedere il passo lentamente a una vita accettabile. Ma cosa sarebbe stato di lei col procedere degli anni se nulla fosse cambiato?
Certo, in una città come Tokyo, dove basta camminare in certi quartieri per vedere tutti i tipi di esseri umani possibili, Shizuka passava inosservata. Ma quelle persone, che in qualche modo le assomigliavano in apparenza, nella maggior parte dei casi recitavano un ruolo temporaneo confinato a un’epoca della vita. Trascorsa quell’epoca giovanile, per loro sarebbe cominciata un’esistenza del tutto ordinaria.
Per Shizuka era tutt’altra cosa. Lei non stava cercando di affermare se stessa solo in quella fase giovanile, e non era neppure un qualche indefinito male di vivere che la spingeva su quella strada, ma qualcosa di molto più profondo e allo stesso tempo indefinito.
La sua relazione con Joe andava avanti. Si poteva dire che i due fossero una coppia, anche se anomala. C’era intimità tra loro e Joe sentiva che anche la ragazza provava passione e trasporto per lui. Difficile, però, parlare di una relazione stabile.
Le difficoltà venivano anche dal di fuori della coppia. I genitori di Joe erano venuti a sapere già dal primo periodo che il figlio frequentava una ragazza con conclamati problemi psichiatrici. Trattandosi di una cosiddetta buona famiglia, il futuro del figlio avrebbe condizionato anche lo status familiare a venire. Joe aveva, secondo loro, delle precise responsabilità. Non erano ammessi passi falsi.
A muso duro lo avevano affrontato, chiedendogli se si trattasse di uno scherzo o di qualche forma di crudeltà verso i suoi genitori. A Joe parve che non valesse nemmeno la pena spiegare che lui, la sua Usagi-chan, l’amava. Non c’era altro su cui discutere.
La strategia era prendere tempo. Il suo percorso di studi lo avrebbe tenuto per qualche anno impegnato all’università e sperava nel corso di quel periodo di far ritornare Shizuka entro certi limiti di normalità per poi, magari, sposarla veramente.
Per il momento decise di lasciare le cose così, indefinite, anche con Shizuka, frequentandola senza pretendere accordi più impegnativi. Cosa che per altro a lei non passava neppure per la testa.
Joe favoleggiava di un futuro non troppo lontano, verso la felicità e l’agognata normalità, con la sua coniglietta ormai rinsavita, o quasi. Magari avrebbe potuto portarla lontano da Tokyo, trasferirsi in qualche villaggio tranquillo, in campagna, lontano dalla cattiveria umana.
Nell’autunno di quell’anno, mentre Joe coltivava quei sogni con il cuore colmo di speranza, Shizuka sembrava giungere a una lucidità sempre più instabile, che oscillava tra chiarezza e follia.
Cominciò a parlare di “felici” e “infelici” e Joe ne fu stupito. Non era da lei giudicare. Poi, col tempo, imparò a capire cosa intendesse. All’inizio Joe pensò che i “felici” fossero i disperati che lei frequentava per strada. Invece, tra loro c’era anche una certa Satomi.
Satomi era una fiorista sulla trentina che gestiva un negozietto vicino alla stazione di Nakameguro. Era amica di Usagi-chan e accettava con naturalezza tutte le stranezze di Shizuka. Del resto, Shizuka stessa le raccontava a tutti dopo pochi minuti di conversazione; difficile che la cosa passasse inosservata.
Joe non riusciva a capire cosa ci facesse Satomi tra i “felici”. Forse era un rimpianto per una normalità perduta? Era proprio quella normalità, agli occhi di Shizuka, il segreto della felicità?
Per confondere ancora di più le idee a Joe, venne fuori che Satomi era sposata, con una bambina di due anni. Una vita tranquilla, serena, per certi versi monotona.
Tra gli “infelici”, invece, Shizuka metteva persone molto diverse dai clochard e vagabondi che incontrava di notte. Erano giovani uomini eleganti, in doppiopetto, con la loro impeccabile divisa di scena. Figure di successo, spesso.
Tra quelli che Shizuka ebbe la sfortuna di incontrare, vale la pena ricordare un certo Suzuki. Di lui, e del suo spietato amico Minamoto, si parlerà più avanti. Avranno un ruolo centrale in questa storia.
Il ruolo di queste figure fu decisivo. Con Suzuki, Shizuka iniziò il viaggio nella parte più oscura della propria mente e di quella altrui. Minamoto, in seguito, contribuì a costruire l’inferno in cui lei avrebbe scelto consapevolmente di vivere.
In quegli stessi anni Shizuka cominciò, senza volerlo, a far soffrire anche Joe. Non si sottraeva alle sue carezze e ricambiava apertamente il suo affetto, ma non voleva concedergli un’intimità esclusiva.
La cosa non sfuggì a Kimura. Pur avendo interrotto le visite, il medico continuava a seguire da lontano il destino della sua ex paziente. Il Grande Vecchio rifletteva spesso sull’ipersessualità compulsiva e sul confine sfuggente tra normalità e patologia.
Ai suoi occhi, quella frenesia era il sintomo di una più profonda bulimia di vita. Non la condannava; al contrario, le attribuiva quasi un valore vitale. Ripeteva spesso che la mente si comprende tanto con il bisturi che disseziona il cervello quanto con Confucio e Aristotele, che aiutano a capire l’uomo e la società.
Col tempo il suo interesse per Usagi-chan si intensificò proprio per quegli eccessi. Shizuka cessò di essere soltanto un caso clinico e divenne un oggetto di studio ossessivo e, infine, uno specchio nel quale Kimura finì per riconoscere i propri dilemmi esistenziali. Forse fu anche per questo che le si affezionò così profondamente.
Note al capitolo 2
5 Maid cafè. Locali tipici del Giappone, soprattutto di Tokyo, in cui giovani cameriere indossano costumi ispirati all’abbigliamento vittoriano o alla moda francese di fine Ottocento. Una caratteristica del servizio è che le ragazze si rivolgono ai clienti come «padroncini», offrendo talvolta piccole performance come balli o canti. L’intero ambiente è improntato all’estetica «kawaii», che si riflette anche nella presentazione delle pietanze e delle bevande.
Capitolo terzo
La massaggiatrice cinese di Kabukichō
Wang Mei viveva da otto o nove anni a Tokyo e si esprimeva in un giapponese ormai fluente, anche se con un caratteristico accento cinese. Tutti la conoscevano semplicemente come Koko, anche fuori dall’ambiente di lavoro. Lei stessa si era quasi dimenticata del nome con cui era nata.
Il suo impiego era quello di massaggiatrice. Il centro dove lavorava si trovava in un tugurio a Shinjuku, non lontano dal famoso grattacielo dove si vede in alto la testa mostruosa di Godzilla che spunta da un lato.
In una delle innumerevoli entrate che si aprono nell’intricato reticolato di vie lì attorno, una scala ripida e lurida rischiarata da fredde luci al neon portava a un luogo che ricordava una grotta. Il posto era reso ancora più asfittico dal fatto che fosse suddiviso con paraventi mobili per ricavare più spazi possibili di privacy per i clienti. Un’illuminazione da cimitero rendeva inoltre difficile camminare per i corridoi di quel cosiddetto “centro massaggi”. Unica concessione a quello squallore, alcuni abbellimenti in stile tradizionale cinese, qua e là, ma senza gusto.
Bobbo-kun, soprannominato così da quando si era trasferito a Tokyo, era il capo cinese di quell’impresa formata esclusivamente da altri connazionali. Per non pestare i piedi a nessuno, l’azienda di Bobbo pagava una piccola protezione alla yakuza, la quale a sua volta lo faceva lavorare senza problemi e in piena autonomia, con reciproci vantaggi.
Fin da subito il capo aveva spiegato a Koko che non l’avrebbero costretta a fare niente contro il suo volere, ma con una puntualizzazione:
– A fare massaggi belli e semplici guadagni solo gabbando qualche idiota americano o europeo. Ma, per lo più, quelli vogliono altro.
– Cosa? – aveva chiesto Koko, con finta ingenuità.
Bobbo rise. La sua grossa pancia e la sua testa pelata vibrarono come se fossero state un tamburo percosso da qualcuno. Le catene dorate che portava al collo tintinnarono insieme al suo flaccido pancione. Perline di sudore colavano dalla sua nuca.
– Devi menarglielo. E già facendo così, guadagni il doppio. Ma se qualcuno paga bene, devi semplicemente scoparteli. Mi sembra ovvio. Ma non dirlo per strada chiaramente, se non vuoi che vengano qui e ci facciano chiudere tutto, capito?
Koko ostentò una smorfia di disapprovazione.
– E quanto devo chiedere? – aggiunse.
– Beh, noi ti indichiamo il minimo, quello che viene a noi. Poi tu metti il rincaro che vuoi. Senza esagerare o li farai scappare via. Se sei brava a convincerli, guadagni un sacco di soldi. Qui, la sera, è pieno di ubriachi. Gli occidentali sono particolarmente stupidi e vanno matti per le donne di qui perché non sono abituati ad aver delle donne così belle come le nostre da quelle parti. – aggiunse Bobbo con una puntualizzazione razzista – All’occorrenza, fingiti giapponese, coreana, quello che serve, in base a quello che vogliono. Non hanno minimamente l’intelligenza di capire se sei cinese, giapponese, coreana o persino filippina. Sono troppo idioti. Li farai felici e loro non si accorgeranno di nulla. Non c’è niente di male, in fondo, nel far felice la gente. Sfilare loro i soldi è veramente facile, se sai come fare.
L’aspirante massaggiatrice sapeva benissimo cosa le avrebbero chiesto di fare in quel posto sudicio. Semplicemente stava studiando l’ambiente e sapeva per esperienza che fingersi ingenua era sempre utile.
Koko era solita portare una specie di basco viola in velluto scuro, calzato sui capelli biondi ossigenati. I capelli schiariti in qualche modo avevano contribuito a renderla il personaggio che era. Così, era più facile per lei pensare che stesse semplicemente fingendo, interpretando un personaggio di teatro e che non stesse vivendo, in realtà, una vita meschina e disperata come quella.
Qualche anno prima i lineamenti del suo viso sarebbero apparsi aggraziati e piacevoli, ma ora aveva costantemente un viso stanco ed emaciato a causa della vita notturna che conduceva.
Giunta da un qualche villaggio rurale del Nord della Cina, Wang Mei era letteralmente scappata di casa per cercare fortuna. Non tanto per arricchirsi, ma solo per il fatto che in quel villaggio viveva una vita insopportabile, sempre uguale a se stessa. La prospettiva era sposare un ragazzo del posto, trovare impiego in qualche fabbrica del distretto, fare più figli possibile, e morire di vecchiaia nello stesso identico posto che aveva avuto davanti agli occhi tutta la vita. Oltre tutto, quella era una delle poche aree del paese che non era stata travolta dall’ondata della crescita economica, e l’orologio della storia pareva quasi fermo all’epoca di Mao, con l’eccezione dei comfort della modernità. Tutte le volte che le si presentava questa visione davanti agli occhi, si diceva che avrebbe dovuto andarsene. Diversamente, si sarebbe impiccata di lì a pochi anni.
Il ragazzo che aveva amato, forse l’unico motivo che avrebbe potuto trattenerla nel suo villaggio, si era sposato con un’altra: l’esatto epilogo tragico previsto da tutti i drama di quarta categoria di questo mondo. Tanto valeva mandare tutti al diavolo, in quel buco schifoso di contadini. Aveva scartato da subito l’idea di finire in qualche megalopoli cinese come Shanghai o Chongqing. Voleva voltare pagina, cambiare paese, non sentire più parlare la sua lingua per anni.
Arrivata in Giappone, però, dovette giungere a compromessi. Aveva imparato qualche frase in giapponese, ma non era certo sufficiente per cavarsela laggiù. Dovette ritornare quindi sui suoi passi e cercare aiuto nella comunità cinese. Scartò l’idea di un lavoro “normale”, anche perché non aveva particolari competenze e non conosceva la lingua a sufficienza. Che senso avrebbe avuto, inoltre, ricadere nella vita di prima, anche se in un altro luogo? In fondo, era lontano da tutto e da tutti, a chi avrebbe dovuto rendere conto? Ai genitori disse di aver trovato lavoro in un ristorante di cucina cantonese, ma in realtà prese fin da subito contatti con quel mondo sotterraneo che per qualche ragione l’attraeva. Desiderava cadere in una specie di perdizione che avrebbe dovuto punirla per gli errori che pensava di aver commesso. Ovviamente, così giovane com’era, gli errori irreparabili stavano solo nella sua testa. Ma, come qualcuno dice, ognuno disegna il suo destino.
***
Erano le quattro del mattino e Koko aveva congedato l’ultimo cliente. Un americano obeso, con un muso da animale cattivo, ma una vocina sottile, che sapeva solo ridere e ripetere “I love China, I love China”. Koko si lavò il seno imbrattato dallo sperma già rinsecchito dell’americano e si rivestì.
– Sei diventata brava coi clienti. – le disse Luise, la tenutaria ultrasessantenne del “centro massaggi” alle dipendenze di Bobbo. Il capo si fidava solo di lei e le diceva di tenere severamente d’occhio le ragazze più giovani, inclini a truffare il centro e a far la cresta sul compenso dei clienti con lo stratagemma di dire che avevano pagato di meno del minimo stabilito.
– Capisco chi ho davanti e dico semplicemente quello che vuole sentire. – rispose Koko con voce stanca – È più facile di quanto sembri.
– Non dirmi che pensi ancora a quel francese? – ribatté ridendo Luise – Sei silenziosa in queste settimane.
– Non ho tempo per queste idiozie. Per me sono tutti uguali.
Luise, che si era data questo nome d’arte per darsi una certa importanza, faceva allusione a un giovane cliente francese che, di stanza a Tokyo per lavoro da alcuni mesi, era stato un assiduo frequentatore del centro massaggi. Tuttavia, aveva sempre e solo desiderato le prestazioni di Koko. Un paio di volte, lei assente, aveva declinato cortesemente la compagnia di un’altra ragazza e aveva detto che sarebbe tornato quando c’era lei.
Koko cominciò senza volere ad affezionarsi al francese e a farsi anche qualche illusione. Il ragazzo era di aspetto ordinario anche se piacevole, ma soprattutto la trattava con una cortesia che non ricordava potesse esistere negli uomini. Anche il modo in cui stavano insieme, insolitamente tenero, contribuiva a creare in lei illusioni sentimentali.
In cuor suo sapeva perfettamente che quelli erano sogni da ragazzina, ma non sempre la realtà e la razionalità si possono accettare così facilmente.
Infatti, per il francese arrivò il tempo di ritornare in Europa, visto che la sua trasferta finiva di lì a pochi giorni. Certamente salutò con grande affetto la sua massaggiatrice preferita, ma nulla di più. Sparì dalla sua vita quel giorno stesso, come se non fosse mai esistito. Koko aveva pensato di chiedergli un contatto, un numero di telefono, un indirizzo di posta elettronica, ma poi si era vergognata. Il francese avrebbe capito che si era invaghita di lui e ne avrebbe riso, avrebbe suscitato solo la sua pena. Era meglio lasciar perdere.
Effettivamente, nei giorni che seguirono e per qualche settimana dopo, Koko si sentì veramente disperata. La sua espressione mostrava che provava un gran dolore. Una reazione che neppure lei aveva immaginato potesse essere così intensa. Si era resa conto di avere avuto aspettative del tutto vuote. C’erano state promesse: “Quando torno a Tokyo vengo sicuramente a trovarti”, aveva detto lui. Ma Koko le aveva considerate parole al vento. E anche se fosse stato di parola? Nuove illusioni, nuove sofferenze. Sarebbe stato meglio non rivederlo mai più.
Per fortuna, la sua vita frenetica, fatta di notti al lavoro e mattine trascorse nel sonno fino al primo pomeriggio, l’avevano costretta a pensare meno. Alla fine si era rassegnata e aveva ritrovato il suo stato emotivo abituale, vale a dire una certa indifferenza per la vita.
– Senti Koko, – le disse una sera Luise – è tornato quel tale, quel tedesco di qualche giorno fa. Vuole stare con te, dice che sei bravissima, ma ricordo che…
– Sì, quel tipo puzza insopportabilmente, digli che non ci sono. Quasi vomitavo l’altro giorno.
Luise contrasse il viso, guardando di lato con un’espressione pensierosa.
– A chi posso rifilarlo… vediamo… Certo non dico una parola sul fatto che quel maiale puzzi così, ma tanto prendiamo i suoi soldi, poi la ragazza si lamenterà, ma avremo guadagnato.
Luise svoltò l’angolo in cerca di una ragazza e tornò con Lú yǐn, una ventisettenne arzilla e sempre inspiegabilmente allegra. La bellezza di punta del centro massaggi. Era forse l’unica ragazza che si potesse dire amica di Koko.
Proprio per questo, fu dispiaciuta nel vedere che Luise voleva affibbiarle il tedesco. Ma la stessa Luise, colta la perplessità sul volto di Koko, fece un segno con la testa come a dirle “stai zitta!” mentre Lú yǐn non guardava, e confezionò una bugia su misura.
– Lú yǐn, di là c’è un tedesco che vorrebbe assolutamente vedere Koko. A quanto pare, come lo succhia lei non c’è nessuno, dice. Ma Koko aspetta un altro a minuti. Tentiamo di tenere tutti e due i clienti, vai tu che sei così carina. Non ti rifiuterà. Se mi fai questo favore, ti puoi tenere cinquemila yen più del previsto sulla tua parte, va bene?
Lú yǐn non sospettando niente di particolare da quella proposta, accettò.
– Vado solo a lavarmi un attimo. Con quello di prima ho sudato tantissimo, ha voluto che stessi sopra a dimenarmi tutto il tempo. Sono stanchissima e mi fa ancora male la schiena.
– Ma quel tipo era cinese? L’ho visto solo da lontano, lo ha fatto entrare Bobbo. – chiese Luise.
– Sì, un turista di Pechino. Siamo pigri, cerchiamo i nostri connazionali anche all’estero, noi cinesi; almeno mi sono risparmiata la fatica di usare l’inglese. – rispose Lú yǐn.
E dicendo così scomparve nella penombra del lungo corridoio. Nel frattempo il tedesco attendeva nell’angusta anticamera che fungeva da zona cuscinetto per i clienti in attesa. Non farli incontrare era un vero gioco di abilità, vista la dimensione degli spazi.
Koko, pur dispiaciuta per Lú yǐn, fu sollevata di non dover sentire di nuovo quella puzza nauseante. Sperò che quella volta il tedesco fosse ritornato più pulito e che la sua amica non avrebbe dovuto sopportare quello che era toccato a lei.
– Luise, oggi me ne vado a casa prima. Sono più stanca del solito. – disse Koko.
– Vai, vai. Ci vediamo domani.
Era passata da poco l’una di notte. Fuori le strade brulicavano di gente. Proprio davanti alla porta del loro centro c’era uno dei tanti adescatori di clienti, un certo Kashiwagi che faceva una spietata concorrenza ai centri massaggi cinesi. Tuttavia, nonostante quella rivalità, la lunga conoscenza aveva creato una certa simpatia tra le ragazze e lui. In fondo si sapeva che in quella maledetta città c’era una tale massa di gente da rendere il mercato ricco per tutti.
– Kashiwagi-san, sei un maledetto! Sempre davanti alla nostra porta ti devi fermare!
Il ragazzo fece una smorfia di piacere.
– Oh, Koko-chan. Sei sempre bellissima. Devo venire anche io a farmi un massaggio da te. Chissà con quella bocca stupenda cosa sei capace di fare!
– Non fare sempre l’idiota, che ti costa spostarti di qualche decina di metri? Hai tutta Tokyo, proprio qui devi fermarti?
– È per vedere te! – fece Kashiwagi mandando un bacio con la mano.
Koko non riuscì a trattenere un sorriso. Si avvicinò e assestò un pugno lieve alla pancia di Kashiwagi. Quello simulò una reazione esagerata e si inchinò in due supplicandola di non ucciderlo.
– E domani non voglio vederti qui davanti! – concluse Koko minacciandolo col dito prima di andarsene.
Si diresse quindi verso la stazione di Shinjuku per prendere la linea della metro Marunouchi. Da circa tre anni aveva preso una stanza in un appartamento condiviso a Nakano, non lontano dalla stazione di Nakano Shimbashi. Il posto era dignitoso e pulito e la soluzione condivisa le permetteva di risparmiare molto sull’affitto. Nell’ultimo anno, poi, era stata abbastanza fortunata con l’inquilina della camera a fianco: una danese silenziosa e rispettosa degli spazi altrui. La comunicazione con l’europea non era semplice perché Koko conosceva in inglese solo le frasi che le servivano per il lavoro. Così, si era creata una relazione di rispetto, ma che si limitava allo scambio di qualche parola ogni tanto.
Insomma, Koko non aveva al di fuori del centro massaggi nessuna relazione umana particolarmente stabile e significativa. L’unica persona per la quale provava qualcosa di simile all’affetto era Lú yǐn. Con lei spesso andava a fare shopping e trascorreva il tempo libero.
Uscendo dalla piccola stazione di Nakano Shimbashi, voltò a sinistra. Attraversato il fiume Kanda, l’edificio dove risiedeva si trovava a poche centinaia di metri sulla sinistra della strada per chi proveniva dalla stazione. Koko salì le scale fino al terzo piano e aprì la porta dell’appartamento, badando a non fare rumore. In realtà, la vicina di stanza non dormiva affatto e dall’interno della sua stanza provenivano le risate di un uomo. Koko si rese conto che era sabato sera, il momento in cui le persone, soprattutto giovani come la danese, si concedevano svaghi notturni. Non poté fare a meno di provare una certa invidia. La ragazza europea era ancora in grado di godersi il rapporto fisico per piacere, e non per guadagnare soldi. Koko si era accorta di aver ritrovato il piacere dell’intimità fisica solo in quel breve periodo col francese, ma per lo più il sesso ormai l’annoiava.
Messe da parte le premure per non svegliare la coinquilina, entrò in stanza, si preparò per una doccia, e trascorse una ventina di minuti sotto l’acqua calda cercando di non pensare a niente. Tornata nella sua stanza, la lieve parete divisoria che la separava dall’incontro amoroso che stava avvenendo dall’altra parte non era sufficiente a evitare che si sentissero prima risate e parole soffocate, poi sospiri, movimenti e rumori che svelavano quello che stava avvenendo al di là del muro.
Koko aveva anche notato che l’ansimare durante l’atto sessuale ha una sua geografia. Le donne occidentali le parevano più aggressive e sfacciate, mentre le asiatiche più remissive e, soprattutto le giapponesi, erano solite usare una tipica vocina infantile che ormai per loro sembrava associata irrimediabilmente al sesso.
Nonostante i rumori d’amore che si consumavano vicino a lei, Koko dopo poco scivolò nel sonno e sognò di nuotare nel fiume del suo villaggio. Cosa, peraltro, che non era mai avvenuta nella realtà, visto che si trattava di un corso d’acqua venefico e infestato dagli scarichi industriali della vicina città. Poi ebbe in sogno la prevedibile visita del francese, ma il suo atteggiamento la deluse e quasi le sembrò di essere contenta quando disse che non si sarebbero più rivisti. Vide poi suo fratello, che in realtà non incontrava da otto anni, rimproverarla di aver preso una strada ignobile, di aver disonorato la famiglia, ma poi le chiedeva di inviare la quota mensile ai genitori come aveva sempre fatto.
Fortunatamente, dopo questi molesti spettri notturni, il suo sonno si fece via via più profondo e si risvegliò solo a tarda mattina, a causa di un vociare di bambini che proveniva dalla strada sotto sua finestra. Si era dimenticata di tirare una delle tende e la luce intensa del sole si rifletteva sulla parete bianca, sopra la piccola scrivania.
Koko afferrò il telefono che stava proprio sulla scrivania per vedere che ore fossero. Si sorprese nel trovare un messaggio di Kashiwagi, l’adescatore di clienti che faceva concorrenza al centro. Non si ricordava neppure di aver registrato il suo numero.
Stropicciandosi gli occhi, si mise a leggere il lungo messaggio dell’uomo:
Ieri sera volevo dirti una cosa, ma sei scappata via. Ci sarebbe un’opportunità di lavoro. Ma non farti illusioni, si tratta di fare quello che fai adesso. Solo che lo faresti per persone ricchissime che ti pagherebbero molto bene. Non hai idea. C’è qualche dettaglio però che dovresti sapere. È il prezzo da pagare per guadagnare molto, ma secondo me potrebbe fare al caso tuo. Se vuoi ci vediamo stasera a Nakano Brodway, ci mangiamo qualcosa insieme e ti spiego.
Koko era perplessa. Kashiwagi alla fine le era sembrato un buon diavolo. E poteva ritenersi anche un ragazzo piacevole a vedersi. Perché aveva pensato a lei e non alla più carina Lú yǐn, per esempio? Decise comunque di mettere da parte la sua diffidenza e di incontrarlo. L’appuntamento era davanti alla stazione di Nakano alle sei, nel tardo pomeriggio.
Alzatasi, sentì il bisogno di una nuova doccia. I fantasmi della sera precedente l’avevano fatta sudare di nuovo. Trascorse quindi la giornata a fare spese, comprare cibo, qualche vestito, e rientrò giusto in tempo per prepararsi e vedere Kashiwagi.
Nakano Brodway distava da casa sua venti minuti di cammino, quindi ebbe tutto il tempo di sistemare quello che aveva comprato e di rassettare la stanza e la cucina condivisa.
Koko trovò Kashiwagi che fissava il telefono in mezzo alla folla. Lo stava aspettando già da una decina di minuti e non si era accorta di averlo proprio alle sue spalle.
– Sono qui da un po’ di tempo, non ti avevo visto. – gli disse distraendolo dallo schermo del suo telefono.
– Vieni, andiamo in un posto tranquillo. – le rispose lui senza neanche salutarla e mettendosi a camminare.
Finirono in un izakaya6 perché Kashiwagi aveva detto che quella sera aveva voglia di bere. Koko si riempì di yakitori e, spinta dall’altro, dovette cedere anche nel bere qualche bicchiere di troppo di sakè. Non le piaceva andare al lavoro ubriaca, temeva di non riuscire a gestire bene gli affari e le trattative. Ma Kashiwagi fu abile e a poco a poco Koko si sentì un po’ ubriaca.
Koko dopo un po’ prese a fissarlo in silenzio, e lui comprese la sua perplessità.
– Hai ragione, veniamo al dunque. – disse infine Kashiwagi masticando rumorosamente un altro yakitori e bevendoci dietro un altro bicchiere di sakè. – Allora, la cosa è piuttosto semplice se devo spiegarla in generale. Devi solo partecipare a dei festini. In queste feste tu fai sesso su richiesta, anche in gruppo, uomini o donne che siano. Niente di scandaloso. Ovviamente, nel corso di queste feste ci si ubriaca e ci si droga, come in qualsiasi festa degenerata di questo tipo, di quelle che piacciono ai ricchi per affogare la noia.
Koko ascoltava. Ma visto che il ragazzo aveva smesso di parlare e pareva aspettare qualche domanda, intervenne lei.
– Quindi? Tutto qui? Devo fare sesso? Immagino anche con più persone contemporaneamente. Non mi scandalizzo, ma non mi piace molto il sesso con le donne. Gli odori delle altre donne mi fanno schifo.
– A quello puoi anche passare sopra, visto il compenso, – la interruppe Kashiwagi – piuttosto è che ogni tanto vengono richiesti… degli extra.
– Che tipo di extra?
Kashiwagi sorrise e gridò un “mi scusi!” alla cameriera che accorse subito.
– Un’altra bottiglia, per favore. – La ragazza scomparve dopo un inchino e tornò pochi minuti dopo con la nuova bottiglia di sakè.
– Ma niente, non ti devi preoccupare. – riprese lui dopo la pausa.
– Ehi, pensi che possa partecipare a cose del genere senza sapere cosa mi aspetta? Impossibile. Spiegati meglio!
Il ragazzo si portò la mano alla nuca e sbuffò con un’espressione di sufficienza.
– Beh, se proprio lo vuoi sapere, ti posso dare qualche dettaglio in più. Dunque, vediamo… – e dicendo così prese il bicchiere vuoto tra le mani. Koko gli versò altro sakè. – Ecco, un esempio perfetto. Il mese scorso i capi hanno affittato una “ragazza toilette”. Sai di cosa si tratta? Semplice, lo dice il nome. A un certo punto della serata, hanno chiesto a questa tipa di sdraiarsi in mezzo alla stanza e alle altre ragazze veniva richiesto di fare i loro bisogni su di lei. Sul corpo e soprattutto sulla faccia. Io non mi stupisco più di tanto, sono cose ordinarie in questi ambienti.
Koko assunse un’espressione disgustata.
– E quindi? – aggiunse ancora lei.
– Aspetta, non ho finito il racconto! – fece di rimando Kashiwagi ormai vistosamente ubriaco e divertito – Vuoi i dettagli e io te li do! Ma poi non fare la santa, non ostentare disgusto, intesi? Visto che si trattava sia di bisogni liquidi che… solidi, era previsto nel “contratto”, all’inizio le ragazze hanno pisciato su di lei. Un paio sul seno, altre direttamente sulla faccia. Al che interviene il capo, questo Suzuki. Lo vedrai, è un bellissimo uomo in definitiva, e piacerà anche a te. Beh, allora Suzuki fa: “dovete anche cacarle addosso, forza!”. Le ragazze ridevano, qualcuna diceva che non aveva lo stimolo, ma una più diligente delle altre aveva trattenuto di andare in bagno pochi minuti prima, proprio per quello scopo. Ha preso coraggio, si è accovacciata a venti centimetri col culo sospeso sulla faccia della ragazza e, dopo qualche decina di secondi, vedi un pezzo di merda grosso così, compatto, che cade giù. – Kashiwagi mimò la dimensione con le dita – Il fatto è che in quel momento preciso lei si alza un po’, così le feci cadono da più in alto e si spiaccicano per bene proprio nel bel mezzo della faccia di quella lì sotto.
Kashiwagi non poté fare a meno di scoppiare in una risata isterica.
– Un bello schifo. No, grazie, non fa per me. – disse Koko.
Ma Kashiwagi era preso dal suo racconto e sembrava ansioso di dare altri dettagli:
– Poi interviene l’altro capo. Questo devi vederlo. Si chiama Minamoto. È un ciccione, alto come una montagna, che veste sempre e solo di scuro. Un personaggio, davvero: è lui l’anima nera, un vero psicopatico…
– C’era da aspettarselo, gente normale non la puoi trovare che fa queste cose. – lo interruppe ancora Koko.
– Allora, Minamoto si avvicina a lei. Ha messo su un guanto di lattice, si accovaccia sulla ragazza toilette. Le spalma la merda sulla faccia, poi con le dita imbrattate di feci le scrive un carattere sulla pancia, non ho visto quale fosse. Mentre le strofina la faccia fa un’espressione feroce, ma col sorriso a denti stretti, e dice qualcosa come “ti piace la merda, vero?”. La ragazza muggisce di finta sofferenza. Infatti poi, parlandoci a parte, mi ha detto che adora farlo. Lo fa anche gratis col suo ragazzo, a casa. Niente sesso. La pagano solo per fare da ragazza toilette.
Koko non poté trattenere per l’ennesima volta un’espressione di ribrezzo.
– La mia risposta l’hai già avuta. Io a queste schifezze non partecipo.
Kashiwagi le fecce segno di attendere con un sorriso d’intesa.
– Aspetta di sentire il compenso, prima.
– Non mi interessa.
– Per ogni sera sono settecentomila yen. Sei cinese, magari non sei capace di fare la proporzione con cifre così. Beh, al cambio attuale saranno quattromila e seicento dollari americani… circa. A serata.
Koko era visibilmente turbata. Farsi i conti in tasca fu facile. Guadagnava quella cifra in chissà quanto tempo al centro, e con un guadagno del genere le sarebbe bastato frequentare quelle serate una o due volte al mese per lasciare il centro massaggi e guadagnare molto di più.
– Stai scherzando? Come fanno a pagare così tanto?
– Non hai idea di quanto sia ricca quella gente. Il capo, quel Suzuki, fa parte di una delle famiglie dell’alta finanza e dell’industria di Tokyo. Per lui non sono niente settecentomila yen, se servono a farlo divertire.
Seguirono lunghi minuti di silenzio. Kashiwagi attendeva con viso compiaciuto, certo che Koko avrebbe ceduto. Per ottenere la vittoria finale, aggiunse una sorta di rassicurazione.
– Potresti anche solo partecipare a una di quelle serate e poi decidere. Comunque, la maggior parte delle volte sono normali festini sessuali. Ogni tanto hanno un ospite, ed è in quelle serate che si fanno cose più fantasiose. E sono gli ospiti speciali a doverle fare. Tu faresti quello che già fai in quel tuo lurido centro massaggi.
– Ma io non voglio rischiare problemi con la giustizia. – ribatté Koko non più con tutte le certezze di prima.
– Neanche Suzuki e Minamoto, l’altro capo, lo vogliono. Se vogliamo essere precisi, l’unica cosa illegale è la droga che gira lì dentro. Ma ormai chi si scandalizza più? Piuttosto… – aggiunse con un tono perplesso Kashiwagi.
– Piuttosto cosa?
– Minamoto, e soprattutto Suzuki evitano pratiche più crude sicuramente per non avere problemi con la giustizia. Suzuki è troppo in vista per rovinarsi per un capriccio. Però, si vede che entrambi avrebbero tutto il desiderio di andare oltre. Quegli uomini hanno del marcio dentro, si divertono a umiliare gli esseri umani, soprattutto le donne. Ma non lo faranno oltre certi limiti, non sono stupidi e non vogliono perdere tutto. E devo aggiungere che anche il consumo di alcool o droghe sarà a tua piena discrezione. Non ti obbligano a farlo, anche se ti aiuta a sentirti meglio là dentro. Ma devi essere a loro disposizione dal punto di vista sessuale. Allora che fai, ci provi?
Koko ingerì un altro bicchiere di sakè.
– Un’ultima curiosità. Perché hai pensato a me? Quei ricconi avranno la possibilità di avere bellissime donne, perché puntare su una mediocre, su una poveraccia come me?
– Prima di tutto, – la interruppe lui – sei molto più carina di quello che pensi. Poi con una risistemata e una vita diversa, diventerai bellissima. Con la vita che fai è normale che tu sia un po’ sciupata. Il secondo motivo è che Suzuki e Minamoto mi hanno chiesto espressamente di trovare delle ragazze che venissero da un ambiente meno… ecco, meno elegante. Non te la prendere. E terza cosa, la più importante, è che ho pensato a te perché così posso vederti e passare del tempo insieme. Anche se in quei contesti un po’ strani. Che ci vuoi fare, mi piaci!
Koko assunse un atteggiamento più accomodante. In qualche modo era lusingata dalle parole di Kashiwagi, ma soprattutto era quasi persuasa che lui avesse ragione. In fondo, avrebbe potuto provare una volta a partecipare a quegli incontri, senza rinunciare al lavoro al centro massaggi. Poi avrebbe deciso cosa fare. Se quelle persone non le sarebbero piaciute a prima vista, semplicemente non ci sarebbe più andata.
Note al capitolo 3
6 Izakaya. Tipico locale giapponese dove si consuma sakè associato a spuntini. È spesso frequentato dagli impiegati dopo il lavoro. Gli yakitori citati poco più avanti sono spiedini di pollo arrosto.