Fujiko Akiyama, Mostri e conigli a Tokyo – Romanzo
In questa pagina viene pubblicato a puntate il romanzo Mostri e coniglie a Tokyo, di Fujiko Akiyama. Un capitolo a settimana a partire da giugno 2026.
Il testo è stato scritto a Tokyo nell’autunno del 2023 e pubblicato in volume nel maggio 2024. Questa nuova pubblicazione ne propone una lettura seriale, capitolo dopo capitolo.
Fujiko Akiyama è un’autrice “inesistente”, non un semplice pseudonimo, ma un progetto narrativo metaletterario che esiste attraverso le storie che firma. Per approfondire è disponibile una pagina a lei dedicata che contiene anche la sinossi del romanzo (clicca qui).
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Attenzione. Il romanzo contiene anche alcune scene crude di sesso e violenza. Pur non essendo predominanti né fini a se stesse, sono necessarie allo sviluppo della storia e dei personaggi. Pertanto si sconsiglia la lettura a un pubblico troppo giovane.
Aggiornamenti e pubblicazioni. La prossima uscita è prevista per sabato 17 ottobre 2026, con il Capitolo 16 (l’ultimo). I capitoli successivi verranno pubblicati ogni settimana e resteranno disponibili in sequenza su questa pagina.
♦ Capitolo corrente: Capitolo 15 – Lo trovate in fondo in modo sequenziale.
Fujiko Akiyama
Mostri e conigli a Tokyo
Capitolo primo
Come avvenne che Tanaka Shizuka si trasformò in un coniglio
Nessuno poteva chiamarla per nome. Con il suo nome vero, s’intende. Nei primi tempi si limitava a correggere le persone che parlavano con lei, con pazienza. In seguito, però, smise proprio di rispondere quando ci si rivolgeva a lei senza chiamarla come voleva.
Tanaka Shizuka era convinta di essere un coniglio. Una ferma convinzione da cui era impossibile smuoverla.
Quando questi suoi comportamenti iniziarono, tutti pensarono a una di quelle ragazzine che si inventano qualcosa per apparire originali, per portare un po’ di aria nuova in questo nostro mondo affogato nella banalità. Mondo in cui quasi tutti siamo condannati a vivere, senza scampo.
La ragazza era però troppo cresciuta per comportamenti di quel genere, visto che all’epoca aveva quasi diciotto anni. Un’età in cui non erano più tollerati giochi infantili come quello di fingersi chissà chi o chissà cosa. Fosse pure un’amabile bestiolina come un candido coniglio.
Shizuka non rientrava nella categoria di coloro che vengono definiti cosplayer, quegli individui, più o meno giovani, che se ne vanno in giro con costumi di personaggi di anime o videogame indosso, cercando di diventare gli eroi che amano, almeno per qualche ora.
Ma non era neppure da classificare come una di quelle ragazze che si riconoscono in uno stile ben specifico e ne fanno un proprio marchio distintivo. Molti anni prima che lei nascesse, ad esempio, Tokyo era invasa dalle cosiddette gyaru,1 signorine che se ne andavano in giro abbronzate sotto lampade artificiali fino a raggiungere un incarnato molto scuro, con i capelli ossigenati, quasi bianchi. Cosa che risultava abbastanza vistosa in una massa di persone solitamente coi capelli scuri e l’incarnato pallido come sono le nostre ragazze.
Senza dilungarci troppo, diremo che la nostra Shizuka non rientrava in nessuna di queste categorie nominate o in altre a cui si poteva pensare. E tanto meno si comportava in quel modo per attirare l’attenzione su di sé. Desiderava solo che si rispettasse la sua decisione: essere considerata un coniglio. Tutto qua.
Se abbiamo puntualizzato cosa di certo non era Shizuka è proprio perché venne a tutti piuttosto facile ritenerla quell’eccentrica e annoiata ragazzina cui accennavamo poco fa. Tale poteva apparire agli occhi distratti di chi si fosse fermato all’apparenza. Quale altro motivo avrebbe avuto, altrimenti, per girare conciata in quel modo?
La prima volta che si presentò a scuola nella sua nuova veste, venne ammonita dagli insegnanti e le venne intimato di indossare l’uniforme scolastica, come da regolamento. Pena, l’espulsione. Già nei corridoi i compagni le avevano chiesto il motivo di quella sua singolare tenuta, ricevendone risposte enigmatiche come “sono semplicemente un coniglio, non si vede?”, e altre di questo tenore.
– Tanaka-san, questa è veramente una grave mancanza di rispetto per tutti noi! – le disse facendole la paternale il professore che la notò dopo qualche minuto. – Pensi di essere in giro per Shibuya? Vai a cambiarti immediatamente, che razza di travestimento è quello?
– Satō-sensei, la prego di chiamarmi col mio nome, e non in quel modo che non mi appartiene più. – rispose con estrema gentilezza Shizuka. – E poi, non ho attualmente altri vestiti che questo. Mi scusi. – concluse la ragazza che si era alzata in piedi, concludendo con un inchino esagerato con le braccia lungo i fianchi.
Il docente avanzò verso la classe con sguardo minaccioso, ma anche incuriosito.
– Cosa significa “col mio nome”? Non ti chiami forse Tanaka?
Si sentì un brusio sommerso e qualche risatina soffocata degli altri studenti.
– Quello appartiene al passato. Adesso io sono semplicemente… Usagi-chan.2 – rispose lei sempre con calma.
Risate soffocate agitarono l’aria.
– Sentimi bene, Tanaka-san, vuoi prendermi in giro? Ma quale coniglio e coniglio! In passato sei sempre stata un’ottima allieva, ti è saltata qualche rotella in testa, forse? E comunque, il tuo buon rendimento scolastico non giustifica questi comportamenti strani, del tutto inappropriati a scuola. Intesi?
Per quel giorno le fu concesso di rimanere a scuola così. Ma anche altri insegnanti le dissero che se quel comportamento si fosse ripetuto, avrebbero preso provvedimenti e contattato la sua famiglia.
Shizuka quella mattina era arrivata con due grandi orecchie rosa di peluche sulla testa attaccate a un cerchietto, – da quelle non si sarebbe quasi mai più separata negli anni successivi – una camicetta bianca con ammiccanti trasparenze e con delle carote ricamate sopra. Una gonnellina rosa, molto corta e svolazzante, ricca di pizzi e merletti, delle calze velate bianche autoreggenti e due scarpette, bianche anch’esse, con un pendente a forma di piccola carota di plastica sulla sommità. Veramente una bambolina graziosissima, se si considera anche che Shizuka era per natura una bella ragazza.
Ma la scuola imponeva uniformità, non certo esibizione di grazie e individualismi. La ragazzina, pur così kawaii in quella mise, aveva compiuto un atto di insubordinazione inaccettabile al quale occorreva porre subito rimedio. Inoltre, il motivo per cui lei associasse il coniglio a quello stile fanciullesco e vagamente provocante, non era dato saperlo.
Quando si capì che la vicenda non era affatto finita così, anzi, che quello era solo l’inizio, spuntarono fuori da ogni parte quelli che sanno sempre tutto e hanno una soluzione per ogni problema. I più accorti cercarono le spiegazioni profonde: la noia o quella fase tardo-adolescenziale che ci fa sentire talvolta stanchi di tutto. Shizuka, per loro, non era niente di più di una ragazzina smarrita dal contatto col mondo. Insomma, era chiaro che questi individui perspicaci non ci avevano capito un bel niente della nostra Shizuka.
La seconda fase dei tentativi di capire – e quindi controllare – la devianza sociale della pericolosa coniglietta si spostò sul registro serio: si interpellarono dei veri professionisti. “Non vuoi mai che siamo di fronte a una vera e propria malattia mentale, e non a un semplice comportamento antisociale”, senteziarono a tal proposito.
Si cercò anche di fare ragionare la ragazza, di mettere in luce le sue contraddizioni.
– Tanaka-san, non è mia intenzione rivolgermi a te con il ridicolo appellativo di Usagi-chan che pretendi si debba usare. – ribadì l’insegnante Watanabe durante la sua lezione. – E poi, spiegami che motivo hai di rinnegare il tuo nome, non rechi dispiacere ai tuoi genitori? Non li deludi, in questo modo?
Shizuka si era alzata in piedi. Come sempre non c’era traccia di timore o vergogna nel suo contegno fiero, piuttosto si poneva sempre con un atteggiamento dolce e comprensivo, anche quando parlava in modo diretto.
– Sensei, io le ribadisco ancora una volta che non conosco nessuna Tanaka. Per quanto riguarda i miei genitori, non penso che essere me stessa danneggi loro in nessun modo. Sono un coniglio e sono stata catturata nel parco di Ueno, costretta poi a vivere nel modo ridicolo di voi esseri umani…
– E sarebbe? – la interruppe Watanabe con uno sguardo interrogativo.
– E sarebbe… con orari, obblighi, vuote formalità e altre cose innaturali e, mi scusi se lo dico, stupide come queste.
La classe riprese il vocio di sottofondo che aveva cessato per ascoltare le parole di Shizuka. L’insegnante cercò di azzittire i mormorii e riprese la sua arringa.
– Che sciocchezze! Quello di cui parli è la civiltà! – disse alterato l’insegnante. – Inoltre, né io, e penso neppure i tuoi compagni, abbiamo mai visto conigli in giro per il parco di Ueno. Sono frutto della tua immaginazione.
Ma neppure spiegazioni pazienti sortirono alcun effetto.
La nostra giovane protagonista fu trattata in modo ambivalente dagli studenti. C’era chi la considerava un’eroina coraggiosa, cercando di conseguenza la sua amicizia, e c’erano coloro che la canzonavano come pazza e ridicola, ma trovandola anche divertente. Ci fu infine un piccolo gruppo che la prese di mira con scherzi e vessazioni di ogni tipo, manifestando un’insofferenza per lei che risultava difficile da capire. Di loro parleremo a breve.
Tra le altre amicizie del periodo, da qualche tempo la giovane Shizuka aveva iniziato a frequentare un certo Joe, nome che gli derivava dalle passioni esterofile dei genitori. Studente brillante e di buona famiglia, questo fece ben sperare per Shizuka, visto che la sua influenza non poteva che essere benefica. Joe, infatti, cercò a varie riprese di farla ragionare. Ma senza paternali o lamentele.
Così, tra i vari tentativi che fece, pensò ad esempio di portarla a Ueno, nei pressi del santuario che affianca il lago e poi, via via, a spasso per tutto il parco, fino al Museo Nazionale e di ritorno, alla stazione.
Chiacchierando d’altro, Jeo le fece notare che non si vedeva nessun coniglio in quel posto. Come poteva dire di essere un coniglio catturato proprio a Ueno? Una serafica Shizuka, dopo averlo guardato quasi con compassione, gli si avvicinò alzandosi sulla punta dei piedi e gli sfiorò la guancia con un bacio. Quindi sorrise e lo prese a braccetto. Poi, continuando a camminare, gli appoggiò la testa sulla spalla e rimase in silenzio con aria trasognata per quasi tutto il tempo. Joe non ebbe il coraggio di replicare, ma in quel momento arrossì di piacere.
Dobbiamo infatti ammettere che Joe si era invaghito di Shizuka fin dal primo momento in cui la vide. Riflessivo e prudente com’era, aveva cercato di capire la sua reazione emotiva. Ma poi fu costretto ad accettare quella realtà che sentiva di non poter controllare: era perdutamente innamorato di Shizuka. Forse si trattava solo di un amore adolescenziale destinato a svanire in fretta, improvvisamente come era nato. O forse no. Era difficile dirlo in quel momento.
Intanto, gli aneddoti sulla ragazza avevano preso a girare per la scuola in modo insistente, alcuni veri, altri inventati o esagerati ad arte, come avviene sempre nel ciclo di vita di un pettegolezzo.
Si vociferava, ad esempio, che anche prima della sua presunta follia, Shizuka indossasse sempre una specie di codina rosa a fiocco, sotto alla gonna, trapuntata alle mutandine e che la mostrasse orgogliosa nei bagni alle altre ragazze alzando la gonna della divisa alla marinara, su richiesta, quando ancora la indossava. Ma non come bravata di cui ridere, piuttosto con grande soddisfazione e orgoglio.
Un giorno come gli altri, le ragazze erano negli spogliatoi. Era l’epoca in cui Shizuka aveva cominciato a sostenere di essere un coniglio. Nel constatare la veridicità della leggenda sul codino, le compagne avevano da subito riso allegramente, qualcuna l’aveva presa in giro, anche se con affetto quella volta. Un’altra, nota per il suo temperamento esuberante, si era lasciata andare ad apprezzamenti: “Che bel sedere che hai Shizuka-chan, la tua codina lo valorizza”, disse, dandole poi un’energica sculacciata per enfatizzare le sue affermazioni. Shizuka emise uno squittio e fece un piccolo balzo per lo spavento, ma poi non disse niente, e anzi sorrise arrossendo.
In breve, però, tutte si resero conto che la coniglietta, se fingeva, lo faceva con grande abilità. Era assolutamente fiera della sua coda e non trovava la cosa né ridicola, né strana. E questo contribuì al loro smarrimento. Tanto più che ricordavano il suo comportamento sempre equilibrato e di basso profilo prima di quella nuova fase. Che fosse veramente svitata, Shizuka?
Per non annoiare il lettore, riporteremo notizia dell’ultimo tentativo del mondo dei normali di riportare la coniglietta dalla parte del giusto. In realtà, ce ne furono molti altri, ma il tenore di quei discorsi non era tanto diverso da questi che stiamo qui testimoniando.
Generalmente, quel suo modo di vivere appariva del tutto ordinario a Shizuka stessa, ed anzi, si indispettiva quando qualcuno cercava di spiegarle che quello era un comportamento infantile, che continuando a quel modo avrebbe danneggiato il suo rendimento scolastico e, sicuramente, il suo stesso futuro. A sentir tirare in ballo cose così impalpabili come il futuro, la ragazza, solitamente così garbata, sbottava.
– Sono solo un coniglio, che volete che mi importi del futuro?
C’era però un’altra cosa che faceva sospettare che non si trattasse di una burla. Su altri argomenti Shizuka era perspicace e fluida nel ragionamento, anzi è noto che avesse anche un’intelligenza e una cultura sopra la media. Solo quando si toccava quella “questione del coniglio” cominciava il suo delirio.
I genitori, interpellati dalla scuola, erano apparsi subito preoccupati. Abituati a una routine familiare serena e a una figlia diligente e rispettosa, pensarono a qualche grave malattia o a un esaurimento nervoso, magari dovuto al troppo studio.
In seguito alle martellanti domande poste da psicologi e assistenti sociali, venne fuori che la ragazza non aveva dato nessun segno di squilibrio nei mesi precedenti; la famiglia non era una di quelle, come si è soliti dire, “disfunzionali”. E neppure c’era stata carenza di affetto da parte loro, secondo quanto confermarono a più riprese anche la sorella e il fratello di Shizuka.
Gli altri due figli, di poco più grandi di Shizuka, avevano avuto una vita fino a quel momento del tutto ordinaria e parlavano con affetto dei genitori, assicurando che si erano presi cura di loro da sempre.
Era, insomma, una di quelle famiglie così serene da sembrare quasi irreale. Le testimonianze fuori dalla famiglia confermarono la storia come era stata raccontata: i Tanaka erano davvero una famiglia felice. O meglio, lo erano stati.
Nel timore di perdere la faccia e di rovinare il futuro della figlia, la madre e il padre di Shizuka avevano accettato di seguire la strada della terapia di famiglia. Le avevano proposto una lunga vacanza, lontano da scuola, – cosa che lei rifiutò – ma nessuna di queste iniziative diede risultati. Al contrario, Shizuka tutte le volte che tornava da una di quelle sedute durante le quali medici o altri benefattori cercavano di farla rinsavire, aggiungeva una stramberia al suo comportamento.
Con un certo sollievo dei genitori, però, a parte l’abbigliamento che via via si faceva sempre più… “coniglioso”, Usagi-chan teneva un comportamento abbastanza ordinario fuori casa, se non si toccava la questione della sua identità. Studiava con profitto, si prendeva cura della sua persona, conduceva generalmente una vita sana.
Col passare delle settimane la faccenda trascese l’ambito familiare e scolastico, arrivando non si sa come, anche ai notiziari. Su quella storia si buttarono come avvoltoi personaggi in cerca di fama, psicologi dei salotti televisivi e persone di quel tenore. Avevano intuito che quella storia, curiosa e quasi ridicola com’era, poteva rivelarsi loro utile in qualche modo.
Occorre però procedere un passo alla volta. La prima fase della nuova esistenza di Shizuka come coniglietta si svolse soprattuto a scuola. E fu più comica, che drammatica.
***
Nella scuola di *** nel distretto di *** di Tokyo, il problema di quella ragazzina che sembrava soffrire di una comica malattia mentale aveva quindi tenuto banco per qualche settimana come argomento principale.
Uno degli insegnanti, tale Ishikawa, si era trovato nel ruolo di mediatore, essendo la ragazza una sua alunna.
– Lo psichiatra che ha visitato Tanaka-san dice che dovremmo fare uno sforzo e assecondare le sue piccole follie, per ora. – dichiarò il professore davanti a un gruppo di insegnanti che aveva tutta l’aria di essere un comitato.
– Cos’altro potremmo fare? – chiese senza convinzione un’altra insegnante, quasi parlando con se stessa.
All’angolo del tavolo stavano seduti i genitori di Shizuka, silenziosi e con la testa china. L’insegnante Ishikawa sentì che doveva consolare i due malcapitati.
– Non vi preoccupate, però. Il rendimento di vostra figlia è veramente buono. Direi che è tra le prime del suo anno.
I due genitori accennarono un sorriso e un inchino con la testa, ma non sembrarono così persuasi che quella fosse una buona notizia.
– Sono crisi che poi passano, crescendo; attendiamo e cerchiamo di non preoccuparci. – aggiunse un altro insegnante che se ne era stato zitto per la maggior parte del tempo.
Una luce bianca e asettica rischiarava la stanza. Fuori pioveva ed era un pomeriggio piuttosto scuro e malinconico.
Queste poche battute erano l’epilogo di una lunga vicenda che per ora si concludeva così, con l’idea che l’attesa sarebbe stata l’unica cosa possibile da fare.
La giovane Tanaka Shizuka doveva essere lasciata nella sua convinzione di essere un coniglio. Non doveva essere incoraggiata, ma neppure ostacolata o, peggio ancora, punita. Lo psichiatra che l’aveva visitata, e che poi si era dilungato in una lunga chiacchierata con lei, aveva anche consigliato di soprassedere alle stranezze di Shizuka finché queste non avessero causato pericolo per la ragazza o per chi le stava intorno. Diversamente, famiglia, amici, compagni e insegnanti, avrebbero dovuto trattarla come se niente fosse.
Le cose però andarono in ben altro modo. Dai la possibilità a un gruppo di giovani di esercitare la loro cattiveria sadica su qualcuno, e stai sicuro che lo faranno.
Nei corridoi della scuola non si parlava d’altro. Erano particolarmente interessate a Shizuka due coetanee, una certa Hina e la sua amica Tomomi, le quali rimuginavano in continuazione sulla storia della ragazza-coniglio con una certa malignità compiaciuta. Joe stesso sentì qualche conversazione di Hina in proposito, e non sempre seppe trattenersi dal prendere le difese dell’amica.
Il gruppo di ragazze architettò ogni sorta di scherzi a suo danno, come farle trovare un coniglio morto nell’armadietto, riempirle la borsa di carote marce, e altre gentilezze come queste.
Ma tutto questo, incredibilmente, non scosse Shizuka più di tanto. Anzi, affrontò sempre tutto con un sorriso e con distrazione.
– C’è una tipa del tutto fuori di testa. È convinta di essere una coniglia. – diceva Hina, ridendo con un ghigno, parlando di lei ad altre ragazze che non conoscevano ancora la storia nei dettagli. – Ditele di tirare su la gonna, vi farà vedere come se niente fosse che ha una coda da coniglio attaccata al culo!
– Con quelle orecchie è veramente ridicola! – ribatté Tomomi ridendo e mimando il gesto con le mani sulla testa e facendo una smorfia.
– Ora della sua bellezza se ne farà ben poco, visto che è diventata scema. – aggiunse una terza ragazza, non nascondendo l’invidia che provava per l’avvenenza di Shizuka.
– Però non è giusto! Noi veniamo punite se non portiamo i capelli neri e sciolti come dice il regolamento, e a quella viene permesso di girare come le pare. – aggiunse ancora Hina con espressione feroce.
– Cosa vuoi che ti dica? Avrà concesso favori sessuali ai professori, altrimenti non si spiega questo privilegio. – puntualizzò Tomomi.
Il caso volle che in quel momento passasse Shizuka. Al suo passaggio si fece quasi silenzio, qualcuno sghignazzò. Shizuka camminava sorridendo con un candore che avrebbe sorpreso chiunque. Pareva stare benissimo in quella condizione, non c’era aria di disagio o vergogna nella sua espressione. Anzi, guardava tutti con tale benevolenza che coloro che incorrevano nel suo sguardo non potevano fare a meno di sorriderle in cambio. Questo faceva infuriare ancora di più Hina e Tomomi.
– Che sfacciata, non ha nessun pudore. È una viziata e basta. E finge di essere una svitata per fare quello che le pare! – biascicò Hina.
Un ragazzo si fece incontro a Shizuka. Era uno dei più popolari della scuola e fece segno a Shizuka di aspettare un attimo.
– Tanaka-san, sai che quelle orecchie ti stanno proprio bene? – disse con una voce profonda e un sorriso sincero.
La ragazza si portò le mani alle orecchie e piegò leggermente la testa di lato, arrossendo un po’.
– Grazie, Hiroto-kun,3 ma sono un coniglio, è normale che abbia queste orecchie, non pensi?
Hiroto, che non aveva nessuna intenzione di prendersi gioco di lei, ma piuttosto provava per lei anche un certo interesse, si mostrò divertito.
– Tanaka-san, sei veramente in gamba! – e dicendo così si allontanò strizzandole l’occhio.
Lei fece un inchino leggero con la testa e riprese a camminare verso gli armadietti.
Le due antagoniste avevano assistito al breve scambio di battute e Tomomi aveva anche usato parole volgari all’indirizzo della rivale. Hina, che puntava Hiroto da tempo, si stringeva le mani, morsa dalla rabbia.
– Ora mi metterò anche io a fare l’idiota, fingendo di essere una capra per attirare l’attenzione della gente. – mormorò a denti stretti.
Shizuka, che in breve tempo venne ribattezzata da tutti semplicemente “Usagi-chan”, con grande piacere dell’interessata, divenne così in poche settimane una visione bizzarra, ma per il momento tollerata, che vagava per i corridoi e per le aule della scuola.
Infastidita ulteriormente dalla vicenda di Hiroto, Hina pensò bene di architettare una nuova burla per vendicarsi del fatto che il ragazzo che le piaceva prestasse attenzione a Shizuka e ignorasse lei. Scherzo non molto fantasioso, in verità. Ma non c’era da aspettarsi troppa originalità da coloro che quella originalità la deridevano e la condannavano.
Qualcuno, su commissione di Hina, fu così solerte da riuscire a procurarsi escrementi di coniglio in buona quantità e, con uno stratagemma, ficcarli nell’armadietto di Shizuka, la quale si ritrovò le sue cose tutte maleodoranti, nelle risate generali delle ragazze della “gang” di Hina.
– Che schifo! È merda di coniglio! – gridò una complice che si era piazzata apposta di fianco a lei quando aprì l’armadietto.
La cosa suscitò l’ilarità generale, ma Shizuka non si dovette sforzare molto per non darla vinta. La sua reazione fu la solita, quella volta come le successive. Effettivamente, la cosa non la disturbava davvero, non doveva neppure fingere. Cosa che mandava su tutte le furie il gruppo delle bulle.
Un’altra volta le amabili compagne di scuola avevano ricavato un fotomontaggio usando la testa di Shizuka e il corpo di una ragazza completamente nuda. Con quell’immagine particolarmente riuscita avevano poi composto una specie di volantino, un annuncio che proponeva prestazioni ambigue da parte della “coniglietta”. La crudeltà dello scherzo stava anche nel fatto che sul volantino si trovava in bella vista il vero numero di telefono di Shizuka, con un invito a scriverle o a chiamarla se si desiderava “realizzare le proprie fantasie”.
Hina e le altre avevano pensato bene di tappezzare tutta la scuola con quelle immagini, cosa che poi creò grande subbuglio e che infine si ritorse contro le carnefici, poiché si riuscì a individuare le responsabili della malefatta e a punirle.
Shizuka, da parte sua, aveva guardato la copia del volantino attaccata sull’anta del suo armadietto e l’aveva lasciata al suo posto. Non ne staccò neppure una di quelle che ricoprivano le pareti della scuola. Non parve neppure notarle. Forse quell’indifferenza era uno dei sintomi della sua malattia?
C’era, però, anche qualcuno a cui Shizuka stava particolarmente simpatica, che la reputava una persona in grado di fare ciò che desiderava, incurante dell’opinione altrui. Anche chi prima non la conosceva, cercò l’occasione per scambiare qualche parola con lei, dato che, suo malgrado, era diventata la ragazza più popolare della scuola e non solo.
– Usagi-chan, ma come fai ad avere sempre unghie così perfette? – chiese la piccola Haruna a Shizuka, un giorno.
Lei si guardò le unghie rosa, curatissime, e spiegò il procedimento per renderle così lucenti.
– Ma per noi conigli, il rosa è un colore naturale. – aggiunse senza dar la parvenza di dire una cosa senza senso.
Ecco, tra le convinzioni di Shizuka c’era proprio quella del colore. Era convinta che i conigli avessero una particolare relazione col colore rosa e col bianco. Così, si sforzava di abbinare con sapienza questi due colori nel suo look, sempre impeccabile. Altri avevano cercato di farle notare che i conigli sono di ben altro colore, piuttosto grigi o marroni, al massimo tutti bianchi in certe aree geografiche. Ma rosa proprio no. Usagi-chan aveva usato l’esempio del cigno nero per mettere a tacere quelle obiezioni.
– Tutti i cigni sono bianchi, finché non si cambia continente e si scopre che esistono anche i cigni neri. Ecco, esistono anche i conigli rosa e bianchi, e io ne sono la dimostrazione vivente, non vedete?
Era difficile controbattere a tanta ingenua convinzione. Haruna, che si era affezionata a Shizuka, acconsentì con la testa, si avvicinò e prese tra le sue le mani dell’amica in segno di affetto, con la scusa di guardare ancora una volta le unghie.
Anche lei in passato, come Shizuka in quel periodo, era stata presa di mira dalle compagne perché, pur ben fatta e proporzionata, era molto piccola e sembrava più giovane della sua età. Il suo modo di portare i capelli in un caschetto squadrato molto corto accentuava quella sensazione di trovarsi di fronte a una bambina, piuttosto che a una adolescente. Di Shizuka aveva sempre apprezzato l’estrema gentilezza e il rispetto innato che portava per tutti, con un contegno che arrivava persino a ignorare le provocazioni delle compagne prepotenti. Così, in quella fase di “follia”, Haruna aveva deciso di continuare a frequentare l’amica come se niente fosse.
– In fondo è solo una persona originale. Non fa male a nessuno. – disse un giorno a un gruppo di compagne che stava esprimendo dubbi sullo stato mentale di Shizuka.
– Hina dice che è tutta una sceneggiata per fare i suoi comodi. – aggiunse una di loro.
– Idiozie belle e buone! Usagi-chan non ha bisogno di attirare l’attenzione! La gente le vuole bene così com’è, senza che lei cerchi di farsi notare. – ribatté Haruna con una certa enfasi.
– Che, ti sei per caso innamorata di Tanaka-san, Haruna? – le fece eco un’altra con malizia.
***
In sostanza, pareva si configurassero due atteggiamenti contrapposti: o si odiava Shizuka in modo violento e in un certo senso irrazionale, o al contrario la si amava in modo incondizionato.
Per quanto riguarda questo secondo gruppo, forse furono proprio le orecchie rosa spelacchiate che le spuntavano dalla testa a colpire all’inizio l’attenzione di Joe.
Lui, al pari di Shizuka, era nauseato dalla banalità di quella vita, tutta ingabbiata da regole, e quasi quasi capiva perché lei sentisse il desiderio di vivere in una realtà parallela, anche se non se ne rendeva conto. “Forse si fa semplicemente beffe di tutti noi, – pensava lui – forse quello è il suo tentativo di dirci che per lei questo mondo così com’è è orribile e ha trovato quel modo gentile e indiretto di farlo notare agli altri.”
Dobbiamo però essere onesti con il buon Joe. Per quanto potesse essere un sognatore nobile e in buona fede, la sua grande attrazione per Usagi-chan aveva anche altre ragioni, e stavano tutte, per così dire, addosso a Shizuka: i suoi nerissimi capelli fluenti, un visino incantevole, e il fatto che la codina da coniglio spuntasse da un sedere disegnato con forme degne di una scultura dei maestri italiani del Rinascimento. Tutto questo spiegava bene come Joe, a quel tempo nel colmo della tempesta propria della giovinezza, fu preso da qualcosa che ritenne amore. E forse l’amò davvero, la sua Shizuka.
Percependo la vicinanza del ragazzo, lei fin da subito gli espresse a sua volta e, a modo suo, un certo attaccamento:
– In una vita precedente anche tu devi essere stato un coniglio. – gli disse sempre in quelle prime settimane, una volta che passeggiavano nei pressi di Harajuku.
Poi si fermò davanti a un Family Mart e ne uscì subito dopo con due confezioni di succo di carota che aveva già iniziato a bere all’interno del konbini.4 Il secondo lo aveva preso per Joe.
In breve tutti pensarono che i due fossero fidanzati, anche per via di alcune tenerezze che si scambiavano, come camminare fianco a fianco, qualche volta per mano. La voce arrivò anche alla perfida Hina che non si lasciò scappare l’occasione di proferire una cattiveria.
– Ora capisco perché la difendevi così, – le disse sfacciatamente davanti alla scuola – te la intendi con la coniglia pazza!
In realtà, quell’atteggiamento affettuoso era dovuto semplicemente al modo di essere di Usagi-chan. Quando i due trascorrevano tempo insieme, lei lo prendeva sotto braccio, appoggiava la testa alla sua spalla, e sorrideva beata. Qualche volta solleticandogli il collo con le sue orecchie di peluche.
Cosa significava per lei questo atteggiamento? Ricambiava forse i sentimenti di Joe? Si stava innamorando anche lei o lo prendeva semplicemente in giro? Occorre dire, però, che applicare il metro di giudizio comune al comportamento di Shizuka non era possibile, come divenne chiaro in seguito.
Gli anni di quella prima giovinezza scorrevano quindi così per la giovane Shizuka e per il mondo che le ruotava attorno.
Non le renderemmo giustizia se dicessimo che non provasse dolore per la reazione – per lei eccessiva e immotivata – dei genitori che si sentivano come traditi dal suo comportamento e dal biasimo che sentivano ricadere su di loro. Ma la sua indole istintivamente serena le impediva di farsi trascinare giù dalla malinconia. Sperò che in qualche modo la madre e il padre capissero, col tempo, cosa significasse la sua scelta.
Tra le varie complicazioni di tutta la vicenda, la relazione col fratello Kenta si deteriorò nei mesi e negli anni successivi in maniera quasi irreversibile.
– In questi anni hai fatto soffrire mamma e papà per uno stupido capriccio, – le disse qualche anno dopo, in uno dei rari momenti in cui le rivolgeva la parola – giocando a fare la pazza con questa storia del coniglio. Cosa credi, che potendo anche tutti noi non vorremmo fuggire dalla realtà come fai tu? Ma è troppo comodo. Bisogna prendersi la propria parte di normalità e sofferenza, è il nostro dovere!
Abbiamo, tuttavia, fatto un salto improprio nel futuro. Quei primi mesi in cui tutta questa storia cominciò, procedettero lentamente.
Ogni tanto il gruppo delle bulle prese ancora di mira Shizuka. Di accadimenti spiacevoli simili a quelli descritti ce ne furono altri, ma poi, vuoi per l’intervento delle autorità scolastiche, vuoi per la completa mancanza di reazione della vittima che le deprivava del divertimento, le carnefici stesse finirono per stancarsi. Prima quegli scherzi si diradarono, e quindi, in capo ad alcuni mesi, cessarono del tutto.
Infine, anche gli studenti, come già avevano fatto gli adulti, presero piano piano a convivere con indifferenza con quella ragazza. Era avvenuta una cosa ben precisa: tutti si erano abituati a Shizuka. La scuola e il mondo intorno a lei avevano deciso di ignorarla. Le sue orecchie rosa e bianche divennero invisibili.
Non avevano certo deciso di accettarla, cosa che avrebbe significato fare i conti con l’idea di un tipo di libertà per loro inpensabile. Piuttosto, scelsero di relegarla sullo sfondo delle stranezze che non suscitano più interesse. Se quelle presunte stranezze non potevano essere riassorbite nella loro normalità, tanto valeva fare finta che non esistessero.
Note al capitolo 1
1 Gyaru. Sottocultura giovanile nata in Giappone negli anni Novanta e divenuta particolarmente popolare nei primi anni Duemila. Era caratterizzata da un’estetica vistosa: capelli tinti, spesso biondi, abbronzatura artificiale, trucco marcato, unghie decorate e abiti alla moda. Pur avendo perso la grande diffusione di un tempo, continua a sopravvivere in forme più circoscritte.
2 Usagi-chan. Letteralmente “coniglietto” o “coniglietta”. Usagi significa “coniglio”, il suffisso -chan è impiegato come vezzeggiativo, di solito per le bambine, tra amiche di sesso femminile e per gli animali domestici. La parola si legge come “usaghi-cian”.
3 Kun. Prefisso che si attacca ai nomi maschili, soprattutto in giovane età, per esprimere confidenza, vicinanza. Di solito si usa con gli amici o con i figli maschi. Shizuka lo usa in modo non sempre corretto, come in questo caso.
4 Konbini. Sono catene di minimarket solitamente aperti 24h su 24, dal lunedì alla domenica. Sono diffusissimi in tutta l’Asia, specie in Giappone. Offrono servizi peculiari come il riscaldamento di bevande pronte, la possibilità di frullare la frutta acquistata, ecc.
Capitolo secondo
L’abisso del coniglio
Gli anni della scuola finirono. L’anno successivo alle vicende narrate Shizuka si diplomò. Aveva continuato a studiare con impegno e profitto, come prima della sua crisi d’identità. Le sue stranezze non le avevano impedito di condurre una vita tutto sommato tranquilla.
Decise poi di proseguire gli studi, stupendo chi le stava intorno: con quella scelta, infatti, si sarebbe dovuta ancora confrontare con regole e giudizi altrui. Trovato quindi un ambiente che non le sembrasse ostile, riuscì a entrare all’Università di ***, scegliendo letterature straniere, perché, come diceva con entusiasmo, “anche i conigli amano la poesia e le lingue”.
Come già era avvenuto al liceo, il comportamento di Shizuka e la sua figura attirarono spesso l’attenzione nelle aule universitarie, suscitando l’ironia di chi la incontrava. Divenne subito chiaro, però, che quella tipa strana seguiva le lezioni con grande serietà. In quegli anni si dice che imparò almeno un paio di lingue straniere a un livello tale da sostenere conversazioni fluide.
L’atteggiamento delle persone intorno a lei si era come cristallizzato. La sua vita, pur così bizzarra, sembrava approdata a una sorta di “normalità”. Ma era solo la calma prima della tempesta.
All’inizio tutti si erano fermati alla superficie, prestando attenzione al modo in cui si vestiva, al suo atteggiamento, giudicandola semplicemente un’immatura. L’ambiente attorno a lei si impegnò a ricondurla alla normalità, senza interrogarsi davvero su cosa volesse dire col suo modo di vivere. E anche quando si cominciò a parlare apertamente di malattia mentale, nessuno sembrò interessato a comprendere davvero Shizuka.
Gli anni, però, l’avevano resa più assertiva e il suo carattere si era fatto più deciso. Ai tempi della scuola, qualche insistenza e qualche punizione erano riuscite un po’ a contenerla. Ora, invece, si sentiva adulta e nessuno poteva più dirle come vivere.
Alla fine, la figura di Usagi-chan aveva finito per sostituire del tutto quella di Shizuka. Tanaka Shizuka non esisteva più da tempo, ma gli altri continuavano a illudersi di avere a che fare con una giovane donna semplicemente un po’ fuori dagli schemi.
Col passare del tempo, e verso la fine degli anni universitari, Shizuka iniziò a mostrare segni di inquietudine. Non smise mai di apparire lieta e sorridente, ma sviluppò piuttosto un interesse crescente, quasi morboso, per tutto ciò che era anomalo e per le persone meno raccomandabili. Per usare le parole degli esperti, il suo interesse si rivolse a ciò che veniva definito “antisociale” e “deviante”.
Perché lo faceva? Era una scelta consapevole o rientrava in un più generale quadro patologico di cui neppure lei si rendeva conto?
Il suo comportamento appariva contraddittorio: cercava la frequentazione di persone ai margini della società, ma al tempo stesso sembrava cogliere l’essenza di chi, all’apparenza, era perfettamente integrato. Persone stimate e di successo, che però celavano qualcosa di magmatico e irrisolto, non troppo diverso da ciò che tormentava gli emarginati.
L’inquietudine e la follia umana trovano molti modi per travestirsi e dissimularsi, e Shizuka sembrava possedere una sorta di sesto senso per riconoscere quel tipo di anime.
Joe continuava a vegliare su di lei, costruendole intorno una sorta di protezione invisibile. Per lui era diventata una missione, legata a ciò che considerava il suo amore per Shizuka.
Quando scoprì il suo crescente interesse per i disadattati, si inquietò. Indagando, venne a sapere ad esempio che tra le frequentazioni di Shizuka era comparso un individuo dai tratti comici e inquietanti, un italiano sulla quarantina, soprannominato Bimko. Con un gruppo di giovani ricchi ed eccentrici, teneva un salotto culturale da qualche parte a Tokyo. Spinta dal loro interesse per la letteratura, Usagi-chan aveva iniziato a partecipare ad alcune di quelle riunioni.
Ma più di quella frequentazione sporadica, a Joe preoccupava l’abitudine di Shizuka di girovagare di notte per le strade di Tokyo.
Non tutti conoscono la metamorfosi a cui va incontro la Tokyo notturna, in certe aree della città. Per la maggior parte dei giapponesi, per gli stranieri di passaggio e per molti degli stessi abitanti, la capitale è sì un agglomerato gigantesco di umanità e grattacieli, ma perlopiù un insieme ordinato e scorrevole, pulito e sicuro.
A notte inoltrata, nei fine settimana, aree come Kabukichō e il Golden Gai diventano per qualche ora una bolgia infernale, irriconoscibile rispetto al giorno. Ubriachi, giovani e meno giovani, schiamazzano ovunque, si ammassano seduti a terra, cantano e litigano. Qualcuno barcolla e viene sorretto da un amico. In un angolo una ragazza vomita mentre un’amica le tiene su la testa. Barboni avvolti in stracci spuntano dal nulla e dormono negli angoli più bui, in mezzo a quella massa di persone, e quasi li pesti se non fai attenzione.
Nel frattempo le sale da gioco di pachinko si riempiono all’inverosimile; lungo le vie, ragazzi africani cercano di attirare gli stranieri occidentali nei locali con la promessa di ragazze da sogno.
Poco dopo l’una, le strade attorno alla Kabukichō Tower si riempiono di ragazze vestite in abiti succinti, agli angoli delle vie. Non vogliono essere considerate prostitute, ma avvicinandosi spiegano che un’ora in loro compagnia in un love hotel della zona costa ventimila yen.
Le strade sono spartite da taciti accordi e conflitti violenti non ce ne sono. La Yakuza gestisce alcune vie, la mafia cinese altre poco più in là. Le giovani giapponesi sono silenziose e discrete e accompagnano i clienti nei motel; le giovani cinesi sono più esuberanti e sfacciate e li portano nei loro cosiddetti centri massaggi.
Verso le tre o le quattro del mattino, gli inservienti cominciano ad ammassare sacchi di spazzatura fuori dai locali che si apprestano a chiudere. Nei vicoli, illuminati solo da luci oblique e sinistre, spuntano dall’ombra orde di ratti che, saltellando qua e là, sembrano danzare in controluce attorno a quel banchetto inaspettato.
Poi si avvicina l’alba e l’area si svuota lentamente. Prima che riprenda la sua veste ufficiale, la città si ripulisce del tutto, come in un miracolo. La Tokyo notturna è sembrata solo un sogno. Si stenta a credere di averla vista davvero.
Shizuka prese a frequentare quelle strade proprio nelle ore della metamorfosi. Era in quei momenti che si manifestava il tipo di umanità che le interessava.
– Ehi, andiamo in un hotel? Ma non ho molti soldi. – le diceva un ragazzo ubriaco, scambiandola per una prostituta.
Shizuka sorrideva e spiegava che lei era solo un coniglio perso per la città, di hotel e di altre cose non ne sapeva nulla. Visto lo stato alterato dell’altro, quella spiegazione veniva accettata come la più ovvia delle verità.
Una sera tra le altre, Shizuka si avvicinò a una sua coetanea vestita anche lei con un suo “costume”, quello di una cameriera di un Maid cafè.5
L’aveva vista passare trascinandosi i piedi, quella sera. Girava intorno da ore, compiendo il suo percorso completo in circa venti minuti. Se ne rese conto perché, rimanendo seduta nello stesso posto, la vide ripassare un paio di volte.
La terza volta che la ragazza spuntò dall’angolo della strada, Shizuka si alzò in attesa che le passasse ancora accanto, poi l’affiancò. Quella la guardò di sottecchi, incuriosita e insospettita. Il trucco sfatto le anneriva l’intorno degli occhi e il suo sguardo vuoto non lasciava dubbi sul fatto che fosse completamente ubriaca.
– Che vuoi? – le disse senza troppe cerimonie.
– Buona sera. Mi piace il tuo vestito.
– Sì, ma non mi hai detto che vuoi da me!
– Solo parlare. Come ti chiami?
– Emma. Tu?
– Io? Vedi? – rispose Shizuka indicandosi le orecchie sulla testa – Sono un coniglio. I conigli non hanno nome. Mi chiamano tutti semplicemente Usagi-chan.
– E cosa cerchi? Non ho carote con me. – ribatté Emma che, divertita dalla sua stessa risposta, prese a ridere.
– Perché è tutta la sera che giri in tondo? – riprese ancora Shizuka.
– Mi hai spiata? Ma che vuoi?
– Non ti arrabbiare, è solo una domanda.
Emma abbassò la testa guardando la strada e per alcuni istanti continuò a camminare senza parlare.
– Ma che vuoi che ne sappia! Ho voglia di camminare, così cammino.
– È una buona risposta. Però prenderai freddo così, non hai qualcosa da metterti?
– Ma se anche tu sei mezza svestita, non vedi? Hai la gonna così corta che tra poco ti si vedono le mutande.
– Sì, ma io sono abituata all’aria aperta e al freddo… perché sono un coniglio.
Emma la fissò in viso seria e poi con espressione divertita.
– Tu sei proprio matta, vero? E non sembri neanche ubriaca.
– Così dicono, ma non mi importa di cosa dice la gente. E poi evito l’alcool. Mi fa diventare tutta rossa.
Questi erano brandelli di conversazione che Shizuka intratteneva con i personaggi della notte. Non era ben chiaro cosa volesse ottenere da quel suo girovagare senza meta. Era però evidente che provava una specie di simpatia innata per le persone, di qualsiasi tipo fossero.
Qualche volta spuntava Joe, la prendeva per mano e la riportava con pazienza a casa. Lei talvolta protestava, non si muoveva da lì. Altre volte lo assecondava e tornava con lui.
Joe, però, avrebbe dovuto pensare anche al suo futuro, a costruire la sua vita. La giovinezza sarebbe volata via in un batter d’occhio, non poteva impiegare tutte le sue energie solo per cercare di inseguire e proteggere la sua sciagurata coniglietta.
Nel tentativo di capire il progressivo logorarsi della mente di Usagi-chan, Joe finì per studiare medicina, con l’intento di diventare in seguito uno psichiatra. Fu in quegli anni che conobbe un certo dottor Kimura, docente universitario e psichiatra di grande fama. Joe lo aveva soprannominato il “Grande Vecchio” e così si riferiva al dottore quando parlava di lui.
Quel Kimura era a sua volta una figura controversa nel suo ambiente. Si riconosceva in lui un grande studioso della mente, ma gli si rinfacciavano idee poco ortodosse. Una parte del mondo accademico pareva attendere un suo passo falso per accusarlo di essere un ciarlatano. I più fedeli sostenitori desideravano al contrario vederlo addirittura candidato al Nobel per certi suoi studi giovanili.
Non appena Joe riuscì ad entrare in confidenza con Kimura, gli chiese un appuntamento. Con il pretesto di un colloquio studentesco, voleva infatti capire se Kimura avrebbe potuto aiutarlo con Shizuka. L’opera di altri colleghi si era rivelata inutile e Joe, che si stava costruendo una sua cultura sull’argomento, riteneva che le diagnosi di altri psichiatri non fossero niente di più che aria fritta. Ripetevano come pappagalli quello che leggevano nel Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali.
Il Grande Vecchio si interessò dapprima alla nuova paziente in modo puramente scientifico; solo in un secondo momento, avendo la possibilità di conoscerla di persona e parlarle a lungo, iniziò a seguire il suo caso con un coinvolgimento sempre maggiore.
Anche Kimura, come altri prima di lui, inizialmente si attenne a conclusioni da manuale. Shizuka rifiutava in generale le regole sociali, non vi si adattava, e aveva costruito un’identità immaginaria per prenderne le distanze in modo indolore. La pulsione verso una vita più istintiva, senza regole, fatta di pura animalità, l’aveva portata a quella forma di travestimento come mezzo per esprimere il proprio desiderio di libertà e di affermazione del sé.
Una spiegazione che, secondo Joe, suonava fin troppo da saggio erudito, ma che almeno sembrava gettare una luce, seppur parziale, sull’anima di Shizuka.
Shizuka fuggiva dunque da se stessa e da tutto ciò che era umano? E perché, allora, sembrava cercare l’umanità proprio negli individui più reietti della società? Era questa la contraddizione che anche Kimura iniziò a discutere con Joe.
Alla fine l’illustre medico si persuase a prenderla in carico come paziente in modo ufficiale. Shizuka trascorse alcune ore con Kimura, in una serie di visite distribuite su più giorni.
– Cara Tanaka-san, sei abbastanza grande perché io non ti nasconda nulla – iniziò a dire il dottor Kimura nel corso di una di quelle sessioni. – Ho chiesto io esplicitamente ai tuoi genitori di parlare direttamente con te, con franchezza. Anche se sei adulta, ritengo che vadano comunque presi in considerazione. Spero non ti dispiaccia.
Shizuka stava seduta con la testa leggermente china, accennando un sorriso. Non sembrava a disagio, solo immersa in se stessa.
– Sai perché ti stiamo sottoponendo a tutte queste visite? – chiese Kimura dopo un paio di minuti di silenzio.
– Come potrei non saperlo, visto che sono anni, ormai, che i miei genitori e tutti gli altri non si rassegnano?
– Rassegnano a cosa?
– Al fatto che io sia un coniglio. È così difficile da capire e da accettare?
– Tanaka-san, ma tu non sei un coniglio! Guarda, questo è un coniglio! – ribatté Kimura mostrando la foto di un coniglio domestico appositamente preparata. – Pensi che ti somigli?
– Ognuno è fatto a suo modo. Non posso essere uguale a un altro coniglio. – tagliò corto Shizuka, incrociando le braccia.
– Mi metti in difficoltà. Non vedo segni di patologia, sembra quasi uno scherzo da cui non vuoi uscire. Eppure ho la sensazione che tu sia sincera. Sono intuizioni per cui, di solito, mi criticano.
Shizuka parve compiaciuta, prese ad arrotolarsi una ciocca di capelli che le ricadeva davanti, continuando però a sorridere, anzi accentuandolo vistosamente.
– Questa cosa sembra farti piacere. – disse ancora Kimura. – Stai sorridendo.
– Anche a lei, Kimura-san, la gente deve dirle cosa deve pensare e cosa deve fare della sua vita. E mi sembra che questo non le faccia poi tanto piacere. Così ci capiamo!
– Già… – Kimura sorrise appena, poi si fece serio. – Più sei lucida, più mi confondi.
– Io sono un coniglio. Punto e basta. Non devo dare spiegazioni a nessuno di quello che sono. Tutte queste domande che mi sento ripetere da anni sono inutili. Posso cambiare idea sulla mia natura? Posso anche dirvi “va bene, non sono più un coniglio, sono solo una ragazza”. Ma farei finta, per farvi stare zitti e lasciarmi in pace. Dentro, per conto mio, rimarrei un coniglio.
– Ma tutte queste incongruenze… il tuo corpo è umano, parli…
– Sono idee vostre, la vostra opinione. E io non sto a dirvi cosa dovete pensare.
Kimura scosse la testa, ma senza alcun segno di irritazione. Anzi, sembrava osservare Shizuka con un interesse crescente.
– Shizuka-san, facciamo un accordo, vuoi? – riprese, passando al nome proprio. – Io accetto, con sincerità, il fatto che tu sia un coniglio. Lo dico davvero, non ti prendo in giro. Però devi promettermi una cosa. Se un giorno dovessi avere dei dubbi, verrai a parlarmene.
Shizuka fece un inchino:
– Prometto. – disse alzando la testa e guardando con affetto l’anziano Kimura.
Quella fu la seduta conclusiva. Negli incontri precedenti Kimura aveva mantenuto un atteggiamento più distaccato, osservando la ragazza con attenzione prima di lasciarsi coinvolgere dal suo caso.
In seguito cercò, per quanto possibile, di rassicurare i genitori. I signori Tanaka erano avviliti come nei primi tempi, ma ormai anche rassegnati. Per anni avevano sperato in un cambiamento che non era mai arrivato.
– Si metta nei nostri panni, dottore, – ribatté il padre della ragazza durante un colloquio – noi volevamo solo una vita normale per la nostra Shizuka. Niente di particolare. Che fosse felice e basta.
– Tanaka-san, ma vostra figlia… è felice! Non ve ne siete accorti? – fece di rimando Kimura.
Tanaka padre scosse la testa in silenzio, poi riprese:
– Ma come fa a essere felice una malata di mente? Come farà ad avere una vita, una famiglia, un lavoro come si deve?
– Forse perché state parlando della felicità che desiderate per lei, non di quella che desidera lei stessa.
La madre, che era stata in silenzio fino ad allora, si mise a singhiozzare, nascondendo la faccia tra le mani. In quegli anni si era rivelata più forte del marito, ma ormai aveva ceduto all’evidenza. Sua figlia era pazza e così sarebbe stata per tutta la vita.
– So che è difficile, – riprese lo psichiatra – ma dovete ascoltarmi. Vostra figlia sta bene. È una ragazza intelligente, e quella che voi chiamate “follia” non le impedisce di essere felice. L’ho vista serena, a parte la contrarietà che le si esprime per questa situazione. Potrà, in qualche modo, anche condurre una vita quasi normale… nel senso in cui lo intendete voi, si capisce…
– Cosa significa come l’intendiamo noi? – rispose la madre – Come può essere felice una ragazza che dice di essere un coniglio e che fa tutte quelle cose strane? E poi è proprio perché è bella e intelligente che io mi dispero. Avrebbe potuto fare qualsiasi cosa, invece…
– E perché non può essere felice? Vi siete mai posti questa domanda? Io, in tutta onestà, non vedo ostacoli, se non quelli che siamo noi stessi a metterle davanti. Se parlate di questo, allora avete ragione: nessuno perdona facilmente l’originalità, figuriamoci una libertà così radicale di essere se stessi!
– Kimura-san, lei adesso sta facendo della filosofia. Possiamo anche capirla, ma poi, concretamente, Shizuka verrà trattata da idiota per il resto dei suoi giorni. E né io né mia moglie vediamo ragioni per accettare questa cosa, o persino gioire della presunta felicità di nostra figlia. Ci chiami pure ottusi, ma non possiamo fare diversamente.
Al dottore rimaneva solo un interlocutore che potesse capirlo: il fidanzato non ufficiale di Shizuka.
Kimura, durante gli incontri successivi con Joe, tornò spesso alla parola “ribellione”, in analisi che sembravano sempre più voli del pensiero che diagnosi mediche.
– Quella sua spinta… sì, ecco… non è altro che una ribellione. Ribellione titanica, apocalittica, combattuta con orecchie di peluche rosa e una vocina sempre sorridente. E poi, figliolo, è veramente carina, ti capisco. – disse con tono grave Kimura rivolgendosi a Joe che aveva rivelato al medico il suo rapporto con Shizuka.
E poi il dottore aggiunse, ridacchiando:
– La “ribelle con orecchie di peluche”… suona anche bene, non trovi?
Usagi-chan era forse un tipo anomalo di ribelle, priva di rabbia.
Come risulterà chiaro, e come si diceva, gli esseri umani in fondo li amava. Li amava profondamente.
Lo dimostrava, ne parlava. Un pomeriggio, ad esempio, raccontò al dottore che era solita trascorrere ore e ore sui treni della linea Yamanote, semplicemente osservando le persone. Diceva che ognuno, in qualche modo, meritava attenzione e un frammento del nostro tempo, che avrebbe voluto dedicare almeno qualche secondo a tutti gli esseri umani che le fossero capitati davanti nel corso di tutta la sua vita. Prendeva persino appunti, faceva schizzi, disegnando i volti che la colpivano.
Non era compassione, ad esempio per chi sta peggio. Piuttosto un sentimento più vicino a quello che si prova per i bambini o per i cuccioli. Lei lo chiamava “amore”.
***
Abbiamo detto che Shizuka pareva inquieta. Ma questo poteva dirsi solo da chi la guardava da fuori, notando i cambiamenti delle sue abitudini. La ragazza, in realtà, in quel periodo appariva come sempre lieta e con la testa tra le nuvole.
Erano trascorsi già alcuni anni da quando lei e Joe si erano conosciuti nell’ultimo anno di scuola. Da ragazzi che erano, si erano fatti giovani adulti alle prese con il loro futuro. Ma il futuro pareva non esistere per Shizuka. Si ricorderà la sua reazione indispettita al solo nominarlo.
Era ancora giovane, il suo comportamento eccentrico aveva ancora margini di compromesso. Le sue stranezze avrebbero potuto cedere il passo lentamente a una vita accettabile. Ma cosa sarebbe stato di lei col procedere degli anni se nulla fosse cambiato?
Certo, in una città come Tokyo, dove basta camminare in certi quartieri per vedere tutti i tipi di esseri umani possibili, Shizuka passava inosservata. Ma quelle persone, che in qualche modo le assomigliavano in apparenza, nella maggior parte dei casi recitavano un ruolo temporaneo confinato a un’epoca della vita. Trascorsa quell’epoca giovanile, per loro sarebbe cominciata un’esistenza del tutto ordinaria.
Per Shizuka era tutt’altra cosa. Lei non stava cercando di affermare se stessa solo in quella fase giovanile, e non era neppure un qualche indefinito male di vivere che la spingeva su quella strada, ma qualcosa di molto più profondo e allo stesso tempo indefinito.
La sua relazione con Joe andava avanti. Si poteva dire che i due fossero una coppia, anche se anomala. C’era intimità tra loro e Joe sentiva che anche la ragazza provava passione e trasporto per lui. Difficile, però, parlare di una relazione stabile.
Le difficoltà venivano anche dal di fuori della coppia. I genitori di Joe erano venuti a sapere già dal primo periodo che il figlio frequentava una ragazza con conclamati problemi psichiatrici. Trattandosi di una cosiddetta buona famiglia, il futuro del figlio avrebbe condizionato anche lo status familiare a venire. Joe aveva, secondo loro, delle precise responsabilità. Non erano ammessi passi falsi.
A muso duro lo avevano affrontato, chiedendogli se si trattasse di uno scherzo o di qualche forma di crudeltà verso i suoi genitori. A Joe parve che non valesse nemmeno la pena spiegare che lui, la sua Usagi-chan, l’amava. Non c’era altro su cui discutere.
La strategia era prendere tempo. Il suo percorso di studi lo avrebbe tenuto per qualche anno impegnato all’università e sperava nel corso di quel periodo di far ritornare Shizuka entro certi limiti di normalità per poi, magari, sposarla veramente.
Per il momento decise di lasciare le cose così, indefinite, anche con Shizuka, frequentandola senza pretendere accordi più impegnativi. Cosa che per altro a lei non passava neppure per la testa.
Joe favoleggiava di un futuro non troppo lontano, verso la felicità e l’agognata normalità, con la sua coniglietta ormai rinsavita, o quasi. Magari avrebbe potuto portarla lontano da Tokyo, trasferirsi in qualche villaggio tranquillo, in campagna, lontano dalla cattiveria umana.
Nell’autunno di quell’anno, mentre Joe coltivava quei sogni con il cuore colmo di speranza, Shizuka sembrava giungere a una lucidità sempre più instabile, che oscillava tra chiarezza e follia.
Cominciò a parlare di “felici” e “infelici” e Joe ne fu stupito. Non era da lei giudicare. Poi, col tempo, imparò a capire cosa intendesse. All’inizio Joe pensò che i “felici” fossero i disperati che lei frequentava per strada. Invece, tra loro c’era anche una certa Satomi.
Satomi era una fiorista sulla trentina che gestiva un negozietto vicino alla stazione di Nakameguro. Era amica di Usagi-chan e accettava con naturalezza tutte le stranezze di Shizuka. Del resto, Shizuka stessa le raccontava a tutti dopo pochi minuti di conversazione; difficile che la cosa passasse inosservata.
Joe non riusciva a capire cosa ci facesse Satomi tra i “felici”. Forse era un rimpianto per una normalità perduta? Era proprio quella normalità, agli occhi di Shizuka, il segreto della felicità?
Per confondere ancora di più le idee a Joe, venne fuori che Satomi era sposata, con una bambina di due anni. Una vita tranquilla, serena, per certi versi monotona.
Tra gli “infelici”, invece, Shizuka metteva persone molto diverse dai clochard e vagabondi che incontrava di notte. Erano giovani uomini eleganti, in doppiopetto, con la loro impeccabile divisa di scena. Figure di successo, spesso.
Tra quelli che Shizuka ebbe la sfortuna di incontrare, vale la pena ricordare un certo Suzuki. Di lui, e del suo spietato amico Minamoto, si parlerà più avanti. Avranno un ruolo centrale in questa storia.
Il ruolo di queste figure fu decisivo. Con Suzuki, Shizuka iniziò il viaggio nella parte più oscura della propria mente e di quella altrui. Minamoto, in seguito, contribuì a costruire l’inferno in cui lei avrebbe scelto consapevolmente di vivere.
In quegli stessi anni Shizuka cominciò, senza volerlo, a far soffrire anche Joe. Non si sottraeva alle sue carezze e ricambiava apertamente il suo affetto, ma non voleva concedergli un’intimità esclusiva.
La cosa non sfuggì a Kimura. Pur avendo interrotto le visite, il medico continuava a seguire da lontano il destino della sua ex paziente. Il Grande Vecchio rifletteva spesso sull’ipersessualità compulsiva e sul confine sfuggente tra normalità e patologia.
Ai suoi occhi, quella frenesia era il sintomo di una più profonda bulimia di vita. Non la condannava; al contrario, le attribuiva quasi un valore vitale. Ripeteva spesso che la mente si comprende tanto con il bisturi che disseziona il cervello quanto con Confucio e Aristotele, che aiutano a capire l’uomo e la società.
Col tempo il suo interesse per Usagi-chan si intensificò proprio per quegli eccessi. Shizuka cessò di essere soltanto un caso clinico e divenne un oggetto di studio ossessivo e, infine, uno specchio nel quale Kimura finì per riconoscere i propri dilemmi esistenziali. Forse fu anche per questo che le si affezionò così profondamente.
Note al capitolo 2
5 Maid cafè. Locali tipici del Giappone, soprattutto di Tokyo, in cui giovani cameriere indossano costumi ispirati all’abbigliamento vittoriano o alla moda francese di fine Ottocento. Una caratteristica del servizio è che le ragazze si rivolgono ai clienti come «padroncini», offrendo talvolta piccole performance come balli o canti. L’intero ambiente è improntato all’estetica «kawaii», che si riflette anche nella presentazione delle pietanze e delle bevande.
Capitolo terzo
La massaggiatrice cinese di Kabukichō
Wang Mei viveva da otto o nove anni a Tokyo e si esprimeva in un giapponese ormai fluente, anche se con un caratteristico accento cinese. Tutti la conoscevano semplicemente come Koko, anche fuori dall’ambiente di lavoro. Lei stessa si era quasi dimenticata del nome con cui era nata.
Il suo impiego era quello di massaggiatrice. Il centro dove lavorava si trovava in un tugurio a Shinjuku, non lontano dal famoso grattacielo dove si vede in alto la testa mostruosa di Godzilla che spunta da un lato.
In una delle innumerevoli entrate che si aprono nell’intricato reticolato di vie lì attorno, una scala ripida e lurida rischiarata da fredde luci al neon portava a un luogo che ricordava una grotta. Il posto era reso ancora più asfittico dal fatto che fosse suddiviso con paraventi mobili per ricavare più spazi possibili di privacy per i clienti. Un’illuminazione da cimitero rendeva inoltre difficile camminare per i corridoi di quel cosiddetto “centro massaggi”. Unica concessione a quello squallore, alcuni abbellimenti in stile tradizionale cinese, qua e là, ma senza gusto.
Bobbo-kun, soprannominato così da quando si era trasferito a Tokyo, era il capo cinese di quell’impresa formata esclusivamente da altri connazionali. Per non pestare i piedi a nessuno, l’azienda di Bobbo pagava una piccola protezione alla yakuza, la quale a sua volta lo faceva lavorare senza problemi e in piena autonomia, con reciproci vantaggi.
Fin da subito il capo aveva spiegato a Koko che non l’avrebbero costretta a fare niente contro il suo volere, ma con una puntualizzazione:
– A fare massaggi belli e semplici guadagni solo gabbando qualche idiota americano o europeo. Ma, per lo più, quelli vogliono altro.
– Cosa? – aveva chiesto Koko, con finta ingenuità.
Bobbo rise. La sua grossa pancia e la sua testa pelata vibrarono come se fossero state un tamburo percosso da qualcuno. Le catene dorate che portava al collo tintinnarono insieme al suo flaccido pancione. Perline di sudore colavano dalla sua nuca.
– Devi menarglielo. E già facendo così, guadagni il doppio. Ma se qualcuno paga bene, devi semplicemente scoparteli. Mi sembra ovvio. Ma non dirlo per strada chiaramente, se non vuoi che vengano qui e ci facciano chiudere tutto, capito?
Koko ostentò una smorfia di disapprovazione.
– E quanto devo chiedere? – aggiunse.
– Beh, noi ti indichiamo il minimo, quello che viene a noi. Poi tu metti il rincaro che vuoi. Senza esagerare o li farai scappare via. Se sei brava a convincerli, guadagni un sacco di soldi. Qui, la sera, è pieno di ubriachi. Gli occidentali sono particolarmente stupidi e vanno matti per le donne di qui perché non sono abituati ad aver delle donne così belle come le nostre da quelle parti. – aggiunse Bobbo con una puntualizzazione razzista – All’occorrenza, fingiti giapponese, coreana, quello che serve, in base a quello che vogliono. Non hanno minimamente l’intelligenza di capire se sei cinese, giapponese, coreana o persino filippina. Sono troppo idioti. Li farai felici e loro non si accorgeranno di nulla. Non c’è niente di male, in fondo, nel far felice la gente. Sfilare loro i soldi è veramente facile, se sai come fare.
L’aspirante massaggiatrice sapeva benissimo cosa le avrebbero chiesto di fare in quel posto sudicio. Semplicemente stava studiando l’ambiente e sapeva per esperienza che fingersi ingenua era sempre utile.
Koko era solita portare una specie di basco viola in velluto scuro, calzato sui capelli biondi ossigenati. I capelli schiariti in qualche modo avevano contribuito a renderla il personaggio che era. Così, era più facile per lei pensare che stesse semplicemente fingendo, interpretando un personaggio di teatro e che non stesse vivendo, in realtà, una vita meschina e disperata come quella.
Qualche anno prima i lineamenti del suo viso sarebbero apparsi aggraziati e piacevoli, ma ora aveva costantemente un viso stanco ed emaciato a causa della vita notturna che conduceva.
Giunta da un qualche villaggio rurale del Nord della Cina, Wang Mei era letteralmente scappata di casa per cercare fortuna. Non tanto per arricchirsi, ma solo per il fatto che in quel villaggio viveva una vita insopportabile, sempre uguale a se stessa. La prospettiva era sposare un ragazzo del posto, trovare impiego in qualche fabbrica del distretto, fare più figli possibile, e morire di vecchiaia nello stesso identico posto che aveva avuto davanti agli occhi tutta la vita. Oltre tutto, quella era una delle poche aree del paese che non era stata travolta dall’ondata della crescita economica, e l’orologio della storia pareva quasi fermo all’epoca di Mao, con l’eccezione dei comfort della modernità. Tutte le volte che le si presentava questa visione davanti agli occhi, si diceva che avrebbe dovuto andarsene. Diversamente, si sarebbe impiccata di lì a pochi anni.
Il ragazzo che aveva amato, forse l’unico motivo che avrebbe potuto trattenerla nel suo villaggio, si era sposato con un’altra: l’esatto epilogo tragico previsto da tutti i drama di quarta categoria di questo mondo. Tanto valeva mandare tutti al diavolo, in quel buco schifoso di contadini. Aveva scartato da subito l’idea di finire in qualche megalopoli cinese come Shanghai o Chongqing. Voleva voltare pagina, cambiare paese, non sentire più parlare la sua lingua per anni.
Arrivata in Giappone, però, dovette giungere a compromessi. Aveva imparato qualche frase in giapponese, ma non era certo sufficiente per cavarsela laggiù. Dovette ritornare quindi sui suoi passi e cercare aiuto nella comunità cinese. Scartò l’idea di un lavoro “normale”, anche perché non aveva particolari competenze e non conosceva la lingua a sufficienza. Che senso avrebbe avuto, inoltre, ricadere nella vita di prima, anche se in un altro luogo? In fondo, era lontano da tutto e da tutti, a chi avrebbe dovuto rendere conto? Ai genitori disse di aver trovato lavoro in un ristorante di cucina cantonese, ma in realtà prese fin da subito contatti con quel mondo sotterraneo che per qualche ragione l’attraeva. Desiderava cadere in una specie di perdizione che avrebbe dovuto punirla per gli errori che pensava di aver commesso. Ovviamente, così giovane com’era, gli errori irreparabili stavano solo nella sua testa. Ma, come qualcuno dice, ognuno disegna il suo destino.
***
Erano le quattro del mattino e Koko aveva congedato l’ultimo cliente. Un americano obeso, con un muso da animale cattivo, ma una vocina sottile, che sapeva solo ridere e ripetere “I love China, I love China”. Koko si lavò il seno imbrattato dallo sperma già rinsecchito dell’americano e si rivestì.
– Sei diventata brava coi clienti. – le disse Luise, la tenutaria ultrasessantenne del “centro massaggi” alle dipendenze di Bobbo. Il capo si fidava solo di lei e le diceva di tenere severamente d’occhio le ragazze più giovani, inclini a truffare il centro e a far la cresta sul compenso dei clienti con lo stratagemma di dire che avevano pagato di meno del minimo stabilito.
– Capisco chi ho davanti e dico semplicemente quello che vuole sentire. – rispose Koko con voce stanca – È più facile di quanto sembri.
– Non dirmi che pensi ancora a quel francese? – ribatté ridendo Luise – Sei silenziosa in queste settimane.
– Non ho tempo per queste idiozie. Per me sono tutti uguali.
Luise, che si era data questo nome d’arte per darsi una certa importanza, faceva allusione a un giovane cliente francese che, di stanza a Tokyo per lavoro da alcuni mesi, era stato un assiduo frequentatore del centro massaggi. Tuttavia, aveva sempre e solo desiderato le prestazioni di Koko. Un paio di volte, lei assente, aveva declinato cortesemente la compagnia di un’altra ragazza e aveva detto che sarebbe tornato quando c’era lei.
Koko cominciò senza volere ad affezionarsi al francese e a farsi anche qualche illusione. Il ragazzo era di aspetto ordinario anche se piacevole, ma soprattutto la trattava con una cortesia che non ricordava potesse esistere negli uomini. Anche il modo in cui stavano insieme, insolitamente tenero, contribuiva a creare in lei illusioni sentimentali.
In cuor suo sapeva perfettamente che quelli erano sogni da ragazzina, ma non sempre la realtà e la razionalità si possono accettare così facilmente.
Infatti, per il francese arrivò il tempo di ritornare in Europa, visto che la sua trasferta finiva di lì a pochi giorni. Certamente salutò con grande affetto la sua massaggiatrice preferita, ma nulla di più. Sparì dalla sua vita quel giorno stesso, come se non fosse mai esistito. Koko aveva pensato di chiedergli un contatto, un numero di telefono, un indirizzo di posta elettronica, ma poi si era vergognata. Il francese avrebbe capito che si era invaghita di lui e ne avrebbe riso, avrebbe suscitato solo la sua pena. Era meglio lasciar perdere.
Effettivamente, nei giorni che seguirono e per qualche settimana dopo, Koko si sentì veramente disperata. La sua espressione mostrava che provava un gran dolore. Una reazione che neppure lei aveva immaginato potesse essere così intensa. Si era resa conto di avere avuto aspettative del tutto vuote. C’erano state promesse: “Quando torno a Tokyo vengo sicuramente a trovarti”, aveva detto lui. Ma Koko le aveva considerate parole al vento. E anche se fosse stato di parola? Nuove illusioni, nuove sofferenze. Sarebbe stato meglio non rivederlo mai più.
Per fortuna, la sua vita frenetica, fatta di notti al lavoro e mattine trascorse nel sonno fino al primo pomeriggio, l’avevano costretta a pensare meno. Alla fine si era rassegnata e aveva ritrovato il suo stato emotivo abituale, vale a dire una certa indifferenza per la vita.
– Senti Koko, – le disse una sera Luise – è tornato quel tale, quel tedesco di qualche giorno fa. Vuole stare con te, dice che sei bravissima, ma ricordo che…
– Sì, quel tipo puzza insopportabilmente, digli che non ci sono. Quasi vomitavo l’altro giorno.
Luise contrasse il viso, guardando di lato con un’espressione pensierosa.
– A chi posso rifilarlo… vediamo… Certo non dico una parola sul fatto che quel maiale puzzi così, ma tanto prendiamo i suoi soldi, poi la ragazza si lamenterà, ma avremo guadagnato.
Luise svoltò l’angolo in cerca di una ragazza e tornò con Lú yǐn, una ventisettenne arzilla e sempre inspiegabilmente allegra. La bellezza di punta del centro massaggi. Era forse l’unica ragazza che si potesse dire amica di Koko.
Proprio per questo, fu dispiaciuta nel vedere che Luise voleva affibbiarle il tedesco. Ma la stessa Luise, colta la perplessità sul volto di Koko, fece un segno con la testa come a dirle “stai zitta!” mentre Lú yǐn non guardava, e confezionò una bugia su misura.
– Lú yǐn, di là c’è un tedesco che vorrebbe assolutamente vedere Koko. A quanto pare, come lo succhia lei non c’è nessuno, dice. Ma Koko aspetta un altro a minuti. Tentiamo di tenere tutti e due i clienti, vai tu che sei così carina. Non ti rifiuterà. Se mi fai questo favore, ti puoi tenere cinquemila yen più del previsto sulla tua parte, va bene?
Lú yǐn non sospettando niente di particolare da quella proposta, accettò.
– Vado solo a lavarmi un attimo. Con quello di prima ho sudato tantissimo, ha voluto che stessi sopra a dimenarmi tutto il tempo. Sono stanchissima e mi fa ancora male la schiena.
– Ma quel tipo era cinese? L’ho visto solo da lontano, lo ha fatto entrare Bobbo. – chiese Luise.
– Sì, un turista di Pechino. Siamo pigri, cerchiamo i nostri connazionali anche all’estero, noi cinesi; almeno mi sono risparmiata la fatica di usare l’inglese. – rispose Lú yǐn.
E dicendo così scomparve nella penombra del lungo corridoio. Nel frattempo il tedesco attendeva nell’angusta anticamera che fungeva da zona cuscinetto per i clienti in attesa. Non farli incontrare era un vero gioco di abilità, vista la dimensione degli spazi.
Koko, pur dispiaciuta per Lú yǐn, fu sollevata di non dover sentire di nuovo quella puzza nauseante. Sperò che quella volta il tedesco fosse ritornato più pulito e che la sua amica non avrebbe dovuto sopportare quello che era toccato a lei.
– Luise, oggi me ne vado a casa prima. Sono più stanca del solito. – disse Koko.
– Vai, vai. Ci vediamo domani.
Era passata da poco l’una di notte. Fuori le strade brulicavano di gente. Proprio davanti alla porta del loro centro c’era uno dei tanti adescatori di clienti, un certo Kashiwagi che faceva una spietata concorrenza ai centri massaggi cinesi. Tuttavia, nonostante quella rivalità, la lunga conoscenza aveva creato una certa simpatia tra le ragazze e lui. In fondo si sapeva che in quella maledetta città c’era una tale massa di gente da rendere il mercato ricco per tutti.
– Kashiwagi-san, sei un maledetto! Sempre davanti alla nostra porta ti devi fermare!
Il ragazzo fece una smorfia di piacere.
– Oh, Koko-chan. Sei sempre bellissima. Devo venire anche io a farmi un massaggio da te. Chissà con quella bocca stupenda cosa sei capace di fare!
– Non fare sempre l’idiota, che ti costa spostarti di qualche decina di metri? Hai tutta Tokyo, proprio qui devi fermarti?
– È per vedere te! – fece Kashiwagi mandando un bacio con la mano.
Koko non riuscì a trattenere un sorriso. Si avvicinò e assestò un pugno lieve alla pancia di Kashiwagi. Quello simulò una reazione esagerata e si inchinò in due supplicandola di non ucciderlo.
– E domani non voglio vederti qui davanti! – concluse Koko minacciandolo col dito prima di andarsene.
Si diresse quindi verso la stazione di Shinjuku per prendere la linea della metro Marunouchi. Da circa tre anni aveva preso una stanza in un appartamento condiviso a Nakano, non lontano dalla stazione di Nakano Shimbashi. Il posto era dignitoso e pulito e la soluzione condivisa le permetteva di risparmiare molto sull’affitto. Nell’ultimo anno, poi, era stata abbastanza fortunata con l’inquilina della camera a fianco: una danese silenziosa e rispettosa degli spazi altrui. La comunicazione con l’europea non era semplice perché Koko conosceva in inglese solo le frasi che le servivano per il lavoro. Così, si era creata una relazione di rispetto, ma che si limitava allo scambio di qualche parola ogni tanto.
Insomma, Koko non aveva al di fuori del centro massaggi nessuna relazione umana particolarmente stabile e significativa. L’unica persona per la quale provava qualcosa di simile all’affetto era Lú yǐn. Con lei spesso andava a fare shopping e trascorreva il tempo libero.
Uscendo dalla piccola stazione di Nakano Shimbashi, voltò a sinistra. Attraversato il fiume Kanda, l’edificio dove risiedeva si trovava a poche centinaia di metri sulla sinistra della strada per chi proveniva dalla stazione. Koko salì le scale fino al terzo piano e aprì la porta dell’appartamento, badando a non fare rumore. In realtà, la vicina di stanza non dormiva affatto e dall’interno della sua stanza provenivano le risate di un uomo. Koko si rese conto che era sabato sera, il momento in cui le persone, soprattutto giovani come la danese, si concedevano svaghi notturni. Non poté fare a meno di provare una certa invidia. La ragazza europea era ancora in grado di godersi il rapporto fisico per piacere, e non per guadagnare soldi. Koko si era accorta di aver ritrovato il piacere dell’intimità fisica solo in quel breve periodo col francese, ma per lo più il sesso ormai l’annoiava.
Messe da parte le premure per non svegliare la coinquilina, entrò in stanza, si preparò per una doccia, e trascorse una ventina di minuti sotto l’acqua calda cercando di non pensare a niente. Tornata nella sua stanza, la lieve parete divisoria che la separava dall’incontro amoroso che stava avvenendo dall’altra parte non era sufficiente a evitare che si sentissero prima risate e parole soffocate, poi sospiri, movimenti e rumori che svelavano quello che stava avvenendo al di là del muro.
Koko aveva anche notato che l’ansimare durante l’atto sessuale ha una sua geografia. Le donne occidentali le parevano più aggressive e sfacciate, mentre le asiatiche più remissive e, soprattutto le giapponesi, erano solite usare una tipica vocina infantile che ormai per loro sembrava associata irrimediabilmente al sesso.
Nonostante i rumori d’amore che si consumavano vicino a lei, Koko dopo poco scivolò nel sonno e sognò di nuotare nel fiume del suo villaggio. Cosa, peraltro, che non era mai avvenuta nella realtà, visto che si trattava di un corso d’acqua venefico e infestato dagli scarichi industriali della vicina città. Poi ebbe in sogno la prevedibile visita del francese, ma il suo atteggiamento la deluse e quasi le sembrò di essere contenta quando disse che non si sarebbero più rivisti. Vide poi suo fratello, che in realtà non incontrava da otto anni, rimproverarla di aver preso una strada ignobile, di aver disonorato la famiglia, ma poi le chiedeva di inviare la quota mensile ai genitori come aveva sempre fatto.
Fortunatamente, dopo questi molesti spettri notturni, il suo sonno si fece via via più profondo e si risvegliò solo a tarda mattina, a causa di un vociare di bambini che proveniva dalla strada sotto sua finestra. Si era dimenticata di tirare una delle tende e la luce intensa del sole si rifletteva sulla parete bianca, sopra la piccola scrivania.
Koko afferrò il telefono che stava proprio sulla scrivania per vedere che ore fossero. Si sorprese nel trovare un messaggio di Kashiwagi, l’adescatore di clienti che faceva concorrenza al centro. Non si ricordava neppure di aver registrato il suo numero.
Stropicciandosi gli occhi, si mise a leggere il lungo messaggio dell’uomo:
Ieri sera volevo dirti una cosa, ma sei scappata via. Ci sarebbe un’opportunità di lavoro. Ma non farti illusioni, si tratta di fare quello che fai adesso. Solo che lo faresti per persone ricchissime che ti pagherebbero molto bene. Non hai idea. C’è qualche dettaglio però che dovresti sapere. È il prezzo da pagare per guadagnare molto, ma secondo me potrebbe fare al caso tuo. Se vuoi ci vediamo stasera a Nakano Brodway, ci mangiamo qualcosa insieme e ti spiego.
Koko era perplessa. Kashiwagi alla fine le era sembrato un buon diavolo. E poteva ritenersi anche un ragazzo piacevole a vedersi. Perché aveva pensato a lei e non alla più carina Lú yǐn, per esempio? Decise comunque di mettere da parte la sua diffidenza e di incontrarlo. L’appuntamento era davanti alla stazione di Nakano alle sei, nel tardo pomeriggio.
Alzatasi, sentì il bisogno di una nuova doccia. I fantasmi della sera precedente l’avevano fatta sudare di nuovo. Trascorse quindi la giornata a fare spese, comprare cibo, qualche vestito, e rientrò giusto in tempo per prepararsi e vedere Kashiwagi.
Nakano Brodway distava da casa sua venti minuti di cammino, quindi ebbe tutto il tempo di sistemare quello che aveva comprato e di rassettare la stanza e la cucina condivisa.
Koko trovò Kashiwagi che fissava il telefono in mezzo alla folla. Lo stava aspettando già da una decina di minuti e non si era accorta di averlo proprio alle sue spalle.
– Sono qui da un po’ di tempo, non ti avevo visto. – gli disse distraendolo dallo schermo del suo telefono.
– Vieni, andiamo in un posto tranquillo. – le rispose lui senza neanche salutarla e mettendosi a camminare.
Finirono in un izakaya6 perché Kashiwagi aveva detto che quella sera aveva voglia di bere. Koko si riempì di yakitori e, spinta dall’altro, dovette cedere anche nel bere qualche bicchiere di troppo di sakè. Non le piaceva andare al lavoro ubriaca, temeva di non riuscire a gestire bene gli affari e le trattative. Ma Kashiwagi fu abile e a poco a poco Koko si sentì un po’ ubriaca.
Koko dopo un po’ prese a fissarlo in silenzio, e lui comprese la sua perplessità.
– Hai ragione, veniamo al dunque. – disse infine Kashiwagi masticando rumorosamente un altro yakitori e bevendoci dietro un altro bicchiere di sakè. – Allora, la cosa è piuttosto semplice se devo spiegarla in generale. Devi solo partecipare a dei festini. In queste feste tu fai sesso su richiesta, anche in gruppo, uomini o donne che siano. Niente di scandaloso. Ovviamente, nel corso di queste feste ci si ubriaca e ci si droga, come in qualsiasi festa degenerata di questo tipo, di quelle che piacciono ai ricchi per affogare la noia.
Koko ascoltava. Ma visto che il ragazzo aveva smesso di parlare e pareva aspettare qualche domanda, intervenne lei.
– Quindi? Tutto qui? Devo fare sesso? Immagino anche con più persone contemporaneamente. Non mi scandalizzo, ma non mi piace molto il sesso con le donne. Gli odori delle altre donne mi fanno schifo.
– A quello puoi anche passare sopra, visto il compenso, – la interruppe Kashiwagi – piuttosto è che ogni tanto vengono richiesti… degli extra.
– Che tipo di extra?
Kashiwagi sorrise e gridò un “mi scusi!” alla cameriera che accorse subito.
– Un’altra bottiglia, per favore. – La ragazza scomparve dopo un inchino e tornò pochi minuti dopo con la nuova bottiglia di sakè.
– Ma niente, non ti devi preoccupare. – riprese lui dopo la pausa.
– Ehi, pensi che possa partecipare a cose del genere senza sapere cosa mi aspetta? Impossibile. Spiegati meglio!
Il ragazzo si portò la mano alla nuca e sbuffò con un’espressione di sufficienza.
– Beh, se proprio lo vuoi sapere, ti posso dare qualche dettaglio in più. Dunque, vediamo… – e dicendo così prese il bicchiere vuoto tra le mani. Koko gli versò altro sakè. – Ecco, un esempio perfetto. Il mese scorso i capi hanno affittato una “ragazza toilette”. Sai di cosa si tratta? Semplice, lo dice il nome. A un certo punto della serata, hanno chiesto a questa tipa di sdraiarsi in mezzo alla stanza e alle altre ragazze veniva richiesto di fare i loro bisogni su di lei. Sul corpo e soprattutto sulla faccia. Io non mi stupisco più di tanto, sono cose ordinarie in questi ambienti.
Koko assunse un’espressione disgustata.
– E quindi? – aggiunse ancora lei.
– Aspetta, non ho finito il racconto! – fece di rimando Kashiwagi ormai vistosamente ubriaco e divertito – Vuoi i dettagli e io te li do! Ma poi non fare la santa, non ostentare disgusto, intesi? Visto che si trattava sia di bisogni liquidi che… solidi, era previsto nel “contratto”, all’inizio le ragazze hanno pisciato su di lei. Un paio sul seno, altre direttamente sulla faccia. Al che interviene il capo, questo Suzuki. Lo vedrai, è un bellissimo uomo in definitiva, e piacerà anche a te. Beh, allora Suzuki fa: “dovete anche cacarle addosso, forza!”. Le ragazze ridevano, qualcuna diceva che non aveva lo stimolo, ma una più diligente delle altre aveva trattenuto di andare in bagno pochi minuti prima, proprio per quello scopo. Ha preso coraggio, si è accovacciata a venti centimetri col culo sospeso sulla faccia della ragazza e, dopo qualche decina di secondi, vedi un pezzo di merda grosso così, compatto, che cade giù. – Kashiwagi mimò la dimensione con le dita – Il fatto è che in quel momento preciso lei si alza un po’, così le feci cadono da più in alto e si spiaccicano per bene proprio nel bel mezzo della faccia di quella lì sotto.
Kashiwagi non poté fare a meno di scoppiare in una risata isterica.
– Un bello schifo. No, grazie, non fa per me. – disse Koko.
Ma Kashiwagi era preso dal suo racconto e sembrava ansioso di dare altri dettagli:
– Poi interviene l’altro capo. Questo devi vederlo. Si chiama Minamoto. È un ciccione, alto come una montagna, che veste sempre e solo di scuro. Un personaggio, davvero: è lui l’anima nera, un vero psicopatico…
– C’era da aspettarselo, gente normale non la puoi trovare che fa queste cose. – lo interruppe ancora Koko.
– Allora, Minamoto si avvicina a lei. Ha messo su un guanto di lattice, si accovaccia sulla ragazza toilette. Le spalma la merda sulla faccia, poi con le dita imbrattate di feci le scrive un carattere sulla pancia, non ho visto quale fosse. Mentre le strofina la faccia fa un’espressione feroce, ma col sorriso a denti stretti, e dice qualcosa come “ti piace la merda, vero?”. La ragazza muggisce di finta sofferenza. Infatti poi, parlandoci a parte, mi ha detto che adora farlo. Lo fa anche gratis col suo ragazzo, a casa. Niente sesso. La pagano solo per fare da ragazza toilette.
Koko non poté trattenere per l’ennesima volta un’espressione di ribrezzo.
– La mia risposta l’hai già avuta. Io a queste schifezze non partecipo.
Kashiwagi le fecce segno di attendere con un sorriso d’intesa.
– Aspetta di sentire il compenso, prima.
– Non mi interessa.
– Per ogni sera sono settecentomila yen. Sei cinese, magari non sei capace di fare la proporzione con cifre così. Beh, al cambio attuale saranno quattromila e seicento dollari americani… circa. A serata.
Koko era visibilmente turbata. Farsi i conti in tasca fu facile. Guadagnava quella cifra in chissà quanto tempo al centro, e con un guadagno del genere le sarebbe bastato frequentare quelle serate una o due volte al mese per lasciare il centro massaggi e guadagnare molto di più.
– Stai scherzando? Come fanno a pagare così tanto?
– Non hai idea di quanto sia ricca quella gente. Il capo, quel Suzuki, fa parte di una delle famiglie dell’alta finanza e dell’industria di Tokyo. Per lui non sono niente settecentomila yen, se servono a farlo divertire.
Seguirono lunghi minuti di silenzio. Kashiwagi attendeva con viso compiaciuto, certo che Koko avrebbe ceduto. Per ottenere la vittoria finale, aggiunse una sorta di rassicurazione.
– Potresti anche solo partecipare a una di quelle serate e poi decidere. Comunque, la maggior parte delle volte sono normali festini sessuali. Ogni tanto hanno un ospite, ed è in quelle serate che si fanno cose più fantasiose. E sono gli ospiti speciali a doverle fare. Tu faresti quello che già fai in quel tuo lurido centro massaggi.
– Ma io non voglio rischiare problemi con la giustizia. – ribatté Koko non più con tutte le certezze di prima.
– Neanche Suzuki e Minamoto, l’altro capo, lo vogliono. Se vogliamo essere precisi, l’unica cosa illegale è la droga che gira lì dentro. Ma ormai chi si scandalizza più? Piuttosto… – aggiunse con un tono perplesso Kashiwagi.
– Piuttosto cosa?
– Minamoto, e soprattutto Suzuki evitano pratiche più crude sicuramente per non avere problemi con la giustizia. Suzuki è troppo in vista per rovinarsi per un capriccio. Però, si vede che entrambi avrebbero tutto il desiderio di andare oltre. Quegli uomini hanno del marcio dentro, si divertono a umiliare gli esseri umani, soprattutto le donne. Ma non lo faranno oltre certi limiti, non sono stupidi e non vogliono perdere tutto. E devo aggiungere che anche il consumo di alcool o droghe sarà a tua piena discrezione. Non ti obbligano a farlo, anche se ti aiuta a sentirti meglio là dentro. Ma devi essere a loro disposizione dal punto di vista sessuale. Allora che fai, ci provi?
Koko ingerì un altro bicchiere di sakè.
– Un’ultima curiosità. Perché hai pensato a me? Quei ricconi avranno la possibilità di avere bellissime donne, perché puntare su una mediocre, su una poveraccia come me?
– Prima di tutto, – la interruppe lui – sei molto più carina di quello che pensi. Poi con una risistemata e una vita diversa, diventerai bellissima. Con la vita che fai è normale che tu sia un po’ sciupata. Il secondo motivo è che Suzuki e Minamoto mi hanno chiesto espressamente di trovare delle ragazze che venissero da un ambiente meno… ecco, meno elegante. Non te la prendere. E terza cosa, la più importante, è che ho pensato a te perché così posso vederti e passare del tempo insieme. Anche se in quei contesti un po’ strani. Che ci vuoi fare, mi piaci!
Koko assunse un atteggiamento più accomodante. In qualche modo era lusingata dalle parole di Kashiwagi, ma soprattutto era quasi persuasa che lui avesse ragione. In fondo, avrebbe potuto provare una volta a partecipare a quegli incontri, senza rinunciare al lavoro al centro massaggi. Poi avrebbe deciso cosa fare. Se quelle persone non le sarebbero piaciute a prima vista, semplicemente non ci sarebbe più andata.
Note al capitolo 3
6 Izakaya. Tipico locale giapponese dove si consuma sakè associato a spuntini. È spesso frequentato dagli impiegati dopo il lavoro. Gli yakitori citati poco più avanti sono spiedini di pollo arrosto.
Capitolo quarto
I mostri di Shinjuku
Gli amici più intimi lo avevano soprannominato Goemon, in ricordo del nostro leggendario bandito samurai. Mai scelta fu più azzeccata, visto che Suzuki aveva davvero l’anima di un fuorilegge.
A ventinove anni era un giovane magnetico, ricco e arrogante. Più che ricco, sarebbe giusto dire incredibilmente facoltoso; si diceva che la sua famiglia fosse una delle più potenti della capitale, se non di tutto il Giappone.
Si concedeva l’unico vezzo di portare i capelli lunghi, raccolti in una coda sulle spalle. Per il resto, si uniformava ai codici del suo ambiente vestendo l’impeccabile divisa dell’uomo d’affari: abito scuro dal taglio classico e camicia bianca. Il suo viso era perennemente solcato da un sorriso sornione, un’arma sottile con cui lusingava chiunque gli stesse di fronte. Di corporatura media e atletica, possedeva un fascino che predisponeva le persone a mostrargli benevolenza, pronte a farsi ingannare da quei lineamenti perfetti senza mai sospettare il mostro che nascondevano.
Trovandosi al vertice della società fin dalla giovinezza, aveva sviluppato una superbia che traspariva da ogni poro. Essendo tuttavia un uomo d’ingegno, aveva imparato a mascherarla per accattivarsi il favore del prossimo, sebbene considerasse gli altri alla stregua di insetti inutili, eccetto quando servivano ai suoi scopi.
Il suo lato oscuro era una passione malata per le donne e per il sesso. Questo non avrebbe comportato problemi particolari se si fosse limitato a una normale frequentazione dell’altro sesso. La sua smodata libidine e la brama di superare ogni limite si erano invece trasformate in una depravazione che si alimentava solo di pratiche estreme. Per soddisfarle, era costretto a cercare vittime in ogni modo.
Suzuki entrò nella vita di Joe improvvisamente, diventando per lui oggetto di un odio profondo che si estese presto alla corte di mostri che lo circondava. La ragione di tanto rancore risiedeva nel rapporto nato tra la giovane Shizuka e quell’uomo. A parziale discolpa di Suzuki, tuttavia, va detto che fu la ragazza a voler entrare nel suo ambiente, piuttosto che il contrario.
La nostra coniglietta non aveva perso il vizio di mettersi nei guai. Continuando a frequentare il misterioso sottobosco della più singolare umanità, non si accontentò più delle anime perse, delle prostitute, dei vagabondi notturni e degli ubriachi.
Chissà per quale strano ragionamento, finì per scoprire i portali d’incontri online dedicati all’alta borghesia benestante. Fu proprio attraverso questi siti che la contattò Kashiwagi, il tirapiedi di Suzuki, segnando per sempre il suo destino.
Dietro una facciata di normalità, quei portali nascondevano un mondo in cui era facile scivolare verso l’oscurità. Uomini facoltosi e di ogni età cercavano spesso semplici avventure, ma non era raro imbattersi in chi offriva ingenti compensi per soddisfare le fantasie più inconfessabili.
Inutile addentrarsi nei meandri delle deviazioni mentali, catalogate da tempo nei manuali di psichiatria. Conta solo il fatto che Suzuki cercasse carne umana, persone da degradare, assecondando un suo macabro rituale.
Joe, tuttavia, era consapevole che riversare l’intera sua rabbia sul solo Suzuki sarebbe stato ingiusto. La responsabilità di Shizuka restava evidente, per quanto non esclusiva.
Il migliore amico di Suzuki, ammesso che individui del genere conoscano un sentimento come l’amicizia, era un certo Minamoto, un uomo che per ferocia superava persino il compagno.
Minamoto, a differenza dell’altro, appariva ripugnante fin dal primo sguardo. Imponente e corpulento, ricordava la stazza di un lottatore di sumo. Possedeva tuttavia, proprio come Suzuki, un bel viso dai lineamenti morbidi e infantili, simile a quello di un bambolotto. Vestiva sempre di nero, con maglione e pantaloni scuri, estremamente sobri; durante i loro convivi sul collo esibiva una collana di grosse perle che giurava essere autentiche. L’incarnato era pallido e, durante i loro festini, amava dipingersi le labbra con un rossetto scarlatto, un dettaglio che creava una visione grottesca e disturbante.
Quella stravagante vanità dimostrava la sua totale noncuranza per il giudizio altrui. Minamoto non avvertiva il bisogno di uniformarsi alle regole dell’alta società. Quasi altrettanto facoltoso rispetto a Suzuki, viveva di rendita, lontano dalla società, nutrendo un profondo disprezzo per il proprio ambiente. Manteneva un basso profilo solo per salvaguardare le dinamiche familiari, ma per il resto conduceva una vita da randagio. Una condotta opposta a quella di Suzuki, che per gran parte della giornata recitava il ruolo del sobrio ed efficiente uomo d’affari, dedicandosi con reale impegno allo sterminato impero della sua famiglia. Al contrario, l’unica vera occupazione di Minamoto era la depravazione a tempo pieno.
Quando Kashiwagi si era trovato di fronte a quella ragazza eccentrica, chiaramente svitata, che sosteneva di essere un coniglio, non stava nella pelle dalla gioia. Era esattamente il tipo di ragazze con cui i suoi capi amavano divertirsi.
Shizuka finì così nell’elenco delle “bestioline” che i due presero in casa in una loro nuova fase di sperimentazione. “Bestioline”: era questa la parola utilizzata per stipulare gli accordi con le ragazze pagate per esaudire i loro desideri. Si trattava di veri e propri contratti scritti, precisi e dettagliati. I due si divertivano a leggere nero su bianco le vessazioni che le vittime accettavano di subire in cambio di un determinato compenso. La ragazza di turno si impegnava a vivere nel luogo indicato per un periodo stabilito, di solito un mese o due, ma capitava che l’accordo si estendesse anche a tre mesi o più.
A rassicurare le ragazze era il fatto che ogni singola pratica venisse esplicitata fin dal principio. Chiunque avesse avuto a che fare con loro confermava che Suzuki e Minamoto rispettavano sempre la parola data. Nessuna era obbligata a firmare prima di aver vagliato le condizioni. Quell’accordo scritto serviva soprattutto a dare all’intera messinscena una parvenza di legittimità, anche se rivestire di legalità una tortura consenziente restava un’assurdità.
Era chiaro, dunque, che Shizuka si era consegnata spontaneamente a individui tanto pericolosi, costringendolo ancora una volta Joe a inseguirla per proteggerla. Nonostante lo scoramento che lui provava, sentiva il bisogno di decifrare la mente degli aguzzini di Usagi-chan.
All’epoca Joe era ormai specializzando in psichiatria, eppure la sua inclinazione restava profondamente psicologica, distante dalla rigidità medica. Gli anni passati a studiare in modo quasi maniacale lo avevano portato a comprendere l’animo umano ben oltre le nozioni scritte sui manuali. Fondamentale era stato anche il legame con il dottor Kimura. Da allievo ne era diventato amico intimo, ereditando da lui quell’approccio poco ortodosso che guidava ogni sua analisi della mente.
Quando anche Joe iniziò a frequentare quell’ambiente sinistro, prese a studiare di nascosto quei soggetti, redigendo qualcosa che assomigliava a cartelle cliniche dei mostri che orbitavano intorno alla sua Shizuka.
Rileggendo nel tempo quegli appunti, tuttavia, ne rimaneva turbato, scorgendovi tracce di una strisciante ammirazione per quelle losche figure. Il fulcro di quella ammirazione risiedeva nella capacità di Suzuki e Minamoto di accogliere il proprio male innato come un dato ineluttabile. Ai suoi occhi, quella consapevolezza li ripuliva in gran parte dalle loro colpe, rendendoli quasi innocenti. Joe arrivava a considerarli persino coraggiosi, capaci di convivere con un simile fardello con assoluta leggerezza, laddove chiunque altro sarebbe rimasto schiacciato dal peso della propria mente malata. In lui si faceva strada una tentazione paradossale, il desiderio di assolverli.
Che ci fosse dietro l’influenza di Shizuka? A proposito della coniglietta, la verità che più lo faceva soffrire era una conclusione che faticava ad ammettere persino a se stesso. Shizuka somigliava molto a quei mostri, pur occupando il polo opposto del medesimo universo. Quella vicinanza risaltava nella comune determinazione a vivere accettandosi fino in fondo, senza riserve né rimorsi, indifferenti alle conseguenze. L’unica reale differenza risiedeva nel fatto che in Shizuka era caduta anche l’ultima traccia di finzione, mentre loro conservavano una maschera sociale per garantirsi un’esistenza protetta, nascosti dietro una recita tollerabile.
Stando così le cose, il confine tra vittima e carnefice sbiadiva, facendosi confuso e indefinito, e l’odio viscerale verso Suzuki e Minamoto finiva per sprofondare Joe in un totale smarrimento. Privato di un capro espiatorio, si trovava di fronte a uno scenario desolante in cui tutti erano colpevoli. O forse tutti innocenti.
***
Poco prima di incontrare Suzuki e Minamoto, Shizuka era apparentemente scesa a patti con la normalità, senza tuttavia rinunciare alla propria identità immaginaria e alle sue amate orecchie di peluche.
Spinta dalla necessità di mantenersi, aveva trovato impiego in una piccola casa editrice specializzata in manuali per i test di ammissione all’università. Lavorando per lo più da casa, le sue bizzarre idee non le avevano causato particolari intralci. Ad aprirle quella strada era stata la mediazione del dottor Kimura, che l’aveva raccomandata direttamente al direttore, un caro amico di Kimura. L’editore, incuriosito dal caso clinico di Usagi-chan, aveva accettato di metterla alla prova senza impegno. Shizuka si era però rivelata in gamba, introducendo significativi miglioramenti nei testi di cui curava l’edizione.
Quel parziale e momentaneo cedimento a un’esistenza ordinaria aveva concesso qualche consolazione ai genitori. E lo stesso Joe, poco prima di scoprire la nuova e rovinosa svolta della ragazza, si era illuso che la vita insieme a lei stesse prendendo finalmente una direzione diversa.
Un giorno Shizuka si presentò da Joe con la sua solita leggerezza. Dopo aver parlato d’altro, annunciò disinvolta che avrebbe preso un periodo di aspettativa dal lavoro. Con il candore più assoluto, gli spiegò che si sarebbe trasferita a casa di un certo Suzuki, un uomo ricco e influente, molto noto in tutto il Giappone. Come se descrivesse un’esperienza ordinaria e persino divertente, iniziò a illustrare a Joe ogni singolo dettaglio di quell’accordo, i cui risvolti a qualunque altra persona sarebbero apparsi folli e malati.
– Spero tu stia scherzando! – sbottò Joe, alzando la voce e cominciando ad agitarsi vistosamente. – Darai un dispiacere immenso ai tuoi genitori. E poi, nelle mani di quali pazzi hai intenzione di consegnarti? Dove hai scovato questa gente?
Dietro il rimprovero, Joe nascondeva la ferita più profonda, la sua gelosia bruciante. Si era ormai rassegnato a non avere Usagi-chan tutta per sé, almeno fino alla sua guarigione, ma da qui a permettere che si trasferisse da gente pronta ad abusare di lei c’era un abisso.
– Non te lo permetterò. Farò di tutto per mandare all’aria i tuoi piani! – urlò ancora, esasperato dal tono amabile con cui Shizuka gli stava annunciando, di fatto, che si sarebbe prostituita per mesi.
Lei sorrise, attese che il rossore sul volto di lui si attenuasse, poi riprese a parlare.
– La vita è mia, il corpo è mio – sussurrò. – Cosa ti prende? Sei l’unico ad aver sempre accettato ciò che sono, senza impormi cosa fare o come vivere. Non posso più contare neanche su di te?
– Ma questo è troppo! – ribatté lui, con la voce rotta. – Non capisci che rischi… forse la vita? Pretendo di essere informato su ogni cosa. Anzi, voglio conoscere questa gente, dir loro chiaramente che sarò un’ombra alle loro spalle e che non devono azzardarsi a torcerti un capello.
– Prenderò le mie precauzioni. So esattamente cosa aspettarmi. Ho già assistito a un paio di serate. Niente di nuovo, niente che non si possa immaginare. Gli esseri umani, in fondo, sono molto prevedibili.
Ancora una volta la lucidità di Shizuka lasciava senza parole. Che razza di follia era la sua, capace di renderla così fredda e razionale di fronte a una scelta tanto degradante e assurda? Di fronte alle insistenze di Joe, la ragazza alla fine cedette e gli promise che avrebbe informato quegli uomini della sua intenzione di partecipare occasionalmente alle serate.
– Così potrai spiegare che vuoi solo assicurarti che io non corra pericoli. Ti prego, però, di non mettermi i bastoni tra le ruote.
Eccola, Shizuka la pazza, Shizuka la coniglietta, capace di rivelarsi risoluta e inflessibile nel perseguire con lucida follia il cammino scelto. Cosa poteva fare Joe? Opponendosi, rischiava di perderla per sempre, rinunciando alla possibilità di proteggerla. Fu costretto a piegarsi alle sue condizioni e rimanerle accanto, ma senza interferire.
Quella notte, dopo aver parlato con Shizuka, Joe camminò a lungo attraverso una città fredda e insolitamente deserta. Era così rassegnato che, quando una raffica di vento gli strappò l’ombrello facendolo volare in un vicolo a pochi metri di distanza, lo lasciò laggiù e proseguì sotto la pioggia. La sagoma di un vecchio intento a rovistare tra i rifiuti davanti a un konbini appesantì ancora di più il suo umore. Le insegne al neon di un Lawson che rischiaravano la strada rendevano le ombre persino più cupe e la luce bianca e blu si rifletteva sull’asfalto bagnato.
In preda a quella malinconia, entrò nel negozio e comprò due o tre lattine di un cocktail dolciastro ad alto contenuto alcolico. Camminava sotto una pioggia ormai debole, ma era comunque fradicio. Sommerso da pensieri e ricordi, salì su un treno e si ritrovò alla stazione di Ueno.
Erano trascorsi anni dalle prime passeggiate con Shizuka in quel parco, ai tempi in cui la malattia era appena agli inizi. Allora, però, Joe era pieno di speranza; credeva che quella ragazza strana, ma ai suoi occhi deliziosa, potesse superare la crisi in pochi mesi. Nello stesso periodo la famiglia di lei viveva un dramma ma, col senno di poi, quegli anni erano stati i mesi più sereni e felici che Joe avesse mai trascorso con lei.
I ricordi di allora, di quelle passeggiate primaverili, stridevano con un presente così freddo e grigio. Mentre vagava per il parco, Joe notò che erano ricomparsi molti senzatetto come non se ne vedevano da anni. Un uomo mugugnava e si rigirava nel sonno, sdraiato sui cartoni in un angolo della stazione. Passandogli accanto, Joe non poté fare a meno di coprirsi il naso per il fetore che emanava.
Scolata la terza lattina, la lucidità cominciava a svanire. Forse per quello lo colse una strana ilarità. Lui, che in un futuro non troppo lontano avrebbe dovuto curare le persone e salvarle dai recessi della loro mente, non era nemmeno capace di gestire le proprie emozioni.
Schernendosi, pensò che avrebbe dovuto proporre al Grande Vecchio di prenderlo in cura; fu sul punto di inviargli un messaggio delirante nel cuore della notte. Per fortuna, distratto da altro, gli bastarono pochi minuti per capire che si sarebbe solo reso ridicolo. Anche se Kimura, senza dubbio, si sarebbe mostrato comprensivo verso le sue debolezze. Era abituato a convivere con le fragilità umane, comprese le proprie.
Il giorno dopo, smaltita la sbronza, continuava a girargli per la testa l’idea di chiedere ancora una volta consiglio a Kimura. Gli telefonò, spiegandogli che aveva urgenza di vederlo, e il professore gli diede appuntamento per la sera stessa in un izakaya di Shibuya. Anche nella scelta dei luoghi d’incontro, Kimura rimarcava il proprio stile disinvolto.
Il dottore non vedeva Shizuka da qualche tempo, ma Joe lo teneva comunque aggiornato. Poi le notizie si erano diradate; Kimura non aveva voluto insistere per non apparire invadente, sperando che quel silenzio fosse il segnale di un miglioramento. Ma si dovette ricredere.
– Quindi la povera Shizuka non è riuscita a salvarsi dall’abisso, a quanto pare – disse il dottore, dopo che Joe gli ebbe spiegato a grandi linee i propositi di Usagi-chan.
– Perché, pensava davvero che ci fosse un lieto fine in questa storia? Io ho perso l’ottimismo dopo un paio d’anni. Ma ammetto di averci sperato, all’inizio. Che imbecille sono stato.
Il Grande Vecchio si accarezzò la barba ingrigita, si sistemò gli occhiali e riprese con un lungo sospiro:
– Non speravo in una guarigione completa e spontanea. Però avevo ipotizzato due strade alternative. E questa, caro ragazzo, è la peggiore che temevo, e…
Il giovane allievo, percependo una sottile insofferenza per quel solito stile accademico, lo interruppe con poca cortesia.
– Senta, dottore, io capisco che lei ama i grandi ragionamenti. Ma io ho bisogno di un aiuto concreto. O almeno di parole rassicuranti.
– Di rassicurazioni, qui, non ce ne possono essere. Anzi, ti dirò di più. Se deciderai di lasciare che Shizuka vada incontro al suo destino, e tu vorrai farne parte, la tua vita diventerà un inferno totale. In questa fase lei non è più in grado di badare a se stessa. Ormai è convinta di essere… la protagonista di un sacrificio.
– Ecco che ricomincia – lo rimproverò Joe. – Dottore! Mi dica cosa possiamo fare all’atto pratico. Mi scusi, ma non ne posso più di tutta questa teoria.
Kimura addentò un maki, masticò lentamente e mandò giù tutto con un sorso di sakè. Solo allora, dopo un istante di riflessione, riprese il discorso.
– Ciò che possiamo fare te lo stavo spiegando. O ti prendi cura di lei, accettando di sprofondare nei suoi incubi a occhi aperti, o vai per la tua strada cercando la vita normale che desideri, ma lontano da lei. Non la cambierai. Le sue convinzioni sono troppo radicate. Povera ragazza…
– Cosa intende per “protagonista di un sacrificio”? Ha usato questa espressione poco fa.
– Mio caro Joe-san – lo interruppe il professore, ignorando la domanda – ne parleremo nei prossimi giorni. Forse non sei ancora pronto per un simile discorso. Fai sbollire la rabbia e prendi in mano la tua vita. Scegli e agisci con coerenza. Ti ripeto le uniche due opzioni che hai: entrare negli incubi della tua coniglietta o dimenticarla per sempre. Non esistono altre alternative. E ora scusami, ma devo rientrare.
Dette quelle parole, lasciò una banconota sul tavolo e, con un inchino appena accennato e un sorriso cordiale, si dileguò tra la folla del locale.
***
Quali che fossero i suoi pensieri in quelle settimane, Shizuka appariva tranquilla come sempre. Dopo il chiaro avvertimento rivolto a Joe, aveva ripreso le vecchie abitudini e non disdegnava affatto la sua compagnia.
La si vedeva passeggiare per ore, da sola. Spesso portava piccoli fiori tra i capelli e bouquet floreali, minuscoli ma curati ed eleganti. Spiegava che si trattava di doni di Satomi, la sua amica fioraia di Nakameguro. Usagi-chan era stata un’ottima cliente per un certo periodo, finché la donna non aveva deciso di regalarle quelle composizioni, di tanto in tanto. Shizuka era una cliente speciale e Satomi non voleva approfittare di lei.
Un giorno Joe camminava in fretta lungo il fiume Meguro. Si trovava in quella zona per un appuntamento e si ricordò del negozio di fiori. Pensò che sarebbe stato utile fare un salto da Satomi, per cercare di capire cosa pensasse davvero di Shizuka. Forse anche lei era una tipa stravagante, una compagnia malsana? Aveva intuito che le due donne si frequentassero più spesso proprio a causa di quei boccioli che notava sempre tra i capelli di Shizuka.
Mentre era assorto in questi pensieri, scorse da lontano due figure femminili che avanzavano sul lungofiume e notò un dettaglio familiare. Le due camminavano affiancate e una di loro portava sulla testa qualcosa di simile a due antenne. Dopo qualche centinaio di metri, sul volto della giovane spuntò un sorriso luminoso: Joe riconobbe il sorriso della sua coniglietta.
– Buon pomeriggio! – gli disse Shizuka fermandosi davanti a lui. – Che ci fai qui? Conosci già Satomi, vero?
– Sì, siamo stati insieme nel suo negozio tempo fa, ricordi? – rispose lui, rivolgendo un inchino alla fioraia.
Satomi aveva un’espressione serena. Anche il suo corpo, esile e proporzionato, trasmetteva un senso di equilibrio.
– Guarda che bel bouquet mi ha preparato Satomi-san! – aggiunse Shizuka, porgendogli un mazzo di rose avvolto in una carta azzurrina.
– Sei proprio ossessionata dai fiori! Beh, è sempre meglio di quella volta che avevi la fissazione per il succo di carota – si lasciò sfuggire Joe.
Temette di aver parlato a sproposito o di aver messo a disagio Satomi. Non aveva ancora capito quanta complicità ci fosse ormai tra le due, e che nessuna allusione alla follia di Usagi-chan avrebbe mai potuto scandalizzare la fioraia.
– Che tipo strano che sei – ribatté Shizuka, un po’ imbronciata. – Noi conigli adoriamo le carote. Cosa credi che mangi tutti i giorni, anche adesso?
Satomi sorrideva a sua volta, guardandolo con un’espressione che sembrava dire: “Che sciocco che sei, è un coniglio, non lo sai?”. Joe si sentì sollevato e da quel momento smise di farsi problemi, ricominciando a parlare con assoluta naturalezza.
– Noi aspettiamo la madre di Satomi-san che riporta indietro la piccola… Shizuka! Si chiama come me la bimba di Satomi-san, lo sai? – disse lei con entusiasmo.
– Mia madre ha voluto passare la mattina con la nipotina, abbiamo appuntamento qui – aggiunse Satomi, indicando un parchetto non distante dal fiume.
– Rimani con noi, così vedi la bellissima bambina di Satomi-san! – insistette Shizuka.
Il gruppetto si incamminò lentamente verso i giardini, distanti solo poche decine di metri. L’aria tiepida e un sole quasi primaverile concedevano una tregua momentanea al freddo di quei giorni.
Quel tepore trasmetteva a Joe un profondo senso di benessere. Si sentiva così in pace che avvertì un principio di sonnolenza. Seduto sulla panchina, di tanto in tanto interveniva nella conversazione per mostrare interesse, ma il tono calmo e monotono delle due non faceva che cullare il suo torpore.
A un certo punto doveva aver socchiuso gli occhi o essersi addormentato davvero, perché vide le due ragazze come avvolte in una strana nebbia, senza quasi più sentire ciò che si dicevano.
A risvegliarlo da quello stato di dormiveglia furono i saluti festosi che le due rivolsero alla bambina, spuntata all’improvviso insieme alla nonna. Joe fu costretto a scuotersi per non apparire scortese nei confronti della signora che si era rivolta a lui per presentarsi. Il tono tipico che Satomi usava per parlare alla figlia contribuì a destarlo definitivamente.
Joe salutò cordialmente, si presentò a sua volta, scambiò qualche parola affettuosa con la piccola e poté finalmente rimettersi in disparte a osservare la scena. Quell’aura vaporosa intorno alle donne e alla bambina non tardò a ricomparire e, con essa, il torpore di prima.
La bambina suscitava un’immediata simpatia. Poteva avere poco meno di tre anni. Aveva le guance paffute e due occhietti a mezzaluna che ridevano insieme a tutto il viso. La mamma si chinò su di lei per rifarle i codini che si erano disfatti.
Poi il telefono di Joe squillò, spezzando quell’incanto. Lo cercava la persona che avrebbe dovuto incontrare di lì a poco, per avvisarlo di un contrattempo. Joe si riscosse: era venuto in quel quartiere per un motivo preciso e la pace del parchetto glielo aveva fatto dimenticare. Si alzò in fretta, scusandosi con il gruppo mentre rispondeva alla chiamata. Congedatosi quindi dalle tre donne e dalla bambina con rapidi convenevoli, si diresse a passo di marcia verso l’appuntamento.
Durante il tragitto, la mente tornò a ciò che aveva appena lasciato. Frammenti di un’esistenza ordinaria, quasi banale. Eppure, a stupirlo era stata la reazione di Satomi di fronte ai deliri di Usagi-chan, un’accettazione totale, priva di sforzo. La fioraia sembrava muoversi a proprio agio in quel mondo capovolto. Joe sapeva che Shizuka non si era risparmiata le solite bizzarrie nemmeno davanti agli estranei, eppure Satomi accoglieva ogni cosa con naturalezza. Era forse un’altra mente instabile travestita da persona comune? Joe scosse la testa, infastidito da quelle etichette cliniche a cui ormai aveva fatto l’abitudine e che la vicinanza con Shizuka aveva ormai svuotato di ogni significato.
A proposito di quelle sensazioni, Joe sentì il bisogno di confrontarsi ancora una volta con il dottor Kimura. Temendo di essere stato troppo scortese durante l’incontro all’izakaya, cercò un pretesto per rivederlo, ma i due tornarono rapidamente al loro argomento di sempre.
– Penso sia necessario che tu capisca questo: la follia è un’incapacità di adattarsi alla società – spiegò il dottore non appena si incontrarono, adottando il suo solito tono didascalico. – Ma tutto questo è solo statistica. Pura statistica.
Il giovane dovette assumere un’espressione di disappunto e Kimura, divertito, capì di doversi spiegare meglio.
– Tu puoi compiere atti folli e nessuno ti considererà tale. La discriminante è solo la statistica. Quanti ne compi? Per quanto tempo? Danneggi solo te stesso o anche gli altri? Colpisci oggetti o proprietà altrui? La pazzia interessa solo in funzione del fastidio che procura al prossimo. Altrimenti, le tue azioni sono del tutto indifferenti al mondo là fuori. La tua pazzia non esisterà nemmeno. Nessuno se ne curerà.
Questa volta Joe colse il punto, ammirando la capacità del maestro di formulare concetti che apparivano allo stesso tempo grandi verità e banalità evidenti; verità per le quali ci si indispettiva, per non averci pensato prima da soli.
– Sì, ho capito, ma quella Satomi che non prova disagio per Usagi-chan che si comporta come un fenomeno da baraccone, per me rimane comunque un mistero.
Congedandosi da Kimura, Joe rimuginò a lungo su quell’idea bizzarra e geniale che la follia esistesse solo come progressione statistica. A che punto emergeva di preciso? Quanti e quali atti servivano perché gli altri si accorgessero di avere di fronte un pazzo?
A rendere quel periodo ancora più cupo si aggiunsero nuove pressioni dei genitori di Joe. Lamentavano, come facevano ormai da anni, che la frequentazione con Shizuka gli impedisse di trovare una fidanzata seria e di metter su famiglia. Esasperato da quell’insistenza, Joe finì per alzare la voce con la madre, lasciandosi sfuggire una frase che dovette suonare terribile per la donna: “La mia famiglia è Usagi-chan!”.
La donna lo fissò prima con stupore, poi esplose, gridando che ormai la chiamava persino “coniglietta” come se fosse la cosa più naturale del mondo.
– A forza di studiare i pazzi sei diventato come loro! E noi che volevamo un futuro per te! – inveì, gesticolando in modo scomposto.
Subito dopo passò al ricatto emotivo, si rintanò in un angolo della casa e scoppiò in un pianto rumoroso, assicurandosi che lui la sentisse.
Joe non le diede la soddisfazione di andarla a consolare. In fondo, avevano già affrontato quel discorso decine di volte. Fin dai tempi del liceo i suoi genitori avevano tentato in ogni modo di allontanare Shizuka da lui. Se non ci erano riusciti in tutti quegli anni, cosa speravano di ottenere adesso? Lui doveva prendersi cura di Shizuka, sentiva che quello, ormai, era il suo unico destino.
Suo padre, invece, aveva assunto un atteggiamento diverso. Joe sospettava che si fosse ormai rassegnato al fatto che il figlio fosse innamorato di Shizuka e che prima o poi l’avrebbe sposata.
Se per la madre l’idea di una nuora pazza restava intollerabile, il padre cercava una via di conciliazione. Pensava che, se la famiglia avesse aiutato quella madre singolare a educare i figli, si sarebbero evitate le gravi conseguenze temute dalla moglie. Quanti bambini crescono con genitori che hanno qualche rotella fuori posto e poi, da adulti, conducono una vita del tutto ordinaria?
Inoltre, in più occasioni l’uomo era sembrato apprezzare la gentilezza, il candore e soprattutto la bellezza di Shizuka, fiorita ulteriormente dopo i vent’anni. L’idea di avere splendidi nipotini che le assomigliassero contribuiva forse a compensare la stranezza della ragazza.
Del resto, queste erano solo conclusioni a cui Joe giungeva interpretando i silenzi del padre e le pochissime parole pronunciate in quegli anni; non ne ebbe mai la certezza, ma in lui colse sempre una silenziosa simpatia per Shizuka.
Il ragazzo rabbrividiva al pensiero che la feroce contrarietà della madre si accanisse solo sul lato più farsesco e superficiale della patologia: il travestitismo.
Era quello il lato più innocuo. Per sua madre, una ragazza che credeva di essere un coniglio e vestiva in modo ridicolo era solo una demente da compatire e affidare a un bravo psichiatra, non certo una donna da sposare o, peggio ancora, da amare. Se avesse conosciuto la verità, tutta la verità sul baratro in cui Shizuka stava per gettarsi, ne sarebbe morta dal dolore.
Proprio allora Shizuka decise di scivolare ancora più a fondo nei meandri della sua mente, imboccando una via forse senza ritorno.
Sembrava che non si rassegnasse al fatto che, accanto alla serenità di Satomi, albergasse la feroce inquietudine di un Suzuki o di un Minamoto. Perché quegli uomini non riuscivano a vivere diversamente, a capire che la vita, in fondo, era una cosa semplice? Perché si ostinavano a essere i volenterosi architetti di un inferno per sé e per gli altri?
Shizuka scelse di non negare quell’inferno. Decise di accettarlo, di conviverci. Anzi, di andargli incontro. Di sua spontanea volontà, e con il sorriso sulle labbra.
Capitolo quinto
Festini notturni a Tokyo
Erano passate alcune settimane dall’incontro con Kashiwagi e Koko quasi non pensava più alla proposta che aveva ricevuto. Ogni tanto però se ne ricordava e, facendo i conti in tasca, si rammaricava un po’ di aver perso un’occasione così allettante di guadagno. Non avendo più ricevuto notizie, pensò che fosse stato tutto uno scherzo. Oppure che quello con Kashiwagi fosse stato una specie di colloquio di prova che forse non aveva superato. Tutto sommato, si ripeteva per consolarsi, era stato meglio così: avere a che fare con quell’ambiente non sarebbe stato facile.
Senonché, poco dopo, ricevette una telefonata proprio da Kashiwagi, che le annunciava una serata per il giovedì di quella settimana, quindi un paio di giorni dopo. Koko non ebbe nemmeno il tempo di stupirsi o riflettere e si sentì addirittura felice della conferma.
– Quindi passo a prenderti alle otto di sera. Mi raccomando, cura la pulizia e rasati bene là sotto, a loro piace così. Però… – aggiunse sghignazzando – ci saranno anche serate in cui ti diranno esplicitamente di non lavarti, ma questa è un’altra storia.
– Non ci sono altre cose che devo sapere? E poi dove andiamo? Dimmi qualcosa in più!
Kashiwagi mugugnò qualcosa di incomprensibile, poi riprese la sua spiegazione.
– Niente di particolare, vestiti carina e un po’ sexy, non come se andassi a fare jogging nel parco. Metti della biancheria decente, ma non esagerare. Tanto la toglierai in fretta. – aggiunse poi, tornando serio – Vuoi sapere dove andiamo? Ti stupirai: è a due passi da te. A Shinjuku, ma nella zona degli uffici. Magari dalla tua finestra vedi persino il grattacielo dove andremo.
Koko si inquietò all’idea che dalla sua finestra si potesse scorgere il luogo dove avvenivano cose come quelle che immaginava. “Chissà quanti altri posti abbiamo sotto gli occhi, dove si consumano cose inimmaginabili e non ne sappiamo niente”, pensò.
– Ma quelli non sono quartieri di uffici? Non sapevo che qualcuno ci abitasse.
– La gente coi soldi fa quello che vuole, non dimenticarlo. Non escludo che tutto l’edificio sia della famiglia di Suzuki, ma non ne sono certo. Penso che sia adibito a uffici per la maggior parte, poi ci sono i soliti ristoranti e negozi ai primi piani, ma lui si è preso uno spazio e ci ha ricavato un attico a uso esclusivo per i suoi party. Immagino per non avere vicini ficcanaso intorno. La notte là non c’è nessuno, non è come la zona dei locali dove lavoriamo noi, a qualche chilometro di distanza. In quella zona, nell’edificio dove si tengono le feste, oltre a un po’ di personale di servizio ai piani inferiori, non c’è nessuno e si possono fare le cose con discrezione. Nessun via vai sospetto, nessun… testimone, insomma.
Koko, come aveva già deciso nel momento in cui aveva accettato quella proposta, continuò inizialmente con la sua solita vita. Aveva detto a Luise che si sarebbe presa solo un paio di giorni di vacanza. Voleva arrivare riposata alla serata. La tenutaria del centro aveva dato il consenso, tanto più che in quei giorni c’era una certa calma e qualche ragazza aveva anche lavorato poco.
Era emozionata e agitata più di quanto volesse ammettere a se stessa. Pur così giovane, si considerava una donna di mondo. “Dopo aver visto la feccia dell’umanità, i desideri più schifosi degli uomini, di cosa dovrei aver paura?”, si diceva per farsi coraggio. L’alone di mistero che Kashiwagi aveva contribuito ad alimentare le faceva immaginare incontri strani, sette segrete in cui si compivano chissà quali riti e altre fantasie di quel genere.
La sera attesa arrivò. Quell’insieme contraddittorio di curiosità e timore, in parte prese forza e in parte perse intensità. Il lusso estremo del luogo, il contegno ambiguo delle persone e il modo naturale con cui venivano trattate certe cose che avrebbero fatto impallidire anche una come lei, aumentarono inizialmente il suo senso di disagio. Poi, a poco a poco, abituandosi all’atmosfera, si rese conto che in fin dei conti quello non era né più né meno che un ordinario festino a base di sesso, alcool e droga. Insomma, un’esperienza banale che probabilmente esisteva ovunque e da sempre, fin da quando l’essere umano aveva messo piede sulla Terra.
– Suzuki-san ha detto che sei proprio carina. – le sussurrò quasi all’orecchio Kashiwagi, in un momento in cui c’era ancora la parvenza di una normale serata in società. – Ma non farti illusioni! Sembra un gentiluomo, ma quando si spoglia si trasforma. Ti possederà con grande violenza le prime volte: è il suo modo di studiare la reazione delle ragazze nuove. E se inizi a lamentarti, o addirittura ti fai scappare qualche lacrima per il dolore, lo incoraggi a essere ancora più violento. Ama le ragazze che piangono, è un maniaco schifoso!
Come mi devo comportare con gli altri? – chiese Koko, facendo un cenno verso i cinque o sei uomini seduti sui divanetti lì intorno.
– Entro i tuoi limiti, che puoi esplicitare in ogni momento, devi esaudire ogni loro desiderio. Ovviamente, se inizi ad abbassarli troppo, quei limiti, potrebbero non chiamarti più da un giorno all’altro. Comunque, fai quello che ti chiedono e non servirà altro.
– Vale a dire?
– Più semplice di quello che credi. Se, per esempio, quello là vestito di grigio si alza, viene qui, se lo tira fuori davanti a te e ti chiede di succhiarglielo senza neanche presentarsi, tu lo fai e basta. Oppure, se ti prende, ti strappa le mutande e ti penetra allo stesso modo, senza preavviso, qui sul divano con me che ti guardo, proprio adesso, stai al gioco e collabori. Oltre l’apparenza, sono bestie, cara la mia cinese. Ti avevo avvertita, no?
– Ho capito. – rispose lei, stringendo involontariamente le gambe come per proteggersi da incursioni improvvise.
Koko rimase per una buona mezz’ora con l’ansia che una scena come quella descritta da Kashiwagi potesse avverarsi, ma per un bel po’ non successe niente.
Pochi minuti dopo, notò che, in un angolo più distante, un tale si era abbassato i pantaloni e stava prendendo da dietro una ragazza dai capelli corti, che emetteva mugolii chiaramente simulati. Era la prima scena esplicita che vedeva da quando era arrivata. Nel giro di qualche decina di minuti, quei capannelli di persone impegnate a fare sesso si moltiplicarono.
Le luci soffuse e i vari angoli in penombra creavano, tutto sommato, un’atmosfera quasi affascinante. Sembrava di stare in un film o qualcosa del genere. Si tranquillizzò. Non era niente di così tremendo rispetto a quello a cui era abituata al centro. Superato il lieve senso di vergogna nel fare sesso in mezzo ad altre persone, probabilmente, a conti fatti, in termini di pulizia e di uomini, quel contesto era persino migliore di quanto non fosse il suo decadente e sudicio centro massaggi.
A un tratto Suzuki si avvicinò al divano dove era seduto Kashiwagi, con un ghigno alla Joker. Il suo amico non aveva esagerato: il viso di quel giovane era veramente bello, ma per qualche motivo incuteva paura. Koko quasi si intimidì, come una ragazzina che incontra per caso l’innamorato a cui non osa confessarsi. Poi però ritrovò la sua verve e il suo carattere risoluto.
– Kashiwagi ha sempre ottimi gusti in fatto di ragazze. – disse Suzuki, sedendosi accanto a Koko, prendendole la mano e baciandola.
“Fa pure la scena del gentiluomo!”, pensò lei e, chissà perché, si arrabbiò per quel suo modo di comportarsi. Così ebbe un improvviso scatto di rabbia e, con uno sguardo truce e mordendosi le labbra, mise le mani sul sesso di Suzuki e, stringendo, iniziò a dire cose che stupirono lei stessa per la propria temerarietà.
– Kashiwagi-san mi ha detto che siamo qui per scopare, non per fare sceneggiate da gentiluomini e nobili signore. O sbaglio?
Suzuki superò lo stupore e si lasciò andare a una risata eccessiva.
– Ribadisco… Kashiwagi è eccezionale nello scovare nuovi talenti. – disse guardandola negli occhi.
Poi si rivolse allo stesso Kashiwagi.
– Questa ragazza mi piace. E sia, lasciamo da parte le ipocrisie. Fatti da parte, Kashiwagi, qui ci serve un po’ di spazio.
L’uomo fece quanto gli aveva ordinato Suzuki, si alzò e si sedette su un divano poco distante, con tutta l’intenzione di godersi lo spettacolo.
Dopo aver dato l’ordine al suo tirapiedi, Suzuki afferrò le gambe di Koko e la ribaltò sul divanetto. Le tirò su la gonna corta fino alla vita, le sfilò le mutandine gettandole da parte, poi si slacciò e abbassò in un attimo pantaloni e biancheria.
– Non temere, siamo tutti controllati da medici. Non mi va di usare preservativi con te.
E, detto ciò, iniziò senza ulteriori convenevoli. Koko, abituata a pratiche simili senza troppi preliminari, non provò molto dolore; anzi, in breve sentì di essersi persino eccitata.
Non fu niente di particolarmente anomalo o violento. Certo, Suzuki era piuttosto irruento, ma quel primo “test” non spaventò affatto Koko. Il modo esperto con cui l’uomo si muoveva quasi le fece raggiungere l’orgasmo mentre lui le stava sopra, cosa che non le capitava da un po’. La rigirò in alcune posizioni e poi concluse a suo piacimento.
Koko afferrò un fazzoletto di carta che si trovava sul tavolino accanto al divano e vi sputò il seme di Suzuki, che la osservava con il solito sorriso inquietante.
– Per ora ci accontentiamo così, – le disse alzandosi e rivestendosi – ma non credere che sia tutto qui, anzi…
Poi si alzò e si diresse dall’altra parte dell’ampio salone.
Kashiwagi si avvicinò e fece presente a Koko che si era dimenticato un piccolo particolare.
– Io sono un ospite come gli altri.
– Quindi? – fece Koko con un sorriso compassionevole, sapendo dove voleva andare a parare.
Kashiwagi si limitò a inginocchiarsi ai piedi di Koko, aprirle le gambe e avvicinare la bocca alle parti intime della ragazza.
– Non sai da quanto tempo desidero farlo. – disse lui con la testa tra le gambe di Koko.
– Sei una bestia come gli altri, a quanto pare. – disse lei, anche se dovette lasciarlo fare.
L’uomo pretese poi di avere rapporti completi con Koko e così trascorse la seconda parte della serata.
Kashiwagi aveva un sorriso ebete mentre accompagnava Koko fuori, cercando di capire le sue sensazioni su quanto era accaduto.
– Questa è stata una serata tranquilla, anche troppo. Direi che è quasi insolito che tutto sia così ordinario. Vedrai che cose divertenti che si inventano là dentro, quelli là! – prese a dire mentre camminava a fianco di Koko, rimasta in silenzio. – Ma come prima esperienza non rende giustizia alle leggende che girano intorno a questa gente. Quando non abbiamo una “bestiolina” ospite, del resto, non succede niente di particolare. Mentre ti scopavi Suzuki nell’angolo, gli altri hanno fatto un’ammucchiata, ma niente di troppo spinto. Come prima esperienza ti è andata bene, ti ripeto. E poi non c’era neanche quel pervertito di Minamoto. È sempre lui a introdurre qualche scenata disgustosa. Anche nelle serate più noiose come questa, lui trova comunque il modo di fare qualcosa di schifoso o di combinare qualche guaio e far infuriare Suzuki.
Kashiwagi aprì il borsello e allungò a Koko un voluminoso plico di banconote.
– Questo è il tuo compenso. Me lo ha dato quel Nakashima, il contabile di Suzuki. Si è solo intravisto stasera. Un altro personaggio del teatro di Suzuki, lo conoscerai presto. A proposito, lo stesso Suzuki mi ha detto di aggiungere un ulteriore regalo per te, quindi sono un bel po’ di soldi.
Koko prese in mano i soldi sentendosi inizialmente un po’ a disagio, poi si fece coraggio e contò metodicamente il denaro. Suzuki aveva aggiunto l’equivalente in yen di altri mille dollari al compenso pattuito. La ragazza sorrise pensando che forse la sua fortuna era girata.
– Suzuki mi ha già comunicato la data della prossima serata. Insolitamente vicina, a dire la verità. Ci vediamo fra due settimane esatte, alla stessa ora.
***
Trascorso anche il secondo giorno di vacanza che Koko si era presa per riprendersi, dovette tornare a lavorare al centro. Considerando quanto aveva guadagnato e quanto avrebbe potuto guadagnare, fu tentata di mandare tutto al diavolo fin da subito, ma alla fine prevalse il suo spirito pratico. Se quell’evento fortunato si fosse rivelato un’eccezione, avrebbe perso il posto e sarebbe stata costretta a contrattare faticosamente con un altro centro simile, partendo da una posizione svantaggiata proprio perché era lei ad avere bisogno.
Riuscì a vedere solo due clienti quella sera. Fece lunghe pause, cercando di passare inosservata agli occhi vigili di Luise, e soprattutto lasciò parlare a lungo i clienti, simulando una gentilezza e un interesse che era ben lontano dal provare nei loro confronti.
Lú yǐn notò fin da quella sera, e ancora di più nei giorni successivi, il cambiamento nell’atteggiamento dell’amica: a tratti pensierosa, a tratti irritata verso le altre ragazze e, soprattutto, fredda con Luise, alla quale, in fondo, si era ormai affezionata e che rimase dispiaciuta per quella scortesia.
– A me non me la fai! – le disse Lú yǐn in un momento in cui la vide uscire dalla doccia, mentre aspettava che un’altra ragazza finisse. – Ti è sicuramente successo qualcosa. Non hai più la solita allegria.
Koko fece una smorfia. Non aveva nessuna intenzione di parlare a Lú yǐn di ciò che le stava accadendo. Non perché non si fidasse di lei, ma per prudenza. Tra le clausole del contratto, infatti, c’era una rigorosa discrezione su nomi e luoghi.
“Quelli non scherzano”, le aveva ribadito Kashiwagi. “Se li metti in difficoltà con uno scandalo, sono perfettamente capaci di farti sparire sotto terra in qualche angolo isolato del Giappone”.
Aveva afferrato il messaggio.
Questo però non significava che non potesse confidarsi con persone di cui si fidava. E di Lú yǐn si fidava. Semplicemente, non le sembrava ancora il momento. Incerta se aprirsi e accennare almeno qualcosa, l’insistenza dell’amica la portò alla fine a dire più di quanto avrebbe voluto.
– Appena potrò, ti dirò tutto. Lasciami solo il tempo di riorganizzare le idee.
– Questo è il modo peggiore per far aumentare non solo la mia curiosità, ma anche la preoccupazione. Lo sai che ti puoi fidare di me. Io ho solo te in questo paese. Sei l’unica persona per cui provo affetto in questo mondo schifoso, non ti farei mai del male.
Koko fu riconoscente all’amica e si intenerì.
– Lo so, – aggiunse – ma fidati di me. Per ora non posso dirti niente, ma sarai la prima, e forse l’unica, con cui mi confiderò appena potrò. Molto presto.
Poi chiese ancora qualche giorno a Luise, che questa volta si lamentò.
– Che ti prende, stai diventando pigra! – sbraitò, irritata anche dall’atteggiamento sufficiente di Koko in quei giorni. – Sei tra le ragazze che ci fanno guadagnare di più. Se batti la fiacca, il nostro fatturato cala. Questa è l’ultima volta che ti concedo dei giorni liberi senza una ragione valida. Se continui così, io non posso fare niente, lo sai! Bobbo ti caccerà via a calci nel sedere. Non ama le prime donne, anche se gli fanno guadagnare più delle altre, non dimenticarlo!
– In realtà non mi sento troppo bene in questi giorni. Lo dirò anche a Bobbo. – si giustificò Koko.
Kashiwagi non si fece sentire nei primi giorni dopo la serata, poi tornò alla carica. Il fatto di essere stato con Koko in un momento di intimità lo aveva convinto di avere qualche diritto su di lei. Lo si capiva dalle domande che faceva e dalle raccomandazioni non richieste che le dava.
Anche un essere meschino come lui poteva essere capace di sentimenti, pensò Koko. Ma non poteva permettere che si affezionasse o si facesse illusioni. Fuori da quel contesto, forse, era un ragazzo con cui si sarebbe potuta avere anche una relazione seria; tuttavia, umanamente, provava più compassione che attrazione.
– Kashiwagi, ti sei fatto idee sbagliate! Ti ricordo che io sono una puttana e che quella sera sono stata con te perché ero pagata per farlo.
L’uomo si rabbuiò in volto. Si era avvicinato a lei vedendola uscire dal centro massaggi e l’aveva investita con le sue domande e le sue attenzioni.
– Sei un’ingrata! Oltretutto, non posso più fartela neanche pagare, perché quell’imbecille di Suzuki si è divertito talmente tanto con il tuo atteggiamento da dirmi che, se non torni alle prossime serate, posso considerarmi licenziato.
A quelle parole Koko si pentì di averlo trattato così e cercò di smorzare la sua ostilità.
– Mi dispiace, Kashiwagi. Lo dico per non creare malintesi tra di noi. Mi perdoni? – aggiunse sfiorandogli la mano.
Kashiwagi sospirò.
– In fondo, hai ragione. Vorrà dire che se sei solo una “puttana”, in quelle sere mi accontenterò che tu lo sia anche per me.
Una frase che voleva essere una dichiarazione sgangherata o una presa in giro? Koko non capì cosa intendesse davvero.
La settimana successiva dovette però riprendere regolarmente il lavoro al centro. Cercò per un po’ di dimenticarsi delle serate e di concentrarsi su quello che aveva sempre avuto a cuore negli ultimi anni: guadagnare. Guadagnare il più possibile per garantirsi, nella maturità, almeno un minimo di sicurezza economica.
Col tempo aveva affinato la sua pratica persuasiva, la sua cordialità da geisha a pagamento e, soprattutto, la capacità di capire cosa volessero gli uomini. Per lo più aveva provato indifferenza per i clienti: quelle persone erano comparse nella sua vita, incapaci persino di avvicinarsi a ciò che custodiva nel profondo. Ma qualche volta si era creato un certo tipo di contatto emotivo.
Le sembrava che quei porci, capaci di fare richieste di ogni genere, fossero in fondo bambini spaventati, esseri umani persi nelle loro vite misere come tutti gli altri e desiderosi soltanto di trovare una via di fuga da un’esistenza che non riuscivano più a sopportare.
Senza volerlo, le tornò in mente Suzuki. Pensando a lui, un misto di repulsione e attrazione le attraversava la mente. C’era qualcosa in lui che la metteva a disagio. Quegli occhi erano quelli di una belva pronta a spiccare il salto sulla preda.
Forse era stata influenzata dal racconto di Kashiwagi? Aveva dipinto i suoi padroni in quel modo solo per darsi una certa importanza? Per creare un alone di mistero intorno all’ambiente che frequentava, anche nel ruolo di tirapiedi?
In effetti, la sua prima impressione era stata diversa dalle aspettative. Si era immaginata perversioni oltre ogni limite e si era trovata davanti a comuni festini. Se non si potevano certo definire situazioni ordinarie per tutti, non erano nemmeno qualcosa di particolarmente sorprendente.
Comunque, si ripromise di studiare quell’uomo più da vicino. Almeno aveva la possibilità di trovare stimoli nuovi rispetto al solito tran-tran dei clienti, che le chiedevano e le dicevano sempre le stesse cose.
Arrivò poi il giorno del secondo incontro nell’attico di Shinjuku.
Per un attimo Koko ebbe difficoltà a ritrovare l’edificio. Ricordava di essere passata a piedi per il Chuo Park di Shinjuku e accanto al grattacielo della municipalità di Tokyo. Poi però si apriva una selva di edifici tutti simili e dovette faticare parecchio per individuare l’ingresso giusto. Arrivò infatti in ritardo.
Quella volta Kashiwagi non aveva potuto accompagnarla. “Io vado direttamente là, ho un impegno poco prima”, le aveva spiegato. Forse lo aveva fatto perché si era offeso.
Quando finalmente trovò l’ingresso, si trovò davanti un uomo che non aveva visto la volta precedente.
– Tu devi essere quella che fa divertire tanto Suzuki-san. – disse in un sussurro quell’individuo che Koko intuì essere Nakashima, il contabile e amministratore di Suzuki per quanto riguardava la sua vita privata.
– Non trovavo l’indirizzo, mi dispiace per il ritardo.
Nakashima la guardò con un sorrisino appena accennato, quasi di compassione. Aveva enormi occhiali rotondi, una capigliatura a caschetto e un viso da insetto. La voce nasale e la risata sottile contribuivano a generare repulsione in chiunque lo ascoltasse.
“Ecco un altro mostro della galleria”, pensò Koko. “Sembrano tutti usciti da un film dell’orrore”.
Nakashima fece comunque un inchino e le disse con tono gelido:
– Oggi bisogna spogliarsi subito e accedere senza vestiti alla sala degli ospiti. Ordini del capo.
Lei fece un cenno d’intesa. L’uomo le mostrò un ambiente che aveva tutta l’apparenza di uno spogliatoio e la invitò a sistemare le sue cose in uno degli armadietti lì accanto.
Con i brividi per la temperatura, un po’ troppo bassa, Koko si diresse nuda verso il salone dove era stata la prima volta. Si strinse le braccia al seno e, guardandosi le cosce, vide che aveva la pelle d’oca.
Per fortuna nessuno badò a lei. La scena era diversa da quella precedente. Gli ospiti erano seduti o sdraiati comodamente e intrattenevano conversazioni cordiali. Sembrava quasi un raduno di naturisti: a malapena si percepiva la natura del convivio, che avrebbe dovuto essere trasgressivo.
Kashiwagi era sdraiato su un divanetto. Il pene floscio gli ricadeva di lato, mentre era intento a cercare di mangiare della frutta da un piattino, calandola dall’alto come gli antichi romani, proprio come aveva visto fare in qualche pellicola hollywoodiana.
Entrò Suzuki con un ragazzone grasso e molto alto. Un vero colosso. Avrebbe potuto essere un atleta di sumo. Dalla descrizione che ne aveva fatto Kashiwagi, non poteva che essere Minamoto. Le labbra dipinte di rosso sull’incarnato pallido del volto sembravano confermare quell’ipotesi.
Suzuki aveva un fisico scolpito che la prima volta Koko non aveva notato. Non sfigurava nella nudità, come spesso accade al corpo maschile, a differenza di quello femminile. Koko si sentì attratta, ma scacciò subito quel pensiero.
I due compari avevano un’espressione soddisfatta. La voce morbida del ragazzone, che poi si rivelò essere proprio Minamoto, stonava con la sua stazza. Ma soprattutto, come Koko avrebbe imparato a capire in seguito, stonava molto di più con la sua natura feroce e crudele.
Fu proprio lui a prendere la parola:
– Cari amici, questa sera abbiamo una nuova ospite. Una nuova bestiolina è stata affittata per rendere le nostre serate piacevoli. – Dopo quella frase fece un risolino acuto e si strofinò le mani soddisfatto. – Si tratta di un coniglio. Sì, avete capito bene. La nostra bestiolina è convinta di essere un coniglio. Non per scherzo, non è un costume di scena… ma lo crede veramente, nella vita reale! Un simpatico caso di malattia mentale.
– Minamoto-san è sempre alla ricerca di esperienze innovative. – aggiunse Suzuki con malizia, tenendo le mani dietro la schiena.
– Tutti possono giocare con la coniglietta. – riprese Minamoto, annuendo alle parole di Suzuki. – Le si possono fare tutte le cose divertenti che vi vengono in mente. Solo, evitiamo di causarle ferite e magari anche dolori troppo intensi. Sapete che qui vogliamo divertirci, non finire in galera.
– Io vorrei provare questo su di lei. – disse una ragazza, sventolando in mano un gioco sessuale.
– Non dovete contenere i vostri desideri, la coniglietta è qui per soddisfarli tutti.
Koko si aspettava una ragazza in stile club notturno, l’ennesima prostituta che semplicemente indossava il prevedibile costume da coniglietta sexy per compiacere chi la pagava profumatamente.
Fu invece sorpresa da ciò che vide. Nakashima portò dentro, spingendola, una gabbia su ruote, in realtà molto piccola. Dentro, stipata, c’era una ragazza minuta, completamente nuda e con indosso soltanto un cerchietto con orecchie da coniglio bianche e rosa.
Gli ospiti scoprirono che il suo nome era Shizuka. Il suo viso era pieno di grazia. Non si poteva dire che stesse sorridendo, ma aveva comunque un’espressione serena, del tutto fuori luogo in quel covo di pervertiti. Il suo corpo incredibilmente bianco sembrava brillare nel buio della stanza.
All’inizio ci furono battute ironiche e doppi sensi dozzinali. Un uomo si avvicinò alla gabbia.
– La vuoi la mia carota, vero? – disse, compiacendosi da solo della sua battuta di bassa lega.
Anche alcune ragazze si avvicinarono. Una infilò le mani dentro la gabbia, che aveva una trama abbastanza larga da consentirlo, e frugò tra i glutei della coniglietta.
– Fammi sentire se sei stretta, lì dietro! – disse con un tono che voleva essere sensuale.
La coniglietta nella gabbia si schermiva, cercando di divincolarsi da quelle mani che volevano violarla, ma poi, quando venne lasciata in pace, tornò alla sua espressione serena. Quasi fosse estranea alla realtà del momento.
Solo Koko non si era avvicinata e si era limitata a osservare la gabbia da qualche metro di distanza. Aveva guardato gli sguardi divertiti dei presenti e aveva notato in tutti un sadismo compiaciuto che la inquietava. Quelle persone non sembravano essere lì soltanto per soddisfare i propri istinti, ma parevano trarre piacere soprattutto dall’umiliare qualcuno, proprio perché quello faceva parte del divertimento.
Dopo un po’, tuttavia, la “bestiolina” venne dimenticata e lasciata lì, al centro della sala, rinchiusa nella sua gabbia.
I gruppetti di persone ripresero lentamente a fare ciò che Koko aveva già visto la volta precedente. Un copione che cominciava ad annoiarla. Poi ripensò al compenso e si sentì rincuorata.
“Meglio così”, si disse. “È più facile per me”.
Il sadico Suzuki era sopra una ragazzina che avrà avuto meno di vent’anni e si muoveva dentro di lei con una certa foga. All’inizio lei finse piacere, ma poi si mise quasi a piangere, cosa che eccitò ancora di più Suzuki, con quel sorriso tremendo stampato in faccia, esattamente come aveva predetto Kashiwagi.
Anche quella sera il tirapiedi puntava Koko, ma vicino a lei si era seduto un uomo importante dell’industria giapponese, uno dei più anziani tra i presenti. Non aveva osato avvicinarsi e disturbare un ospite che aveva senza dubbio la precedenza su di lui, semplice servitore del capo.
L’uomo iniziò a parlare amabilmente con Koko. Per una decina di minuti sembrò quasi una conversazione normale, finché non ebbe la scortesia di esprimere improvvisamente, con parole volgari e dirette, i propri desideri e ciò che voleva che Koko gli facesse. Lei si schermì, ma non tanto per la volgarità, a cui era in definitiva abituata, quanto per il contrasto improvviso tra le due facce di quell’individuo.
La temperatura nella stanza si era fatta più alta e ormai si sudava. Al posto della musica rilassata usata come sottofondo, Minamoto aveva ordinato di alzare il volume e mettere del rock pesante. A quanto pareva, quella musica lo eccitava particolarmente.
– Nakashima, metti anche quell’illuminazione che fa sempre atmosfera. – ordinò Minamoto al tuttofare.
Prima di tutto, la stanza venne investita da una musica infernale ad altissimo volume. Poi piombò in una luce bruna, un rosso cupo pieno di ombre. Quella tonalità rendeva tutto più indistinto, creando una sensazione di buio e soffocamento. La musica, sparata a tutto volume, saturava l’aria e rendeva quasi impossibile distinguere le parole degli altri.
Koko era pigramente posizionata a quattro zampe mentre lasciava con indifferenza che l’uomo che l’aveva avvicinata la prendesse da dietro. Le facevano quasi male le orecchie per il frastuono. Il vecchio dovette trafficare a lungo, strofinandosi sul suo corpo a più riprese e cambiando posizione, perché la sua erezione non era particolarmente efficiente e doveva aiutarsi con le mani.
Nel frattempo, visto che a causa del caos non doveva nemmeno fingere piacere, Koko si guardava intorno, cercando di indovinare i pensieri di quella massa umana.
Fauci spalancate in ghigni isterici, movimenti convulsi, risate mute, corpi aggrovigliati. La calma di prima era solo un ricordo. Quelle figure, come marionette guidate da fili invisibili, si dimenavano sui divani, per terra, in piedi, tutto intorno a lei. La debole luce bruna disegnava ombre sui loro volti e la musica impediva di sentire le voci che uscivano da quelle labbra in movimento.
Alcool e droghe scorrevano a fiumi. Una ragazza con gli occhi lucidi e persi per lo stordimento le passò vicino, accennò alcuni movimenti di un ballo sgraziato e sputò per terra qualcosa che doveva essere molto probabilmente sperma. Guardò Koko, le si avvicinò e le accarezzò il viso con quello sguardo vitreo ma quasi affettuoso.
Le diede un bacio sulla guancia e le passò una mano sulla testa, senza curarsi dell’uomo che stringeva i fianchi di Koko e la prendeva da dietro. Poi tornò verso il gruppo da cui era arrivata, barcollando pericolosamente e andando a sbattere contro la gabbia della ragazza coniglio.
La si vide ridere divertita, indicando la gabbia.
Koko venne girata dall’uomo, che volle vederla di fronte. Fortunatamente, accucciandosi su di lei, pose la testa accanto alla sua, sopra la spalla, così che la ragazza, praticamente seduta, poté continuare la sua osservazione indisturbata mentre l’altro si dimenava.
Poté così assistere a una scena che prima la incuriosì e poi la spaventò. Da un po’ osservava Minamoto. Lo si vedeva ridere in modo scomposto, fare gesti ridicoli, battersi il petto con i pugni alla King Kong, alzare le mani aperte in aria, scuoterle e assumere con la bocca quella che sembrava una specie di ululato.
Poco prima era passato vicino a Koko e l’aveva guardata. Le sue pupille erano chiaramente dilatate. Molto probabilmente era pieno di cocaina. Era a dir poco spaventoso. Avrebbe potuto fare a pezzi una ragazza in un secondo.
A un tratto Minamoto si avvicinò alla gabbia della coniglietta, la aprì e la afferrò con violenza per i capelli, trascinandola fuori. Nella convulsione del momento, lei perse le sue orecchie da coniglio. Minamoto la trascinò per diversi metri fino al centro della stanza, poi tornò sui suoi passi, riafferrò le orecchie di peluche e le rimise sulla testa della sua vittima.
Lei aveva un’espressione sofferente e si teneva la testa. Poco dopo, una delle ospiti si avvicinò, recuperò le orecchie rosa e bianche cadute per la seconda volta a fianco della ragazza e gliele riposizionò sulla testa, sistemandole anche i capelli con premura.
Minamoto stava in piedi e sovrastava Shizuka con la sua imponenza. Si prese il pene tra le mani e cominciò a urinare sul suo viso, ridendo istericamente. Lei chiuse gli occhi con un’espressione disgustata. Tutto avvenne nel frastuono assordante di una canzone di una certa Ado, un brano molto popolare in quel periodo. Una visione terribile, angosciante. Alcuni applaudivano e sembravano incitare l’energumeno.
Terminata quella pratica, il gigantesco Minamoto rigirò la ragazza a pancia in giù e cominciò a colpirle i glutei a mano aperta. Prima senza convinzione, poi sempre più forte.
Andò avanti per un po’ e Koko, dopo aver fermato l’uomo che era con lei, pensò che la situazione stesse sfuggendo di mano. Shizuka era sdraiata a terra a pancia in giù, con il viso girato nella sua direzione. Dagli occhi serrati scorrevano chiaramente copiose lacrime.
Probabilmente Minamoto stava aumentando sempre di più la violenza dei colpi.
Koko raggiunse il limite della sopportazione. Si alzò di scatto, scansò con forza il suo amante improvvisato, che la guardò perplesso, facendolo ricadere sul divano. Senza curarsi di altro e tenendo lo sguardo fisso su Minamoto, si diresse verso di lui a passo deciso.
Mentre camminava ebbe una strana sensazione: era come se il suo procedere rallentasse e le sembrò di osservarsi dall’esterno, come in una scena vista su uno schermo. Anche la musica arrivava attutita, come se si trovasse sott’acqua.
Quando arrivò vicino alla scena che aveva osservato da lontano, sferrò un calcio al grosso sedere dell’uomo con tutta la forza che aveva in corpo. Solo allora tutto intorno a lei sembrò riprendere una velocità normale.
Minamoto, accovacciato, si girò spaventato. Poi fissò Koko e sul volto gli comparve un sorriso sardonico. Lei però non si fece intimidire e lo afferrò per la gola. In quella posizione, accovacciato, era quasi alto quanto lei.
La musica venne abbassata da qualcuno.
– Non ti sembra di esagerare un po’, pazzo psicopatico? – gli gridò, bagnandogli il volto con la saliva.
Un faro bianco era puntato su di loro, sempre per creare un effetto scenico. Un rossore vistoso deturpava i piccoli e graziosi glutei di Shizuka, che non si era mossa dalla posizione precedente e piangeva con i pugni sotto il petto, riversa a pancia in giù.
Minamoto si liberò della stretta di Koko e la spinse a terra. Lei rotolò, più che altro per la perdita di equilibrio. La spinta non era stata in realtà molto energica, ma solo un semplice gesto.
Nakashima, spaventato, abbassò ulteriormente la musica. Kashiwagi aveva assistito alla scena e già pensava che quella stupida avrebbe finito per rovinarlo, che a causa sua lo avrebbero cacciato per sempre da lì.
In realtà, dopo una prima espressione infuriata, il volto di Minamoto assunse un’aria divertita e lui scoppiò a ridere di gusto.
– Sei proprio divertente! – le disse, accovacciandosi vicino a lei e aiutandola a rialzarsi.
– Guarda come hai ridotto quella ragazza! Avevi detto che non le avresti fatto male! – gridò Koko indicando il sedere della coniglietta.
Si fece avanti Suzuki, con il solito ghigno e applaudendo teatralmente, ma lentamente.
– Ti avevo detto che la ragazza aveva un bel carattere, vero? – disse rivolgendosi all’amico.
– Avere una ribelle è sempre divertente. Non ne posso più di schiave servizievoli. – puntualizzò Minamoto, senza preoccuparsi di mostrare il proprio disprezzo verso gli altri ospiti presenti.
Koko si chinò a terra e andò a consolare Usagi-chan. Poi la aiutò ad alzarsi e la fece sedere sul divano.
– Non ti devi preoccupare. – riprese Minamoto. – È una tecnica collaudata. Provoca molto bruciore e rossore subito, ma passa in fretta. Non lascia segni visibili. Le tornerà un bel culetto bianco nel giro di qualche ora.
– Però, cara infermiera, la nostra coniglietta ha un contratto con noi. A meno che non voglia stracciarlo… – si intromise Suzuki, avvicinandosi e guardando le due, soprattutto la coniglietta, con tono interrogativo.
Shizuka scosse la testa in silenzio.
– Se è così, torna nella tua gabbia, per favore. Fai la brava. – replicò con voce ipocritamente gentile.
Detto questo, le prese la mano e la baciò teneramente, poi la riaccompagnò alla gabbia. Shizuka si sistemò le orecchie da coniglio sulla testa. Aveva il viso imbronciato, un’espressione quasi infantile. Le lacrime avevano fatto colare il trucco dagli occhi, anche a causa della disgustosa pratica di Minamoto.
Koko provò una grande tenerezza e, allo stesso tempo, sentì crescere la rabbia verso quel branco di selvaggi che si divertiva a tormentare una ragazza in quel modo.
– Che animo gentile. – la canzonò Suzuki, sedendosi accanto a lei e mettendole un braccio intorno alla vita. – Ma ti sei scandalizzata alla prima cosa interessante che vedi. Se rimarrai con noi, ne vedrai delle belle!
– Quindi non mi cacciate dopo che vi ho rovinato il vostro gioco da pervertiti?
– Ma certo che no! Stai scherzando? Sei una benedizione, una novità di cui non possiamo più fare a meno.
Koko si accigliò. La stava prendendo in giro, ma allo stesso tempo sembrava voler dire qualcosa di sensato.
– Potrei esservi di ostacolo. Perché dici così? – gli chiese.
Suzuki si sistemò la coda di capelli da samurai e usò un cuscino per coprirsi le parti intime. Una qualche forma inspiegabile di pudore sembrava averlo colto. Succedeva sempre quando diceva qualcosa che riteneva veramente importante.
– Sembra che tu sia una moralista. Puttana, ma moralista. Una che non sopporta il dolore degli altri. Insomma, una che prova ancora qualche sentimento per i suoi simili. Una cosa bellissima! Sei la novità di cui avevamo bisogno, insieme a questa pazza che pensa di essere un coniglio. – disse guardando verso l’alto con fare drammatico. – E poi è veramente adorabile quella coniglietta, non trovi? Ha un visino così innocente! Ben diverso da quelle puttane sfatte che ci procura sempre Kashiwagi. Tu esclusa, si capisce.
Fece una pausa, poi concluse:
– Ora, tornando a te, se accetti di rimanere, riprendiamo i festeggiamenti.
– Riattacca la musica, Nakashima. – gridò Minamoto con un boato da gorilla. – E voi, cosa state lì imbambolati? Riprendete pure a divertirvi, questo faceva tutta parte del nostro circo!
Quando riprese quel baccano infernale, i convitati tornarono senza troppa convinzione alle loro occupazioni precedenti. Non avevano detto una parola e avevano osservato immobili quanto era accaduto tra Koko e Minamoto. Nessuno aveva mai osato tanto nei confronti di quell’uomo.
La loro reazione faceva capire quanto la maggior parte degli ospiti fosse soggiogata dai due compagni di malefatte, Suzuki e Minamoto. Solo gli ospiti di riguardo, gli altri ricchi finanzieri e industriali presenti, si rivolgevano ai padroni di casa da una posizione di parità.
Ma poteva essere solo il denaro a comprare quella sottomissione?
Fu quello che pensò Koko più tardi quella notte, quando l’eccitazione per gli eventi si era ormai smorzata.
“In fondo siamo ancora liberi”, pensò. “È solo attraverso il denaro che comprano la nostra sottomissione e anche la nostra umanità”.
Verso le tre del mattino la festa fu dichiarata conclusa. Le persone lentamente si rivestirono e una delle ragazze iniziò a riordinare ciò che era stato lasciato in disordine.
Nakashima, l’unico a circolare per l’appartamento con gli abiti ancora indosso – un completo nero, cravatta dello stesso colore e camicia bianca – invitò Koko a seguirlo nel suo ufficio.
Prima di seguirlo, lei si avvicinò per un attimo alla gabbia di Shizuka.
– Non ti preoccupare, non ti faranno del male. – le disse, ricevendo in risposta un sorriso.
Entrando nella stanza indicata da Nakashima, pensò che alla fine l’avrebbero cacciata, nonostante Suzuki l’avesse rassicurata del contrario. L’ufficio era sfarzoso come il resto degli ambienti.
Nakashima la fissò per qualche minuto dietro quegli occhiali rotondi, enormi rispetto al suo viso. La pettinatura ordinata da cane appena uscito dalla toelettatura lo faceva sembrare un personaggio comico di un anime. Fuori dalle vetrate si estendeva la notte di Tokyo.
– Suzuki-san mi ha detto di darti un premio. Anche questa volta. Non è mai capitato per due volte di seguito, sei fortunata. Piaci a tutti e due, a quanto pare. Di solito si dimenticano di voi appena si sono sfogati, la prima volta. Tu… devi avere qualcosa di speciale, forse.
Fece una pausa, poi continuò:
– D’ora in poi non ti pagherà più Kashiwagi, ma direttamente io. Ordini di Suzuki. Ecco, prendi.
Disse così allungandole una mazzetta di banconote.
– Ma se vuoi un consiglio, non esagerare. All’inizio sei una novità divertente, ma se esageri quelli perdono la pazienza prima di quanto pensi e per te si mette male.
Dopo una rapida occhiata alle banconote, Koko capì che si trattava di una somma simile alla volta precedente, forse persino superiore. La infilò velocemente nella borsetta e finì di ascoltare la predica di Nakashima, che mentre parlava sembrava compiaciuto dall’ascolto della propria voce.
Tornando verso casa nella notte gelida, Koko provò una grande soddisfazione per il compenso sostanzioso ricevuto anche quella sera. Riprese a fantasticare e a fare progetti sul futuro, pensando di lasciare il centro massaggi.
Poi, però, tornarono alla mente i pensieri di poco prima e si sentì a disagio. Alla fine, avevano comprato anche lei.
Capitolo sesto
“L’idiota”,白痴
La prima volta che prese parte a uno di quegli incontri, Joe rimase sconvolto al punto da essere quasi tentato di mandare tutto all’aria e portare via Shizuka da lì con ogni mezzo. Pensò perfino di rivolgersi alla polizia per denunciare ciò che accadeva in quel luogo, convinto che non fosse poi tutto così legale e innocuo come quei criminali volevano far credere.
Tornò così a tormentarsi con gli stessi dubbi. Come poteva continuare ad avere speranze sulla possibilità di guarire Shizuka, davanti a una ricerca tanto ostinata del proprio degrado e di quello altrui? Questa volta neppure Kimura avrebbe saputo dargli una risposta soddisfacente.
L’ingresso in quell’ambiente era avvenuto all’improvviso. Una telefonata da un numero sconosciuto gli aveva fatto conoscere la voce di quello che avrebbe poi scoperto essere Kashiwagi, il tramite con i festini di Shinjuku.
Dopo aver saputo da Shizuka che un suo caro amico desiderava partecipare a quelle serate, Suzuki e Minamoto avevano incaricato Kashiwagi di contattare Joe, sondare il terreno e verificare che non rappresentasse un pericolo. Se necessario, avrebbe dovuto accompagnarlo agli incontri.
La cosa rincuorò lo scagnozzo, che smise di temere di essere cacciato dopo il calcio che Koko aveva rifilato a Minamoto.
Se Suzuki, con il suo pragmatismo, si era subito irritato per quella nuova seccatura rappresentata da Joe, Minamoto ne era invece rimasto incuriosito.
– Te lo immagini questo guardone che ci fissa con rabbia mentre ci facciamo la sua coniglietta? Dev’essere uno spasso! – aveva commentato, divertito.
– Tu pensi solo a divertirti. Speriamo soltanto che quel tipo non ci crei problemi inutili. – aveva ribattuto Suzuki.
Già dalle prime parole, Joe mise in allarme anche Kashiwagi. Gli chiese un incontro faccia a faccia, ma il tono della conversazione cambiò ben poco.
– Se vuoi portarti via la tua amica, fallo pure. – gli disse durante quel primo incontro. – Ma trova il modo di farlo senza coinvolgere in alcun modo Suzuki e Minamoto. Dammi retta, quelli non scherzano. Spero tu capisca cosa intendo, se tieni alla tua pelle e a quella della tua coniglietta. A vederli sembrano solo due ricchi eccentrici, ma io non pesterei loro neppure un piede. Rischi di finire all’altro mondo. Vuoi ritrovarti la tua coniglietta dentro un sacco della spazzatura, buttato in qualche vicolo?
Quella minaccia non lasciava spazio a dubbi. Ma restava il problema di sempre: anche ammesso che Joe fosse riuscito a portare via Shizuka senza scatenare la reazione dei suoi carcerieri, avrebbe probabilmente distrutto per sempre il rapporto con lei.
Il dilemma era lo stesso di prima: salvarla da quell’inferno, perdendola però per sempre, oppure lasciarla dov’era, sapendo che continuava a essere nelle mani di quelle persone disgustose.
Non c’era modo di comunicare con Shizuka se non durante le serate. E anche allora gli avevano espressamente chiesto di non intervenire e di starle il più lontano possibile.
La ragazza doveva rimanere isolata dal mondo esterno per alcuni mesi, mentre la presenza di Joe alle feste poteva essere soltanto occasionale: giusto quanto bastava per rassicurarlo, di tanto in tanto, sulle condizioni della sua amica. Quelle regole non facevano altro che aumentare il divertimento dei suoi aguzzini e, allo stesso tempo, rendevano la situazione ancora più assurda.
Joe non aveva idea di cosa Shizuka avesse raccontato ai genitori per giustificare una scomparsa così lunga. Del resto, non si sarebbe stupito se si fosse limitata ad avvisarli che sarebbe rimasta via per qualche tempo, senza aggiungere altro.
Durante quel primo colloquio, Kashiwagi cercò comunque di rassicurarlo sull’incolumità della ragazza.
– Se davvero volessero farle del male, non lascerebbero testimoni in giro con tanta leggerezza. – disse. – Non le faranno nulla oltre certi limiti, e lei è libera di andarsene in qualsiasi momento, se lo chiede. Per quanto possa sembrarti assurdo, quei due sono uomini di parola. A modo loro sono dei gentiluomini. Se promettono una cosa, la mantengono. Di questo sono sicuro. E anche quando vedrai cose che ti disgusteranno o ti metteranno paura… e le vedrai, te lo assicuro… loro sanno sempre dove fermarsi.
Dopo quel primo, tremendo incontro, Joe ebbe il sospetto che, in sua presenza, Shizuka fosse stata trattata con meno brutalità rispetto alle settimane precedenti.
Una ragazza cinese che partecipava a quelle feste, la stessa che in seguito gli si sarebbe presentata come Koko, gli raccontò ciò che avevano fatto a Usagi-chan qualche settimana prima. Ancora sconvolta dal racconto, Joe sentì montare dentro di sé una rabbia violenta. Come avrebbe potuto assistere passivamente ad altri episodi del genere? Prima o poi sarebbe inevitabilmente finito per scatenare una rissa.
Cercò di soffocare quella collera nell’alcol, ma si rese conto che così facendo perdeva soltanto lucidità. Provò allora a riprendere il controllo e ad affrontare la situazione con tutta la razionalità di cui era capace. Anche se, in quella maledetta storia, di razionale sembrava non esserci neppure l’ombra.
***
Il Grande Vecchio era per Joe un porto sicuro, ma non si aspettava davvero di trovare lì una risposta o una soluzione. Kimura lo accolse come sempre con pazienza.
Come accade a chi attraversa un grande sconvolgimento emotivo, Joe aveva bisogno di ripetere più volte gli stessi pensieri, anche se il dottore ormai li conosceva a memoria. Kimura sapeva che quella ripetizione era parte del processo; tornare continuamente sullo stesso punto, in qualche modo, rendeva il dolore più sopportabile. Joe stava vivendo il periodo peggiore della sua vita.
Kimura arrivò alle solite conclusioni e gli fece notare che quello stato di tormento era iniziato molto prima della scoperta di quelle serate. La nuova situazione non aveva fatto altro che portare alla luce qualcosa che era già presente.
Per lui, in fondo, non restava che la solita alternativa, accettare la realtà o continuare a combatterla.
– Come è possibile che una persona scelga volontariamente di sottoporsi a cose del genere? – chiese Joe, pur sapendo che il suo famoso amico psichiatra gli aveva già spiegato più volte i meccanismi che stavano alla base di comportamenti simili. – E non per soldi! Le altre posso anche capirle, ma lei no. A lei il denaro non interessa. Se lo prende, probabilmente lo regalerà a qualcuno o lo userà per qualche causa benefica.
I due, però, non cercavano più ragioni oggettive nelle loro discussioni interminabili. Volevano soltanto avvicinarsi al mondo di Shizuka, capire cosa ci fosse davvero dentro di lei.
Per Joe non sembravano esserci molte vie d’uscita dalla condizione di Usagi-chan. L’unica possibilità sarebbe stata chiedere un intervento delle autorità sanitarie e tentare di farla interdire. Ma quelle conversazioni senza una vera conclusione gli davano comunque un qualche sollievo.
Parlando per ore di quella storia, si aggrappavano alle parole come se fossero esse stesse una forma di cura. Alla fine Joe si sentiva svuotato, ma almeno, per qualche tempo, riusciva a trovare un po’ di pace.
Un pomeriggio, in uno dei momenti in cui la disperazione sembrava più insopportabile, pensò che senza la presenza di Kimura, in quei mesi, forse avrebbe compiuto un gesto estremo contro sé stesso o contro i carcerieri di Shizuka.
Non era il coraggio a mancargli. Era la consapevolezza che un gesto simile avrebbe distrutto tutto senza cambiare nulla. Quella sarebbe stata soltanto una fuga.
Dopo aver incontrato Kimura così tante volte in quelle settimane, Joe iniziò a pensare che per il pover’uomo la sua compagnia dovesse essere diventata una vera e propria tortura.
Una di quelle volte, però, Kimura gli parve prendere l’iniziativa. Sembrava più agitato del solito. Forse starlo a sentire fino allo sfinimento rientrava nella sua modalità terapeutica, e solo dopo questo girare a vuoto sarebbe intervenuto cercando di portarlo verso la consapevolezza o, meglio, l’accettazione di una realtà che non poteva cambiare.
– Rifletto costantemente sulla questione, – prese a dire il dottore – e devo ammettere che comincio a prenderla molto più seriamente di quanto avrei voluto. Non fraintendermi, non è che prima non mi importasse. Ma ormai anche il tuo benessere mi sta a cuore. E anche quello della nostra povera Shizuka. Non sono così insensibile da precludermi sentimenti di amicizia e compassione, ma…
– Certo, ora mi parlerà di transfert e cose del genere.
Il Grande Vecchio sorrise.
– Sai che ho un approccio libero. Credo nella biologia, ma mi concedo il dubbio di utilizzare tutto ciò che può aiutare qualcuno a stare meglio. È pur sempre una forma di terapia.
Joe si lasciò andare platealmente sulla poltrona ed emise un sospiro. Anche il dottore rimase qualche istante in silenzio.
– Ma non voglio farti una lezione, – riprese – di quelle ne hai già abbastanza durante le tue lezioni all’università. C’è un’altra cosa che vorrei dirti…
Dicendo questo si alzò e si diresse verso la libreria alle sue spalle. Guardò gli scaffali, evidentemente alla ricerca di un libro preciso.
– Eccolo, trovato! – esclamò, voltandosi e porgendogli un volume. – Lo conosci?
Joe rigirò il libro tra le mani e lesse il titolo.
– L’idiota di Dostoevskij. È uno scrittore russo, se non sbaglio.
– Esatto. Uno dei più grandi che l’umanità abbia mai conosciuto.
– Conosco l’autore, ma non ho letto questo libro. Forse al liceo ci diedero qualcosa di suo, ma allora avevo altro per la testa. Non ricordo praticamente nulla.
Kimura riprese il libro che Joe gli aveva restituito.
– Però, dottore, mi scusi… cosa c’entra adesso la letteratura con quello di cui stiamo parlando? Se vuole distrarmi, apprezzo lo sforzo, ma non credo proprio di avere la testa per i romanzi in questo momento.
– Lo so bene, caro ragazzo, lo so bene.
Lo rassicurò con un movimento deciso della testa.
– Ma è proprio questo il punto. È una cosa che mi gira in mente da tempo. Poi, una notte, mi sono svegliato all’improvviso e ho capito dove avevo già incontrato quelle idee.
Sollevò il libro.
– Qui dentro.
– Mi dispiace, ma non la seguo.
Kimura si alzò e iniziò a camminare lentamente per la stanza. Joe cominciava a dubitare dei suoi metodi. Come poteva aiutarlo se ora si metteva a parlare di romanzi e letteratura, così lontani dal tormento che gli riempiva la mente?
Il dottore esitò ancora qualche istante, poi riprese.
– Sai perché Dostoevskij ha definito “idiota” il suo protagonista?
Vedendo il gesto negativo di Joe, continuò:
– Il protagonista è un tale principe Myskin. Il concetto è semplice. È talmente buono che la sua bontà, in una società malata e corrotta, viene scambiata da tutti per idiozia, quasi per una forma di follia. L’innocenza assoluta di Myskin gli impedisce di adeguarsi ai valori dominanti, alla società egoistica in cui vive. Di fronte alla meschinità degli altri risponde con compassione e benevolenza.
– Capisco dove vuole andare a parare. – rispose Joe con rassegnazione.
– Ma Myskin non è solo un uomo buono. Frequenta persone distrutte, disperate, esseri dai quali non ha nulla da ottenere e con cui apparentemente non ha nulla in comune. Eppure…
– Eppure… vuole salvarli? – lo interruppe l’altro, stanco.
– Vuole salvarli. – Kimura ripeté quelle parole quasi sottovoce, annuendo lentamente.
Joe non capì subito perché, ma sentì qualcosa di molto simile alla commozione. Erano concetti che lui e Kimura avevano già affrontato altre volte, anche se mai in modo così chiaro. Ma il pensiero che quelle idee fossero state espresse molto tempo prima, da qualcun altro, gli dava una strana sensazione di vicinanza. Come se qualcuno, finalmente, avesse dato un nome a qualcosa che lui portava dentro.
– Dottore, Usagi-chan è certamente una ragazza “idiota”, da questo punto di vista. – riprese a dire dopo essersi calmato. – Chissà cosa crede di trovare di buono in quella gente! Salvarli è impossibile. Meriterebbero solo di finire in galera. Sapere che un grande scrittore forse ha immaginato un’anima simile a quella della mia Shizuka mi conforta persino un po’, ma non cambia nulla. Kimura-san, lei non può neppure immaginare cosa succede là dentro! Shizuka viene seviziata e violentata con il suo consenso. Quella gente si abbandona a pratiche disgustose. È terribile! Non ha senso, assolutamente nessun senso. Sembra di stare in un incubo!
– Capisco cosa provi, e sai già quale sarebbe la mia risposta. Ma anche capire le sfumature è importante più di quanto sembri. Devi decidere una volta per tutte se accettare questa realtà o rifiutarla. Ma deve essere una scelta netta. Non puoi continuare a tornare sempre allo stesso punto. E soprattutto, devi farlo con questa consapevolezza. – concluse battendo ancora una volta le mani sulla copertina del libro che aveva in mano.
Per quel pomeriggio Joe ebbe la sensazione di averne abbastanza. La riflessione sull’“idiozia” di Shizuka non aveva portato grandi soluzioni pratiche, anche se apprezzava lo sforzo di Kimura per aiutarlo. Eppure, messe in quel modo, quelle parole lo avevano avvicinato alla realtà della mente di Shizuka più di quanto fosse mai riuscito a fare prima.
Da tempo aveva trascurato gli studi e si era isolato da tutti. I genitori, che negli ultimi mesi avevano cercato di rispettare maggiormente la sua vita privata, cominciarono a manifestare apertamente la loro preoccupazione anche per quello. Decise comunque di prendersi qualche giorno di completa inattività. Voleva lasciare sedimentare quello stato d’animo, o forse voleva soltanto abituarsi all’idea di stare male.
Per un po’ mise da parte la questione de L’idiota, ma poi, incuriosito, fece un salto in libreria e ne acquistò una copia. Quei giorni di inattività li trascorse leggendo il romanzo di Dostoevskij.
Terminata la lettura, la sua immaginazione cominciò a confondere ogni cosa. Realtà e fantasia si mescolavano, e Joe cercava in quel libro una verità e, perché no, anche una via d’uscita. Sapeva che l’analogia proposta da Kimura tra il principe Myskin e Shizuka era suggestiva, ma quando arrivò all’omicidio di Nastas’ja Filippovna non poté fare a meno di vedere in lei la sua coniglietta e nel suo assassino, Rogožin, una sorta di fusione dei due uomini che la circondavano, Suzuki e Minamoto.
Erano solo suggestioni, naturalmente. Aveva cercato sollievo, ma si era ritrovato imprigionato in fantasie ancora più opprimenti e claustrofobiche della realtà stessa.
Poi, quando la disperazione raggiunse il limite, qualcosa dentro di lui si allentò. Accade spesso: dopo giorni trascorsi nella sofferenza, anche l’esaurimento finisce per somigliare a una forma di pace. In ogni caso, si sentì meglio.
Si era ripromesso di non interrompere bruscamente la propria partecipazione alle serate, ma di frequentarle meno di quanto gli fosse consentito, soltanto per controllare la situazione. Comunicò la sua decisione a Kashiwagi. Si sarebbero visti il giorno dopo, di persona, per la seconda volta da soli.
– Libero di fare come vuoi, – gli disse lui con indifferenza. – Solo, comunicami per tempo le tue decisioni. Ricorda che ti hanno fatto un favore, per dimostrarti che non devi preoccuparti e perché non vogliono guai. Non ti devono niente.
– Se non vogliono guai come dici, che la smettano di violentare e abusare di povere ragazze! – si lasciò sfuggire Joe, brandendo il pugno in aria per la rabbia.
Kashiwagi rise di gusto.
– Forse la tua coniglietta sarà diversa, ma ti assicuro che là dentro di povere ragazze non c’è proprio traccia. Il ruolo della vittima e del carnefice è una sceneggiata che ci raccontiamo per lavarci tutti la coscienza. Sono tutti diavoli patetici, là dentro. Me compreso, che ci sto solo per denaro.
Quelle parole, per un istante, fecero vacillare le certezze di Joe. Per un attimo sentì persino una certa vicinanza con quell’uomo. Poi la sua mente tornò a quelle serate e immaginò lo stesso Kashiwagi coinvolto, come gli altri, in quei rapporti con Shizuka.
Gli venne voglia di prenderlo a pugni. Per un istante immaginò di afferrare uno sgabello del locale e spaccarglielo sulla testa. Vide il colpo, il rumore sordo del metallo sulle ossa, il corpo cadere a terra e contorcersi prima di rimanere immobile.
Si trovavano in un angolo esterno del locale, in quel momento quasi deserto. Se avesse ceduto a quell’impulso, forse avrebbe anche potuto farla franca.
Fu allora che Kashiwagi fece qualcosa di inaspettato che forse gli salvò la vita. Gli mise una mano sul braccio e riprese a parlare.
– Portala via, quella tua Shizuka. Lei non c’entra proprio niente lì dentro, hai ragione. È talmente… talmente tenera che anche io ne provo pena. E ti assicuro che di solito degli altri non mi interessa assolutamente niente. È strano. Difficile da spiegare.
Joe, quasi spaventato dalle fantasie violente che aveva visto nella propria mente poco prima, ora percepì in quell’uomo una certa compassione per Shizuka.
Kashiwagi infine si alzò, accennò un inchino e se ne andò senza aggiungere altro.
Quel giorno Joe camminò a lungo, da solo, in una Tokyo più solitaria del solito. Fino a sera.
Capitolo settimo
Le amiche
Koko inventò una storia con Luise per diradare ancora di più la sua presenza al centro di Kabukichō. Disse che la sua famiglia era venuta a trovarla e che desiderava passare un po’ di tempo con loro. Spiegò che poteva continuare a fingere di lavorare in un ristorante solo presentandosi al centro qualche sera alla settimana: tornare a casa a notte fonda tutte le sere avrebbe potuto insospettire i genitori. Luise le credette senza difficoltà. Del resto, quella bugia non aveva molto senso per lei, che ignorava completamente le motivazioni e le entrate extra di Koko.
Parlò infine del suo nuovo lavoro anche a Lú yǐn, che reagì con grande allegria.
– Ma è fantastico! Certo, rimani sempre una squillo, ma almeno una squillo di lusso!
– Non prendermi in giro, Lú yǐn. È un ambiente poco piacevole, tutto sommato. Lusso, vizi, ma nessun interesse per le persone. Là dentro sei una bambola senza dignità. Quella gente mi fa quasi più schifo dei clienti che capitano qui. E qualche volta ne ho anche paura.
Lú yǐn scosse la testa.
– Perché, qui qualcuno dà importanza alle persone? E chi sarebbe? Quegli animali? E Luise? Lei, che pur di guadagnare ti farebbe scopare per giorni e giorni con chiunque, anche con un cadavere? Da qualche giorno mi fa male tutto, là sotto. Non ti facevo così ingenua.
Koko rimase in silenzio. Il confronto con l’ambiente di Suzuki e Minamoto le aveva fatto quasi dimenticare dov’era. Luise le era sembrata una madre, le altre ragazze delle sorelle, i clienti poveri diavoli in cerca di conforto. Ora quella visione le appariva ingenua. Le tornò alla mente la ragazza-coniglio. Chissà perché.
Lú yǐn fu chiamata da Luise: era tornato il famoso tedesco. Doveva averci preso gusto con lei e aveva ormai dimenticato il suo primo amore. Koko, cercando di dissimulare il disagio, le chiese se almeno il tipo fosse pulito. L’amica annuì.
– Non è tanto diverso dagli altri.
Koko tirò un sospiro di sollievo. Forse, la prima volta, erano stati l’ubriachezza e il sudore a renderlo così disgustoso. Si sentì un po’ meno in colpa.
Rimasta sola, ripensò alle parole di Lú yǐn. Si era sorpresa a parlare di “loro”, come se lei fosse diversa. E invece era tornata anche quella sera. Aveva preso il denaro. Aveva chiuso gli occhi. Abbassò lo sguardo. Forse la distanza tra lei e quelle persone era meno netta di quanto le piacesse credere.
Negli incontri successivi Koko smise di farsi troppe domande. Cercò semplicemente di vivere quelle serate senza pensare, accettando ciò che accadeva come una parte del lavoro.
La ragazza coniglio qualche volta restava per ore nella gabbia, dimenticata in un angolo come un trofeo. Altre veniva coinvolta senza particolari eccessi. In certe occasioni, invece, la crudeltà su di lei tornava a farsi pesante.
Una sera dovettero interrompere tutto. Una delle ragazze, nota per il suo sadismo, aveva esagerato e Shizuka aveva cominciato a sanguinare.
– Fermi tutti! La povera coniglietta sanguina. La faremo vedere da un veterinario e la terremo a riposo. – disse Suzuki con il suo consueto tono ironico, lanciando a Koko un sorriso complice.
Shizuka venne portata via senza una parola. Non ricomparve fino all’incontro successivo, alcune settimane dopo.
Koko ebbe modo di parlare con lei più volte dopo l’episodio delle percosse di Minamoto. Una sera, durante un momento di calma, Shizuka era uscita dalla gabbia e se ne stava rannicchiata in un angolo del divano. Koko le si avvicinò.
– Come va il tuo piccolo sedere? – le chiese con un sorriso. – Ti fa ancora male?
Usagi-chan rise portandosi una mano alla bocca. Quando rideva, gli occhi le diventavano due sottili fessure che la facevano sembrare ancora più bambina.
– Bene, grazie. Non era niente di grave. È solo che non sono abituata a essere sculacciata così forte. Non volevo piangere.
– Quegli psicopatici dovrebbero darsi una regolata. Va bene divertirsi, ma…
Shizuka allargò appena le braccia, come se la cosa non meritasse altre parole. Erano tutti lì per quello.
Parlando con lei, Koko finì per accorgersi di una stranezza. Shizuka si riferiva sempre a se stessa come a un coniglio, con la naturalezza di chi descrive un fatto ovvio. Per il resto, però, era lucidissima, parlava con intelligenza, osservava tutto, capiva al volo le persone.
Le tornarono in mente le parole di Minamoto. Aveva parlato di una malattia mentale. Se fosse stato vero, quello che accadeva in quella casa sarebbe stato ancora più ignobile.
Eppure, più passava il tempo, più quel sospetto vacillava. Shizuka sembrava capire tutto normalmente. C’era soltanto quella convinzione incrollabile di essere un coniglio.
Koko smise di chiedersi quale fosse la risposta giusta. Non riusciva più a capire se avesse davanti una ragazza malata… oppure la persona più strana che avesse mai conosciuto.
Minamoto le aveva viste più volte parlare e decise di divertirsi un po’. La provocazione e la sfida erano tra i suoi svaghi preferiti.
Tra i mostri di Shinjuki, i suoi desideri diventavano ordini. Finché non si oltrepassavano i limiti stabiliti, Koko e Shizuka non avevano molte possibilità di opporsi. Un rifiuto avrebbe significato la fine di quell’accordo e, per Koko, la perdita di un guadagno al quale ormai aveva cominciato ad affidarsi.
Minamoto seppe per caso, parlando con Kashiwagi, che Koko provava disagio nell’avere rapporti con altre donne. Non poteva sottrarsi, ma lo faceva senza partecipazione. Bastò questo perché lui decidesse di usare anche quella debolezza come un nuovo divertimento.
Pretese di assistere a un momento di intimità tra Koko e Shizuka. Non gli interessava tanto quello che accadeva, quanto il fatto di trasformare qualcosa di privato in un altro spettacolo sotto il suo controllo.
Mentre Koko cercava di ignorare la sua presenza, Minamoto continuava a provocarla con il suo solito sorriso, ricordandole che anche quel momento apparteneva, in qualche modo, al suo gioco.
Koko aveva gli occhi pieni d’odio, ma cercò di non lasciarlo trasparire. Poi cercò di concentrarsi su Shizuka e per la prima volta non vide soltanto la ragazza strana e ingenua che tutti consideravano incapace di capire. A contatto con la sua intimità, ne colse la sua fragilità. Pensò a come fosse capace di continuare a sorridere anche quando veniva trattata come un oggetto. Così, quello che fino a poco prima era stato soltanto un obbligo imposto da Minamoto divenne, almeno per un momento, un gesto di tenerezza su di lei.
***
Una sera Koko riuscì a parlare da sola con Suzuki. Questi l’aveva chiamata nel suo ufficio per consegnarle personalmente il compenso. Di recente il suo comportamento lo aveva divertito particolarmente e voleva scambiare due parole in privato. Era curioso di conoscerla meglio.
– Quando hai preso a calci Minamoto in quel suo sederone, sono morto dalle risate! Ma in generale hai un carattere che ci diverte. Non hai paura di niente e di nessuno, tu, vero?
– Quel pervertito non si toglie dalla testa che, anche se ci paga, non può fare tutto quello che vuole. Poi mi aveva trattata male, poco prima, e quindi mi sono vendicata.
– Questo lo eccita ancora di più, lo sai? Le altre ragazze sono così accomodanti che ormai gli sono venute a noia. Ma tu… sei proprio un bel tipo!
– Sarà il mio sangue cinese.
Suzuki porse un mazzetto di banconote a Koko, che prese il denaro e ringraziò.
– Vorrei portare fuori con me Shizuka, ogni tanto. – disse lei.
– Non penso sia possibile. Ha firmato un contratto, garantendoci che resterà qui per alcuni mesi. Quando il termine sarà scaduto, potrà andare dove vuole. Se ora esce, dobbiamo annullare tutto. Sono le regole.
– Non pensi che questo contratto sia illegale? E poi perché siete così rigidi?
– Per certi versi potrebbe esserlo. Ma ricorda che in qualsiasi momento può andarsene, se vuole. Questo vale per tutti gli ospiti, te compresa. E poi quella che tu chiami rigidità fa parte del gioco. Dobbiamo mantenere un certo ordine, altrimenti rischia di sfuggirci tutto di mano.
– Capisco.
– Se vuoi trascorrere un po’ di tempo con lei, vieni in altri momenti della settimana, fuori dai nostri festini. Potrai stare con lei quanto vuoi.
– Ma quella povera ragazza sta nella gabbia tutto il tempo?
Suzuki, sentendo quelle parole, rise divertito.
– No, sarebbe una follia. Le farebbe male fisicamente. E poi non vogliamo certo rovinarla.
Koko fece una vistosa espressione di sollievo.
– Koko-chan, non essere ingenua. Fuori da quel contesto io sono un uomo d’affari rispettato. E lo sono proprio perché posso dedicarmi a questi giochi divertenti. Se non mi concedessi questi svaghi, un giorno finirei per uccidere qualcuno per strada. Così, solo per divertimento.
Quella frase, che poteva essere stata pronunciata per scherzo, era accompagnata da un sorriso che spaventò Koko. Le venne voglia di alzarsi e andarsene, ma poi si disse che era soltanto una provocazione. Suzuki si stava facendo beffe di lei.
– Suzuki-san, se allora mi dai il permesso, tornerei fra qualche giorno a trovare Usagi-chan.
– Eh, certo… “Usagi-chan”, come vuole essere chiamata quella pazza. – la interruppe per un attimo Suzuki.
– Se non c’è altro, farei ritorno a casa. Sono veramente stanca stasera.
– Quello che facciamo qui è impegnativo, ti capisco. Vai pure.
I due si salutarono e Koko si diresse verso l’uscita.
L’aria di quella sera era insolitamente tiepida per la stagione. Decise di fare due passi, nonostante l’ora tarda. Partendo dai pressi della stazione di Nishi Shinjuku e poi costeggiando il fiume Kanda, sarebbe arrivata a Nakano Shimbashi in una mezz’ora di cammino. Aveva voglia di respirare aria fresca.
Rare figure di camminatori notturni le passavano accanto. Un uomo, ubriaco e che aveva vomitato ai propri piedi, stava accovacciato vicino alla ringhiera che costeggiava il fiume.
– Tutto bene? – gli chiese Koko, chinandosi.
– Tutto bene, grazie. – rispose lui alzando la testa. Era un occidentale, con gli occhi stralunati e un’espressione sofferente.
Non era insolito imbattersi in ubriachi nelle notti di Tokyo, anche se quella zona era ben diversa da Kabukichō.
Mentre riprendeva a camminare, Koko ricordò un episodio di qualche anno prima. Anche allora aveva visto un uomo riverso sul marciapiede e aveva pensato che fosse semplicemente ubriaco. La mattina seguente il notiziario aveva parlato di un senzatetto trovato morto durante la notte. Dalle immagini aveva riconosciuto proprio quell’uomo.
Da allora, quando vedeva qualcuno in quelle condizioni, si fermava sempre a chiedere se avesse bisogno di aiuto.
La sera successiva Koko dovette tornare al centro massaggi, dopo alcuni giorni di assenza. Era ancora indecisa sul da farsi. Non aveva una qualifica, né un’istruzione. Fuori da lì avrebbe potuto fare la commessa, magari in un convenience store, ora che parlava bene il giapponese. Un lavoro normale, ma pagato molto meno.
“Non posso fare la prostituta tutta la vita”, pensava. “Mi fa schifo questa vita.”
Quella sera Luise aveva un’espressione cupa. Ogni volta che doveva comunicarle qualcosa di spiacevole, per qualche motivo, abbandonava la loro lingua e passava al giapponese.
– Bobbo vuole parlarti. – disse. – Te lo dico subito: è stufo del tuo atteggiamento. O torni a lavorare con serietà oppure è meglio che tu te ne vada. Preparati, potrebbe essere aggressivo. Ti aspetta nella saletta.
Koko si strinse nelle spalle e raggiunse la stanza dove le ragazze bevevano il caffè durante le pause. Quando entrò, due di loro la salutarono in fretta e uscirono quasi subito, lanciando un’occhiata preoccupata verso Bobbo, seduto in fondo con un bicchiere davanti.
– Luise ha detto che volevi parlarmi.
Bobbo stava bevendo quella che sembrava grappa cinese. Emanava un odore acre di alcool. Era ubriaco.
– Eri la mia preferita… E adesso? Adesso non ci sei mai! – sbraitò, sbattendo il bicchiere sul tavolino. – Qui non siamo un porto di mare. Siamo una famiglia. Non puoi trattarci così, capito?
Koko fu presa da una risata che le morì subito in gola.
– Una famiglia? Davvero? Qui volete soltanto che scopi con più clienti possibile e che faccia entrare più soldi. Bella famiglia!
– Ci guadagniamo da vivere! La vita è dura per tutti, maledizione.
– Bobbo, non sto dando la colpa a te. Questa vita l’ho scelta io. Ma adesso ho la mia famiglia qui. Se continuo a tornare tutte le sere finirò per farli star male perché capiranno con cosa mi guadagno da vivere.
La bugia, ormai, suonava naturale perfino alle sue orecchie.
– Quindi, pretendi di venire quando ti pare?
– Cos’altro dovrei fare? Prova a metterti nei miei panni!
– Fanculo la famiglia! La mia era fatta da un ubriacone e una puttana. Che vuoi che me ne freghi della tua?
– Quindi mi stai cacciando?
Bobbo si alzò di scatto. Per un istante Koko credette che stesse per colpirla. Invece si fermò, respirò forte e abbassò appena lo sguardo.
– Vattene. – disse con voce roca. – Non voglio avere intorno gente ingrata.
Koko annuì.
– Prendo le mie cose e sparisco.
Si voltò e uscì dalla stanza.
Aveva vestiti di ricambio e qualche altro effetto personale sparso qua e là per il centro. Quel posto, in fin dei conti, era stato quasi come casa sua per tanti anni. Ci aveva trascorso così tante ore che l’idea di lasciarlo, solo per un brevissimo istante, la rattristò.
Luise la prese da parte e la rassicurò, spiegandole che a sbornia passata Bobbo ci avrebbe sicuramente ripensato. Concluse dicendo che l’avrebbe richiamata lei, nei giorni successivi.
– Ma è vero quello che dice Luise, – si sentì la voce di Lú yǐn dietro le spalle – che te ne vai?
Koko si girò sorpresa da quella comparsa inaspettata e vide che l’amica aveva gli occhi lucidi.
– Ehi, non esagerare, non vado a morire! – rispose Koko cercando di sdrammatizzare – Possiamo vederci ancora, quando vuoi! Luise dice che Bobbo cambierà idea in fretta, ma a quel punto non so se mi andrà di tornare qui.
– Sai benissimo che se te ne vai da qui, e se io continuerò a fare questa vita, probabilmente non ci vedremo mai più. Qui è una prigione, sveglia tutta la notte, e il giorno poi sei esausta e non hai più voglia di fare niente. Dove lo troviamo il tempo per vederci?
Koko rispose seria.
– Senti, Lú yǐn, io voglio provare a fare una vita diversa, a prendermi cura di me stessa più di quanto non abbia fatto fino ad ora. Lo sai che non condanno questo tipo di lavoro, ho messo da parte quelle idee da tempo. Ma ormai ho ventinove anni. Non mi illudo di farmi una famiglia. Almeno per ora. Gli anni che ho passato a Tokyo li ho fatti da reclusa qua dentro, non conosco nessuno, a parte voi. Ma almeno voglio ritrovare un po’ di dignità per me stessa. Se le cose dovessero mettersi male, magari me ne ritorno in Cina e mi cerco un bravo ragazzo di campagna. Proprio quello da cui sono fuggita! – aggiunse ridendo.
– E quel lavoro, quelle feste con quelle persone ricche?
– Lo continuerò per un po’, magari fino all’estate prossima, per mettere via un po’ di soldi. Poi lascerò anche quello. Voglio essere libera e là dentro mi sento ancora più schiava di quanto lo sia qui.
– Sei fortunata, hai almeno una via d’uscita, tu.
Koko si fece pensierosa. Le venne un’idea così, istintiva. Temette di pentirsi nel momento stesso in cui la diceva a Lú yǐn, ma poi si fece coraggio.
– Vieni via con me. Con quello che guadagno posso aiutarti almeno per un anno. Possiamo andare a stare insieme, pagherò io l’affitto e le spese per il primo anno. Così potrai guadagnare di più con un lavoro normale. Andiamo a fare le commesse, le cameriere, qualsiasi cosa che ci permetta di fare un lavoro che non sia questo schifo.
Lú yǐn sorrise, ma si vedeva che era titubante e che pensava solo che l’amica si fosse lasciata trascinare dalle emozioni del momento.
– E se dovessi cambiare idea? Finirei a fare la fame. Come mi pago tutte le spese con un lavoro normale? Sai che mando anche i soldi a casa.
– Non cambierò idea, perché dovrei farlo? Ci conosciamo da anni, lo sai come sono fatta. Hai la mia parola. Pensaci. Se vuoi, prenditi del tempo, non dico che tu debba farlo subito. Ti chiamo nelle prossime settimane.
Poi abbracciò Lú yǐn e se ne andò senza pronunciare altre parole.
Tornando verso casa sentiva un gran senso di liberazione, ma anche di angoscia. Sapeva che stava rischiando. E se non avesse trovato un lavoro con un guadagno sufficiente a coprire le spese? E se le serate di Suzuki e Minamoto fossero cessate così, all’improvviso? Non avevano obblighi nei suoi confronti. Tutto si basava su un capriccio di quei ricconi. Il cosiddetto contratto era carta straccia, serviva solo a vincolare le ragazze e a prenderle in giro. D’altra parte, se l’era sempre cavata, lo avrebbe fatto anche stavolta.
“Me ne sono andata che ancora ero una ragazzina e ho sempre fatto tutto da sola.” – pensò per farsi forza. – “Lo farò anche adesso che sono tanto più adulta e so come va il mondo”.
Decise di non pensarci più. Avrebbe lasciato passare qualche settimana e poi sarebbe tornata da Lú yǐn. Doveva convincerla. Non riusciva ad accettare l’idea di lasciarla lì dentro ancora per anni, consumata da quella vita.
Il giorno dopo il bel tempo su Tokyo contribuì ad alleggerire il suo umore. Cercò di non pensare alle serate di Shinjuku e a tutto quello che si portavano dietro. Solo per un momento si ricordò della promessa fatta a Suzuki: sarebbe tornata a trovare Usagi-chan. Due giorni dopo mantenne la parola.
Capitolo ottavo
L’antro di Minamoto
Grazie all’affetto possessivo della madre, Minamoto Takeshi aveva potuto continuare a vivere a suo piacimento alle spalle della famiglia, anche ora che si avvicinava ai trent’anni.
Il padre, uomo ricco e poco interessato alla vita del figlio, aveva ceduto alle insistenti richieste della moglie. L’aveva sposata anni prima unicamente per la sua bellezza, ma non l’aveva mai considerata una persona capace di prendere decisioni autonome, ritenendola in definitiva debole di carattere e trattandola egli stesso come se fosse una bambina.
Da lui Minamoto aveva ereditato il carattere, mentre dalla madre aveva preso i lineamenti delicati che durante l’infanzia lo avevano reso un bel bambino. Col tempo, però, il suo disordine alimentare aveva alterato quell’aspetto.
Ufficialmente lavorava nell’azienda di famiglia, ma il padre gli aveva fatto capire chiaramente che non aveva bisogno del suo contributo e che non desiderava averlo tra i piedi. Avrebbe ricevuto comunque un sostegno economico considerevole. In cambio doveva soltanto evitare scandali e problemi per il nome della famiglia.
Conosceva bene le inclinazioni del figlio. Alcune, in fondo, non gli erano completamente estranee: anche lui aveva sempre considerato certi eccessi come piccoli piaceri da concedersi con discrezione, per rendere più sopportabile l’esistenza. Ciò che non riusciva ad accettare era che per il figlio fossero diventati il centro della sua vita.
L’altra condizione per continuare a ricevere il sostegno economico era semplice. Entro qualche anno avrebbe dovuto sposarsi e dare alla famiglia un erede. L’educazione del futuro figlio, però, sarebbe stata affidata a lui, al nonno.
“Prenditi una donna. Che sia bella è sufficiente. Che altro serve per mettere al mondo un figlio?”, gli aveva detto senza ammettere repliche.
Pensando a Minamoto figlio, però, non si deve pensare a uno di quegli individui chiusi in casa per la maggior parte della vita, schivi e incapaci di stare con gli altri. Minamoto era l’esatto contrario. Sapeva parlare, era brillante in pubblico, aveva una battuta pronta per ogni occasione e una sicurezza di sé che sconfinava rapidamente nell’arroganza.
All’inizio poteva persino risultare divertente. Aveva una lingua tagliente e un’intelligenza vivace. Ma dopo pochi minuti accanto a lui compariva una sensazione difficile da spiegare, un disagio sottile, che col tempo diventava inquietudine e poi paura.
C’era qualcosa, nel modo in cui guardava gli altri, che rendeva impossibile sentirsi davvero a proprio agio. La parte inferiore del viso sorrideva, ma gli occhi sembravano appartenere a un’altra persona. Vi si leggeva spesso un disprezzo freddo per chi aveva davanti. Le pupille, nere come l’inchiostro, apparivano dilatate e immobili.
Anche la sua corporatura contribuiva a creare quella sensazione di minaccia. Non era soltanto un uomo arrogante, era una presenza imponente che metteva a disagio chiunque gli stesse vicino.
La sua vita sociale era dunque vivace e indaffarata. Minamoto frequentava ambienti diversi, partecipava ad attività di beneficenza e sosteneva economicamente alcune iniziative pubbliche, costruendosi con cura l’immagine di una persona rispettabile. Investiva denaro in vari settori, soprattutto nel mondo dell’intrattenimento. Anche lì, però, il suo interesse era tutt’altro che disinteressato. Tra le giovani aspiranti idol cercava nuove ragazze da coinvolgere nei suoi giochi. Perché quei “giochi” erano il vero centro della sua esistenza.
Il padre gli aveva acquistato un appartamento di lusso in un quartiere elegante, ma sufficientemente lontano dalla casa di famiglia da non doverlo vedere continuamente. Quel figlio, in fondo, gli provocava disgusto, e spesso si rimproverava di aver avuto soltanto lui.
Comunque, Minamoto figlio se la spassava senza troppi pensieri nella sua bella casa. In questo luogo aveva inoltre ricavato uno spazio molto particolare. Un luogo segreto, dove si accedeva solo attraverso una di quelle porte nascoste da un mobile appositamente progettato. Non che volesse nascondere chissà che cosa là dentro, semplicemente si compiaceva di possedere un posto di quel tipo. Era un altro aspetto del suo temperamento infantile. Anche quando esercitava il proprio potere sugli altri, in fondo, sembrava inseguire il piacere semplice e capriccioso di un bambino viziato.
Tanto più il resto dell’appartamento era sobrio, impostato su un gusto di minimalismo internazionale, tanto più quell’antro segreto, discretamente ampio, appariva colmo di oggetti strani, inquietanti, quasi perturbanti: animali impagliati, statue di celebri assassini del cinema americano, stampe di film splatter e, ovunque, fotografie di ragazze legate realizzate da noti fotografi giapponesi.
Tra queste ultime, amava in particolare le opere di Nobuyoshi Araki. Quelle immagini esercitavano su di lui un fascino profondo e ambiguo: la combinazione tra bellezza, vulnerabilità e sottomissione risvegliava in lui un’eccitazione che spesso cercava poi di trasferire nella realtà, trasformando il desiderio in un bisogno di possesso.
Alcune copie erano appese alle pareti del suo angolo segreto. Una di queste, in bianco e nero, ritraeva una ragazza nuda legata con le braccia dietro alla schiena, sdraiata a terra, con le gambe sollevate in una posizione apparentemente naturale. Quello sguardo, allo stesso tempo distante e provocatorio, turbava Minamoto ogni volta che lo incrociava.
Un’altra immagine dello stesso autore mostrava invece una ragazza con indosso una divisa scolastica alla marinara, legata e sospesa con corde dal soffitto. Era proprio quel contrasto tra innocenza apparente e violenza simbolica ad attirarlo maggiormente.
Le pareti dell’antro erano ricoperte anche di opere giapponesi. Minamoto le aveva scelte una a una, negli anni, fino a costruirsi una collezione raffinata. Non era un collezionista nel senso comune del termine, rincorreva sempre lo stesso immaginario e, quasi senza accorgersene, aveva finito per educare anche il proprio sguardo.
Tra le immagini comparivano diverse stampe shunga e alcune opere di Kobayashi Eitaku. Gli piaceva soprattutto quel contrasto tra l’eleganza dell’ukiyo-e e la presenza improvvisa di qualcosa di assurdo, animalesco, disturbante. Sopra uno dei divanetti era appesa la riproduzione di una giovane donna in kimono, accovacciata, con la veste sollevata, mentre una talpa spuntava dal terreno per osservare le sue parti intime.
Poco più in là iniziava il mondo di Saeki Toshio. Demoni, corpi mutilati, scene di violenza e desiderio si rincorrevano sulle pareti. Una stampa mostrava una donna demoniaca intenta ad addentare un uomo legato a un palo, mentre sullo sfondo un demone rosso ne divorava un arto. Quasi nascosto nel caos dell’immagine, un dettaglio attirava ogni volta lo sguardo di Minamoto: la mano della donna posata sul sesso della vittima, ancora in erezione.
L’illuminazione fioca rendeva l’ambiente ancora più opprimente. Minamoto conduceva qui le sue “amiche”, aspiranti idol conosciute durante i casting, ragazze abbordate nei locali, o prostitute chiamate per soddisfare i suoi capricci. Le accompagnava lentamente attraverso quell’antro, osservandone le reazioni con un divertimento quasi infantile. Ogni esitazione, ogni sguardo impaurito, sembrava procurargli un piacere particolare.
– Questo, per esempio, mi è costato un capitale. – disse indicando un manichino alto quasi due metri che riproduceva alla perfezione un celebre assassino del cinema horror americano, con la maschera da hockey e un grosso machete stretto nella mano. – È una cosa un po’ puerile, ma io la trovo molto poetica.
– Poetica? Ma è spaventosa! – esclamò una ragazza, facendo istintivamente un passo indietro.
Minamoto rise di gusto.
– Tranquilla, è tutta scena.
Quella stessa ragazza, qualche ora più tardi, uscì dall’appartamento in lacrime. Lo accusava di averla terrorizzata e di averla trattata con una violenza durante i rapporti. Minamoto, per tutta risposta, la colpì con un calcio che la fece ruzzolare sul pavimento. Poi l’aveva spinta fuori, ancora mezza svestita, insultandola e accusandola di non aver rispettato gli accordi.
L’aria stagnante impregnava ogni cosa. Minamoto puliva raramente quella stanza e cambiava ancora più di rado i rivestimenti dei divani e dei tappeti. Quei tessuti sembravano aver assorbito qualcosa di tutte le donne passate di lì, fino a diventare parte integrante dell’odore stesso dell’antro.
Qualche volta si ubriacava là dentro fino a perdere conoscenza. Rimaneva solo per ore, a volte per intere giornate, in mezzo a quella stanza soffocante, parlando con se stesso, rotolandosi sul pavimento e maledicendo suo padre.
In quei momenti lasciava spazio alle fantasie più oscure. Immaginava le mani strette intorno alla gola della ragazza coniglio o della cinese dai capelli biondi, fino a quando quelle figure non smettevano di opporre resistenza.
A volte, nei suoi deliri, compariva anche Suzuki. Era lì ad assistere, divertito, e gli diceva che finalmente aveva capito. Minamoto era il vero maestro. Si scusava per aver cercato di porgli dei limiti, ammetteva di aver sbagliato e riconosceva che solo lui aveva compreso come dovessero andare le cose.
Suzuki, tuttavia, non era affatto l’uomo che Minamoto immaginava nei suoi deliri. Era freddo, capace di vedere i rischi di quella vita e di prendere le precauzioni necessarie. Non era la voce della coscienza che lo fermava, ma piuttosto il confine pratico oltre il quale tutto sarebbe diventato troppo pericoloso.
Eppure Minamoto, forse proprio perché lo amava e lo odiava allo stesso tempo, aveva bisogno di attribuirgli un ruolo diverso. Nelle sue fantasie Suzuki diventava colui che un giorno avrebbe finalmente compreso la sua visione.
Una volta si svegliò sul pavimento, distrutto dalla stanchezza. Si accorse di essere rimasto lì per quasi dieci ore, immobile, tra il sonno e lo svenimento, dopo gli eccessi della notte e chissà quali sostanze ingerite.
Dopo quelle ore trascorse nella sua tana, dopo il delirio e la solitudine, Minamoto tornava alla vita di sempre. Ritornava in mezzo alle persone con la stessa frenesia con cui poco prima le aveva disprezzate. Le guardava, le ascoltava, sorrideva loro, ma dentro di sé rimaneva qualcosa di oscuro, un fastidio che non riusciva a placare.
Gli sembrava di odiarli tutti, quegli uomini e quelle donne tra cui era costretto a muoversi. Poi però anche quell’odio gli appariva troppo nobile, troppo intenso per essere sprecato su esseri così insignificanti. Non valevano nemmeno il suo odio, quegli scarafaggi.
***
Nell’infanzia, Minamoto era stato quello che si può definire un bel bambino. Verso la fine delle scuole elementari, però, il suo rapporto con il cibo cominciò a cambiare. Mangiare divenne lentamente uno dei pochi modi che aveva per riempire un vuoto che non sapeva nominare.
La madre, che pareva adorarlo, lo trattava soprattutto come un oggetto grazioso da mostrare, più che da accudire.
Il padre, invece, era quasi sempre assente. Quando si occupava del figlio, lo faceva con la rigidità di chi deve rispettare un dovere, più che con il calore di chi cerca un rapporto. Si preoccupava soprattutto che la famiglia mantenesse la propria immagine.
L’aspetto del piccolo Minamoto cambiò in pochi mesi, causando anche lo scherno dei compagni di scuola che iniziarono a chiamarlo grassone e a prenderlo di mira.
Quei piccoli persecutori, però, non avevano considerato il carattere di Minamoto. Per le prime settimane sembrò sopportare quelle angherie in silenzio. Non reagiva, non protestava, non cercava aiuto. Aspettava.
Quando ritenne arrivato il momento, la prima cosa che fece fu procurarsi una bottiglia di vetro e spaccarla in testa a uno dei bambini che lo avevano insultato.
Una mattina si avvicinò con un sorrisetto al suo aguzzino che si trovava nel campo della scuola. Anche l’altro lo guardò con il solito scherno, preparandosi a una nuova canzonatura. Non fece in tempo.
Minamoto tirò fuori la bottiglia nascosta dietro la schiena e colpì con precisione. Nelle urla generali, il ragazzo si portò le mani alla testa, da cui il sangue iniziò a scorrere copioso, e cadde a terra privo di sensi.
Minamoto sorrise. Si guardò intorno, cercando gli altri compagni che erano soliti prenderlo in giro. Poi si avvicinò lentamente ad un gruppetto.
– I prossimi siete voi.
Quelli indietreggiarono senza dire nulla. Da quel giorno nessuno osò più rivolgergli una cattiva parola. Le canzonature finirono per sempre.
Le conseguenze avrebbero potuto essere pesanti, tanto per il ragazzino colpito alla testa quanto per il destino del giovane Minamoto. Il padre dovette fare un’ingente donazione alla scuola, alla famiglia del ragazzo ferito e, a quanto pare, anche ad altri soggetti coinvolti nella vicenda. Tutto per mettere a tacere la questione.
Il ragazzino portò i segni sulla testa per molto tempo, ma per fortuna non ebbe altre conseguenze gravi. Per settimane, però, ebbe incubi ricorrenti. Nel sonno rivedeva quel sorriso di Minamoto mentre la bottiglia scendeva verso di lui.
Per quell’anno Minamoto rimase nella stessa scuola, ma l’anno successivo si trasferì. I suoi buoni risultati scolastici e il peso della sua famiglia fecero sì che la vicenda venisse rapidamente dimenticata.
La sua infanzia, tuttavia, era fatta anche di piccole ferite che per lui assumevano dimensioni enormi.
Si era innamorato un paio di volte di due compagne di scuola. La prima lo aveva respinto in malo modo, dicendogli che aveva paura di lui. La seconda, invece, era stata soltanto timida e distante, ma Minamoto aveva letto in quella distanza un atto di superbia.
Quel bambino pieno di rabbia aveva allora cominciato a farsi del male in segreto, facendo attenzione che nessuno se ne accorgesse. E, già allora, aveva iniziato a immaginare vendette terribili contro quelle bambine che avevano avuto il solo torto di non desiderarlo.
Erano episodi insignificanti per chiunque altro. Per lui, invece, diventavano ferite impossibili da dimenticare.
***
– Come mai questo cambio di programma? – gli chiese Suzuki una sera.
– Quella bestiolina mi piace troppo… la vorrei tutta per me. – ribatté Minamoto, strofinandosi le mani.
Suzuki si rabbuiò.
– Minamoto-kun, lo sai che dobbiamo evitare in ogni modo i guai. Ne va della nostra vita.
– Posso prometterti che non esagererò.
– È proprio la tua promessa a non convincermi. A volte esageri anche davanti a decine di testimoni. Non devi fare troppo male alla ragazza. E se chiede di andarsene, la lasci andare. Hai capito?
Minamoto scoppiò a ridere.
– Facciamo così… ogni tanto vieni tu a vederla.
– E come la mettiamo con quella specie di cane da guardia? Quel fidanzato che ogni tanto si presenta alle serate per controllarla?
– Gli diremo che è sparita. Che non sappiamo dove sia.
– Andrebbe subito alla polizia.
Minamoto rimase un istante in silenzio.
– A questo non avevo pensato. Beh… la coniglietta dovrà essere d’accordo, no? Le farò chiamare il fidanzato. Gli dirà che per un po’ non si farà sentire e che non deve preoccuparsi. In fondo è stata lei a presentarsi da noi. Secondo me le piace quando le fai male. Quella è completamente pazza.
– Queste sono fantasie tue. Avrà le sue ragioni per vivere a quel modo, e sinceramente non mi interessano. Comunque puoi provare. Ma se questa storia ci crea anche un solo problema, la coniglietta se ne va. Immediatamente. Intesi?
Minamoto si accarezzò il mento.
– Mi preoccupa più la cinese. Si è affezionata alla coniglietta. Vorrà sapere dov’è finita. Le hai viste? Sono sempre insieme.
– Anticiperemo qualcosa a Koko. Ma ascoltami bene, non voglio mine vaganti. Neppure una domanda da parte di un poliziotto. Tu puoi vivere nel tuo mondo, io no. Non ho alcuna intenzione di rovinarmi per un tuo capriccio. Il giorno dopo ne parlerebbero tutti i notiziari. I miei nemici aspettano solo questo.
– Allora sai cosa ti dico? Se la cinese vuole venire a trovare l’amica, mi divertirò anche con lei.
Per qualche secondo calò il silenzio. Fu Suzuki a romperlo cambiando argomento.
– Ti diverti ancora a spaventare le ragazze prima di scopartele? A fargli credere che potresti ammazzarle? A fare la parte del fuori di testa?
Minamoto rise di gusto.
– Una, dopo un po’ che era là dentro, piangendo mi ha supplicato di non ucciderla. L’ho presa da dietro, le tiravo i capelli e le dicevo che, se fosse rimasta zitta fino alla fine, sarebbe uscita viva. Non ha più fiatato. Alla fine le ho detto che erano tutte fantasie sue. Che da me si scherza. Che lo faccio per divertirmi e poi le tratto bene.
Scoppiò di nuovo a ridere.
– Sei una scheggia impazzita, Minamoto. È questo che mi preoccupa. Da solo sei completamente fuori controllo.
– Però sono anche quello che ti ha insegnato il piacere vero. Altrimenti avresti passato la vita con puttane da quattro soldi, facendo cose banali e recitando la parte del fidanzato premuroso. Io ho visto subito quello che avevi dentro e l’ho tirato fuori. Dovresti ringraziarmi. A proposito… come sta la dolce Miku-san?
– Sta bene. Ma comincia a esserne stanca. Finge ancora di credere che io sia sempre via per affari.
– È il prezzo da pagare se vuoi continuare a fare l’uomo per bene. Io quella commedia l’ho mandata al diavolo. Ma Miku-san non rinuncerà mai al nido dorato che le hai costruito. Potresti perfino farle vedere quello che facciamo durante le serate. Finché la sceneggiata regge, lei continuerà a crederci.
Una volta chiarita la questione di Shizuka, la conversazione scivolò su altro. Minamoto tornò a parlare delle idol. Era convinto che quel settore avrebbe presto fruttato molto denaro e si era ormai persuaso di poter diventare un produttore affermato.
– Forse, quando avrò fatto abbastanza soldi, quel fottuto bastardo di mio padre smetterà di guardarmi come uno scarafaggio. Fare soldi non è così difficile come vuole farmi credere.
Il trasferimento di Shizuka, però, non andò liscio come avevano previsto. Koko si mise di traverso subito, proprio come Minamoto aveva immaginato.
– Il corpo di Usagi-chan finirà abbandonato in qualche fosso, se la consegni a quello psicopatico senza nessuno che lo tenga d’occhio. – disse a Suzuki mentre lui le consegnava il compenso.
– Mi ha assicurato che non farà niente di diverso da quello che fa qui.
– Allora perché portarsela via?
– Koko-chan, non fare i capricci. Non ho intenzione di fare da balia a Minamoto e le sue perversioni non mi interessano. Probabilmente lo eccita l’idea di tenerla tutta per sé, in gabbia. Ma sai bene che a me interessa soltanto che tutto fili liscio. Ti permette di andare a trovarla quando vuoi, ma…
– Ma?
– Ma se vai da lui, quelle visite saranno considerate lavoro. Esattamente come durante le nostre serate.
– Insomma devo assecondarlo. Mi pagate anche per questo, giusto?
Koko sospirò.
Poi chiese di vedere Shizuka, che abitava ancora lì, nello stesso piano, nelle stanze che le avevano riservato.
– Passando poco fa l’ho vista uscire dalla vasca. Vai pure. Sarà contenta di vederti.
Capitolo nono
Bambole di pezza
Dopo qualche giorno Joe ricevette la notizia che Minamoto aveva chiesto a Shizuka di trasferirsi da lui, ottenendo il consenso della ragazza. Non avrebbe più partecipato alle feste notturne da Suzuki, ma, in sostanza, per lei cambiava ben poco. Alla scadenza degli accordi mancava ancora molto tempo e questo significava che Minamoto avrebbe avuto la coniglietta tutta per sé.
Fu Koko a parlargliene per prima, ma poco dopo lo chiamò la stessa Shizuka. Aveva una voce serena e, come sempre, quella conversazione assunse quasi subito un tono surreale.
– Non preoccuparti. Minamoto non mi farà del male.
Joe non riusciva a capire da dove le venisse una certezza simile.
Shizuka aggiunse che Koko sarebbe andata a trovarla ogni tanto. Lo disse come se bastasse quello a rassicurarlo. Joe tornò a domandarle, quasi supplicandola, perché continuasse a scendere sempre più in fondo a quella storia. Lei gli rispose con le solite frasi difficili da afferrare: parole spezzate, discorsi sul dovere di stare vicino a chi ha bisogno di noi, immagini che sembravano appartenere a un mondo tutto suo. Ancora una volta Joe rinunciò a capire.
Qualche tempo dopo, quando Shizuka era già da Minamoto, fu Koko a telefonargli. Gli disse che stava bene. Aveva perfino controllato il suo corpo e non aveva trovato segni di percosse né altre tracce di violenza. Anzi, Shizuka le era sembrata serena, perfino allegra.
“Che magra consolazione”, pensò Joe, “in tutta questa storia assurda.”
La routine delle feste di Shinjuku continuò come se niente fosse, anche dopo che Shizuka se n’era andata. L’ultima volta che Joe partecipò a una di quelle nauseanti serate, gli chiesero di restare almeno in biancheria intima, per non sembrare un guardone e non guastare l’atmosfera che si era creata tra gli invitati. Tutto gli apparve assurdo, ridicolo e crudele allo stesso tempo.
Qualche tempo prima che la coniglietta si trasferisse da Minamoto, venne fuori che una delle nuove ragazze era stata una ex compagna di scuola proprio di Shizuka. Anche Joe si ricordò di lei, dopo un po’. Nello scorgerla, fin da subito aveva avvertito un senso di familiarità, ma cercando nei ricordi non era riuscito inizialmente a trovare un nome da associare a quel viso. Poi, quando già non pensava più a lei, gli venne in mente tutto, all’improvviso. Era Hina.
Ai tempi della scuola era stata una delle compagne che più si accanivano contro Shizuka. Le piaceva umiliarla. Ogni scherzo riuscito le accendeva sul viso un sorriso soddisfatto, quasi feroce.
Quella sera, invece, Hina arrossì appena incrociò lo sguardo di Joe. Poco dopo riconobbe anche lui. In fondo erano passati solo pochi anni, avevano tutti ancora i lineamenti di allora, appena cambiati dall’età.
Parlando con Joe, abbassò gli occhi.
– Forse siamo state troppo cattive, in quegli anni. – disse piano. – Forse Tanaka-san era davvero malata e avrebbe avuto bisogno di compassione, non dei nostri stupidi scherzi.
Joe le chiese come fosse finita in quel giro, ma Hina liquidò la domanda con poche frasi vaghe. Era evidente che si vergognava. Non tanto di essere stata riconosciuta, quanto del fatto che dei vecchi compagni di scuola avessero scoperto come si guadagnava da vivere. Il fatto che anche loro si trovassero lì non rendeva la cosa meno umiliante.
Joe venne a sapere che, qualche anno prima, la vita di Hina era cambiata all’improvviso. Suo padre si era gettato sotto un treno, nei pressi di Shinagawa. Dopo quel suicidio la ragazza aveva smesso di frequentare l’università, si era chiusa in casa per mesi e, quando ne era riemersa, aveva cominciato a trascinarsi in una vita sempre più disordinata, fino a finire lì dentro.
Da psichiatra, Joe cercò istintivamente di mettere in fila gli eventi. Poi si accorse che la mente umana non obbediva quasi mai a spiegazioni così semplici.
I diavoli di Shinjuku le fecero superare in fretta l’imbarazzo. La fecero bere fino a stordirla; forse le diedero anche qualcosa d’altro. Poi cominciarono a passarsela tra loro, con esibita violenza, come fosse una bambola di pezza, un giocattolo senz’anima. Joe provò un senso di nausea.
Per un istante Hina alzò gli occhi verso di lui. Lo guardava, eppure sembrava fissare qualcosa che stava molto più lontano. Sul volto le era rimasto un sorriso innaturale, rigido, come incollato. Quell’espressione gli fece più paura di qualsiasi grido.
Per distrarsi da quell’immagine, Joe si disse che almeno per quella sera Usagi-chan sarebbe stata lasciata relativamente in pace. Solo un vecchio maiale si era avvicinato alla gabbia. Quando vide l’uomo afferrare la testa di Shizuka per farne ciò che voleva, uscì dalla stanza e si rifugiò a lungo nel bagno, aspettando che tutto finisse. Non voleva assistere a quella scena. Temeva di reagire d’istinto e mettere in pericolo lei e se stesso.
Una volta chiusa la porta alle spalle, si sentì male. Vomitò per la rabbia e lo stress, poi prese a pugni la porta con tanta forza da mettere in allarme gli uomini di Suzuki. Entrò per primo uno dei buttafuori. Si guardò intorno, non vide nulla e uscì senza dire una parola.
– Che succede? – domandò invece, poco dopo, Nakashima da dietro la porta.
– Tutto bene, tutto bene.
Seguì qualche secondo di silenzio.
– Fatti coraggio. Nessuno le farà del male. È solo sesso, in fondo. – disse Nakashima, intuendo il motivo di quella reazione. – La tua Shizuka è tornata nella gabbia. Se vuoi puoi rientrare.
Minamoto, invece, sembrava attraversato da un’eccitazione insolita. Ogni tanto passava davanti alla gabbia di Shizuka e le rivolgeva qualche parola oscena, ma per il resto la coniglietta rimase nella sua piccola prigione, senza che nessuno la costringesse a uscirne.
***
Quella stessa sera Koko scoprì particolari inquietanti sulle serate di Shinjuku. All’inizio, vedendo quello che succedeva durante gli incontri, aveva provato sollievo, pensando che tutto sommato non si trattasse di qualcosa di realmente pericoloso. Ma avrebbe dovuto ricredersi.
La fama di pericolosità di quel gruppo di persone era più fondata di quanto avesse immaginato. Era semplicemente rimasta nascosta fino a quel momento, coperta da un’apparenza più accettabile.
L’occasione per capire qualcosa in più arrivò per puro caso. Koko, andando al bagno, incrociò una ragazzina dagli occhi pesti e il naso rotto mentre entrava in una stanza, piangendo. Allarmata, cercò la prima persona che avesse una certa autorità là dentro e trovò Nakashima, che provò a rassicurarla.
– Non ti preoccupare. Non è come sembra. Non è successo niente. Ma non posso darti troppi particolari, i capi si arrabbierebbero con me. Continua la tua serata e dimenticatene.
Ovviamente quella risposta non soddisfece per niente Koko. Non poteva semplicemente girarsi dall’altra parte quando vedeva qualcuno che aveva bisogno di aiuto. Era più forte di lei.
Tornata nella bolgia, cercò un’altra delle ospiti che ricordava di aver visto insieme alla ragazza dagli occhi pesti incrociata nei corridoi.
Si avvicinò gradualmente, con circospezione, cercando di non dare nell’occhio. Sperava che nessuno di quei maniaci le chiedesse di fare sesso, interrompendo così la sua ricerca.
Prima si nascose dietro due persone che si muovevano selvaggiamente sullo schienale di un divano, fingendo di partecipare alla scena, sorridendo ai due e facendo qualche carezza alla ragazza che stava sotto un vecchio grosso dall’espressione stupida. Poi si spostò verso il divanetto dove era seduta la ragazza che aveva individuato, una giovane dai capelli corti e l’aria annoiata.
– Ciao! Posso chiederti una cosa? – disse Koko avvicinandosi al suo orecchio.
Dovette alzare la voce, perché la solita musica sparata a tutto volume copriva ogni conversazione. La ragazza annuì, guardandola incuriosita.
– Ho visto quella tua amica, non so come si chiama. Era tutta pesta! Il sangue che le colava dal naso, un occhio nero. È terribile! Dobbiamo scappare di qui e chiamare la polizia, forse?
– No, no! Non fare una cosa così, è pericoloso! – disse quella scuotendo le mani, allarmata dal proposito di Koko. – Questo è… questo è solo “il giorno del massacro”.
– Giorno del massacro? E che diavolo significa? Non ci avevano detto che non avrebbero fatto male a nessuno?
La ragazza le fece segno di aspettare. Si alzò, andò verso i tavoli dove erano disposti cocktail di ogni tipo e prese due bicchieri. Tornando indietro, fece cenno a Koko di seguirla in un angolo un po’ più appartato. Lei intuì che fosse un modo per non attirare troppo l’attenzione.
– Ti pagano tantissimo. E non ti rompono le ossa. Al massimo il naso, le labbra o ti fanno gli occhi neri. La prima volta è dura, ma poi, se sai cosa ti aspetta, reggi meglio. C’è un tale, un industriale più ricco di Minamoto e Suzuki messi insieme, che adora massacrare le ragazze. Ma solo con il loro consenso, altrimenti non si diverte. Tutto questo dopo aver avuto rapporti con loro. Anzi, anche dopo che le ha ridotte così. Minamoto e Suzuki organizzano questi incontri per lui, è il loro… regalo. Penso che siano in affari insieme, che sia una specie di tentativo di corruzione.
Koko sgranò gli occhi e si portò una mano alla bocca, sorpresa e indignata.
– Ma è mostruoso! E chi si presta a tutto questo? Vuoi dirmi che quella ragazzina si è chiusa in una stanza con questo vecchio porco di sua spontanea volontà? Che si è fatta fare del male solo per assecondare le perversioni di quel tipo?
La ragazza annuì.
– Io non riesco a credere che esistano cose del genere. È disgustoso! E non riesco a credere che ci siano persone che accettano tutto questo.
– Yuka-san ha bisogno di soldi. Non conosci la sua situazione, è veramente difficile – rispose lei con un’espressione composta, parlando dell’amica e chiamandola per nome. – Non hai idea di quanto la paghino. Risolverà i suoi problemi in questo modo; e magari non la rivedremo mai più qua dentro. È un sacrificio che fa per tirarsi fuori dai guai.
Koko strinse i pugni dalla rabbia.
Cosa poteva spingere un uomo di mezza età a provare piacere nel colpire in pieno viso una ragazzina, e per giunta nel continuare ad abusare di lei prima e dopo? Quale piacere poteva mai esserci nel vedere un volto giovane deturpato dai colpi, nel sentire la paura e il pianto della vittima?
Quello non apparteneva più alla libertà di avere gusti eccentrici. Era qualcosa di diverso, qualcosa che superava il limite della semplice perversione.
– Scusami, sono sconvolta, – riprese Koko dopo qualche minuto di silenzio – io pensavo fosse tutto qui, che in fondo si accontentassero di quello che si vede adesso. Ma mi sbagliavo, a quanto sembra.
– No, non è tutto qui. Magari fosse così. Ma se starai qui tra noi il tempo sufficiente, ne vedrai di tutti i colori, come…
La ragazza parve titubante. Poi Koko si accorse che stava passando un tale, intorno alla cinquantina, che le fissò con un sorriso di plastica che la spaventò. Fortunatamente l’uomo fu distratto da una delle ospiti che gli allungò un bicchiere, a qualche metro da loro.
– Vuoi dire che esistono altre cose che fanno qua dentro, orribili come questa? – riprese Koko intuendo che la ragazza si era interrotta per timore di essere sentita.
– Vieni qui, facciamo finta di baciarci, altrimenti viene qualcuno a disturbarci e interromperci. – E dette quelle parole si avvicinò a Koko e prese a baciarle il collo e ad accarezzarle i capelli e una gamba per qualche minuto. Lei la lasciò fare, ma negli occhi aveva la scena di quella ragazza dal viso tumefatto e le lacrime agli occhi. Provò quasi un senso di svenimento.
Finita quella scena, la ragazza dai capelli corti riprese a parlare senza troppi preamboli.
– Ti fanno mangiare a sazietà, poi ti fanno bere degli intrugli, delle purghe di ogni tipo, amare da far schifo. Poi ti portano in questa stanza ricoperta di teli di plastica ovunque, per terra e sulle pareti. Là dentro ti fanno bere acqua calda in abbondanza. Spesso si trovano là dentro cinque o sei ragazze, tutte insieme.
Koko guardava perplessa la sua interlocutrice.
– Teli di plastica? E a cosa servono?
– All’improvviso, quasi come se tutte fossimo state programmate, ti viene da vomitare. Oppure ti prende un attacco di diarrea tremendo. Inutile resistere. Minamoto è lì che ti guarda, che ti riprende con una videocamera e se la ride e vuole che…
– Che schifo! Non vorrai dirmi che…?
– Sì, vuole vederci che ci facciamo addosso quelle cose, le une con le altre. Che ci vomitiamo addosso o che ci… ecco, che ce la facciamo addosso.
Koko vide quelle scene nella sua immaginazione e fu quasi presa anche lei da conati di vomito.
– Vedi allora queste ragazze che si aggirano intorno, barcollanti, – riprese l’altra – in questa stanza illuminata appena da qualche lampada di colore blu. La chiamano “la stanza blu”, infatti. Tra le gambe delle ragazze e sui loro corpi cola di tutto, e in pochi minuti c’è una puzza indescrivibile, acida, insopportabile! Feci e vomito ricoprono il pavimento e i corpi di tutte quante. E questo ti fa vomitare ancora e ancora, ti fa male tutto il corpo, senti le viscere che ti si contraggono. A un certo punto il naso e gli occhi ti bruciano, non capisci più niente, non ci vedi più. Qualcuna si accuccia in un angolo e si mette a piangere che vuole uscire. Ma devi stare almeno un’ora, là dentro. Prima non puoi uscire dalla stanza blu. Sono le regole. Se esci prima non ricevi il compenso e hai sopportato tutto per niente. Vale la pena farsi forza e resistere almeno per quell’ora.
Koko non sapeva più cosa dire. Doveva essere rimasta a bocca aperta a fissare il vuoto. Dopo la notizia che là dentro malmenavano selvaggiamente le ragazze, sentiva anche queste cose ripugnanti. Capì, allora, che c’erano come due livelli di organizzazione in quel posto: la parte accettabile, ordinaria, erano quelle feste a base di sesso, alcool e droga, che lei aveva pensato fossero il centro di tutto. E poi c’era un secondo livello, quello reale, nascosto, dove si facevano queste cose così incredibilmente disgustose e si assecondavano i desideri più estremi di ricchi industriali che in società apparivano persone rispettabili e persino filantropi.
– Sei stata anche tu nella stanza blu? – chiese infine Koko alla ragazza.
– Due volte. Il motivo è sempre quello… ti pagano bene. E io ho bisogno di soldi, altrimenti non sarei qui.
Le due sobbalzarono per un attimo vedendo che proprio in quel momento Minamoto passava davanti a loro. L’uomo le guardò col suo solito sguardo da predatore, ma continuò per la sua strada. Era nudo, in erezione e parlava tra sé e sé. Sicuramente alterato da qualche droga.
– Vado a prendere un altro cocktail, così sembriamo occupate davvero. – disse la ragazza alzandosi.
Si era allontanata da qualche istante, e in un attimo il suo posto fu occupato dall’uomo di mezza età che aveva guardato verso di loro, pochi minuti prima. Koko capì che il momento di intimità con l’altra era terminato. Molto probabilmente l’uomo voleva fare sesso con lei.
– Piacere, io sono Honda. – disse lui simulando una gentilezza come se si trovasse a un incontro di affari.
– Può chiamarmi solo Koko. Sono cinese e voi non riuscite a pronunciare i nostri nomi. – rispose lei accennando un inchino con la testa.
– Cinese? Abbiamo degli stabilimenti laggiù… Comunque, ho visto che eravate in confidenza, tu e la tua amica. E non ho potuto fare a meno di vedere la tua faccia, nell’ascoltarla. Sembravi quasi spaventata.
L’uomo aveva un’espressione rilassata, ma con un sorriso innaturale. La bocca sorrideva, ma gli occhi no. Sembrava una maschera di teatro Noh, resa ancora più spaventosa dalle ombre e dalle luci rosse dell’ambiente.
– No… niente di importante. – mentì Koko.
La ragazza di prima si era avvicinata ma, vedendo che Koko ormai era impegnata, se ne andò in un’altra direzione facendole un gesto di saluto.
Da quanto cominciò a dire l’uomo, si capì che aveva intuito di cosa stessero parlando le due prima del suo arrivo. O forse era capace di leggere il labiale e le aveva osservate bene.
– Queste cose che si fanno qua dentro, anche nelle stanze private, sono solo giochini da vigliacchi. – disse con voce calda e decisa.
La musica era più tranquilla in quel momento e la conversazione riuscì meglio tra i due.
– Da vigliacchi? Cosa significa? Mi sembra che non abbiate paura di niente qua dentro. – ribatté Koko con piglio deciso.
L’uomo rise. Fece poi cenno a una delle cameriere e quella, chinatasi e ascoltando la sua richiesta, aveva annuito e si era allontanata. In meno di un minuto era tornata e aveva portato a lui e a Koko due bicchieri con dentro un liquido azzurro.
– Tieni, dolce Koko, beviamo un po’ in compagnia.
– Grazie, Honda-san.
– Ti sbagli, sul fatto che queste persone non abbiano paura di niente… in realtà si perdono in giochi da bambini. Mi pare parlassi con quella tua amica della… giornata del massacro. Una cosa infantile, degna di Suzuki. Anche se lo fa per accattivarsi la benevolenza di quel tipo con cui è in affari. Anche io ho qualche affare in corso con lui, con la persona che si diverte a malmenare le adolescenti.
A quel punto Koko ne fu certa: quel tipo leggeva il labiale e sapeva cosa si erano dette. Non ebbe quindi remore a parlare più direttamente di quanto aveva appena sentito.
– Giochi da bambini? Massacrare delle ragazzine di botte non mi sembra esattamente un gioco da bambini, Honda-san! Poi, se tutti siete d’accordo, io mi arrendo. Non pensavo che gli esseri umani potessero arrivare a tanto.
Honda scosse la testa, ma sempre con quel suo sorriso da maschera.
– Koko-san, cara Koko-san, questo è un livello infimo di quello che l’uomo può fare a un altro suo simile. Non essere così ingenua, ti prego.
L’uomo si esprimeva in un linguaggio raffinato, quasi letterario.
– E cosa ci sarebbe di peggio? Certo, l’omicidio, forse.
– L’uccisione di un essere umano è solo la fine di un percorso… l’atto acquista il suo significato nel tempo che lo precede.
Koko si scostò istintivamente da Honda. Quell’espressione sardonica cominciava a metterla a disagio.
– Uccidere è un atto da vigliacchi, secondo me. – disse Koko pensando quasi ad alta voce. – Non di coraggio.
– È solo nella sofferenza e nel terrore prima della morte che ti infligge un altro tuo simile che vedi l’essenza reale del cuore umano.
– Mi scusi, Honda-san, ma non la seguo. Cosa significa?
– Parlo di ricerca, Koko-san, di ricerca. Capire l’uomo è capire come muore.
– E… lei ne sa qualcosa, forse?
– Vedi, per questo ribadivo la natura infantile di queste persone. Rimangono al di qua del limite. Non hanno il coraggio di andare fino in fondo. E non sto parlando, ovviamente, solo di banali uccisioni di esseri umani. Quelle avvengono tutti i giorni. Anche in questo momento, mentre io e te parliamo così amabilmente, da qualche parte sul pianeta stanno facendo saltare la testa a un neonato o infilzando una donna incinta con una baionetta. Succede dalla notte dei tempi. Tutti i giorni, in continuazione.
– Se però questo ci suscita orrore e paura, un motivo ci sarà, no?
– L’essere umano ama molto fare teatro delle sue emozioni. Prendi gli altri animali sul pianeta. Il grosso predatore uccide senza remore morali il cucciolo della sua stessa specie che può fare concorrenza alla sua discendenza. Pensi che ci sia quella ridicola indignazione che esibiamo noi nel sentire racconti di omicidi di innocenti? Fuori da questa finzione, è tutto più naturale.
In un angolo del salone si sentì ridere con gusto. Si era formato un capannello di persone, tutte nude e in piedi, radunate in semicerchio. Al centro, a terra, stava Shizuka. Da lì Koko non capiva cosa stesse succedendo, ma pareva che stessero vessando la povera ragazza con una nuova trovata. Anche Honda venne distratto da quelle risate scomposte.
– Prendi quella ragazza-coniglio, – disse indicando con la testa in quella direzione – lei è l’esatto opposto di quello che ti sto dicendo. Per questo suscita il mio disprezzo. La vedrei volentieri in quella stanza, dove malmenano le ragazzine. Se lo meriterebbe.
– Cosa intende dire, Honda-san? Conosce forse meglio Shizuka di noi?
– No, ma capisco le persone, a mio modo. Quella ragazza è in connessione con gli altri esseri umani in una forma che io e te non possiamo neanche capire. Noi la scambiamo per una qualche forma di idiozia mentale, ma è tutt’altra cosa. Là dove dovrebbe odiare questi pervertiti che la seviziano, li comprende. È come se entrasse dentro di loro. E questo non è solo ridicolo, mi fa persino montare la rabbia. Ma quando qualcuno le affonderà una lama in quella sua pancia bianca e delicata, cambierà idea. Quando starà per esalare l’ultimo respiro, capirà che non c’è niente da amare negli esseri umani. Amare cosa? E poi ti assicuro che anche per uno come Minamoto è irritante al massimo grado. Lui vorrebbe incutere terrore, ed invece suscita nella coniglietta solo tenerezza! – aggiunse con uno sguardo divertito. – Che imbecille, quel Minamoto!
Koko fu colpita dalla lucidità dell’uomo. Era combattuta tra la paura che le suscitava e il senso di realtà che le ispirava. In fondo loro stessi erano la dimostrazione di quello che diceva: come si potevano amare persone che compivano quegli atti così gratuiti contro altri loro simili?
– Ma la verità sta altrove… – continuò Honda – l’occhio di una ragazzina che sa che la strangolerai di lì a poco, per nessun motivo, senza rabbia da parte tua, così, gratuitamente, solo per divertirti. Ecco, lì… lì sta l’essenza di quello che siamo: attaccamento inutile alla vita, incapacità di comprendere che la mancanza di senso è ovunque. Che sceneggiata, la vita!
Koko sbiancò. Honda aveva assunto un’espressione così spietata, che le parve si stesse rivolgendo a lei, tanto più che nel pronunciare la parola “strangolare” aveva lanciato un fugace sguardo verso il suo collo. Lei istintivamente si era portata la mano alla gola, per coprirsi.
Honda stesso dovette accorgersi che si era intimorita, e ne fu divertito.
– Ma non avere paura, gentile Koko-san. Queste cose avvengono solo là dove possono rimanere impunite. Qui… il livello di divertimento è tutto diverso, più ordinario, diciamo. Nessuno osa oltre certi puerili limiti. Suzuki deve tenersi il suo rispettabile impero ben saldo. Minamoto è un cane sciolto, ma neppure lui li può superare certi limiti. Giocano a fare gli uomini senza inibizioni, ma sono pieni di blocchi mentali anche loro.
Lei, alla parola “ordinario” pronunciata da Honda, pensò al racconto della stanza blu e di quella orribile trovata della “giornata del massacro” e ne fu disgustata. Se quello era l’ordinario, rabbrividiva nel pensare cosa potessero fare quelle persone di straordinario, oltre a quelle nefandezze che l’angosciavano così. Dopo aver sentito quei racconti, sentiva un incredibile peso al petto.
La discussione poi languì, interrotta da silenzi prolungati. Koko temette che Honda le imponesse rapporti sessuali. Era inorridita dal solo pensiero di farsi toccare da lui. Non tanto perché l’uomo fosse sgradevole, non lo era più di tanti altri. Quanto perché ormai se lo raffigurava come un assassino e un torturatore compiaciuto. A chi poteva riferirsi se non a se stesso? Certo, forse aveva scherzato, forse si era preso solo gioco di lei, ma quel dubbio le rimaneva.
Honda, però, a un tratto si alzò, si inchinò e si allontanò senza dire altre parole. Forse il suo scopo era stato solo quello: divertirsi alle sue spalle perché anche quelle orgie gli erano venute a noia. C’era davvero dietro a quella facciata di festini sessuali dell’altro? Era davvero finita in un inferno senza saperlo? Non ci capiva più niente.
Due cameriere praticamente nude le passarono davanti spingendo la gabbia su ruote con all’interno Shizuka. Se l’erano passata per tutta la sera molti uomini, e il viso di lei dimostrava chiaramente che fosse provata da tutto quello sforzo e quelle angherie. Non si accorse neanche di Koko passandole davanti. Era una delle ultime sere in cui Shizuka partecipava ai festini di Shinjuku, prima del trasferimento da Minamoto.
***
Forse proprio a causa di una rabbia e di una frustrazione trattenute a lungo, i propositi di Joe di rassegnarsi a quanto vedeva succedere intorno a lui si scontrarono con una reazione emotiva incontrollabile.
Una sera, dopo le varie telefonate ricevute e dopo che gli era stata comunicata la decisione dalla stessa Shizuka, Joe si recò presso il quartiere di Shinjuku e pretese di parlare con Suzuki.
Dovette insistere a lungo, perché la lunga serie di segretarie da superare prima di parlare con il capo in persona oppose una grande resistenza.
– Spieghi meglio chi sono, per favore, e gli dica che è urgente! – disse quasi gridando a una donna che aveva avuto il solo torto di dire che Suzuki-san non poteva riceverlo in quel momento.
Joe non fece premesse di nessun genere e se ne infischiò delle formalità; non appena gli riuscì di trovarsi faccia a faccia con Suzuki fu come se gli argini di un fiume avessero ceduto. Non gli interessava assolutamente nulla di avere davanti uno degli uomini più potenti di Tokyo.
– Non puoi dare Shizuka a quell’animale!
Suzuki fece mente locale. Non era solito dare tutta quell’importanza alle persone che non gli servivano in quel momento. Poi inquadrò la storia.
– Mi pare che ti abbia rassicurato lei stessa e anche Koko si è presa la briga di informarti. – gli disse – Io non sono responsabile di quello che fanno loro. Non sono la balia di nessuno. Perché vieni a dirlo a me?
– Sei tu qui il capo! Basta un tuo cenno e anche Minamoto fa quello che gli dici. Digli di cacciare Shizuka da casa sua, altrimenti lei non se ne andrà. Quella ragazza non è normale, è mentalmente disturbata, lo volete capire o no? Siete degli essere spregevoli. Ma come fate a vivere a questo modo? Come fate ad approfittare della gente così?
– Esci da qui. Non abbiamo più niente da dirci. – ribatté l’altro, seccato da quel tono aggressivo – Ti ho già detto come stanno le cose.
La rabbia prese ancora di più in una morsa la mente di Joe. Si sentì come in quei sogni dove si fluttua in scenari indefiniti, avvolto dalla nebbia e dall’angoscia. Non poteva sopportare che Suzuki non provasse il minimo rimorso nel lasciare che un sadico come Minamoto seviziasse una ragazza disturbata come Shizuka.
Suzuki capiva perfettamente i pericoli, ma faceva finta di niente per non avere grane, era indifferente al destino altrui e disinteressato a quanto poteva o non poteva succedere di male al prossimo.
La paura di Joe che qualcosa di irreparabile potesse succedere era cresciuta nell’indagare con più attenzione sul passato di quei due. Stando ad alcune vecchie notizie di cronaca, un paio di anni prima un vecchio senzatetto li aveva accusati di aver rapito una giovane prostituta e di averla uccisa. Effettivamente, il corpo di una ragazza era stato rinvenuto in un parco, con segni di violenze e torture, quasi sotto i piedi del grattacielo dove si tenevano le feste. Ma non c’erano state prove di nessun tipo, né il minimo indizio che la ragazza avesse avuto a che fare con Suzuki e Minamoto. Persino le indagini più accurate, tracciando gli spostamenti della vittima con il telefono di lei, non avevano rivelato niente di sospetto. Ma questo non significava niente, pensò Joe. Quei due erano troppo intelligenti per commettere errori così banali. Avrebbero potuto benissimo vietare alla ragazza di portare il telefono con sé. Probabilmente, se Shizuka fosse sparita, avrebbero trovato il modo di mettere tutto a tacere, magari facendo fuori anche lui e tutti gli altri che potevano costituire un pericolo. Quelle rassicurazioni ripetute all’infinito sul fatto che non volevano problemi, che si divertivano solamente, gli suonarono come provocazioni.
Suzuki gli aveva appena intimato di uscire dal suo ufficio, che Joe si avventò su di lui improvvisamente. Lo prese per il bavero della giacca, prima gridando, e poi cercando di colpirlo. Ma aveva fatto male i suoi conti. Suzuki aveva una forza che a confronto lui sembrava un bambino. Il suo antagonista lo afferrò per le braccia, gliele torse e lo costrinse a girarsi; poi con un calcio assestato da dietro lo gettò a terra con estrema facilità. Joe, ruzzolato sul tappeto, si girò verso di lui con uno sguardo pieno di odio.
Sentiti i rumori della zuffa, entrarono di corsa due individui che dovevano fare le veci di guardie del corpo. Videro a terra l’ospite e capirono come erano andate le cose. Cominciarono a prenderlo a calci, anche sulla testa, finché Suzuki non ordinò loro di smetterla e di buttarlo fuori. Joe era già ferito e sanguinante.
– Non farti più vedere, – disse infine con voce calma – rivedrai la tua coniglietta a breve, scaduto il contratto la cacceremo via. E comunque, ormai non è più qui, ma da Minamoto. Non sono più affari miei. Sparisci!
Forse aveva sbagliato a reagire a quel modo. Aveva peggiorato le cose? Calmatosi, pensava che se fosse stato per Suzuki, forse quel gioco non valeva davvero la pena. Perché rischiare? Per semplice divertimento? Shizuka ai suoi occhi era una prostituta come le altre, solo un po’ pazza. Anche se era una squillo sui generis – e pure se nei fatti una squillo non lo era – quella singolarità non valeva il gioco.
Anche Suzuki doveva cominciare a seccarsi di quella faccenda. Tanto Joe quanto Koko erano ormai elementi di destabilizzazione, schegge impazzite potenzialmente pericolose. Se non fosse stato per quell’idiota di Minamoto, avrebbe semplicemente congedato tutti e tre, magari ammansendoli con una donazione in denaro, assicurandosi che non si mettessero a sparlare in giro di quanto avevano visto là dentro.
Ma conosceva troppo bene Minamoto. Ormai era ossessionato da Shizuka, non c’era modo di farlo desistere dall’idea di averla solo per sé per un po’ di tempo. Forse sperava che lasciando sfogare Minamoto con quella prigionia su misura, si sarebbe poi calmato. Oppure, era ancora la sua indifferenza che si tramutava in un’incompleta indolenza e apatia e lo spingeva passivamente verso quel pericolo, suo malgrado.
***
Koko lo chiamò di nuovo la settimana successiva. Anzi, dalla chiamata precedente non era neppure trascorsa una settimana. Joe si spaventò, pensò subito che fosse successo qualcosa.
– No, non preoccuparti. Shizuka sta bene. Ma volevo vederti di persona, chiederti alcune cose. Ho parlato a lungo con lei, in queste ultime settimane. – Koko fece una lunga pausa, imbarazzandosi per poi riprendere il suo discorso – Sai… lei… sì, è una persona straordinaria, Shizuka. Almeno, è quello che senti dopo un po’ che la conosci, e non sai neppure tu perché ti susciti quelle emozioni. Ma non capisco come faccia a condurre una vita del genere, ho bisogno di saperne di più e solo tu puoi aiutarmi. Se ho capito bene, la conosci da molto tempo.
– Me lo chiedo anche io come sia possibile, da anni, se lo vuoi sapere. Non so quanto potrò aiutarti su questo. Ma va bene, vediamoci. – le rispose Joe senza troppa convinzione.
Il tempo correva velocemente. Ormai non mancava poi così tanto alla fine del “contratto” di Shizuka, e quindi Koko, che sospettava che non l’avrebbe mai più rivista dopo quella scadenza, voleva saperne di più quanto prima sulla storia personale della sua nuova, strana amica.
“Forse vuole aiutarla in qualche modo. Che ingenuità!”, si disse Joe, ripensando alla telefonata. “Non ci sono riusciti l’affetto della famiglia e anni di specialisti, non ci sono riuscito io con l’aiuto del Grande Vecchio che per mesi ci siamo scervellati, come può riuscirci lei?”.
Koko gli chiese di incontrarlo, di raggiungerla là perché era esausta per la vita che conduceva e non avrebbe retto a scorrazzare per ore per la città. L’appuntamento era a un Kebab, a fianco del fiume Kanda, non lontano dalla stazione di Nakano Shimbashi, a pochi passi da dove abitava lei, gli spiegò.
– Io sto proprio lì, dall’altra parte della strada. – gli disse indicando un edificio grigio scuro a pochi metri da dove sedevano.
Una serie di tavolini di fianco al locale era posizionata all’esterno, dal lato del fiume. I due si sedettero lì per parlare più liberamente, tanto più che la giornata era fredda e gli altri, pochi clienti, erano tutti seduti all’interno.
Joe era di umore scuro, rassegnato, ed era intenzionato ad ascoltare, più che parlare. Era troppo stanco di usare sempre le stesse parole e sentire sempre la stessa sofferenza. Cosa avrebbe potuto dire di più di quello che già sapevano entrambi? Cosa sarebbe servito a Koko avere particolari degli anni passati della sua amica? E poi le solite cose: Shizuka era una bellissima ragazza, intelligente, un po’ fuori di testa. Dotata di una bontà ingenua che non apparteneva a questo mondo, ma fissata col dovere di vivere nel degrado più profondo per chissà quale convinzione di dover stare accanto ai mostri che ci vivono intorno. Il motivo di questa scelta di vita non era dato saperlo a nessuno con precisione, perché nessuno era mai riuscito a penetrare davvero nella sua mente. Questo era tutto quello che c’era da sapere su quella storia.
Dopo alcune domande iniziali, Koko finì piuttosto per raccontargli di come percepiva lei Shizuka. Questo confortava Joe perché gli suggeriva che non era il solo a desiderare di capire la vera natura di Shizuka, considerata quasi da tutti come una semplice mentecatta da commiserare. Koko doveva aver capito che per lui sarebbe stato difficile parlare di quelle vicende ancora una volta.
Ci furono molti silenzi nel corso della conversazione. Il cielo scuro si era trasformato in una pioggerella fitta e continua. Dopo una pausa più lunga delle precedenti, Koko riprese:
– So bene che siamo praticamente due estranee, che ci siamo conosciute solo da poco, ma provo già un grande affetto per lei, come d’istinto. Non so come spiegartelo. Non è pena, come quella che si prova per i dementi, ma è qualcosa di più simile all’affetto materno, anche se non sono madre. Viene voglia di stringerla e di proteggerla. Non ti nascondo che mi vergogno un po’ per queste cose che ti sto dicendo perché non le capisco neanche io. Quasi mi viene il sospetto di avere… non so, tendenze omosessuali? Mi sto innamorando di lei, forse? – Koko si mise a ridere divertita, ma poi tornò seria – Ti chiedi, poi, come sia possibile che quel candore, e insieme quella stranezza e quella sua lucidità, possano convivere in un’unica persona.
– I vostri cosiddetti amici, quelli dei festini, me lo hanno fatto notare che siete diventate molto affiatate. Ma non affezionarti troppo. Ne soffriresti per niente.
– Ricordi quella ragazza, la sua ex compagna di scuola? Anzi, la vostra compagna di scuola. Quella Hina? Beh, mi ha raccontato di essere stata molto cattiva con Shizuka, nel passato. Di averla molestata per mesi, in modo anche pesante. E lei cosa fa? L’ha consolata, l’ha trattata con umanità, le ha parlato più volte, e infine l’ha convinta a lasciare quel posto. Per fortuna, Suzuki e Minamoto non sanno che la causa della sua decisione è stata proprio Shizuka, o l’avrebbero punita, nel loro stile.
– Non penso che Shizuka preveda cose come il rancore o la vendetta. Per lei sono semplicemente inconcepibili. Capisce benissimo cosa siano, ma vive come se quei sentimenti fossero inesistenti.
– Mi spaventa che lei qualche volta guardi anche Minamoto così. Con comprensione, quasi con dolcezza. Un essere come quello suscita solo ribrezzo, non certo compassione. Figuriamoci dolcezza, poi!
– Se può consolarti, mancano quasi del tutto i presupposti per un masochismo patologico, diciamo così, classico, da manuale. E non ci sono neanche gli elementi per sostenere che sia affetta da qualche forma di patologia legata alla sessualità. Parola mia, di un… quasi psichiatra.
– La tua Shizuka mi ha detto che sei un medico o qualcosa del genere. Infatti, anche io non penso che provi piacere nel… insomma, diciamola tutta, nel prostituirsi, nel farsi trattare così. Ho anche seri dubbi che prenda un compenso per quello che fa, forse tu ne sai di più su questa faccenda. Piuttosto, ha quei suoi fini di cui mi parlavi una volta, soccorrere gli altri o qualcosa del genere. Ma ci crede davvero? Mi sembra una cosa talmente assurda!
Un cameriere si avvicinò e appoggiò l’ordinazione sul tavolino, interrompendo per un attimo i due.
– Ora che Shizuka si trova da Minamoto, mi sembra che stia facendo qualcosa di simile a quello che ha fatto con Hina, ma con un’altra ragazza che vive lì, con quell’uomo orribile. Sta tentando quella sua opera di persuasione indiretta. – riprese Koko – Questa ragazza è una povera drogata, scappata di casa, una disperata. Mi ha suscitato una gran pena. E Minamoto, ovviamente, ne ha approfittato di questa disperata. L’ha raccolta per strada, l’ha ripulita un po’. Le offre vitto e alloggio e sai già in cambio di cosa. Shizuka la consola, la coccola, l’ha fatta sorridere. Anche quella poveretta finirà per scappare da lì, convinta da Shizuka, e Minamoto si arrabbierà molto se lo verrà a sapere. In qualche modo, rovina i giochi di quei due depravati. Se ne accorgeranno e…
– Per fortuna manca poco alla fine di quella prigionia che si è autoimposta. Non so cosa accadrà, ma questa volta sono pronto a perdere il suo affetto e la sua amicizia: se dovesse decidere di prolungare la cosa, farò capire a quel Minamoto che è ora di lasciarla andare o andrò alla polizia. Ho messo in conto il rischio, ma ormai ne ho abbastanza. Rischio di impazzire anch’io, vivendo così.
– Hai tutto il mio sostegno. Non possiamo lasciarla oltre nelle mani di quella gente.
Capitolo decimo
La ragazza dai capelli viola
Qualche settimana prima dell’incontro tra Joe e Koko, Shizuka era arrivata nell’appartamento del suo carceriere con lo stato d’animo con cui si va a far visita a un amico che non si vede da tanto tempo. Sorrideva e si guardava intorno. Persino quando Minamoto le mostrò l’antro dove avrebbe dovuto alloggiare, non mostrò segni di grande inquietudine o paura. La cosa lo infastidì. Era sempre desideroso di spaventare le sue vittime e compiaciuto nel vedere il terrore negli occhi delle ragazze che si portava là dentro. Da quella paura traeva piacere; il sorriso di Shizuka, al contrario, gli fece andare il sangue alla testa. Pensò subito di punirla.
– Adesso devi fare il lavoro per cui sei stata assunta, – le disse prendendola per la nuca e facendola abbassare a terra. – entra nella tua gabbia. Stasera ci divertiremo insieme, ora ho un appuntamento importante.
Shizuka era tornata a essere subito “Usagi-chan”, chiusa nella sua gabbia. Anche se questa era rimasta aperta.
– A proposito, – aggiunse Minamoto prima di uscire – quella pezzente che sta lì nell’angolo non ha il permesso di parlare se non con me. Se lo fa, sa già cosa le aspetta.
Si sentì prima chiudere la porta del covo nascosto e dopo qualche minuto si chiuse anche l’entrata principale dell’appartamento.
Shizuka in un primo momento non aveva notato l’altra persona che si trovava lì dentro. L’ospite sconosciuta era avvolta completamente in una coperta, sdraiata su un divano poco lontano dalla sua gabbia, in un angolo e in penombra. Del resto, tutto l’ambiente si trovava in penombra, una condizione resa ancora più angosciante dalla presenza di lampade rosse che emettevano una luce fioca, qua e là. Il padrone di casa aveva proprio una predilezione per quel tipo di illuminazione, visto che la voleva vedere utilizzata anche durante le serate di Shinjuku.
Uscito Minamoto, l’ospite misteriosa si mise a sedere, ancora avvolta nella coperta. Prima spuntò la testa, poi parte del corpo emerse da quel fagotto. Doveva avere appena vent’anni, forse meno. Aveva i capelli tinti di viola che le arrivavano alle spalle, occhi sottili come quelli di una nomade delle steppe mongole, molto belli ed espressivi. Fissava Shizuka in silenzio. Il piercing che aveva sotto la bocca rendeva il suo broncio ancora più infantile.
– Non puoi parlare? – le chiese Shizuka dopo qualche minuto di silenzio in cui le due ragazze si erano studiate senza dire niente.
La ragazza scosse la testa con un’espressione che effettivamente ricordò a Shizuka quella di una bambina messa in punizione.
– Se lo fai, lui ti sente?
La ragazza fece un gesto con le mani come a dire che non lo sapeva. Erano controllate da videocamere o microfoni? Difficile dirlo, ma non c’era da stupirsi se un tipo come Minamoto avesse installato un sistema di sorveglianza, fosse anche solo per godere nel riguardare le registrazioni delle angherie che compiva sulle ragazze.
– Piacere, io mi chiamo Shizuka, e sono un coniglio. – disse ancora lei, non scoraggiata dall’impossibilità per l’altra di rispondere.
La ragazza emise un risolino dietro la mano, soffocato. Evidentemente, quell’affermazione così sciocca, pronunciata a quel modo, l’aveva divertita. Mimò il gesto delle orecchie sulla testa.
– Ti piacciono le mie orecchie? – chiese Shizuka toccandosele in testa. Poi aprì la gabbia e ne emerse per metà.
La ragazza annuì.
– Come ti chiami? Scrivimelo con le dita.
Quella annuì ancora, questa volta alzandosi e avvicinandosi alla gabbia. Si accovacciò lì vicino, e Shizuka vide che era vestita solo con la biancheria intima, piuttosto magra, ma con un seno prosperoso che risaltava particolarmente sul suo piccolo corpo. Shizuka notò ancora meglio i suoi occhi sottili e li trovò bellissimi.
La ragazza dai capelli viola vergò in caratteri hiragana nell’aria il suo nome: Yūna.
Era lei la ragazza che avrebbe visto di lì a pochi giorni Koko e di cui avrebbe parlato con Joe.
– Piacere di conoscerti, Yūna-san. – rispose allegra Shizuka accennando, per quanto possibile, a un inchino da là dentro.
– Piacere! – disse col solo movimento delle labbra Yūna.
– È tanto che sei qui?
Yūna fece il segno “tre” con le dita.
– Tre settimane?
Yūna scosse la testa per dire “no”.
– Tre mesi?
Yūna fece il gesto di un “sì”.
– Non puoi parlare, ma puoi scrivere, giusto? – chiese Shizuka con entusiasmo. – Così possiamo comunicare!
A Yūna si illuminò il viso. Dopo mesi di solitudine, la prospettiva di parlare con qualcuno, seppure a quel modo, doveva rallegrarla. Con Minamoto, del resto, la comunicazione doveva essere di ben altro tenore.
Si alzò e girovagò per la stanza per un po’ in cerca di qualcosa per scrivere. Certo, quello non era un luogo dedicato alla scrittura, quindi stava per rinunciare, quando si ricordò di un blocco ed una penna che Minamoto le aveva dato per segnare la lista delle cose che le servivano, per la propria igiene o altro.
Yūna si sedette a gambe incrociate davanti alla gabbia di Shizuka. Poi si accorse che non sapeva cosa dire, anzi, cosa scrivere.
– Perché sei qui, per guadagnare? – Le chiese la coniglietta con la consueta, ingenua sincerità che non sempre rispettava i canoni di buona educazione.
“No, sono qui perché non so dove andare”, scrisse lei lentamente.
– Perché sei così triste? Hai un’espressione molto triste, sai? Anche quando sorridi.
Yūna non si aspettava una domanda sul suo stato d’animo. A chi mai interessava? Le si inumidirono gli occhi.
Attese un po’, poi scarabocchiò una risposta veloce:
“Voglio morire”, le scrisse.
– Non dire così. – rispose Shizuka dopo aver letto il foglietto che Yūna le mostrò.
Poi, allungando la mano e afferrando quella della ragazza aggiunse:
– Tutto si risolve, sai?
Yūna sorrise. Quell’idillio fu però disturbato dal rumore della porta di là che si richiudeva. Minamoto era rientrato molto prima del previsto. Non aveva espressamente vietato a Yūna di scrivere, ma la sua reazione poteva essere comunque spiacevole o persino pericolosa. Quindi si alzò, nascose il blocco e la penna sotto il cuscino del divano e si ravvolse come un fagotto, esattamente nella posizione in cui si trovava prima. Se esisteva un sistema di sorveglianza, Minamoto l’avrebbe vista prima o poi. Per il momento, però, avrebbe evitato rimproveri o punizioni.
Per circa un quarto d’ora si sentirono rumori nell’appartamento. Poi della musica, e in lontananza il suono dell’acqua che scorreva.
Yūna tese l’orecchio. Rassicurata forse sul fatto che Minamoto si preparava per il bagno, riprese il blocchetto e scrisse qualcosa. Poi si avvicinò e lo mostrò a Shizuka:
“Ma come fai a fare pipì o… altro, lì dentro?”, c’era scritto.
Shizuka si sistemò le orecchie.
– Di solito mi lasciano libera quando loro non ci sono. Qualche volta si divertono a lasciarmi chiusa per un bel po’ di tempo e gli piace vedermi che me la faccio addosso. Sono fatti così. – aggiunse allargando le mani in un gesto di rassegnazione e un sorriso – Infatti, adesso Minamoto mi ha detto che devo fare i miei bisogni qua dentro, fino a nuove regole. Penso si sia arrabbiato per qualcosa che ho fatto. “Poi ti farò pulire la gabbia, ogni tanto”, ha detto. Scusa se poi sentirai odore, non sapevo che ci fosse qualcun altro qui.
Yūna scrisse in fretta un altro messaggio, guardando l’altra con un’espressione arrabbiata.
“Non ti preoccupare, non è colpa tua. Minamoto è un bastardo e un depravato!”.
Udendo un altro suono, Yūna ritenne prudente ritornare di nuovo al suo posto. Trascorse così forse un’ora o più. Ogni tanto i rumori si avvicinavano, ma poi non entrava nessuno. Shizuka si annoiava e Yūna probabilmente si era addormentata. La gabbia era molto più grande di quelle che aveva durante le feste a Shinjuku perché quella era puramente scenica. Tuttavia, era difficile dire che fosse comoda.
Il silenzio finì per farle addormentare entrambe. Prima di assopirsi, Shizuka pensava all’ospite che condivideva con lei quell’ambiente. “Chissà cosa fa da sola per tante ore al giorno, per così tanto tempo?”, si chiese.
Uno scossone la svegliò dopo un tempo imprecisato. Era Minamoto che doveva aver urtato la gabbia.
– Senti un po’, coniglietta, – prese a dire – Suzuki è un vigliacco e vuole che io ti rassicuri e te lo ripeta ancora una volta: puoi andartene quando vuoi. Non sei prigioniera, qui facciamo tutto solo con persone consenzienti. Ecco, così potrai confermare a quella donnicciola di Suzuki che te l’ho detto.
– Lo so. – sussurrò lei.
– E questo vale anche per te, pezzente! – imprecò Minamoto puntando un dito verso il divano.
Yūna si alzò di scatto con sguardo smarrito.
– Ora puoi parlare. – le ordinò secco.
Yūna si stropicciò gli occhi e la sua coscienza emerse dal sonno.
– Non ho sentito cosa dicevi, dormivo.
Shizuka notò una voce molto dolce, ma non sottile come quella di una ragazzina, quanto quella di una donna.
– Ho detto che qui siete libere di andarvene quando vi pare, ma che fino a che accettate di stare qui, le regole le conoscete.
– Lo so, perché me lo ripeti? Non so dove andare e non mi interessa andarmene.
– Anche la nostra coniglietta, qui, deve ricordarlo. Ma adesso… che ne dite di divertirci un po’?
Minamoto pretese che Shizuka guardasse “come si trattano le puttane”, e trascinata Yūna per un braccio vicino alla gabbia, la prese piuttosto rudemente sul pavimento, a pochi centimetri dagli occhi dell’osservatrice. Rispetto al solito repertorio di angherie di cui era capace, quella volta il padrone di casa fu quasi ordinario, se così ci si poteva esprimere parlando di lui.
Poi, però, Yūna aveva qualche volta chiesto di far piano perché le faceva male, al che quello aveva sghignazzato e aveva intensificato la forza con cui la prendeva. A un certo punto, l’espressione sofferta della ragazza infastidì Shizuka che sporse la mano dalla gabbia e graffiò Minamoto sulla schiena.
– Ehi che fai, sei impazzita? – le urlò lui dando un calcio alla gabbia dalla posizione sdraiata in cui si trovava.
– Ti ha detto che le fai male, non hai sentito? – ribatté Shizuka con tono calmo ma serio.
– Sei fantastica! Ora tocca a te, però, piccola puttana. – disse lui aprendo la gabbia, afferrando Shizuka per i piedi e tirandola fuori.
Lei, afferrata così all’improvviso, si schermì per un momento, ma poi si rassegnò, non potendo fare nulla per contrastare la forza di quel braccio gigantesco.
Già affaticato dopo lo sforzo con Yūna, l’uomo sfogò ugualmente la sua irruenza in pochi minuti sul corpo di Shizuka, imbrattandole la pancia col suo seme e riversandosi poi stanco a terra. Poi si alzò e si sedette beato sul divano per osservare compiaciuto le due ragazze stese sul pavimento che si ripulivano, chiaramente stanche anche loro dall’aver sopportato il peso di quell’energumeno sui loro corpi minuti.
– La tua cinese vuole venire a trovarti. Sarai contenta, no? – disse lui, dopo un po’.
– Koko-chan? – chiese Shizuka con allegria.
– E chi altri? Quella ficcanaso, certo.
– E quando viene?
– Non lo so. Quando ne avrà voglia.
– Ma partecipa ancora alle serate di Suzuki?
– Sì, ce la spassiamo. Non ho smesso di andarci neanche io, cosa credi?
Shizuka stava seduta tutta nuda, con le gambe incrociate, sorridente come fosse a un pic-nic, nonostante quello che era appena accaduto. Yūna, al contrario, era seduta abbracciandosi le gambe, con la testa quasi infossata tra esse, silenziosa e con uno sguardo truce.
– Minamoto-san, – riprese Shizuka – dai per favore il permesso a Yū-chan di parlare con me quando non ci sei
L’uomo fece una smorfia beffarda.
– E perché dovrei? Voi donne sapete solo parlare. Ma, al diavolo, va bene, parlate quanto vi pare. In fondo non mi interessa niente di voi altre o di quello che vi dite.
– Grazie, Minamoto-san. – disse Shizuka guardando compiaciuta verso Yūna.
Quella ricambiò lo sguardo benevolo.
***
I giorni successivi passarono senza grandi sussulti. Il proprietario andava e veniva in continuazione, e non richiese i “servigi” delle ragazze per un certo periodo. Entrava solo per assicurarsi che tutto fosse in ordine, pronunciava qualche cattiveria, ribadiva coi fatti che era lui là dentro a comandare, poi si dileguava per un po’.
L’idea di avere delle prigioniere “volontarie” lo inebriava, ma allo stesso tempo lo mandava in collera. Chi avrebbe accettato di vivere con lui spontaneamente, senza trarne un vantaggio economico?
Verificato che tutto fosse come doveva, Minamoto se ne andava. Solo qualche volta si fermava ad avere rapporti con le due. Quel copione si ripeté più volte. In quei giorni stava brigando per mandare in porto un nuovo investimento sulle idol, intenzionato a fondare una casa di produzione j-pop, un progetto a cui cominciava a tenere più del previsto. Aveva convinto Suzuki a unirsi all’impresa e anche un altro investitore, esperto del settore, aveva deciso di partecipare, conquistato dall’abile parlantina di Minamoto. Quest’ultimo non stava nella pelle per la felicità: aveva davanti decine di ragazzine adoranti pronte a esibirsi e, per l’occasione, aveva dovuto dismettere il suo look abituale e vestirsi il più possibile da uomo d’affari. Quel completo in giacca e camicia da persona per bene lo nauseava, ma doveva stare al gioco se voleva ottenere il massimo dai suoi sforzi.
Per via di quell’impegno, Shizuka e Yūna ebbero l’occasione di stare molto tempo da sole e, ora che potevano parlare, si conobbero meglio.
All’inizio Yūna sembrava dimenticarsi di lei: vagava per ore per la parte “segreta” dell’appartamento, il loro antro, e riordinava le sue cose, sfogliava riviste, ascoltava musica. Poi, come se si accorgesse solo allora della presenza dell’altra, faceva un’espressione stupita nel ricordarsi dell’altra ospite e ricominciava a parlare con Shizuka. Ripeté questo comportamento più volte, così Shizuka finì per notarlo.
Viveva così intensamente dentro di sé da non accorgersi quasi di quello che aveva intorno. “Chissà cos’ha dentro?”, pensava la coniglietta osservando la ragazza dai capelli viola.
Uno di quei pomeriggi, tra una cosa e l’altra, si era creato un clima d’intesa particolare.
– Perché hai detto che vuoi morire, il primo giorno che ci siamo conosciute? Cos’è successo, ti va di raccontarmi qualcosa?
Yūna la guardò con occhi rancorosi, poi, volgendo lo sguardo in basso, iniziò a parlare.
– Me lo merito. Mi vedi così, ma io sono una persona cattiva.
– Eh… e chi non lo è, a suo modo? Ma non lo sembri, piuttosto il contrario.
– Me ne sono andata di casa. Avrei dovuto iniziare l’università, ma non ne avevo voglia. Ho vissuto per strada per tanto tempo, non so neanche quanto. C’è un ponte vicino al palazzo del governo metropolitano di Tokyo. Per alcuni mesi ho dormito là sotto, insieme ad altri senzatetto. Poi a Ueno. Una ragazza tailandese che lavorava come cameriera in un locale di ramen, lì a Ueno, mi ha preso a cuore e mi passava da mangiare, la sera, quando vedeva che non entravano più clienti.
– E poi cos’è successo?
– Comunque mi servivano un po’ di soldi. Mi sono prostituita. Ho cominciato a bere. Tanto, troppo. Mi ero ridotta uno schifo. Ora ho ripreso un po’ di peso e mi sento meglio. Qui non bevo niente. Ma ogni tanto vomito e mi sento male ancora. Prima facevo spavento, dovevi vedermi.
– Minamoto ti ha trovata così?
– No, mi stavo già ripulendo. Ma avevo paura di non farcela. Ero tornata a dormire sotto il ponte dove stavo all’inizio, lo sai che loro si incontrano lì vicino. Una sera si ferma questo individuo. Mi mette un po’ paura, lo hai visto con quella faccia cattiva, no? E poi è così grosso! A un certo punto mi fa la sua proposta: “Senti, vieni a stare da me?” e poi mi spiega le condizioni. Ho pensato, questo è uno di quegli assassini delle serie TV, magari mi ammazza e la faccio finita. Comunque, se stavo lì, tornavo a ubriacarmi e magari morivo lo stesso. Tanto valeva tentare.
– Da allora sono passati alcuni mesi, quindi? E li hai trascorsi sempre qui dentro?
– Non proprio. Sono stata a casa di parenti per qualche tempo e ho chiesto loro di rassicurare i miei. Io non avevo la forza di rivederli. Ho raccontato una bugia dicendo che avevo trovato un lavoro lontano e che non sarei tornata per un po’. Ci tenevo che non avessero anche questo dispiacere. Ma in realtà penso che sappiano che sono finita in un brutto giro.
– Perché dici “anche” questo dispiacere? Cos’altro è successo?
– Perché io ho ucciso il loro figlio più piccolo, mio fratello minore.
Shizuka si portò la mano alla bocca ed emise un grido soffocato di spavento.
– Come… ucciso? – chiese dopo poco.
– Non l’ho fatto apposta, ma a causa mia ha avuto un incidente. Quindi è come se l’avessi ucciso io, giusto? Insomma, hai davanti un’assassina, ecco tutto.
– I tuoi genitori cosa dicono di questa faccenda?
– Dicono che è stato un incidente, che devo smettere di tormentarmi, ma mia madre da allora ha cambiato atteggiamento, anche se non lo ammette. Dentro di lei mi dà la colpa. E ha ragione. Impossibile tornare indietro. Qualche volta cerca di essere comprensiva, mi si avvicina, mi abbraccia e poi piange all’improvviso. Per me è ancora peggio. Preferirei che mi insultasse, che mi picchiasse.
Yūna non raccontò altri particolari di quella morte e l’altra capì che non era il caso di fare altre domande.
Il rumore familiare della porta che si richiudeva distrasse le due ragazze, ma Minamoto non entrò ed uscì di casa poco dopo.
– Un mio caro amico, forse… quasi un fidanzato, non lo so… comunque, è uno psichiatra. Anzi, quasi uno psichiatra.
– Hai un fidanzato? – chiese Yūna incredula.
– Beh, una specie… comunque, è anche “filosofo” e vuole dare una spiegazione a tutto quello che succede. Non si sa perché e a cosa serva questa sua voglia di capire sempre tutto, ma è fatto così. Lui parlerebbe di “senso di colpa”, cosa dici?
– Non sarebbe un gran filosofo, se è per questo. È proprio così che mi sento, lo so benissimo.
– Infatti è quello che dico sempre anche io. Usiamo tante parole, ma alla fine le cose sono semplici e le capiamo più o meno tutti.
– Comunque… cambiando discorso, Minamoto mi ha detto che posso uscire quando voglio, che non viola gli accordi. Vado al konbini qui sotto a comprare uno shampoo, vuoi qualcosa?
– Sì, uno di quei dolcetti allungati, ricoperti di cioccolata e ripieni di crema, ma… non ho soldi con me. – aggiunse imbarazzata.
Yūna sorrise.
– Non ti preoccupare, ci penso io. Vado e torno in dieci minuti.
Si infilò un paio di pantaloni spiegazzati, una maglia molto abbondante a righe bianche e rosse e uscì dalla stanza.
Una ventina di minuti dopo, le due erano già sedute con le gambe incrociate, vicino all’unica finestra di quell’area della casa.
– Tieni, ho preso anche del tè caldo. – le disse Yūna passandole una bottiglia di quelle preriscaldate che si comprano ai konbini – e di dolcetti ne ho presi un bel po’, non solo quello che mi hai chiesto.
Shizuka mormorò un “grazie” con le guance piene; aveva divorato il dolce in un attimo e la sua bocca era tutta impiastricciata di crema.
Yūna prese dal sacchetto di plastica dei dolci una salvietta umidificata che il commesso le aveva dato e, afferrata la testa di Shizuka con delicatezza, le passò la salvietta sulla bocca. Quella si immobilizzò con gli occhi spalancati, ma non appena Yūna ebbe finito, scoppiò a ridere, cosa che fece anche l’altra, subito dopo.
– Yū-chan, dobbiamo farci una passeggiata insieme qualche volta.
– Quando finirà il tuo periodo qui dentro… forse me ne andrò anch’io, – sussurrò lei guardando in basso.
Era sceso un velo di tristezza sugli occhi di Yūna, ma l’amica, distraendola, le risollevò il morale. Trascorsero così la serata, quasi fossero due amiche che si erano ritrovate. Per un po’ si dimenticarono di essere in un luogo come quello. Ormai avevano fatto l’abitudine agli addobbi macabri di Minamoto.
Giunse poi l’ora di andare a dormire. A quanto pare il padrone di casa per quella sera non sarebbe rientrato. Le due ragazze, senza saperlo, pensarono a lui nello stesso momento, ma con sentimenti opposti.
– Togliamoci questi. – disse infine Yūna indicandosi i vestiti che si era dimenticata di togliere – Quel maniaco pretende che qua dentro stiamo nude o quasi. E poi, sinceramente, mi sono abituata a stare senza. Vestita mi sento soffocare!
Yūna usò una delle statue macabre di Minamoto come attaccapanni e vi appese le sue mutandine in bella vista. I suoi piccoli glutei pallidi brillarono nella penombra mentre in piedi dava le spalle all’amica.
Shizuka, che si era coperta un po’ più del solito per il freddo, rise di gusto e pensò di imitarla. Si alzò, si sfilò le mutandine anche lei e le appese sulla statua.
– Ecco, così sei proprio carino! – disse rivolgendosi alla statua e accarezzandole il viso.
Entrambe risero ancora una volta, come non capitava da tanto tempo.
Capitolo undicesimo
La rivoluzione dei conigli
Quel mattino Shibuya era ancora più affollata del solito. Già a metà mattina, allo scattare del rosso nel famoso incrocio, la folla impiegava più tempo del solito a defluire e a liberare il passaggio alle auto e agli autobus.
L’inverno era appena iniziato, ma un caldo insolito riscaldava l’aria in quella giornata che sembrava già primavera inoltrata. Quello che risaltava maggiormente, però, era la luce. Un cielo di un azzurro intenso sovrastava Tokyo e rendeva la giornata insolitamente luminosa.
Yūna aveva attraversato più volte l’incrocio, senza sapere perché lo faceva. Dalla stazione all’altro lato, prima lungo la strada che conduce verso Seibu, poi ancora verso la stazione e di ritorno, più volte, sugli altri lati del marciapiede. Guardava quella folla da vari punti di vista. Aveva trovato un angolino, alle spalle del sottopassaggio dal quale vedeva il grattacielo con il maxi-schermo, ai piedi del quale stava la caotica stazione di Shibuya.
Era appena stata in un Don Quijote, uno di quei negozi stracolmi di gadget e oggetti vari, molto frequentati dai turisti stranieri. Sapeva che lì avrebbe potuto trovare quello che cercava.
– Ma cos’è successo ultimamente, che tutti vogliono questo articolo? – chiese la commessa stupita mentre Yūna pagava alla cassa.
Lei rispose solo con un’espressione imbarazzata.
Dopo quell’acquisto era tornata all’incrocio. Appoggiatasi con le spalle al muro, in quell’angolo che offriva un ottimo punto di osservazione, lanciò un’occhiata pensierosa alla folla e si decise ad aprire la borsetta.
Ne estrasse una confezione trasparente, richiusa da un cartoncino con un’illustrazione che riportava il viso di una ragazza sorridente. Dentro alla busta due splendide e nuovissime orecchie da coniglio: rosa, attaccate a un cerchietto di plastica bianco, morbido morbido. Yūna le guardava raggiante di felicità.
– Sono quasi uguali a quelle di Shizuka-chan. – disse ad alta voce mentre le ammirava e se le rigirava tra le mani.
Poi esitò ancora un attimo, quasi avesse paura di rovinare quel momento che voleva assaporare con gioia e lentezza.
Una bambina che rideva divertita le passò accanto. Era tenuta per mano da una giovane madre, mentre con l’altra reggeva una cordicella a cui stava attaccato un palloncino che fluttuava nell’aria. Quel palloncino era a forma di testa di un coniglio. “Un segno del destino!”, pensò Yūna.
Infine si decise. Prese con entrambe le mani la confezione di plastica trasparente e con entusiasmo l’aprì. Guardò l’orologio. Mancavano solo cinque minuti.
Toccò le orecchie morbide e pensò alla sua amica. Persa in quei pensieri, non si era accorta che l’ora stabilita era già arrivata. Se ne accorse da quello che cominciava a succedere intorno a lei. Col cuore in gola prese a guardare l’incrocio e lo spazio circostante. Stava succedendo davvero! Yūna si mise sulla testa in fretta le orecchie, si portò le mani al petto e venne colta da una grande emozione. Il cuore le batté forte, tanto da sentirlo dentro di sé.
Tutto intorno, prima alcuni passanti, poi via via altri, avevano cominciato a tirare fuori da tasche e borse orecchie di coniglio non troppo diverse da quelle che indossava Yūna, e a mettersele in testa.
Prima erano solo macchie rade di rosa fra la folla, ma in pochi minuti quella macchia si era diffusa e ora la massa umana appariva sormontata da migliaia e migliaia di antenne di peluche. Non era facile capire in quale proporzione, ma guardandosi intorno sembrava che la maggior parte delle persone che camminavano a Shibuya indossasse quel tipo di orecchie.
Una vecchietta dall’aria imbronciata si avvicinò a Yūna.
– È iniziata una nuova epoca. – prese a dire facendole segno di abbassarsi e avvicinarsi a lei. – Ora tutto cambierà!
– Cosa significa, cosa vuol dire? – chiese Yūna che comunque si aspettava quell’evento.
– Lentamente il dolore se ne andrà. Tutti impareremo a rispettare il dolore dell’altro e impareremo a occuparci gli uni degli altri. – la vecchina tossì e sorrise.
– Non capisco, non capisco! – disse ancora Yūna sempre più agitata e spaesata.
La vecchina la guardò a sua volta con sguardo severo.
– Questa è… questa è… la rivoluzione dei conigli! Così la conosceranno nei libri di storia del futuro. Un’epoca di speranza e di amore.
Non appena la vecchietta smise di parlare, la folla, come se fosse controllata a distanza da una forza sconosciuta, si fermò tutta insieme. Scattò il semaforo, si sentì qualche auto suonare il clacson, ma tutti erano per lo più immobili. All’inizio ci fu un silenzio surreale, poi, a un tratto, tutti insieme iniziarono a intonare un canto. Prima timidamente, poi sempre più forte. Un canto molto dolce, leggero, che ripeteva in musica quanto aveva appena detto la signora misteriosa che nel frattempo si era dileguata nella folla.
– Se fosse qui Usagi-chan, sì, se fosse qui… – si disse Yūna stringendosi le mani al petto e cominciando a piangere a dirotto.
***
La soffocante luce rossa era ben diversa dalla luminosità di Shibuya. Yūna era caduta dal divano. Per fortuna, era rotolata sulla massa di cuscini che stavano lì a fianco, sul tappeto. Il silenzio, attutito come se le pareti fossero state di piombo, in quella realtà era così lontano dal canto che aveva sentito in sogno. Ci mise un po’ a riprendersi. Resasi definitivamente conto di dove si trovava, non si contenne. Si scrollò di dosso il sonno e si precipitò da Shizuka.
– Usagi-chan, Usagi-chan! – le gridò scuotendola. – Svegliati, svegliati, presto!
Shizuka aprì gli occhi e sussultò.
– Cosa succede? Un terremoto? – chiese mettendosi a sedere.
– No, no, niente di tutto questo, è solo… è la rivoluzione dei conigli, la rivoluzione dei conigli! – rispose lei quasi gridando.
Shizuka guardò di sottecchi Yūna. Era ubriaca? Aveva battuto la testa?
– Yū-chan… ma cosa stai farfugliando? Cos’è “la rivoluzione dei conigli”? Non capisco di cosa parli. Mi fai prendere un colpo a svegliarmi in questo modo, ma siamo in piena notte…
– E tutto questo grazie a te, sì, grazie a te e al tuo cuore gentile, Usagi-chan. – continuò quella, concitata, senza badare minimamente alle proteste dell’altra. – Ecco… non so come potevo saperlo, ma lo sapevo. Tu eri via, non c’eri, ma sentivo che eri… morta. Ma ci avevi dato la speranza. Lo facevamo grazie a te; e poi tutti cantavano, tutti avevano le tue orecchie… Cioè, non proprio uguali, ma quasi, anche le mie erano come le tue. Io le avevo prese al Don Quijote e…
Shizuka sfiorò la gamba all’amica per attirare la sua attenzione e fermarla in quel delirio.
– Yū-chan, calmati. Non ci sto capendo proprio niente. Ma di cosa parli? Ti senti bene? Parli di un sogno, forse?
Yūna, cominciando a rendersi conto di aver reagito in modo stravagante, si azzittì per un attimo. Era seduta sul pavimento e si teneva i piedi con le mani.
– Sì, era solo un sogno. – disse poi a testa china. – Ma era così reale!
Poi raccontò nel dettaglio il sogno di Shibuya, quella visione fantastica di migliaia e migliaia di persone che improvvisamente si erano fermate su due piedi, lì dove si trovavano, e avevano indossato le orecchie di peluche da coniglio. Ma fu solo quando raccontò del dialogo con la vecchietta che Shizuka si divertì particolarmente.
– Certo, Yū-chan, che hai una bella fantasia! Anzi, mi sa che hai proprio qualche rotella fuori posto, tu! La “rivoluzione dei conigli”, che cosa carina, però! Ma, scusa, è troppo ridicola.
Yūna per un attimo si fermò, indecisa.
– Shizuka, sai che…
– Cosa? – chiese lei, vedendo la sua indecisione.
– Sai che detto da te… che ho le rotelle fuori posto… – e poi si lasciò andare a una risata gioiosa.
Shizuka prese a ridere a sua volta.
– Cosa vuoi dire? Che sono pazza, vero? Ah, sì? Ecco allora, vieni qui! – E cominciò ad affondarle le dita nei fianchi, facendole il solletico.
– Basta, Usagi-chan, mi fai il solletico, mi faccio la pipì addosso così, smettila! – ribatté quella, torcendosi sul pavimento e ridendo come una matta.
Le due si rotolarono per un po’ sul pavimento, poi, tenendosi la pancia, cercarono di calmarsi.
– Se ci vedesse qualcuno! Siamo adulte e sembriamo delle bambine! – disse ancora Yūna.
– Io sono pazza. Non mi pongo questo tipo di problemi. – ribatté Shizuka, assumendo un’espressione seria.
– Dai, lo dicevo per scherzare!
Shizuka tirò fuori la lingua in una smorfia infantile.
Le due riassettarono un po’ i cuscini e raccolsero le cose che avevano fatto cadere in quel momento di lotta e allegria.
– Sono caduta dal divano, mentre sognavo, sai? Meno male che c’erano questi cuscini.
– Forse hai anche parlato. Mi sembra di aver sentito qualcosa, ma mi sono riaddormentata subito. O magari me lo sono sognata anch’io.
Tornate nello stesso punto di prima e sedutesi a gambe incrociate, Shizuka indicò con un gesto della mano qualcosa. Un pezzo di luna era comparso nella finestra che stava alle loro spalle.
– Ci siamo dimenticate di tirare le tende, – sussurrò Shizuka in modo quasi impercettibile – se lo vede Minamoto… mi sa che siamo nei guai.
Le due erano affiancate in quel momento e si misero a guardare la luna dalla finestra, in silenzio.
Yūna era leggermente più indietro. Si girò poi lentamente e si mise a osservare il profilo di Shizuka, che guardava sorridente verso la finestra, in quella penombra. Aveva un naso poco pronunciato e una bocca piccola, piccola. Ciocche arruffate di capelli le contornavano le orecchie, quelle vere, mentre il resto dei capelli era raccolto in una coda. Ovviamente, indossava anche le altre, di orecchie.
– Usagi-chan… – sussurrò Yūna dopo poco.
Quella si girò e vide che l’amica la guardava in modo strano, senza dire niente.
Poi Yūna si avvicinò lentamente, fino a toccare le ginocchia di Shizuka con le sue. Sporgendosi in avanti, con la testa appoggiò le labbra su quelle di Shizuka. Prima così, semplicemente. Poi prese ad accarezzarle la guancia, continuando a rimanere in quella posizione e muovendo le sue labbra su quelle di lei.
Shizuka all’inizio non si mosse, ma poi ricambiò. Era rimasta stupita lei stessa dalla grande emozione che aveva provato in quel momento. Ma non era quello che ci si poteva aspettare. Non era l’emozione tipica che si prova quando si bacia qualcuno per la prima volta. Il sapore delle labbra di Yūna le suscitava una sorta di dolcezza, le veniva voglia di abbracciarla. Non si era mai posta il problema se fosse possibile amare uomini, donne o entrambi. Quella domanda le pareva senza senso.
Un rumore le distolse da quel bacio, e le due temettero di essere sorprese da Minamoto. Entrambe guardarono verso la porta. Ma fortunatamente nessuno entrò.
– Si vede meglio la luna, adesso. – disse quindi Shizuka.
Ripresero a guardare verso la finestra senza dire più niente. Yūna appoggiò la mano su quella di Shizuka e la strinse. Lei si voltò per un attimo verso Yūna e le sorrise, poi le appoggiò la testa sulla spalla.
Viste da dietro e in controluce, le due ragazze parevano il disegno di una delicata stampa di ukiyo-e.
***
Né il giorno seguente né quelli successivi, le due fecero più accenno a quanto era accaduto. Shizuka si comportò come sempre, quindi con grande gentilezza e premura. Impossibile capire se quanto era avvenuto fosse stato per lei un fastidio, un piacere o se l’avesse lasciata indifferente.
Yūna aveva temuto una qualche reazione e le fu grata di quell’atteggiamento. Certo, Shizuka era sempre così gentile, ma non aveva dato segni di interesse sentimentale nei suoi confronti. Quello che le sembrava strano, però, era che neppure la stessa Yūna avesse mai provato sentimenti per un’altra donna. Non ricordava di aver mai sentito attrazione fisica per persone dello stesso sesso. Shizuka le aveva suscitato quella reazione in un modo talmente spontaneo che quanto aveva fatto stupiva lei stessa.
Quella sera, infatti, non aveva pensato a qualcosa come “adesso la bacio” prima di avvicinarsi a lei. Il suo corpo si era mosso quasi da solo, come spinto da qualcosa di misterioso. Aveva pensato “quanto è carina Shizuka!” guardandola di profilo, mentre così serena scrutava la notte dalla finestra. Ma nulla di più.
A Yūna venne in mente il suo strano sogno e quella questione della “rivoluzione dei conigli”, e ne fu divertita.
Minamoto si era accorto che qualcosa era accaduto quella notte, infatti rimproverò le ragazze il giorno dopo.
– L’altra sera ero troppo stanco per venirvi a punire come meritavate, ma ho sentito risate e schiamazzi nel cuore della notte. Ve la intendete tra voi, sporcaccione? Non sarà gelosa quella tua cinese, Shizuka?
Nessuna delle due colse la provocazione, preferirono tacere. Minamoto era passato solo a dire che per il giorno dopo aspettavano visite, ma non disse altro in proposito, lasciandole nel dubbio.
Capitolo dodicesimo
La solitudine di Shizuka
Come aveva promesso, Koko andò a trovare Shizuka nei giorni a seguire.
Una sera si sentì suonare il campanello con insistenza, poi Koko entrò sbattendo la porta. Era la terza volta che metteva piede lì dentro e non si sentiva per niente intimorita. Nell’ultimo periodo il suo atteggiamento si era fatto più spavaldo.
Minamoto la guardò con sarcasmo.
– La tua coniglietta sta di là. La vuoi vedere subito, o preferisci passare con me un po’ di tempo da sola?
– Minamoto-san, sono venuta per lei, non giriamo troppo intorno alla questione. Prega che stia bene.
L’uomo fece un ghigno compiaciuto. Come sempre, quella donna ribelle lo eccitava.
– Qui, come sai, facciamo cose divertenti, non facciamo male alla gente… se non per lo stretto necessario…
– Dov’è? – ribatté Koko, scansando l’uomo col braccio e inoltrandosi per l’appartamento.
Le altre volte aveva trovato Shizuka lì, non aveva idea che si trovasse rinchiusa in un’ala nascosta. Aveva visto scorrazzare in giro anche Yūna, ma solo di sfuggita.
Minamoto la guardò girare un po’ a vuoto, poi, davanti al suo sguardo interrogativo, le fece segno di seguirlo.
Come in un film horror degli anni Trenta, la libreria si aprì a mo’ di porta e lasciò intravedere il passaggio segreto che conduceva all’antro.
– Sei proprio uno svitato, Minamoto! – disse Koko entrando nell’apertura e guardandosi attorno. – A cosa ti servono questi espedienti? Chi vuoi che ci venga qui dentro? La polizia a voi ricconi vi lascia in pace, stanne certo.
Il piccolo corridoio portava a ulteriori tre camere. Una era quella dove stavano per la maggior parte del tempo Yūna e Shizuka.
I due nuovi arrivati entrarono e trovarono le ragazze sedute in un angolo, a terra, sopra due grandi cuscini.
– Yūna, vai di là. – fece Minamoto senza troppe spiegazioni. – Questa è un’amica di Shizuka e vuole stare un po’ da sola con lei.
Yūna si alzò in silenzio, fece un inchino verso Koko e uscì.
– Ma si può sapere lei chi è? – chiese poi Koko. – L’ho intravista anche le altre volte, ma non ho capito bene chi sia.
– Una pezzente che ho raccattato dalla strada. Sono un vero filantropo. – E rise della sua stessa battuta.
– Koko-chan! – urlò Shizuka alzandosi e abbracciandola.
Quest’ultima fece un sorriso e, intenerita, la strinse a sua volta. Shizuka era solita abbracciare gli altri per manifestare il suo affetto, come fanno gli stranieri. Chi la conosceva ci aveva fatto l’abitudine.
– Ti tratta bene?
– Minamoto-san è sempre lo stesso. Anche qui non è che faccia qualcosa di nuovo, sai…
L’uomo se ne ebbe un po’ a male. Quando non veniva temuto come mostro, si sentiva sminuito.
– Ah, sì, quindi sarei noioso, allora?
Shizuka e Koko risero. Per la prima volta da quando avevano a che fare con lui, sentirono un senso di familiarità. Quando erano insieme non provavano paura.
– Minamoto-san, ora rispetta la tua promessa di lasciarci sole. Con te, Usagi-chan potrebbe non dirmi tutta la verità. Vattene, per favore.
– Poi però si gioca un po’ insieme!
– Oggi vado di fretta. – ribatté fredda Koko. – Tanto più che ci vediamo fra un paio di giorni. Nakashima mi ha contattato, e anche quella serpe di Kashiwagi mi ha detto che state organizzando qualcosa di nuovo.
– Kashiwagi parla sempre troppo. – rispose stizzito Minamoto.
Quindi uscì con passo felpato.
Le due si guardarono l’un l’altra per un attimo, poi Koko prese a guardarsi intorno.
– Qui c’è tanto materiale per quel tuo… Joe. Uno psichiatra, giusto?
– Sì, lo diventerà a breve.
– Anche se tutta questa paccottiglia horror mi sembra più una sceneggiata per spaventare la gente, devo dire che questo luogo gronda di cattiveria, ma è pure tutto così stupido. C’è qualcosa di buon gusto solo qui, in queste stampe giapponesi, ma per il resto è tutto un po’ dozzinale. E questi sono personaggi di psicopatici del cinema americano! Una vera schifezza. Minamoto è pericoloso come pensavo, ma anche…
– Lo sai… – ribatté timidamente Shizuka. – Ci pensavo in questi giorni…
– Per te non vale, Usagi-chan. Tu vedi il bene in chiunque. Anche tu sei una pazza come loro, in fondo.
Koko si rese conto di aver usato un tono duro e si pentì; riprese quindi più dolcemente.
– Fra poco scade il tuo cosiddetto contratto. Anche il tuo fidanzato psichiatra dice che non potremo lasciarti ancora con questa gente. Capisci cosa voglio dire? Stai rischiando rimanendo in mano a Minamoto da sola. Ho approfondito meglio gli episodi di cronaca di cui sono sospettati. Me ne ha parlato anche Joe. Forse tu non ne sai niente in proposito. Ma mi sono venuti i brividi. – disse abbassando la voce. – Sembra solo che manchino le prove, ma tutto suggerisce che siano stati loro a far fuori una povera ragazza.
– Koko-chan, ti metti anche tu a farmi pressioni, adesso? Lo so che ti sei affezionata a me, ma… Quelle voci, saranno vere poi?
– Se cambi vita tu, magari la cambio anch’io. – la interruppe ancora Koko.
Shizuka la guardò in volto, non capendo se parlasse sul serio. La loro chiacchierata fu comunque interrotta dal ritorno di Minamoto.
– Mi dispiace, cara Koko-chan, ma il tuo tempo qui è finito. Come vedi, non ho torto un capello alla tua bella coniglietta. Vedi di riferirlo anche al fidanzatino che, a quanto mi ha detto Suzuki, ha fatto una bella sceneggiata qualche tempo fa.
– Cos’è successo? – chiese preoccupata Shizuka.
– Niente che non mi aspettassi da un tipo come quello. – rispose lui. – Ha dato in escandescenza e si è preso qualche pugno. Solo, mi sarebbe piaciuto vederlo conciato per le feste. Poi, però, è stato cacciato per sempre da là. Un perbenista ridicolo, il tuo fidanzatino.
– Usagi-chan, continueremo la prossima volta il nostro discorso. – intervenne Koko, quasi non badando a Minamoto. – Non ti preoccupare, a Joe non è successo niente di grave.
La cinese fu accompagnata verso l’uscita, ma prima volle fare un giro nel covo segreto.
– Dammi ancora un paio di minuti, per favore. – chiese lei, fermandosi.
– Ti aspetto di là. – rispose lui, guardandola con sospetto e lasciandola tornare indietro. – Ma solo un paio di minuti.
Koko, passeggiando per la stanza degli orrori, sorrideva con malignità pensando che, oltre a essere un pazzo, Minamoto fosse anche tanto simile a un bambino. Era come quegli animaletti che si gonfiano quando vengono attaccati dai predatori per sembrare più grossi e spaventare i loro aggressori. Provò quasi compassione per lui, e forse capiva cosa avrebbe voluto dire poco prima Shizuka.
Le due ragazze si salutarono ancora. Si scambiarono prima un inchino, ma Shizuka poi si avvicinò e volle abbracciare Koko un’altra volta.
– Come sei tenera, piccola Shizuka. Prenditi cura di te, ci vediamo presto. – disse lei, ritornando da Minamoto.
– Arrivederci, Koko-san. Stammi bene. – la congedò il brusco padrone di casa, richiudendo la porta senza dire altro.
Quel pomeriggio Minamoto era troppo su di giri per dare altre attenzioni alle sue prigioniere. Uscì e non fece ritorno per un bel po’. Si fece risentire solo il giorno dopo, nel tardo pomeriggio.
L’affare della casa di produzione non solo era andato in porto, ma aveva cominciato a procurargli anche momenti di divertimento. Aveva già partecipato agli incontri del casting e non si conteneva dalla felicità. Dentro di sé rideva allegramente pensando a come la parte dell’uomo d’affari gli riuscisse bene, molto più di quanto si fosse aspettato. Cominciava a capire perché Suzuki ci tenesse tanto alla vita dell’uomo di successo. “Ingannare questi insetti schifosi ti fa star bene. Ti trattano tutti con quel rispetto simulato, nauseante, e ti guardano con tale ammirazione! E quelle ragazzine tutti sorrisini e ipocrisia? Poi, quando te le scoperai con violenza, si sorprenderanno, si spaventeranno.”
Si era ripromesso di investire seriamente il tempo affinché si arrivasse a un certo successo. Più grande sarebbe stata l’impresa, più grande sarebbe stato l’inganno di un Minamoto integrato e rispettabile, e infine più grande il godimento nel rivelare la verità alle sue vittime.
***
Uscito Minamoto, Yūna e Shizuka trascorsero il restante pomeriggio a chiacchierare e poi persino a giocare a carte. A un orecchio esterno, a qualcuno che non avesse visto la scena con i propri occhi, sarebbero arrivate solo le risate serene di due giovani donne intente a divertirsi e a trascorrere il tempo in piacevole compagnia.
A Shizuka caddero le orecchie di peluche a terra e Yūna le raccolse. Non sapendo bene neanche lei perché, prima di restituirle alla legittima proprietaria se le portò verso il naso e le odorò.
– Usagi-chan, ma queste orecchie puzzano da morire, devi lavarle!
Shizuka protese le mani in fretta e, afferrate le sue amate orecchie, se le ripose in testa.
– La prossima volta che faccio la doccia… le tengo su, così si lavano anche loro. – rispose lei con sguardo quasi preoccupato.
– Ma poi puzzeranno più di prima se non le asciughi!
– Userò l’asciugacapelli, stai tranquilla, ma… Yū-chan, non hai altro di cui parlare piuttosto che impicciarti delle mie orecchie? – aggiunse allegramente, facendo finta di arrabbiarsi. – Guarda che stai perdendo, ecco! – disse infine, mettendo giù le carte e dimostrando quanto stava dicendo.
Quell’allegria surreale riecheggiò ancora tra le mura di quel posto avvolto dalla semioscurità, tra le statue inquietanti, tra quei poster murali in cui erano ritratti gli assassini cinematografici che avevano suscitato i pensieri perplessi di Koko.
Giunse quindi la sera. Yūna e Shizuka avevano iniziato a vivere là dentro come se si trovassero in una casa qualunque. Riassettavano l’ambiente, si occupavano della poca biancheria che Minamoto aveva permesso loro di indossare in sua assenza, facevano persino le pulizie insieme.
In un momento di silenzio, mentre Shizuka guardava allo specchio il suo amato codino trapuntato sul sedere, Yūna riprese a parlare senza guardarla in viso, mentre piegava delle coperte e le riponeva su un divano.
– Presto me ne andrò da qui.
– Cosa? – fece Shizuka, che non era certa di aver capito bene.
– Torno a casa. Forse già domani. Hai ragione tu. Anche se è stata colpa mia, non riporterò in vita mio fratello. Voglio rivedere la mia famiglia.
Aveva pronunciato quelle parole tutte d’un fiato, forse temendo di non riuscire a farle uscire fuori per intero se ci avesse pensato su più a lungo.
– Sono felice. – ribatté l’altra. – È la cosa giusta da fare.
Yūna piegò la testa e fissò Shizuka con uno sguardo annebbiato.
– E tu? Usagi-chan, cosa farai qua dentro tutta sola? Ti avevo detto che me ne sarei andata insieme a te. Scusami, scusami tanto.
E, pronunciate quelle parole, grosse lacrime rigarono il suo viso.
– Di me non ti devi preoccupare. E poi fra poco qui finisce il mio… contratto; mi sembra sempre strano chiamarlo in quel modo. E se dovessi decidere di rimanere, Joe e Koko-chan creerebbero dei problemi a Minamoto. Questa volta credo che dovrò assecondarli, e tornerò a una vita più normale, per come la intendono loro almeno. È stato bello vivere con te, in queste settimane.
– Usagi-chan, non te l’ho mai chiesto… Tu sai per quale motivo sono finita qua dentro. Sai in quale stato mi sia ridotta vivendo per strada. Questa è stata una punizione, per me. Ma tu… – Yūna si interruppe per un attimo. – tu… perché fai tutto questo? Ti giuro, non lo capisco. Ci ho pensato tanto. Non sei una pazza come dicono, non lo sei proprio. A volte ho pensato, scusami se te lo dico, che tu fingessi solo di esserlo con questa storia del tuo essere un coniglio. Ma anche in questo caso non capisco la ragione di costringerti a fare queste cose, con queste persone orribili. Dimmi… Perché lo fai?
Shizuka si guardò ancora una volta soddisfatta il sedere sul quale spiccava il suo codino ovattato. Si sistemò bene le orecchie, fiera di quanto aveva appena detto Yūna nell’accennare al suo “essere coniglio”.
– Yū-chan, da quando andavo a scuola, da quando ho deciso che sarei stata un coniglio per tutta la mia vita, tutti hanno preso a farmi queste stesse domande. Sempre uguali. Anno dopo anno. Non te ne faccio una colpa e non mi fai arrabbiare, ma sembra che per voi sia impossibile da capire una cosa così semplice. Però ti posso dire che sono io che faccio fatica a capire queste domande. Perché se qualcuno dice che vuole essere una cantante o un medico, un avvocato, è tutto a posto, e se io decido che sarò un coniglio, per tutti non sono altro che una povera pazza? Perché non possiamo essere quello che vogliamo, senza essere giudicati dagli altri?
– Ma è diverso!
– E in cosa sarebbe diverso? Perché avvocato sì e coniglio no? Perché dovete stabilire voi cosa sia lecito essere o voler essere?
Shizuka si rese conto che stava alzando il tono, che si stava arrabbiando, forse per la prima volta in tanti anni. Ma, visto che il suo sdegno non era rivolto alla povera Yūna, che ne aveva passate tante, cercò di riprendere il consueto contegno gentile.
– Yū-chan, non mi arrabbio con te. – riprese. – So che non sei fatta così, tu…
– Proprio io non potrei, con tutto quello che ho combinato in vita mia! – la interruppe per un attimo lei con enfasi, riprendendo a sorridere.
– …ma credimi, non ci sono altre cose da dire su questo. Per quanto possa sembrare assurdo, non servono spiegazioni. Io sono un coniglio, faccio questo perché voglio o forse devo farlo, e questo è tutto. Se a qualcuno questo non va bene, sono affari suoi. Non so se lo sarò tutta la vita, ma lo sarò finché ne avrò voglia. Sono patetica, ridicola forse? Affari miei!
Là dentro era difficile distinguere la notte dal giorno. C’erano alcune finestre oltre l’unica che si vedeva, ma Minamoto aveva tassativamente proibito di aprirle e le aveva oscurate, rendendole praticamente invisibili. Un tendaggio scuro copriva la luce anche dell’unica finestra visibile, quindi lo scandire del giorno e della notte era dato solo dall’orologio e dalla regolarità con cui le ragazze cercavano di dormire e stare sveglie.
Una mattina Minamoto aveva trovato le tende tirate e la luce del sole che rischiarava il suo antro lo aveva mandato in bestia.
– Se aprite ancora la finestra, chiamerò un fabbro e la farò saldare. Intesi! – sbraitò, gesticolando.
Ma questo era successo qualche tempo prima. Per il resto di quella sera, dopo quella discussione, le due rimasero per lo più in silenzio, ognuna presa dai propri pensieri.
Quei silenzi avevano l’aria di una specie di rito di congedo. Yūna pensava ai giorni a venire, a Shizuka sola là dentro. Ma soprattutto alla sua ritrovata vita nel mondo. Aveva paura, era sicura che non ce l’avrebbe fatta, ma ormai ne aveva abbastanza di lasciarsi vivere così. E soprattutto ne aveva abbastanza del padrone di casa, della sua testa malata. Più volte anche lei aveva pensato che era impossibile che un tipo come lui non avesse ammazzato qualche povera ragazza in passato.
Dal canto suo, Shizuka pensava che avrebbe ascoltato Koko e Joe, ma prima doveva fare qualcosa, non poteva lasciare tutto così. Le prese persino una certa malinconia per Minamoto: lo vide solo e triste dentro quelle quattro mura. La solitudine avrebbe ancora di più esasperato quella rabbia che si portava dentro.
La mattina dopo Yūna aveva definitivamente deciso. Non aveva chiuso occhio per tutta la notte, ma alla fine aveva pensato di andarsene sul serio, quella mattina stessa. Non se la sentì di salutare di persona Shizuka mentre stava per uscire per sempre da quella casa. Aveva paura di commuoversi. Forse di cambiare idea, presa anche dal timore per la vita incerta che l’aspettava fuori da lì. Le lasciò quindi un biglietto e l’appoggiò sopra la gabbia. Le regole di Minamoto si erano inspiegabilmente rilassate negli ultimi giorni e Shizuka poteva dormire e stare fuori dalla gabbia quando voleva. Il biglietto di Yūna era scritto su un foglietto spiegazzato:
Buona vita, Usagi-chan. Grazie a te il mio tempo qua dentro è stato quasi piacevole. Mi hai fatto sentire un gran calore nel cuore. Non ti dimenticherò mai. Addio.
Lasciò anche un biglietto a Minamoto. Asciutto, senza troppe spiegazioni:
Me ne vado. Sono stanca di questa vita. Smettila di terrorizzare gli altri e ritrova la pace! Yūna.
Temendo il ritorno dell’uomo, Yūna era uscita di casa molto presto, poco prima dell’alba.
Shizuka si svegliò solo qualche ora dopo. Si lavò il viso, mangiò qualcosa e per un po’ non vide il biglietto.
Si accorse, piuttosto, dell’assenza di Yūna. Subito sospettò che fosse uscita a prendere qualcosa, poi vide da lontano il biglietto e le venne in mente la sera precedente. Si avvicinò e lesse.
La sua figura seminuda, in controluce dietro una lampada, con le affezionate orecchie sulla testa che pendevano in avanti, aveva assunto una posa curva e immobile. Nel silenzio più totale cominciò a sentirsi un flebile pianto.
Shizuka piangeva, ma sorrideva al tempo stesso. Sapeva perfettamente che l’amica se ne sarebbe andata, ma quella mattina sembrò essersene dimenticata.
Forse Yūna aveva accettato di combattere contro quello che aveva dentro e, chi lo sa, avrebbe anche potuto farcela. L’avrebbe mai più rivista? Era improbabile e questo la rattristava. Ma era felice per lei.
“Spero che tu ce la faccia, Yū-chan”, pensò asciugandosi le lacrime che le rigavano il viso.
Trascorse gran parte della giornata a pensare a Yūna. “Forse avrà già rivisto i suoi a quest’ora. Sarà tornata a dormire esausta nella sua stanza che non vedeva da anni. Speriamo che torni serena, che dimentichi questo periodo orribile.”
Poi si sforzò di non pensare più a lei. La speranza per l’amica si mescolava a un senso di immediata nostalgia, e quindi di sorda tristezza.
Ma Shizuka si era ripromessa, fin dai tempi della scuola, di avere sempre un sorriso sulle labbra. Di vivere felice, ad ogni costo. Anche in mezzo all’inferno.
Capitolo tredicesimo
La luna sopra Tokyo
Il giorno della partenza di Yūna era trascorso via in fretta. Minamoto non era rientrato, ma la mattina seguente Shizuka fu svegliata da lui con violenza, cosa che la terrorizzò.
L’uomo prese a calci la gabbia con una brutalità inaspettata. Shizuka, che dormiva nel divanetto dove era solita dormire la sua amica, si svegliò spaventata dal rumore del metallo calciato con così tanta foga e istintivamente si mise a sedere, raccogliendosi le gambe in un abbraccio.
– Alzati! – le gridò.
Aveva qualcosa tra le mani che sembrava un pezzo di carta.
– È sicuramente opera tua, questa! – le disse a denti stretti.
– Cos’è…? – iniziò a rispondere Shizuka, che si era alzata e avvicinata a lui.
Ma uno schiaffo improvviso la colse in pieno viso, facendola vacillare. Lei si tenne entrambe le mani sul viso e guardò con rabbia Minamoto.
– Hai convinto Yūna ad andarsene! – gridò l’uomo. – Solo tu puoi avere fatto una cosa così. Quella stracciona non aveva posti dove andare, era questa casa sua!
Minamoto la ricoprì di insulti, poi si girò e se ne andò. Non senza aver lanciato un’altra minaccia.
– Ma non finisce così, ricordatelo!
A Shizuka parve di scorgere un velo di tristezza in quella reazione di rabbia. Lo schiaffo era arrivato all’improvviso, ma senza troppa forza. Se fosse stato altrimenti, un uomo della stazza di Minamoto avrebbe fatto volare a terra una ragazza dalla corporatura esile come la sua. Era stata piuttosto la frase pronunciata da Minamoto, così a caldo, ad averla colpita: “era questa casa sua”. Shizuka ripensava e ripensava a quella frase.
Un sadico che godeva nel veder soffrire gli altri, dispiaciuto di essere stato abbandonato? Quante volte Shizuka lo aveva sentito rivolgersi agli altri chiamandoli “animali”, “insetti inutili” e con frasi di questo tipo. Eppure, quella reazione le ricordava quasi quella di un amante tradito, di un innamorato lasciato che avesse capito improvvisamente che la sua storia d’amore era finita, senza averlo minimamente sospettato prima.
“Che sia solo infuriato per aver perso il suo giocattolo, per aver perso il controllo? Eppure… quegli occhi…”
Shizuka si guardava allo specchio, tenendosi ancora la mano sulla guancia. Il dolore era già passato. Continuava invece a pensare a quegli occhi, come quelli di quel bambino che, persa la mamma al parco, gira senza meta e piangendo la chiama. Per un istante aveva anche pensato al peggio, di essere picchiata selvaggiamente. Ma poi aveva scorto qualcosa nei suoi occhi che non era soltanto rabbia.
Minamoto tornò nel pomeriggio. Aveva ancora uno sguardo adirato, ma sembrò impegnarsi per comportarsi quasi come se niente fosse. Non fece accenno alla faccenda e ostentò normalità nel dare istruzioni su cose pratiche che Shizuka conosceva benissimo, perché le aveva sentite più volte. Il pretesto fu il blocco della temperatura nell’appartamento e Minamoto colse l’occasione per dilungarsi in una lunga spiegazione su come riavviare l’impianto automatico e altre questioni di quel tipo. Parlava di quelle cose con una cura quasi ostinata, come se bastasse tornare alle faccende di sempre per cancellare ciò che era successo quella mattina. Non era né gentile né arrogante.
Solo verso sera sembrò tornare d’umore tetro. Pretese di avere rapporti con Shizuka, ma lo fece con insolita pacatezza. Non disse quasi una parola e questo lasciò stranita la ragazza. Era solito, infatti, accompagnare le sue azioni a commenti e offese di ogni tipo, come un regista di un film violento che sottolineasse continuamente di essere lui a dirigere le cose. Shizuka per un attimo aveva chiuso gli occhi e, verso la fine, quasi le parve di avere un rapporto con un’altra persona, tanta era la delicatezza che Minamoto aveva preso a usare rispetto al solito. Quella sera non disse più niente e uscì.
Mantenne quel contegno da fantasma per qualche tempo, andando e venendo nel silenzio più assoluto, e infine non si fece vedere per giorni. Prima di andarsene aveva detto soltanto:
– Se hai fame, vai pure nell’appartamento, il frigo è pieno, prendi quello che vuoi.
Erano quelle le uniche parole che Shizuka gli aveva sentito pronunciare negli ultimi giorni.
Dovette poi rifarsi vivo per forza, perché Koko era tornata per una nuova visita. Ma si limitò a farla entrare, poi se ne andò.
– Minamoto è piuttosto strano. Non l’ho mai visto con un’espressione così, sembrava decisamente giù di morale. E poi non dice cattiverie come al solito, sembra quasi civilizzato. Ma si può sapere che cosa gli hai fatto? – chiese Koko ironica.
– Yūna se n’è andata e lui si è infuriato. Ha dato la colpa a me.
– Infuriato? Mi sembra abbattuto, più che arrabbiato.
– Sì, anch’io ho notato una reazione strana.
– E perché se l’è presa con te? Tu cosa hai a che fare con le decisioni di Yūna? Per quanto tu possa averla persuasa, è stata lei poi a decidere, giusto?
– Minamoto pensa che l’abbia convinta io ad andarsene.
Koko si guardò attorno, come per ritrovare un pensiero che aveva in testa prima.
– A essere sincera, anch’io penso che tu possa influenzare le persone, anche senza volerlo. Beh, ora qui dentro sarai proprio sola. E c’è da aver paura con tutti questi mostri che ti fissano a quel modo. Ma per fortuna manca veramente poco alla tua… libertà. Anche se, a pensarci bene, è una cosa stupida questa, visto che puoi andartene anche ora, se vuoi. Perché non vieni via con me? Prepara le tue cose e andiamocene, no? Tanto il capo non c’è, non ci ostacolerà.
Shizuka sembrò imbarazzata, non rispose subito.
– Voglio… ecco, vorrei mantenere la parola data a Minamoto-san.
Koko fece una smorfia di scherno.
– Pensi che un individuo del genere meriti queste attenzioni? Ma sei seria? Sei proprio incredibile, Usagi-chan. Tu hai proprio una fiducia cieca negli esseri umani! – e, dicendo così, diede una specie di schiaffetto alle orecchie di peluche sulla testa di Shizuka, facendole vibrare nell’aria.
La nostra coniglietta, chiusa la questione, offrì del tè a Koko e la fece accomodare. Anche questa normalità fuori luogo divertì Koko. Cominciava però a trovare quel comportamento sempre più strano. E, sommandolo a quello di Minamoto, si chiese se in quei giorni non ci fosse qualcosa che le sfuggiva.
Mentre bevevano il tè, Koko era tentata di iniziare discorsi seri, come il da farsi relativo al futuro di Shizuka una volta che fosse venuta via da lì, ma non volle turbarla. “Forse già soffre per aver perso la compagnia della sua nuova amica, quella Yūna, e non voglio darle ulteriori preoccupazioni”, pensò sorseggiando il suo tè e guardando con affetto Shizuka. Le sembrò una ragione sufficiente per spiegare quel comportamento strano. Era quindi ora di rompere il ghiaccio parlando d’altro.
– Senti questa cosa, Usagi-chan. Non crederai alle tue orecchie: Suzuki mi ha detto che se voglio posso lavorare per lui, ma… intende un lavoro serio, nell’azienda! Ci sono rimasta quando ho sentito quella proposta. Penso di aver spalancato la bocca in silenzio, immobile.
– Cosa? – urlò Shizuka. – Incredibile, veramente. Però tu ti sottovaluti. Forse Suzuki ha semplicemente capito che sei in gamba. Ma continueresti anche il lavoro… il lavoro extra? Intendo, quelle serate, insomma.
– Non lo so. Per quanto riguarda la sua proposta, se il lavoro non mi obbligherà a incontrarlo troppo, potrei anche accettare. Ma per ora non ne ho idea. È una cosa talmente strana che non so cosa fare. Non sono pronta a decidere una cosa che non mi sarei neanche immaginata. Sembra una di quelle storielle a lieto fine, ma a me fanno orrore i lieto fine!
Shizuka tossì per un sorso di tè andato di traverso, mettendosi a ridere.
– Dopo tutto quello che hai fatto insieme con quell’uomo, hai paura di vederlo qualche volta in un ufficio? Koko-chan, direi che questo è l’ultimo dei problemi!
Koko la guardò di traverso.
– Proprio la sua normalità mi spaventa. Non lo so, quella normalità mi sembra così innaturale, così… falsa. Ma devo anche dire che finirei a fare qualcosa come l’impiegata. Quindi, difficilmente avrei occasione di vederlo. Non penso che il grande capo si metta a frequentare tutte le impiegate. Ne avrà centinaia, forse migliaia, chi lo sa.
– Perché hai paura della normalità di Suzuki?
Koko sospirò e per un attimo si trattenne.
– Sai… mi chiedo quale sia il vero Suzuki. – aggiunse poi, poggiando la tazza sul tavolino. – Il diavolo, il maniaco, o il manager di successo sempre gentilissimo con tutti? Secondo me, neanche lui si ricorda quale delle versioni di se stesso è falsa e quale è realtà.
– È così per tutti, in fondo. – rispose Shizuka a bassa voce.
– Questo non è vero per te, però. Tu hai il coraggio di essere te stessa, sempre e comunque.
Shizuka fece un cenno di gratitudine con la testa e versò altro tè all’amica.
– E se fosse l’uomo per bene la vera versione, l’uomo reale? – riprese Koko. – Comunque, vedremo… mi sono presa del tempo per decidere. Ero venuta solo per vedere se andava tutto bene e per assicurarmi che non te ne fossi inventata un’altra delle tue. Pensavo di trovare tutto noiosamente uguale, ma vedo che comunque la novità di Yūna che se n’è andata ha ravvivato le cose, qua dentro. Mi chiedo, però, se non sia rischioso rimanere sola con Minamoto, se si è arrabbiato così con te come dici.
– Mi ha dato uno schiaffo. – si lasciò scappare Shizuka. Ma se ne pentì subito e si coprì la bocca con la mano.
– Cosa? Davvero! – chiese lei agitata. – Lo prendo a calci nel culo, quel maledetto grassone!
Dopo l’episodio delle sculacciate, la violenza dell’uomo si era manifestata solo nella sua foga sessuale. Era inteso che non avrebbe dovuto fare male a Shizuka o se la sarebbe dovuta vedere con Koko e Joe. Quindi quello schiaffo poteva essere l’avvisaglia di un comportamento più pericoloso.
– Ma non ti preoccupare, non mi ha fatto male, e poi… mi ha chiesto scusa. – ribatté Shizuka mentendo, ma pensando tra sé e sé che il contegno di Minamoto era stato qualcosa di simile a delle scuse.
Koko parve calmarsi. Ma in caso lui si fosse fatto troppo aggressivo, o addirittura violento, pretese di essere informata.
Poi raccontò ancora di Lú yǐn, la sua amica che lavorava al centro massaggi, di quanto le fosse cara. Di come fosse arrivato anche per loro il momento di cambiare vita. Le spiegò che aveva chiesto a Lú yǐn di andare ad abitare con lei e di lasciare il lavoro al centro massaggi.
– Dopo tanti anni è incredibile come mi senta a casa in quel posto lurido, ma devo ammetterlo. Luise è quasi come una zia che si prende cura di noi, ma in stile… cinese: molto pratica e brusca, ma sotto sotto…
– Allora, anche Lú yǐn vuole cambiare vita!
– Sarà l’effetto valanga! Se qualcosa cambia vicino a te, rotolando fa cadere anche quello che ti sta attorno. Senti, Shizuka, voglio chiederti una cosa. Tu non hai intenzione di tornare a casa dai tuoi genitori, vero? Come ha fatto la tua Yūna, intendo.
– No, non voglio tornare dai miei. Che stiano sereni e non abbiano sempre sotto gli occhi la loro figlia pazza.
Koko sembrò concentrarsi su qualcosa che non era lì con loro.
– Ascoltami… ci sarebbe un posto dove puoi stare. È una soluzione provvisoria, ma meglio di niente.
Shizuka attese in silenzio che Koko continuasse.
– Ne ho già parlato con Luise, spero che tu non te la prenda per questo. Anche se non lavoro più lì, sono rimasta di casa. Là al centro ci sono delle stanze per le ragazze appena arrivate o che non sanno dove stare. Ti ospiterebbero lì, ma non ti preoccupare, non devi certo lavorare per loro.
– È stato un pensiero gentile da parte tua. Ci penserò. – concluse Shizuka.
– Dovevi vedere la faccia di Bobbo! “Questo non è un albergo!”, ha gridato. Poi si è fatto un agnellino e ha detto qualcosa come, “E va bene, se la tua amica è in difficoltà, può stare qua.”
– Insomma ti ha perdonato? Ricordo quando ti ha cacciata.
– Bobbo è fatto così, sembra una bestia feroce, ma penso sia un uomo buono, in fondo. Non so come sia possibile essere contemporaneamente buoni e gestire la prostituzione illegale, ma dopo tanti anni lo vedo così. Non ha mai messo le mani addosso a una ragazza, ha solo gridato, e questo ti assicuro che è una vera rarità nel nostro ambiente. Le ragazze, con la minima scusa, vengono picchiate o persino peggio. Anche a proposito di Bobbo, dicono che da ragazzo abbia ammazzato qualcuno. Non so se sia vero, non mi sembra uno capace di fare una cosa del genere. Ma nel dubbio, è meglio non farlo arrabbiare. Chissà perché continuo a tornare là dentro, ogni tanto, per salutarli. Devo avere qualcosa che non mi funziona nel cervello!
– E Luise? Parli di lei con affetto, dopo tutto. Non ti sembra strano anche questo?
Koko si alzò e si stirò le braccia per levarsi di dosso l’imbarazzo che aveva nel raccontarsi così.
– Devo fare un po’ di attività fisica, o invecchierò prima del tempo! Mi fa male tutto, accidenti! Dicevi? Eh, sì, Luise… Sai, i primi anni la odiavo. Così schietta, diretta, a badare solo agli affari. Mi sembrava ci trattasse come animali in un allevamento. E sai cosa vuol dire per noi! Ho capito poi, col tempo, che c’erano piccole cose che dimostravano che anche lei si affezionava alle ragazze, che ci teneva a noi, a modo suo.
– Ad esempio?
– Una volta mi sono ammalata. Stavo lì da loro. Ero abituata a quel suo fare sgarbato, e me la ritrovo tutta premurosa, che mi prepara il tè, mi massaggia la testa che mi scoppiava per via della febbre molto alta. Probabilmente per una qualche infezione presa da quei maniaci che vengono al centro.
– Ecco perché l’hai definita una zia!
– Aspetta, non è tutto! “Figliola, devi mangiare, e copriti bene”, mi dice una sera, notando che non avevo mangiato e… mi rimbocca le coperte! “Figliola”, mi chiama, capito?
Shizuka pronunciò un “eeeeee” prolungato di sorpresa, mentre Koko assunse una faccia divertita.
– A volte le persone sono meglio di come sembrano. – sussurrò Shizuka – Se trovi gentilezza intorno a te, finirai per essere una persona gentile.
– Già… ma non è sempre così. Usagi-chan… non farti troppe illusioni sugli altri o ti caccerai nei guai. E soprattutto, prenditi cura di te stessa. A questo mondo siamo sole.
***
Era arrivata la sera. Koko se ne era andata via da un pezzo.
Shizuka aveva trasgredito ancora una volta le regole di Minamoto, aveva aperto la finestra ed era rimasta affacciata lì a guardare fuori a lungo. Aveva avvertito il bisogno di aria fresca, ma soprattutto di vedere il cielo notturno. Ne sentiva la mancanza.
L’appartamento si trovava in un edificio piuttosto alto e la vista da lassù era splendida. Soprattutto di notte. Non molto distante si vedeva svettare dalla selva degli edifici il grattacielo di Yoyogi, illuminato sullo sfondo di un cielo nero. Sotto, una distesa infinita di luci ed esseri umani, per lo più ignari gli uni degli altri.
Rimase per un tempo indefinito coi gomiti appoggiati al davanzale e la testa tra le mani. Un’aria fresca le soffiava sul volto. Le venne la pelle d’oca, ma in qualche minuto si ambientò e si sentì meglio. Era come se si fosse dimenticata del suo corpo. Il fruscio lieve del vento nelle orecchie era l’unica cosa che rompeva quel silenzio.
Quei giorni erano stati pieni di emozioni. Yūna che se n’era andata, Koko che le aveva trovato una sistemazione. Era strano vedere una come lei che ne aveva passate tante, essere ancora così piena di voglia di vivere. Si ricordò di quando era intervenuta in suo aiuto, sferrando un calcio nel sedere di Minamoto. Le scappò un sorriso.
E quella sua amica, quella Lú yǐn che Shizuka era così ansiosa di conoscere? Una presenza quasi familiare, anche se non l’aveva mai incontrata prima, ma della quale Koko parlava così spesso e sempre con grande affetto. “La mia Lú yǐn è bella quanto te, Usagi-chan, siete due bellissime bamboline”, le aveva detto una volta Koko, ridendo e facendola arrossire.
E poi c’era il suo Joe. Amico, amante? Cos’era, Joe, per lei? Come altro poteva essere definita una persona che aveva potuto accettare tutto quello e non era scappata via?
Nessun altro avrebbe fatto una cosa del genere. L’aveva aspettata per anni, nell’attesa che rinsavisse, con pazienza, con tutta la sua scienza nel cercare di darsi spiegazioni, nel cercare di capire la sua testa e la sua “malattia”.
Era pena, compassione, amore? Shizuka sentì anche un senso di colpa. Ma come si era detta tante volte, la libertà di essere noi stessi non poteva scendere a compromessi, neanche con le persone che amiamo, anche quando proviamo una pena infinita nel vederle soffrire.
Da una parte c’era quel mondo, così pieno di calore. Dall’altro quello di Minamoto e Suzuki, di quelle persone che parevano vivere di una cattiveria compiaciuta di se stessa.
Ma erano davvero così diversi quei due mondi? Chi era Shizuka per giudicare, per dire chi erano i buoni e i cattivi? Provava rabbia quando vedeva che a qualcuno veniva procurata sofferenza, ma giudicandoli non si sarebbe ridotta come tutti gli altri che le dicevano che era una pazza e ingrata a continuare con quella storia di essere un coniglio?
Quelle ragazze con il loro sguardo vuoto, allegre solo perché ubriache, le passarono davanti agli occhi e le venne un nodo alla gola. Hina, l’ex compagna di scuola, per fortuna se ne era andata. E anche Yūna forse si era allontanata per sempre da quel mondo. Ma tutte le altre?
Poi vide con nitidezza il volto di Nakashima, col suo sorriso e i suoi occhiali enormi e tondi che mettevano paura.
Koko le aveva parlato spesso anche di quel Kashiwagi, un poveraccio che aveva solo trovato il modo di fare soldi, ma che poi sembrava aver abbracciato con passione quella vita. Ci stava a suo agio lì in mezzo.
Shizuka poteva lasciarsi tutto alle spalle quando voleva, anche ora. Era stata una sua scelta precipitare in quell’abisso, aveva voluto vedere coi suoi occhi cosa c’era dentro all’inferno. Ma loro? Si erano resi conto di esserci caduti? Era stata una loro scelta e avevano subito le scelte di altri?
Non seppe perché, ma all’idea di non rivedere mai più quelle persone, fu presa da una strana malinconia. Non solo Koko, ma anche gli altri. Si ricordò di Suzuki che aveva offerto un lavoro serio a Koko. L’uomo d’affari, il sadico e senza scrupoli Suzuki, che aiutava una prostituta dei bassifondi.
E Minamoto? Incapace di provare qualcosa per il prossimo, sembrava aver sofferto nel perdere Yūna. Una povera ragazza depressa che doveva essere per lui solo un nuovo gioco da usare e poi buttare, ma alla quale forse aveva cominciato ad affezionarsi? No, non poteva essere. Stava sovrapponendo il suo modo di vedere le cose alla vita di Minamoto.
Shizuka pensava a tutto questo guardando Tokyo dall’alto, quella notte, mentre vedeva quasi riflessi nel cielo davanti a sé i volti delle persone che facevano parte della sua vita o che ne avevano fatto parte negli anni passati.
Vedeva un groviglio inestricabile e confuso, impossibile da sciogliere e distinguere, di sofferenza e felicità, di speranze e delusioni. Ancora fruscii di vento, ancora le luci della città che tremolavano nel buio.
***
Quei pensieri furono interrotti dal rumore della porta d’entrata che si richiudeva. Minamoto era infine tornato a casa, a tarda notte, dopo giorni di assenza. Si sentì il solito rumore ovattato dell’uomo che si affaccendava di là, un rumore ormai familiare per Shizuka. I passi, l’acqua che scorreva nella doccia, oggetti spostati, porte che si aprivano e si richiudevano.
“Forse l’ho fatto troppo arrabbiare, questa volta entrerà qui e vedendo la finestra aperta mi accopperà con un colpo netto, dietro al collo. Proprio come… un coniglio”, si disse spaventandosi, ma trovando allo stesso tempo la cosa anche un po’ comica.
Rimase davanti alla finestra, non si spostò. A breve avrebbe lasciato quel posto e quella vista non avrebbe più potuto ammirarla. Non voleva distogliere lo sguardo da lì e non aveva paura delle conseguenze.
Trascorse un tempo che le parve lunghissimo. Poi si sentì la porta aprirsi e Minamoto giunse in quell’ala della casa. Si avvicinò alla stanza ed entrò.
Lei non poteva vederlo, ma stava fissando Shizuka con uno sguardo carico di odio. Shizuka si voltò e gli lanciò un’occhiata a sua volta. Lo vide sedere sul divano e guardarla con una fissità che la terrorizzò, nel silenzio assoluto, nella semioscurità. Lei prima gli rivolse uno sguardo imbarazzato, ma poi visto che Minamoto non diceva nulla e continuava a guardarla, si rigirò e continuò ad ammirare la notte di Tokyo dalla finestra.
Poco dopo Minamoto si alzò. Si immaginava il solito copione, il dover soddisfare i suoi desideri, la sua sessualità violenta.
Minamoto le si avvicinò. Sovrastava Shizuka in altezza di un bel po’. La piccola coniglietta sentì l’uomo alle spalle. Attendeva di essere strattonata, presa per un braccio o anche per i capelli e buttata a terra. Si tenne il cerchietto con le orecchie per non perderlo.
Ma Minamoto semplicemente si appoggiò a lei, senza dire nulla. Per un lunghissimo, interminabile minuto, sentì solo il suo corpo che le premeva leggermente sulla schiena. Cosa stava facendo? Doveva temere qualcosa? La sua rabbia era giunta a tal punto da farlo cambiare così, da farlo impazzire?
Poi le braccia grosse di lui la cinsero in un movimento lento. Shizuka si figurò quelle grosse mani intorno alla sua gola. Quanto sarebbe durata la sua agonia? Era quella l’ultima notte della sua vita?
Ma le cose andarono diversamente. Minamoto la stava solo abbracciando. Anzi, a una prima, tiepida stretta, quell’abbraccio parve accentuarsi, ma in modo leggero e solo accennato.
Si sentì così smarrita che le venne da trattenere il respiro. Un preludio a ben altri avvenimenti? Possibile che il Minamoto che conosceva lei fosse capace di abbracciarla così? Poi i suoi dubbi divennero addirittura stupore: lui aveva cominciato a baciarla sul collo. Lei accarezzò a sua volta il grosso braccio di Minamoto.
– Che bella Tokyo, da quassù. – sussurrò poi continuando a guardare avanti e a passare le sue piccole dita sul braccio di lui.
Rimasero in silenzio a lungo. Poi Minamoto fece un passo indietro e Shizuka lo sentì allontanarsi.
Ricadde sul divano, immobile. Infine, una serie di brontolii la indussero a voltarsi, rivelando un Minamoto ripiegato su se stesso. Non c’erano dubbi, stava piangendo. Prima sommessamente, poi trattenendosi a fatica. Shizuka si avvicinò al divano e ricambiò l’abbraccio di poco prima.
Infine, lui la scostò da sé, ma sempre con garbo. Guardò Shizuka con un’espressione benevola che non aveva mai avuto prima di allora, senza dire nulla. Poi mosse le labbra, sussurrò quello che a lei parve un “grazie”. Ma non era sicura di aver sentito bene. Quindi si alzò e se ne andò.
Dalla finestra si vedeva ancora una luna pallida che sovrastava la notte di Tokyo.
Capitolo quattordicesimo
Il destino di Yūna
La mattina in cui era uscita dall’appartamento di Minamoto, Yūna si era diretta subito verso casa. Temendo di non avere il coraggio di fare ritorno dai suoi, decise di non aspettare troppo.
Aveva ancora le chiavi di casa con sé, uno dei pochi oggetti personali che si era portata dietro per tutto quel tempo, quasi fosse un talismano. I genitori dormivano ancora e non furono svegliati dal rumore della figlia che rientrava.
Non avevano avuto notizie di lei, se non indirette, da almeno un paio d’anni. Lei si era premurata solo di far ricevere loro qualche informazione per rassicurarli sul fatto che era viva e stava bene. Per quanto si potesse definire “stare bene” quella vita derelitta che conduceva.
I primi tentativi di riportarla a casa, dopo che la polizia aveva loro segnalato che la ragazza dormiva per strada, erano falliti. Yūna aveva minacciato di cambiare città e non farsi mai più sentire se non l’avessero lasciata in pace. A malincuore, i genitori esaudirono le sue richieste, ma quando potevano cercavano di tenerla sott’occhio, da lontano. Fino a che, un bel giorno, era sparita dal parco di Ueno, dove tentavano di controllarla senza che lei se ne accorgesse. In realtà, Yūna aveva semplicemente cambiato abitudini per qualche settimana, spostandosi in orari diversi rispetto alla sorveglianza a distanza dei genitori, e coincidenza volle che, non vedendola, pensarono avesse lasciato Tokyo.
– Se la ragazza è maggiorenne, se è in grado di intendere e di volere e ha lasciato casa di sua spontanea volontà, noi non ci possiamo fare niente. – avevano detto loro alla stazione di polizia.
– Ma finirà per morire di stenti! – aveva replicato la madre al poliziotto, trattenendo il pianto.
– Signora, capisco che sia una sofferenza vedere la propria figlia che vive per strada, ma noi agiamo in base alla legge. Le persone sono libere di fare quello che vogliono, se non la infrangono.
– Ci sarà pure qualcosa che potete fare? – si intromise il padre.
Il poliziotto parve imbarazzato.
– Sentite, l’unica cosa che posso fare, ma lo dico in via informale, è controllare con una certa attenzione vostra figlia. La terremo d’occhio e le faremo pressione, chiedendole spesso di identificarsi, di farci vedere i documenti. Magari questo potrebbe indurla a tornare a casa, potrebbe seccarsi della nostra insistenza. Ma non è detto, non dovete farvi illusioni.
I genitori di Yūna si inchinarono più volte, ringraziando. Ma presto si accorsero che neppure la polizia era in grado di garantire la sicurezza della figlia, visto che un bel giorno parve scomparire nel nulla.
L’acqua calda del bagno di casa che scorreva sul suo corpo le sembrò diversa dall’acqua di tutti gli altri luoghi dove era stata in quegli anni. Nella sua stanza era tutto come lo aveva lasciato. Indossò una maglietta e dei pantaloni che odoravano di detersivo, ma le andavano larghi. In quei due anni era dimagrita molto.
Dopo qualche ora che era in casa, si sentì parlare di là. Il padre aveva detto “C’è Yūna nella sua stanza”, e aveva sentito la madre piangere e pronunciare frasi incomprensibili.
I genitori si comportarono in un modo che a prima vista avrebbe potuto apparire bizzarro. La madre bussò alla porta dopo un po’ e le disse con un sorriso: “La colazione è pronta, vieni”.
Anche durante la giornata, e ancora oltre, quella strana normalità continuò. Ed effettivamente Yūna fu grata per questo. Doveva essere difficile per loro comportarsi a quel modo, ma lo fecero senza farle domande né rimproverarla.
– Sei dimagrita, dobbiamo comprare dei vestiti nuovi. – disse la madre mentre riassettava la cucina e Yūna mangiava.
– Conto di ingrassare un po’ e rientrare nei miei vestiti. – rispose Yūna con un viso stanco. – Così non spendete soldi inutilmente. I vestiti rimasti nell’armadio sono ancora in buono stato, quasi nuovi. Io non ho soldi, ma mi troverò un lavoro al più presto. Non voglio darvi altri pensieri.
Anche la stanza del fratello era rimasta la stessa. Come spesso accade dopo una morte, le cose erano rimaste nello stato in cui si trovavano quel giorno.
Yūna aprì la porta della stanza che era stata del fratello e rimase sulla soglia, guardando all’interno. Era giorno, ma un cielo cupo e una giornata fredda rendevano la stanza quasi buia. C’erano ancora quel silenzio e quell’immobilità che l’angosciavano e che ricordava troppo bene. Non riuscì a entrare e a guardare oltre, se non per qualche istante.
Durante il pomeriggio il tempo migliorò e spuntò anche il sole. Yūna fece una passeggiata al parco vicino casa, si fermò a lungo su una panchina guardando dei ragazzi che giocavano a baseball nel cortile di una scuola, e poi tornò verso casa. Rimase in silenzio per quasi tutta la giornata, a parte quelle poche parole scambiate coi genitori a colazione. Anche a sera non disse più di tanto, ma cercò di essere gentile quanto più poteva. Sapeva che col suo comportamento aveva aggiunto sofferenza a sofferenza. Ma non aveva potuto fare altro.
Giunta la sera non riuscì a dormire. All’inizio cercò di rimanere nel letto, immobile, ma il sonno non arrivava. Così si alzò, decidendo che sarebbe stata sveglia finché poteva, nella speranza di crollare dalla stanchezza. Si era fatta notte fonda ed era ancora alla finestra, a guardare il cielo. Yūna non poteva saperlo, ma in quello stesso momento anche Shizuka, lontana, stava guardando la stessa luna, pensando a lei.
***
In quei giorni Joe chiamò Koko e le chiese aggiornamenti a proposito di Shizuka. Koko parve allegra e gli disse che ormai il suo incubo stava per finire. Shizuka aveva capito che non le avrebbero permesso oltre di continuare con quella vita, anche a costo di mettere a soqquadro le loro stesse esistenze. Insomma, aveva ceduto. O forse era meglio dire che aveva deciso di sua spontanea volontà di cambiare vita ancora una volta, e che questo coincidesse con le loro aspettative era solo un puro caso.
– Non mi aspetto, però, di riuscire a vivere una vita… normale con Shizuka. – disse Joe con un tono abbattuto. – Ormai sono passati troppi anni e non è mai cambiato nulla. Perché questa volta dovrebbe essere diverso? Sperare è del tutto inutile.
– Con Usagi-chan non c’è niente di prevedibile, questo è certo. Quello che ha in quella testa è un mistero per tutti. – ribatté Koko. – Ma è sicuramente un miglioramento saperla al sicuro.
– Comunque, grazie per quello che fai. – aggiunse Joe. – In fin dei conti, sei quasi un’estranea per lei, l’hai conosciuta da pochi mesi, e ti sei presa cura di lei con un tale affetto da farti onore.
– Perché è difficile non provare affetto per quella pazza di Shizuka, dopo tutto. – concluse Koko. – Sembra che si possa solo amarla o odiarla. Non saprei dire proprio perché, ma pare che per chiunque la conosca un po’, sia così. Non ci sono vie di mezzo.
Il dottor Kimura fu informato degli sviluppi della paziente più interessante che avesse mai avuto. Rassicurò il suo allievo sul fatto che il lieto fine esiste, solo che non è come lo immaginiamo. Ma Joe non si fece persuadere più di tanto, anche perché quello non gli sembrava per niente un lieto fine. Piuttosto, il ritorno a una situazione precedente.
Anche Koko, dopo aver gioito delle nuove prospettive che pensava di avere, cercò di non farsi troppe aspettative sul proprio futuro. La serie di eventi che le stavano accadendo negli ultimi tempi, la fortuna inaspettata di quelle entrate extra così sostanziose, conoscere Shizuka, erano tutte cose che le avevano fatto apparire il futuro come qualcosa di desiderabile e persino felice. Ma la sua prudenza tornò a farsi sentire. Non voleva soffrire per delusioni prevedibili, preferiva non aspettarsi nulla. Le venne in mente il periodo in cui aveva frequentato il francese e provò vergogna.
Luise la stupì ancora una volta. Le telefonò e, chiamandola di nuovo “figlia mia”, come quella volta in cui si era ammalata, le chiese, corrucciandosi, di andarla a trovare più spesso, di non dimenticarsi di lei.
– E porta anche quella capricciosa di Lú Yǐn!
Quest’ultima, infatti, anche su pressione della stessa Koko, aveva lasciato da qualche giorno il lavoro al centro massaggi e aveva preso a vivere con lei, quindi Luise non vedeva le sue storiche ragazze già da un po’.
Possibile che la rude Luise sentisse la loro mancanza dopo un tempo così breve?
“I personaggi di questa storia sono pieni di sorprese”, pensò Koko divertita, nel vedersi davanti la vecchia Luise che la rimproverava perché non riuscivano a fare più clienti durante la serata, e la nuova Luise che voleva rivedere le sue “figliole”.
– Zia Luise, sei ben strana anche tu! – si disse divertita ad alta voce, mentre camminava.
Per fortuna, il flusso ordinario delle esistenze riprese a scorrere, e i troppi pensieri nelle teste di Koko, Joe e dei genitori di Yūna si persero lentamente nel quotidiano.
***
Minamoto, dopo quella strana serata, non si era quasi più fatto vedere da Shizuka. Lei, come al solito, lo aveva sentito fare rumore qualche volta, ma non era entrato nella sua stanza. Aveva avuto la tentazione di aprire la porta e andare verso di lui, ma temeva di esasperare la situazione, di farlo arrabbiare o di metterlo in imbarazzo.
Un pomeriggio, improvvisamente, fu lui a entrare da Shizuka.
– Non farò troppe premesse. Puoi andare via, se vuoi. Intendo che puoi lasciare questa casa. Per quanto mi riguarda, hai rispettato i patti che avevamo fatto. Non occorre che tu stia qui fino alla fine. E poi mancheranno pochi giorni, ormai. Giusto? Io non lo so, non ricordo il termine esatto. – disse lui facendo riferimento a quel cosiddetto contratto.
Shizuka lo guardò in volto con comprensione.
– Cosa farai adesso? – gli chiese lei. E disse “adesso” dando come per implicito che qualcosa fosse cambiato rispetto al passato.
– Suppongo quello che ho sempre fatto. O forse no. Comincio a stancarmi della solita vita, se è questo che vuoi dire. Magari è anche colpa tua. O di quella cinese rompiscatole, non so. Ma non penso che siano affari tuoi… anzi, voglio dire, che ti interessi qualcosa di me.
Shizuka sorrise.
– Posso tornare a trovarti, qualche volta? – gli chiese ancora.
Minamoto sgranò per un impercettibile secondo gli occhi dalla sorpresa, ma poi riprese il suo solito contegno.
– A trovarmi? Come si fa con un vecchio amico? Sei proprio matta, tu, vero? Sto pensando di trasferirmi in America per un certo periodo. Sembra che agli americani cominci a interessare la nostra musica. Ci sono prospettive di sviluppo ed è l’occasione per fare buoni affari laggiù. Siamo ancora esseri esotici per gli americani, dopo tutto.
– Come diventi serio, Minamoto-san! – disse Shizuka scherzando.
– Suzuki mi ucciderebbe se perdessi la sua parte di investimento. Devo almeno impegnarmi a far girare le cose. Ognuno ha la sua… via d’uscita. – disse queste parole enigmatiche mostrando un certo disagio.
Nella pausa che seguì si sentì il ticchettare dell’orologio. Poi il rombo di un aereo nel cielo sopra la capitale.
Rimasero d’accordo che Shizuka avrebbe lasciato l’appartamento quel giorno o al massimo la mattina successiva. Minamoto si congedò con un inchino. Le augurò buona fortuna e uscì. Shizuka avrebbe voluto abbracciarlo per salutarlo, ma la distanza che l’uomo voleva mantenere la scoraggiò. Dopo tutto, erano stati intimi, anche se era stato solo sesso comprato. Poi ricordò l’abbraccio tenero di lui e si chiese se quello che aveva vissuto fosse realtà o immaginazione.
Si mise quindi a preparare le poche cose che aveva, incerta su quando lasciare effettivamente quella casa. Minamoto le disse che poteva portarsi via i libri che voleva, quelli che aveva letto nelle settimane precedenti. Lei ringraziò e si infilò nella piccola borsa due o tre romanzi che avevano allietato le sue notti in solitudine, Neve sottile di Tanizaki Jun’ichirō, Lampi di Hayashi Fumiko e I fratelli Karamazov di Dostoevskij.
Mentre si chinava per guardare se aveva dimenticato qualcosa sotto il divano, le caddero le orecchie da coniglio dalla testa. Istintivamente se le portò al naso.
– Caspita, aveva proprio ragione Yū-chan, queste orecchie puzzano da morire! – disse ad alta voce.
Allora si diresse verso il bagno, le immerse sotto un fiotto di acqua tiepida e, preso un po’ di shampoo, le massaggiò delicatamente. Erano tutte infeltrite e malandate. Si vide riflessa nello specchio mentre le ispezionava da vicino e trovò la cosa divertente.
– Tornerete pulite e profumate! – disse parlando direttamente alle sue orecchie.
Badando bene a non avvicinarsi troppo per non bruciarle, si mise quindi ad asciugarle con l’asciugacapelli e, in qualche minuto, poté rimettersele in testa, non prima di averle odorate di nuovo.
– Ecco, finalmente siete belle profumate. Anche Yū-chan sarebbe fiera di voi!
La piccola borsa che avrebbe dovuto portare via con sé era ormai stipata e cominciò a sentirsi un po’ sola. Poi si ricordò di quello che aveva detto Minamoto: “Usa pure il telefono. Le regole della tua prigionia concordata non sono più valide. Così ti puoi chiamare un taxi, se serve”.
– Chiamerò invece Koko-chan. – continuò a dire in quella sua conversazione solitaria ad alta voce. – Chissà come le farà piacere! Joe… Joe è meglio avvisarlo più avanti. Non vorrei che si precipitasse qui e litigasse anche con Minamoto-san. Joe è così imponente, avrebbe la peggio.
Koko non solo fu felicissima di sentire che aveva finalmente deciso di venir via da quel posto, ma si propose subito di andarla a prendere. Shizuka protestò che non aveva niente da portare, se non una piccola borsa, ma quella insisté perché voleva accompagnarla da Luise, come da accordi.
– Smettila sempre di essere così…, di preoccuparti troppo per gli altri e fatti trovare pronta per l’orario che abbiamo deciso. – le ordinò Koko, chiudendo la discussione.
Messo giù il telefono, nel silenzio della casa si ricominciò a sentire il ticchettio dell’orologio. Quello strano orologio pareva farsi sentire solo in certi momenti. In realtà il suono era sempre lo stesso, ma per la maggior parte del tempo Shizuka non ci faceva caso. Ora era felice e allo stesso tempo dispiaciuta. Era incredibile come quel posto orribile, colmo di oggetti di dubbio gusto e pensati solo per incutere angoscia alle malcapitate, fosse diventato piano piano un luogo a lei familiare. Ancora una volta non riuscì a non pensare a Minamoto. Per fortuna, giunse l’ora di andare.
Quel tardo pomeriggio, quando Koko arrivò, aveva però un’espressione veramente strana, ben diversa dalla gioia che aveva dimostrato al telefono. Era seria e triste, oltre ogni aspettativa.
Shizuka attese un po’ prima di chiederle qualcosa. Poteva avere pensieri personali che magari non voleva condividere con lei. Poi, mentre raccoglieva le sue ultime cose, la vide con quell’espressione abbattuta e cominciò ad allarmarsi.
– Koko-chan, che ti succede? Non sei allegra come al solito. Anzi, sei proprio giù. Non farmi preoccupare, dimmi qualcosa!
L’amica sorrise amaramente. Pronunciò qualche parola di circostanza, fece finta di aiutare Shizuka a richiudere la borsa perché l’aveva riaperta per inserirvi un oggetto dimenticato, e si trovò in grande difficoltà. Non sapeva come dire a Shizuka quello che aveva saputo da poco, e cioè che Yūna era morta.
Koko lo aveva saputo perché, cercando di chiamarla per avere sue notizie, aveva sentito sempre il telefono squillare a vuoto. Finché quella mattina aveva risposto una voce spenta di una donna, evidentemente non quella della ragazza.
La madre di Yūna, con la stessa dignitosa sofferenza che aveva imparato ad avere in quegli anni, ringraziò con formalità eccessive per aver chiamato e disse che Yūna era morta un paio di giorni prima.
La lunga pausa che seguì a quelle parole fu interrotta da Koko.
– Mi scusi se le faccio questa domanda, ma… come è successo? – chiese con indugio.
– La mia Yūna… la mia Yūna si è uccisa. Con dei farmaci. – disse la signora con voce tremante. – Grazie ancora per aver chiamato, grazie, arrivederci… Mi scusi. – ribatté poi frettolosamente, mettendo giù.
Koko le raccontò tutto questo prima di uscire di casa. Ritenne fosse meglio darle il tempo di riprendersi lì, piuttosto che raccontarle tutto per strada, magari in treno o in mezzo alla gente.
Shizuka si sedette e si prese la faccia tra le mani. I singhiozzi scossero il suo piccolo corpo. Koko le si sedette accanto, appoggiandole una mano sulla spalla.
– Dai, Usagi-chan, non ci possiamo fare niente. La povera Yūna ora riposerà in pace. Certamente non avrà sofferto. – le disse in un prevedibile quanto inutile tentativo di consolazione.
Shizuka annuì con la testa senza rispondere. Yūna non era riuscita a liberarsi da quello che aveva dentro. Ma ci aveva provato. Lei lo sapeva.
Koko le lasciò un po’ di tempo. Ogni tanto chiedeva qualcosa di futile, per spostare l’attenzione, come “hai preso tutto?”, e altre domande simili.
– Ma ora basta. Non possiamo cambiare le cose. – disse poi con un altro tono. – La povera Yūna non tornerà in vita neppure se stiamo qui a pensarci per il resto dei nostri giorni. Vieni, distraiamoci. Lei ne sarebbe felice. Andiamo da Luise. Sarà contenta di fare la tua conoscenza.
Shizuka fece cenno di sì, guardandola con gli occhi rossi e gonfi. La porta dell’appartamento di Minamoto si richiuse dietro di loro. Le due ragazze non avrebbero mai più rivisto quel luogo.
***
La scena a Kabukichō fu surreale, quasi comica e di tutt’altro tenore.
Luise accolse Shizuka con tutte le cortesie e le cerimonie possibili, come se il cosiddetto centro massaggi fosse un albergo di lusso e non un centro illegale di squillo in un tugurio, in un quartiere a luci rosse. Anche Koko ne fu imbarazzata. Erano un’esagerazione quell’accoglienza e tutte quelle cerimonie. Forse Luise era rimasta traumatizzata dall’aver perso le sue due giovani ragazze, lei e Lú Yǐn, e riversava il suo bisogno di contatto umano in quell’atteggiamento esagerato? Venne a salutare anche Bobbo e anche lui trattò l’ospite con un comportamento simile, cosa che letteralmente lasciò stupefatta Koko.
– Signorina, per far contenta Koko-chan noi l’aiutiamo volentieri. Si prenda tutto il tempo che le serve, qui del posto ne abbiamo e non sarà di nessun disturbo. E poi è proprio carina, lo sa? – disse lui in un buon giapponese, accentuando l’inchino.
Koko e Luise non seppero trattenersi dall’assumere un’espressione di sorpresa e si lanciarono anche un’occhiata divertita. Era quel Bobbo che urlava e imprecava sempre contro le ragazze? Quel cafone che usava parole scurrili in continuazione?
Luise e Bobbo erano stati avvisati della mania di Shizuka di credersi un coniglio e non fecero cenno alle orecchie e agli altri orpelli, né a qualche riferimento alla questione da parte della stessa interessata. Tuttavia, malgrado la spiegazione di Koko, non è che ci avessero capito più di tanto di quella storia.
I due padroni di casa continuavano a ostentare una cortesia eccessiva, che a un certo punto parve addirittura comica. “Dopo tutto, ovunque arrivi Usagi-chan, arriva anche la gentilezza”, pensò Koko nel vedere la metamorfosi di Luise e Bobbo, quasi toccata da quel pensiero. Poi diede una sbirciata veloce a Shizuka. Aveva ancora in mente Yūna, eppure era lì, risoluta, con quel suo solito sorriso. Provò per lei compassione.
– Grazie, grazie tanto, siete veramente gentili, e scusate ancora per il disturbo. – fece Shizuka a sua volta, inchinandosi.
– Bah, sciocchezze… Koko-chan, quell’ingrata di Lú Yǐn pensa di venirmi a salutare ogni tanto? – le ripeté ancora una volta Luise con il tono scorbutico che le era più confacente.
– Glielo dirò, glielo dirò. – rispose lei, tagliando corto. – Ma ora lasciate che aiuti Shizuka-san a sistemarsi nella sua stanza. Ci vediamo dopo, va bene? Vieni, Shizuka, vieni, da questa parte.
Guardando quella sistemazione modesta, non è che avesse di molto migliorato la sua situazione trasferendosi lì rispetto alla prigione di Minamoto. Anzi, il lusso che c’era là, da Minamoto, al centro massaggi, era solo un pallido ricordo. Anche di giorno la quantità di luce che entrava lì era ben poca, soprattutto a causa delle tante pareti divisorie che erano state innalzate fin quasi al soffitto per ricavare piccoli ambienti e ospitare quanti più clienti possibile. Il corridoio era sempre illuminato solo da una fioca luce artificiale e le poche finestre che c’erano erano nascoste dai paraventi. Oltretutto, la finestra della stanza in cui avrebbe dovuto alloggiare era molto vicina al muro dell’edificio a fianco, quindi all’interno di quello spazio dominava un’eterna penombra. Vivere lontano dalla luce le sembrò quasi un destino.
Per giungere lì, Koko e Shizuka attraversarono il lungo corridoio, alla fine del quale un altro corridoio ad angolo portava a una serie di stanze utilizzate dalle ragazze.
– Io sono stata qui quasi due anni, all’inizio, quando sono arrivata in Giappone. Ormai… ne sono passati otto, nove anni da allora? Neanch’io mi ricordo più! Per qualche motivo, mi fa quasi nostalgia rivedere questo posto. Eppure, non me la passavo poi tanto bene all’epoca. – fece Koko aprendo la porta. – Non è un granché, ma è un posto tranquillo. Si affaccia in quello stretto passaggio tra gli edifici e lì sotto non ci passa mai nessuno. Solo qualche ubriaco di notte, ogni tanto, ci scorrazza e ci fa i suoi bisogni. Se senti cantare di notte non ti spaventare. È uno di quelli che magari mentre fa pipì intona qualche canzone.
Shizuka era silenziosa. Come aveva indovinato Koko, pensava a Yūna e le veniva voglia di piangere. Ma rimandò il pianto a quando sarebbe rimasta sola.
– Joe sa già dove sei. Ha protestato per il fatto che ti ho portata qui. Quel tipo sa essere veramente insopportabile, a volte. Sa solo dare giudizi da persona “per bene”. Dice che hai un’attrazione morbosa per i posti squallidi. Anche se… devo dire che non so se dargli torto, visto dove sei stata finora. Però non ti preoccupare, qui ti tratteranno bene. Anche se è un bordello, in fondo. Ma è una soluzione provvisoria, no?
– Koko-chan, sarebbe stato meglio aspettare per dirlo a Joe. Ma ormai, non importa. Per quanto riguarda il mio tempo qui, sì, hai ragione, è provvisorio; non voglio disturbare troppo queste persone, già sono state così gentili. Yūna un giorno mi aveva chiesto di farle una promessa. Forse già aveva deciso di farla finita, non lo so. “Tu che puoi, cambia vita. Per favore, promettimelo!” E poi si era girata e si era addormentata. Io non le avevo risposto, non avevo fatto in tempo a prometterle niente, ma…
A quel ricordo Shizuka non poté trattenersi.
– Su, non pensare a lei adesso, sistema qui le tue cose. – le disse l’altra con un tono paziente. – Vieni che ti faccio vedere dove sono il bagno e la doccia.
Nel tardo pomeriggio Shizuka si mise a passeggiare per il quartiere. Non poteva starsene tutta sola là dentro come aveva pensato di fare in precedenza, si sarebbe abbandonata a pensieri troppo cupi. In mezzo ad altre persone, invece, sarebbe stata obbligata a trattenersi, a pensare ad altro.
Le sue orecchie di peluche passavano del tutto inosservate nella variopinta fauna umana che frequentava Kabukichō.
Si prese un tramezzino al konbini FamilyMart che stava sotto l’edificio con la scritta gigante “I Love Kabukichō” e si sedette proprio lì di fronte, a guardare la gente che passava, quando ormai si stava facendo sera. Era così tanto tempo che stava rinchiusa, spesso da sola, che aveva voglia di guardare le persone e stare in mezzo a loro.
Dedicò uno sguardo attento ai molti passanti, desiderosa di capire qualcosa di loro. Vide, tra i vari, un ragazzo nero di bassa statura con indosso un completo elegante a fantasia africana molto vivace. Una ragazza che girava in tondo e passò più volte, vestita in gonnellina nera e camicetta bianca in stile gotico, con due zeppe enormi ai piedi. Un signore avanti con gli anni, con basco di pelle e occhiali spessi color blu elettrico, forse un musicista jazz. Una ragazzina con un viso dolce e un grosso orso bianco appeso alla schiena come zainetto, e molti, molti altri.
Una ragazza più o meno coetanea di Shizuka le si sedette a fianco, quasi toccandola. Cominciò a giocare a Sudoku col telefono e rimase lì. Shizuka sentì di avere qualcosa in comune con lei. Si ricordò delle notti in cui vagava per quelle strade, anni prima. Sbirciando verso la ragazza che le sedeva accanto, si chiedeva chi aspettasse, perché si fosse fermata lì da sola, così a lungo. Per sbaglio la urtò, quella si girò e Shizuka si scusò sorridendo. La giocatrice di Sudoku fece un cenno di assenso e riprese a guardare il telefono.
Il centro di Luise e Bobbo non era molto distante da lì, dal luogo dove Shizuka aveva fatto il suo spuntino serale. L’ospite poteva entrare e uscire a suo piacimento dal centro. Le avevano solo chiesto un po’ di discrezione, di badare che non ci fossero clienti mentre rientrava o quando usciva. Avrebbero potuto scambiarla per una delle ragazze e chiederle un massaggio, spiegò Luise, sottolineando la parola “massaggio” con un’espressione maliziosa.
Faticò un po’ a ritrovare il ritmo del sonno e della veglia di una vita più regolare. Per mesi, prima da Suzuki e poi da Minamoto, la vita disordinata che era stata costretta a fare l’aveva tenuta in un limbo dove notte e giorno si mescolavano confusamente. Ora, però, voleva ritrovare una certa regolarità, dare un po’ di pace al corpo e alla sua anima stanca. All’inizio non fu aiutata dal rumore del posto in cui, soprattutto di notte, i clienti emettevano risate e rantoli di ogni tipo, non distanti dalla sua camera. Ma dopo qualche giorno anche quello diventò un’abitudine, un rumore di fondo che riuscì a non sentire più.
Due, tre settimane trascorsero velocemente. Una sera venne a trovarla Koko con Lú Yǐn, così finalmente poté conoscerla di persona. La giovane cinese era veramente molto carina, come l’aveva descritta Koko, e per giunta molto vivace. Piccola, ben fatta, era normale che avesse avuto quel successo tra i clienti e ne avrebbe avuto tra gli uomini anche nella vita, fuori da lì. Parlava con una voce acuta e dava l’impressione di essere sempre su di giri. Non mostrava segni di rancore per quella vita che aveva appena lasciato, trattandola come un’esperienza tra le altre. Al contrario, Koko aveva sviluppato in fretta una certa insofferenza per quel mondo. Non tanto per le persone in sé, quanto per ciò che le ricordavano: quegli anni che considerava una parte fallimentare della sua vita.
Koko venne qualche altra volta anche da sola a trovarla, ma per lo più lasciò a Shizuka il tempo di rielaborare la morte di Yūna in solitudine. Un giorno, però, si presentò con una nuova proposta.
– Vado subito dritta al punto, va bene? Vieni ad abitare con noi, con me e Lú Yǐn. E guarda che non è una richiesta, ti sto solo informando di una decisione che abbiamo già preso noi due!
Shizuka mostrò un’evidente espressione di sorpresa.
– Beh, che c’è da stupirti? Staremo bene insieme, questo è sicuro!
– Ma… c’è posto anche per me? Non vivete in un appartamento già piccolo per voi?
– Mi sono trasferita da poco, nello stesso edificio. Ora ci sono due camere, e quella di Lú Yǐn è abbastanza grande per contenere un letto a castello. Lei stessa è entusiasta. Dice che non puoi rimanere qui se… insomma, se vuoi cambiare vita anche tu. E poi noi siamo abituate a condividere gli spazi, a vivere a questo modo. Stare da sola mi angosciava, non riuscivo a dormire. Da quando è arrivata Lú Yǐn dormo come un sasso. E se ci sarai anche tu, sarà una cosa meravigliosa. Ci faremo forza a vicenda. Saremo… una famiglia! – e così dicendo sghignazzò divertita.
– Sei troppo buona con me, Koko-chan. Perché fai tutto questo?
Koko volse lo sguardo altrove, guardando chissà dove e ricordando gli anni passati lì dentro.
– Ora non ricominciare a frignare, eh? Ne ho abbastanza di questi sentimenti femminili. Cerchiamo di non buttarci giù. – Poi si avvicinò all’amica. – Se ci pensi bene, non abbiamo tanti anni di differenza. Quanti saranno, cinque, sei? Non mi ricordo nemmeno quanti anni hai! Ma io ho vissuto già troppa vita che non volevo. Se qualche anno fa avessi trovato una persona che mi avesse aperto gli occhi, avrei evitato di buttare via gli anni così. Lo so che la tua storia è completamente diversa, ma…
– Non servono tante spiegazioni, ho capito. Grazie, Koko-chan.
– Ma adesso basta, sembriamo davvero due donnette patetiche davanti a un drama romantico coreano. Non serve molta organizzazione. Prepariamo la stanza e domani o dopodomani puoi trasferirti. E ora chi la sente Luise, che era convinta di aver trovato una nuova… “figliola”?
Tutti quei cambiamenti distraevano Shizuka dal pensiero di Yūna, e anche per questo fu grata a Koko.
Pensando a Yūna, c’era un’ultima cosa che Shizuka avrebbe dovuto fare prima di dirle addio per sempre: andare a trovare i genitori della sua amica.
***
Due persone, di circa cinquantacinque anni, che in poco tempo avevano perso entrambi i figli. Non poteva neppure immaginare quanto potessero soffrire. Cosa poteva fare per loro, cosa avrebbe mai potuto dire Shizuka? Non lo sapeva, ma sentiva l’esigenza di dire loro che, in quel brevissimo tempo in cui aveva conosciuto Yūna, aveva capito che persona fosse e voleva condividere con loro quell’affetto.
Non fu facile rintracciare l’indirizzo e ritrovarli. A suo tempo, Yūna le aveva solo detto di abitare dalle parti di Itabashi, ma era un’informazione troppo vaga. Dovette chiamare Minamoto, che sapeva già della morte di Yūna. Lui ostentò freddezza, ma da qualche parola che si lasciò sfuggire si capiva che era profondamente dispiaciuto. Forse si sentiva in colpa? Ma non era stato lui la causa della sofferenza della ragazza. Era una strada che lei aveva percorso da sola.
– Neppure io so l’indirizzo, ma una volta Yūna mi disse qualcosa in proposito. Diceva di non stare molto distante dalla stazione di Motohasunuma, che vicino alla sua via c’era un ufficio postale. Forse me lo disse perché voleva che mandassi qualcuno a ritirare qualcosa, ma poi non se ne fece niente, quindi l’indirizzo esatto non lo so o l’ho dimenticato. Questi pochi dettagli sono tutto quello che ricordo.
– Penso che queste informazioni mi saranno già utili. Se abitava lì nei dintorni, magari posso chiedere al vicinato. È vero che viviamo nell’indifferenza verso gli altri, anche per anni, ma la loro storia così triste non sarà sfuggita ai vicini, no?
– Tenta, potresti trovarli. Vuoi consolarli? Anche loro? Sei sempre la solita. – aggiunse. – Abbi cura di te, coniglietta pazza. – concluse con un’espressione che ancora una volta la spiazzò.
Il pomeriggio dopo si mise alla ricerca della casa dei genitori di Yūna. A Sugamo cambiò linea, prese la metro della linea Mita e, una volta uscita, si ritrovò in una via piuttosto trafficata, anche se si trovava in periferia. Chiese nel primo negozio dove fosse l’ufficio postale più vicino e le indicarono un edificio a solo qualche decina di metri dall’uscita della metro. Forse era più vicina del previsto alla casa dei genitori di Yūna.
Ma, percorsa la terza o quarta via senza trovare nessuno che li conoscesse, Shizuka stava per rinunciare. Aveva chiesto alle persone che aveva visto affacciarsi, aveva anche suonato un paio di campanelli, ma niente. Infine, tentando a caso, incrociò un passante che poteva benissimo abitare in tutt’altro luogo della città e ricevette la risposta che tanto aspettava.
– Là, nell’angolo, in quella casa bianca. Poveri Kobayashi, la vita non è stata buona con loro. – disse l’uomo, salutando.
In quel modo si ricordò anche del cognome di Yūna. Lo aveva sentito da lei una volta, ma, non ritenendola un’informazione utile, presto se ne era dimenticata.
Ora che Shizuka era davanti alla casa dei genitori dell’amica, fu presa dal timore e pensò di tornare indietro. Cosa avrebbe mai potuto dire per farli stare meglio? E poi, con quale scopo? C’era forse una consolazione possibile dopo aver perso due figli? Avrebbe persino potuto peggiorare il loro stato d’animo, anche se quello che stava facendo era in buona fede.
Stava per andarsene, quando un signore si avvicinò al cancello e fece per entrare.
– Cerca qualcuno? – chiese, guardando Shizuka, che era ferma lì da un po’. Forse l’uomo l’aveva già notata da lontano, mentre guardava con insistenza verso quella casa.
– Lei… ecco, lei è Kobayashi-san?
L’uomo la guardò interrogativo.
– Sì, sono io. Ci conosciamo?
– Io… ecco, vede, io ero amica di Yūna.
L’uomo sorrise e abbassò la testa.
– Vuole venire dentro? – chiese dopo un attimo di esitazione.
Shizuka fece un cenno di sì e seguì l’uomo.
– Metta pure queste ciabatte e si sieda lì. Vado a vedere dov’è mia moglie. Le farà piacere parlare con un’amica di Yūna. Si accomodi, prego.
La casa era piccola e modesta, ma arredata con gusto, un misto di stile giapponese e moderno.
Shizuka scorse un butsudan nell’angolo e si alzò. C’erano due fotografie davanti, una di Yūna, quando ancora aveva i capelli neri del colore naturale, e l’altra di un ragazzino che Shizuka non conosceva, ma che era certamente il fratello di Yūna.
– Scusi se l’ho fatta aspettare. – disse la voce familiare dell’uomo.
La moglie si presentò e lo stesso fece Shizuka. Poi la invitò a sedersi. Era così somigliante a Yūna che Shizuka non riusciva a smettere di fissarla con espressione stupita, cosa che la madre intuì.
– Mi assomigliava molto, Yūna, vero? Ma lei era più bella. – disse la donna, notando l’espressione dell’ospite. – Tanaka-san, siete state amiche per molto tempo? Dove vi siete conosciute?
Shizuka dovette improvvisare. Non poteva certo raccontare il contesto in cui l’aveva conosciuta. Ma non volle dire bugie troppo spudorate, quindi rimase sul vago.
– Avevamo amici comuni. – tagliò corto. – E non ci siamo frequentate a lungo, ma siamo diventate molto amiche perché abbiamo passato tanto tempo insieme.
– Che fortuna che ha avuto a trascorrere tanto tempo con la nostra Yūna. Io quasi non mi ricordavo più del suo viso.
Il rumore della sirena dei vigili del fuoco interruppe per un attimo la conversazione.
– Le era sembrata… strana negli ultimi tempi, Yūna? – prese a dire il padre. – Insomma, dava segni di depressione, di comportarsi in modo diverso dal solito?
– Yūna era molto sensibile. Soffriva per aver causato la morte del fratello. Ma forse, negli ultimi tempi, aveva imparato a convivere con questa cosa che si portava dentro. Forse, ecco… si era perdonata.
– Allora perché si è uccisa? – la interruppe la madre con voce soffocata, portandosi una mano al viso.
Il marito le appoggiò una mano sulla spalla e la guardò con comprensione.
– Non rattristiamo la giornata, Tanaka-san è stata così gentile da venirci a far visita.
– Chiamatemi pure Shizuka.
– Scusate, – riprese la madre. – So che non conta nulla abbattersi così.
Forse i genitori di Yūna si aspettavano da Shizuka qualcosa che potesse farli sentire meglio e lei si sentì in dovere di usare parole capaci di attutire il loro dolore, forse anche il loro senso di colpa.
– Io non so darvi una spiegazione. Però Yūna sembrava essersi riappacificata con se stessa. Quella sua espressione rabbiosa che aveva quando l’ho conosciuta, negli ultimi giorni in cui l’ho vista, era scomparsa. Negli ultimi tempi aveva sempre un sorriso, anche se un po’ triste. Di voi parlava con affetto.
– Invece noi l’abbiamo abbandonata. – rispose la madre, secca.
– Non era facile piegare la volontà di Yūna, non è colpa vostra e lei lo sapeva molto bene. Se aveva deciso che voleva vivere da sola, lontano da tutto, non c’era modo di farle cambiare idea. Di questo tipo di decisioni… beh, io ne so qualcosa. – disse, segnandosi la testa e indicando senza volerlo le sue orecchie da coniglio.
– A proposito… – intervenne il padre. – Ma… quelle orecchie…
La madre gli sfiorò il ginocchio per fermarlo.
– Lasciamo stare Tanaka-san, non ci intromettiamo nelle sue cose personali. – disse la donna.
L’uomo capì e fece solo un cenno con la testa.
Shizuka era consapevole di parlare di una persona che aveva conosciuto per un periodo tutto sommato molto limitato, ma la vicinanza che aveva sentito con l’amica scomparsa l’autorizzava, in cuor suo, a esprimersi così. Non sentiva di mentire o di esagerare nel descrivere a quel modo il suo rapporto con Yūna. Avrebbe voluto dire molto altro, frasi di circostanza come “la vita va avanti, fatevi forza”, ma quelle sì, le sembrarono superflue, scontate e di nessun aiuto per loro.
I Kobayashi offrirono del tè a Shizuka, le fecero vedere qualche foto di quando la figlia era bambina e la trattarono come una vecchia conoscenza di famiglia. Trascorsa circa un’ora, Shizuka si alzò, fece un inchino ed espresse la sua gratitudine per averla accolta in quel modo.
Mentre si girava un’ultima volta a ricambiare il saluto ai genitori di Yūna, che con la mano la salutavano dalla porta, le immagini le si sfocarono davanti.
Tornò verso la sua casa provvisoria, desiderosa di lasciarsi tutto alle spalle e finalmente andare a vivere con Koko e Lú Yǐn.
Capitolo quindicesimo
Il mondo visto dal tetto
Il Grande Vecchio versò del sakè a Joe.
– Non sono a favore delle mode estere. Birra o vino sono ottime bevande, ma lontane dal nostro spirito nazionale.
– Non pensavo fosse un conservatore o un nazionalista. – rispose Joe, alzando lo sguardo distratto.
– Qui c’è ben altro che lo spirito conservatore, caro Joe-san! Il nostro sakè è prima di tutto una bevanda rituale, non dimentichiamolo. Ci portiamo dentro un pezzo di steppa asiatica, tutti noi in questa parte di mondo, da quando millenni fa quelle credenze giunsero qui, venendo da chissà dove. Se c’è un’immagine potente degli stereotipi universali, è quella dei nostri kami, dei nostri dèi. Noi veniamo dalla notte dei tempi.
Joe avrebbe ascoltato volentieri la lezione di antropologia di Kimura, ma aveva altro per la testa.
– Professore, mi scusi se cambio discorso così, ma… Shizuka…, ecco… è uscita dalla sua prigione. Insomma, ha chiuso con quelle persone.
A Kimura andò di traverso l’ultimo sorso di sakè che stava bevendo.
– Davvero? – fece lui, stupito. – Definitivamente? E dov’è adesso la coniglietta?
– Con Koko. Se la ricorda, quella ragazza cinese di cui le ho parlato altre volte? Quella tipa grintosa, ma tutto sommato una brava ragazza. L’ha sistemata in quel suo centro, dove lavorava prima.
– Beh, allora non migliorerà di molto il modo di vivere. – disse Kimura, quasi rassegnato.
– Non è andata in quel posto per lavorare e la storia non finisce qui. Quella Koko mi ha detto che Shizuka andrà a vivere con lei, nei prossimi giorni. Abita da qualche parte vicino a Nakano Shimbashi. Quella del centro è solo una sistemazione provvisoria perché Shizuka non vuole tornare dai genitori.
– Quella Koko, se non ho frainteso, è una prostituta. Giusto?
– A quanto pare, è più giusto dire che era una prostituta. Ha deciso di cambiare vita. Anche lei. È già da un po’ che non lavora più in quel centro.
– Mmh… redenzione in stile romanzo inglese dell’Ottocento. Interessante, veramente interessante.
Joe rise di gusto alla battuta che Kimura aveva pronunciato del tutto seriamente.
– Professore, lei trova sempre il modo di rendere ridicole le cose serie della vita! Quella Koko ha un carattere tutt’altro che facile, è molto brusca, cosa che contrasta col suo visino piacevole, ma mi sembra una brava persona. A dirla tutta, non ho idea del perché abbia preso a cuore Shizuka in questo modo. Diciamolo chiaramente: non solo non ci guadagna nulla, in nessun senso, ma corre il rischio di complicarsi la vita notevolmente con Shizuka.
– La nostra giovane coniglietta è fatta così. – riprese Kimura. – Suscita qualcosa di particolare nel prossimo, una sorta di strano amore, e non saprei dire per quale contorto meccanismo della mente succeda questo. Ma tornando seri e concreti, quindi non ti riprenderai la tua Shizuka? Non sono anni che aspetti questo momento?
– Già… sono anni. È incredibile che siano passati anni.
– Se posso permettermi, immagino i tuoi pensieri. – riprese Kimura. – Sei perfettamente consapevole che una vita “normale”, come la vuoi tu, sia impossibile con Shizuka. Anche se cambierà vita, non andrà nella direzione che speri tu. Vorrebbe dire rinnegare tutto quello che ha fatto finora e, se ho capito anche solo un minimo di come è fatta, non le passa proprio per la testa. Inutile tediare ancora quella povera figliola cercando di farla vivere come diciamo noi.
– Lei è inquietante. Non mi legga la mente a questo modo! – replicò Joe, stupito. – Il punto è che il mio affetto per lei è identico a prima e mi fa stare male pensare che non cambierà nulla. Neanche questa volta. Forse ora Shizuka condurrà una vita più… accettabile, più ordinaria di quanto non abbia fatto in questi anni e, fortunatamente, non si farà mettere le mani addosso da tutti quegli sconosciuti depravati. Dubito, però, che voglia seguire le regole di un’esistenza come la intendiamo noi, il vivere civile, insomma. Dovrei accontentarmi di averla così, per tutta la vita. Non so se sono capace di farlo.
– Da questo punto di vista, hai ragione. Shizuka non ha fatto tutto quello che ha fatto per qualche forma di ribellione giovanile, per poi passare a un’altra età, quella della giovane adulta, cambiare e rinsavire. Tutto quello che ha fatto, lo ha fatto in piena coscienza. È questo che la rende straordinaria. Alla fine, beh, alla fine…
– La vedo dubbioso, professore. È in questo stato quando si accorge di essersi sbagliato su qualcosa, di aver commesso qualche errore in una sua previsione. Evento che accade così di rado! Su, mi dica, mi dica. Ora sì che sono curioso!
Kimura versò a Joe un altro bicchiere di sakè.
– Le cose stanno così. Alla fine, non c’era ragione di guarire Shizuka. E sai perché? Per il semplice motivo che non c’era allora e non c’è neppure adesso nessuna malattia da guarire. Né biologica, né mentale. Shizuka non è malata, è solo libera. Totalmente libera. E in un modo per noi difficile da capire. Oltre tutto… se mi giuri che i miei deliri non usciranno di qui, te lo dico: ha qualcosa di soprannaturale nella forza che dimostra, quella donna. E questo, per noi ottusi e integrati nel sistema, è sembrato ai nostri occhi una malattia incurabile. Sono stato proprio un vecchio idiota, a quanto pare!
– La maggior parte degli psicologi e degli psichiatri non sarebbe d’accordo con lei se conoscesse tutto quello che Shizuka ha combinato in questi anni. Quella forma di travestitismo esasperato, quell’invenzione di un personaggio fittizio che ha sovrapposto a se stessa in modo così totale… Come si può non vederla come una forma di patologia? E non si può certo dire che sia stata una condotta accettabile. Io lo so bene, accidenti!
– Accettabile da chi, poi? I miei colleghi ragionano ripetendo a memoria quello che hanno letto nei loro grossi libri polverosi. Non entrano nel cuore delle cose, si accontentano di trovare etichette che descrivano in maniera approssimativa quello che hanno davanti. Ma non ritorniamo alle nostre eterne domande. Quel tempo è finito. Rallegriamoci, piuttosto, per il fatto che la nostra Shizuka, per adesso, sia lontana dagli artigli di qualche maniaco. Almeno è in salvo e non devi preoccuparti che da un momento all’altro qualcuno ritrovi il suo corpo senza vita chissà dove.
– Sono molto sollevato anch’io dal sapere che finalmente non dovrà subire tutte quelle cose. Koko, come le ho detto prima, sembra che l’abbia presa sotto la sua protezione. Anche questo, per noi, è un comportamento che non è così misterioso, vero?
– Se escludiamo l’effetto che emana Shizuka, la ragazza cinese vuole fare del bene per riscattarsi. Per i valori comuni, lei è una derelitta, ha vissuto in un modo inaccettabile e lo sente. La sua bontà molto probabilmente è genuina, ma non ha niente a che fare con la santa follia della coniglietta. E poi, sai quanto io tenga in considerazione quei valori da persona per bene che questa Koko rimpiange di aver infranto. In realtà li trovo puerili. Avendo visto a torto in Shizuka una creatura indifesa, si sente in dovere di prendersene cura. Le servirà anche come spinta per non tornare alla vita di prima. In fin dei conti, lavorando con quelle persone ricche, si sarà abituata a guadagnare molto e per questo non deve essere facile tornare a una professione normale. Per questo è da ammirare: a suo modo è una donna coraggiosa anche lei. Noi uomini dovremmo imparare da donne come queste, mio giovane Joe!
Kimura e Joe parlarono ancora a lungo di quelle vicende. Ma, nonostante questo, Joe sentiva che mai come in quel momento non sapeva cosa fare e cosa volere. Desiderava vivere la sua vita con Shizuka, ma sapeva anche che sarebbe stato impossibile: sapeva cosa avrebbe significato continuare a starle vicino.
***
Dopo qualche giorno che si era trasferita a Nakano, Shizuka un pomeriggio rimase da sola. Per le strade, con una regolarità assoluta, si sentiva una canzone diffusa dagli altoparlanti che introduceva gli annunci pubblicitari dei negozi della zona. Quella canzoncina allegra, che aveva per tema proprio il quartiere di “Nakano Shimbashi”, suonava a mezzogiorno, alle tre e alle cinque del pomeriggio, senza scampo. Dopo un paio di giorni, era impossibile non impararla a memoria.
Le due coinquiline erano fuori. Shizuka si trovò così ad annoiarsi e decise di uscire a sua volta. C’era, però, un cielo carico di pioggia. Inoltre, un vento abbastanza forte soffiava lungo la via con tenacia, cosa abbastanza frequente nella strada della stazione di Nakano Shimbashi. Forse era a causa della lunga strada diritta, senza ostacoli, e del suo andamento in declivio che quell’area era spesso battuta dal vento. Per evitare quel fastidio, Shizuka all’inizio pensò di fare una sosta nella piccola libreria che si trovava a fianco della stazione, a poche centinaia di metri da casa.
Un “irasshaimase” di benvenuto poco convinto, biascicato da due vecchietti, l’accolse all’interno della modesta libreria. Con ogni probabilità i due erano marito e moglie.
L’uomo, evidentemente duro d’orecchi e ignaro che le sue parole fossero più percepibili di quanto pensasse, cominciò a fare commenti ad alta voce su Shizuka.
– E quella tipa chi è? Cos’è, un coniglio forse? Mah, questi giovani non sanno più cosa inventarsi!
– Stai zitto, accidenti, ti sente! – ribatté la donna quasi sottovoce. – Vecchio sordo, ci fai scappare tutti i clienti!
Shizuka, che aveva sentito perfettamente, sorrise con discrezione. Figurarsi se si scandalizzava per commenti su di lei, ci era abituata. Comunque, era chiaro che la sua presenza aveva suscitato un certo interesse, non fosse altro per la novità che aveva apportato in quel silenzio e visto che era l’unica cliente all’interno della libreria.
Ma la donna, che aveva manifestato una maggiore discrezione rispetto al marito, poi si rivelò più invadente di lui.
Prima prese a guardarla da lontano, quasi distrattamente. Poi non si fece scrupoli di fissarla con più insistenza. Shizuka si accorse che la donna la squadrava dall’alto in basso, ma lo sguardo di lei si fermava più a lungo, come era naturale, sulle sue orecchie di peluche.
Shizuka si era spostata nel reparto manga, ben fornito anche in una libreria piccola come quella. “Certo, non faranno molti affari, questi due, se fanno sentire i clienti come animali allo zoo”, pensò, sentendosi quegli occhi addosso. La signora si era avvicinata a pochi metri. Shizuka aveva appena cominciato a sfogliare qualcosa, che quella avanzò ulteriormente.
– Scusi, ecco… secondo me cerca questo, non è vero?
Dicendo così estrasse un volumetto dalla parete stipata di manga.
– Ecco, questo è… è il secondo volume, ma lì da qualche parte dovrebbe trovarsi anche il primo. Guardi lei, per favore, io non ci vedo così bene senza occhiali.
Shizuka aveva esordito con “No, veramente io…”, ma poi, incuriosita dalla copertina, aveva preso il volumetto e aveva ringraziato.
Dopo aver sfogliato qualche pagina non credette ai suoi occhi. Cercò con foga il primo volume della serie e lo trovò, sistemato dopo il terzo, segno che era stato guardato di recente e rimesso nella posizione sbagliata.
– Questa poi è veramente incredibile. – sussurrò a mezza voce Shizuka, iniziando a leggere.
Il manga raccontava la storia di una ragazzina con una particolarità: era convinta di essere una coniglietta. Le vicende erano comiche e simpatiche, ma c’era un lato inquietante che le saltò agli occhi immediatamente. Molti particolari della storia coincidevano con la sua, soprattutto quelli dei primi anni di scuola. Erano stati cambiati i nomi, escluso quello della protagonista, ma poteva persino riconoscere gli altri personaggi, le persone che si celavano dietro quell’identità romanzata.
– Non può essere una coincidenza. Di conigliette al mondo ce ne sono milioni, ma con questa storia ci sono solo io! E non si è preoccupato neanche di cambiare il mio nome! – commentò Shizuka ad alta voce, suscitando la curiosità della signora, che pensò bene di avvicinarsi.
– Altre giovani ragazze, leggendo questa storia, hanno preso a indossare le orecchie da coniglio come le sue. Deve essere proprio una bella storia! Vanno di moda, queste orecchie, mi sembra.
– Ma chi è questo… Hayashi Tetsuya? Come fa a sapere queste cose?
– Come? Che significa? È il mangaka che ha scritto e disegnato la storia. Che significa come fa a sapere queste cose?
– Non fa niente, non fa niente. Grazie per avermi detto dov’erano. Li prendo! Tutti e tre.
La signora fece un inchino tutta contenta e allungò le mani per prendere i volumetti e passarli al registratore di cassa. Ma non seppe contenersi dal dire altro, aveva bisogno di chiacchierare con persone che non fossero il marito.
– Ieri sono entrate due liceali, avevano orecchie come le sue, e dicevano “quella Shizuka è adorabile, vorrei essere coraggiosa come lei!”, ma vedo che anche le persone, ecco…
– Vuole dire più grandi, adulti? Capisco. Ma io non sono vestita come il personaggio di questo manga. – fece lei, segnando i volumi che la donna aveva nelle mani, con espressione seria e lievemente irritata. – Sono proprio io quel personaggio!
– Come? È lei? Ma non ci capisco niente, porti pazienza, mi scusi. Cosa intende?
– Niente, niente, lasci perdere; grazie mille! – tagliò corto lei, inchinandosi, prendendo la busta con i manga e uscendo.
Fuori l’intensità del vento era aumentata. Shizuka imboccò il sentiero che costeggiava il fiume Kanda con l’intenzione di fare una passeggiata, nonostante quel cattivo tempo. In quella direzione probabilmente il vento era più moderato. Non voleva allontanarsi troppo. Si ricordava di aver visto un parco non lontano da lì. Arrivata laggiù, si sarebbe seduta qualche minuto e avrebbe poi fatto ritorno. Sentiva solo l’esigenza di muovere un po’ le gambe. Camminando, continuava a chiedersi chi fosse quel Hayashi Tetsuya. “Eppure, mi pare di averlo già sentito. Ma è un nome così comune, magari è solo un’impressione. Anche il mio, in fondo, è un nome così comune… ma come può essere una coincidenza?”. Aveva riposto i volumi nella borsetta, ripromettendosi di riguardarli meglio una volta giunta al parco.
Fece mente locale, pensando a dove potesse trovarsi esattamente il parco che aveva visto qualche giorno prima. Queste, almeno, erano le sue intenzioni, ma quel vento dispettoso che voleva evitare le tirò un brutto scherzo proprio mentre stava per svoltare all’altezza del ponte rosso, famoso nella zona.
Una folata di vento più violenta delle altre le strappò il cerchietto e con esso le orecchie di peluche. Shizuka, che le sentì volare via, si portò le mani alla testa e si spaventò molto, ma non poté fare nulla. Sollevatesi in alto in una specie di spirale, planarono poi più lentamente in direzione del fiume Kanda, finendoci dentro.
Shizuka gridò disperata, allungando le mani verso il fiume, sporgendosi dalla balaustra. Un passante aveva assistito alla scena. Sembrandogli una reazione esagerata per delle orecchie come quelle, per gentilezza comunque si avvicinò e chiese se andava tutto bene.
– Le mie orecchie, le mie orecchie sono cadute nel fiume! – rispose lei angosciata all’uomo. – Ma come faccio a recuperarle, come faccio!?
– Signorina – disse quello – ma sono solo delle orecchie da coniglio, ne può comprare delle altre!
– Sì, ma quelle non sarebbero le mie orecchie! Mi scusi, devo cercare un modo per scendere nel fiume. – E, fatto un cenno all’uomo, si incamminò nella direzione della corrente, in gran fretta.
– Ma è pericoloso! – le gridò dietro l’uomo. Shizuka, però, già non lo sentiva più.
Il fiume Kanda era costeggiato da argini in muratura molto alti, anche cinque o sei metri. Sebbene la portata del fiume fosse piuttosto scarsa, quella struttura era stata pensata per evitare alluvioni, cosa che effettivamente succedeva in passato. Questo aveva determinato che un rigagnolo non troppo voluminoso scorresse in basso, laggiù, per la maggior parte dell’anno. Anche la corrente era raramente impetuosa.
Le orecchie di Shizuka navigavano lentamente nel senso della corrente. Avrebbero percorso alcune decine di chilometri e poi sarebbero finite nel più grande e vorticoso fiume Sumida. Doveva assolutamente recuperarle prima!
Era inoltre impossibile percorrere tutta quella strada stando dietro alla navigazione delle orecchie. Sebbene andassero a rilento per il momento, una qualsiasi accelerazione della corrente avrebbe determinato un aumento della velocità. A quel punto sarebbe stato impossibile inseguirle fino al Sumida e le avrebbe perse di vista per sempre. Non poteva permetterlo!
Shizuka a quel pensiero cercò di trovare una soluzione. Si era accorta che, mantenendo un passo sostenuto, poteva seguire la navigazione delle orecchie. “Se mi metto a correre”, pensò, “riesco ad avere un certo vantaggio su di loro. Devo trovare una scala per scendere, più avanti. Ce ne sarà una, no?”.
Una pioggerellina pungente aveva cominciato a cadere di traverso. Shizuka si mise a correre e a correre, spesso inciampando e rischiando di slogarsi una caviglia a causa delle sue scarpette col tacco. Corse finché ebbe fiato. Poi, in un tratto, intravide una scala. O meglio, una serie di gradini metallici murati alla sponda del fiume. Si trovavano dall’altro lato rispetto a dove si trovava lei.
Allora si guardò intorno, individuò un ponte non troppo lontano e riprese a correre per raggiungerlo. Non appena ebbe fatto il giro, si presentò un altro problema: doveva scavalcare le barriere di protezione e calarsi giù. Con quel tempo, il vento e la pioggia, cadere da quell’altezza sarebbe stato molto pericoloso, ma non poteva certo abbandonare le sue amate orecchie al loro destino.
Si fece coraggio. Già intravedeva un puntino rosa, distante, che galleggiava sull’acqua. Aveva poco tempo. Appoggiò la borsetta lì in alto e scavalcò la ringhiera.
Nello scendere, la gonnellina le si incagliò in un’escrescenza metallica di uno dei gradini e si strappò. Ma Shizuka continuò a scendere. Le sue scarpette erano ben poco adatte a una scalata, allora le prese e le lanciò su, oltre la ringhiera di protezione. Rischiò di inciampare più volte, ma alla fine riuscì a mettere i piedi sul terreno, in fondo. In quel punto c’era una specie di marciapiede che costeggiava il fiume, in basso. Era fortunata. Se fosse successo più a valle, quello spazio non ci sarebbe stato.
Le orecchie si avvicinavano sempre di più: avevano aumentato la velocità. Anche se la larghezza del fiume vero e proprio, in quel punto, era di poco conto, era pur sempre di quattro o cinque metri. E se fossero passate dall’altro lato? Sarebbe stato impossibile afferrarle con il braccio.
Shizuka cercò subito qualcosa con cui afferrare le orecchie nel caso fossero risultate troppo distanti dalla sua riva. Le parve di vedere un ramo sotto il ponte su cui era passata poco prima. Corse subito a prenderlo. Era un ramo, infatti. Lo afferrò con un sospiro di sollievo. Ma ora veniva il difficile.
Le orecchie dispettose erano rimaste quasi per tutto il tempo dal lato in cui si trovava Shizuka, ma l’acqua aveva preso a vorticare, anche per via del vento, che era aumentato ancora. A causa di questo mutamento, le orecchie avevano preso a zigzagare da una sponda all’altra, compiendo una specie di movimento a onde, ma in senso orizzontale. Proprio in quel momento, mentre passavano vicino alla loro proprietaria, presero ad allontanarsi nella direzione opposta.
– No, venite qui, venite qui! – gridava Shizuka ormai piangendo disperata e allungando quanto più poteva il bastone nell’acqua. – Venite qui!
Aveva la vista completamente annebbiata dal pianto e dalla pioggia che le mulinava attorno, ma le parve che le orecchie si fossero infine impigliate al ramo. Nel tirare il ramo verso di sé, scivolò e cadde per metà in acqua. Sentì che toccava, ma scivolò ancora e si immerse per metà dentro quell’acqua gelida. La corrente era aumentata ancora e rischiava di essere trascinata via.
Si sentì strattonare per un braccio da qualcuno, ma non mollò la presa del ramo.
Tre ragazzini avevano assistito alla scena dalla strada. Incerti sul da farsi, avevano visto inciampare la ragazza e due di loro erano scesi velocemente per la scala. L’altro era rimasto su e si era tenuto pronto a chiamare aiuto in caso di emergenza.
– Ma hai fatto tutto questo per recuperare quelle orecchie? – chiese incredulo proprio il giovane che l’aveva afferrata per il braccio, non appena lei fu al sicuro.
– Scusa se te lo dico, – intervenne il secondo – ma tu devi avere qualche cosa che non va in quella testa. Hai rischiato di affogare per delle orecchie da coniglio?
Shizuka rigirava le sue orecchie tra le mani, sorridendo. Si era seduta a lato del fiume, esausta.
– Sarà per quella moda di quella ragazza coniglio, quella del manga. – disse l’altro.
– “Qualcosa che non va nella testa?” – chiese lei distratta, rispondendo al primo, alzandosi col fiatone. – Sai che novità, non me lo hanno mai detto. Solo tutti i giorni, da cinque anni a questa parte, forse più.
Guarda che sei rimasta in mutande, lo vedi che la gonna è tutta strappata dietro? – riprese a dire il primo. – Saliamo, dai, ti aiutiamo.
Shizuka si guardò distrattamente dietro e vide che praticamente la gonna non c’era più. Aveva mutandine talmente piccole che le sue rotondità erano ben visibili.
I tre risalirono, non senza una certa difficoltà. Quello che era rimasto sopra si sentì quasi in colpa per non aver partecipato al salvataggio della ragazza e, in un impeto di generosità, donò il suo golfino a Shizuka.
– Prendi questo, copriti… copriti che hai il sedere di fuori. Legatelo in vita. Puoi tenerlo. – le disse lui.
– Grazie, grazie mille. – fece lei, inchinandosi a turno verso tutti. – Scusate, scusate tanto. Ma l’ho fatto per le mie orecchie, come facevo se le perdevo? Grazie. Scusate per il disturbo.
I tre si guardarono con una faccia a dir poco stupita, poi se ne andarono. “Per delle orecchie da coniglio per poco non affoga”, si sentì dire da uno di loro mentre se ne andavano. “Non penso sia esattamente normale”, disse un altro. “Però, avete visto che bel culo che ha!”, disse quello che l’aveva tratta dal fiume. Le risate si allontanarono e poi i tre girarono l’angolo.
Shizuka arrivò tutta scarmigliata a casa, affannata e con la gonna strappata. Koko e Lú Yǐn erano rientrate da poco e, quando la videro conciata a quel modo, si spaventarono.
– Ehi, ma cosa ti è capitato? – disse quasi gridando Koko. – E poi tremi dal freddo. Aspetta, prendo una coperta.
– Ma ti hanno aggredita? – chiese Lú Yǐn, che era sbiancata.
Shizuka scosse la testa.
– Beh, spiegaci qualcosa, no? – fece ancora Koko.
Shizuka fece cenno di aspettare. Voleva scaldarsi un attimo per smettere di tremare.
– Mi erano cadute.
– Chi, cosa? – chiesero all’unisono le due amiche.
– Le orecchie… nel fiume.
Koko e Lú Yǐn si guardarono incredule.
– Ma ti sei buttata nel fiume per riprendere le orecchie di peluche? – chiese Lú Yǐn.
Shizuka fece di sì con la testa, avvolgendosi stretta nella coperta. La sgridata delle due non si fece attendere.
– Ma tu sei completamente matta! – prese a dire ad alta voce Koko, con le braccia sui fianchi. – Potevi affogare! E per tua informazione, di quelle orecchie in qualsiasi negozio ne trovi a migliaia, identiche. Lo sai?
– Sì, ma non sarebbero state le mie. Sarebbero state altre orecchie.
Lú Yǐn allargò le braccia con un’espressione sconsolata.
– Certo, Usagi-chan, che non possiamo stare tranquille a lasciarti sola! Rischi di ammazzarti per due orecchie di peluche!
– No, no… non succederà più. Scusate. Non succederà più. Starò attenta, ve lo prometto.
– Ora fatti un bagno caldo. Sei anche sporca di fango. – disse ancora Lú Yǐn.
Shizuka parve esitare. Poi disse:
– Ecco, ora mi ricordo! Hayashi Tetsuya era di un anno più piccolo di noi! Me lo ricordo, adesso, quando eravamo a scuola. È lui sicuramente!
Ovviamente le altre due non capirono a cosa si riferisse.
– Hayashi chi? – chiese Koko.
– Forse è sotto shock? – azzardò Lú Yǐn. – Sta vaneggiando cose senza senso. Dobbiamo chiamare un dottore?
Shizuka scosse ancora la testa in modo energico.
– No, no, ascoltate. Io sono la protagonista del manga, e lui è l’autore. Incredibile! Ha raccolto materiale sulla mia storia quando andavamo a scuola. E poi le ragazzine adesso si mettono le orecchie, come me. Vanno di moda le mie orecchie, sapete? Sembra un po’ il sogno di Yūna, ve l’ho raccontato una volta, non vi ricordate? Quante coincidenze!
Koko cominciò a pensare che Shizuka avesse subito uno shock.
“Ecco, ora mi impazzisce davvero!”, pensò spaventata. “Ha subito troppe emozioni in quest’ultimo periodo, non ha retto.”
Poi le due capirono a cosa si riferiva la loro amica.
– Ecco, è questo! – fece Shizuka, porgendo loro uno dei manga che aveva nella borsetta.
Koko lo sfogliò e lesse qua e là. Lú Yǐn, che non leggeva molto bene il giapponese, si limitò a guardare le figure, ma vide chiaramente che la protagonista del manga era una ragazzina vestita come Shizuka.
– Non so se essere felice – disse Koko – perché ora capisco che non sei impazzita, o se preoccuparmi per questa cosa. Questa qui sei proprio tu! Ricordo alcuni particolari della tua storia che mi hai raccontato. Ma è anche inquietante che qualcuno abbia sceneggiato e disegnato un manga parlando di te a questo modo, non pensi?
– Subito il nome di questo Hayashi non mi diceva granché. Ce ne sono migliaia di Hayashi in Giappone, come di Tanaka. Ma poi mi sono ricordata. Era un ragazzino timido e riservato. Si vede che mi ha osservata a lungo in quegli anni! Ora è un mangaka famoso.
Lú Yǐn aveva preso a cercare informazioni su internet e aveva il naso fisso sullo schermo del cellulare.
– Ma quel manga è famosissimo! – esclamò a un tratto. – È in cima alle classifiche di vendita, e non solo in Giappone, ma anche in Europa! Accidenti, sentite questa: ne trarranno anche un anime a breve, c’è una famosa casa di produzione che se ne sta occupando.
– Praticamente, Usagi-chan, sei famosa in tutto il mondo, ma la gente non sa neppure che esisti davvero. – rimuginò Koko. – Non è il caso di chiedere qualcosa, non so, come si chiamano, i diritti d’autore?
– No, se quel ragazzino ha visto qualcosa di interessante da raccontare nella mia storia, gli sono grata. Non voglio nulla e non chiederò conto di niente a nessuno. E non voglio diventare famosa.
Per qualche minuto la discussione tenne banco, poi Shizuka prese a starnutire e le due amiche le intimarono di andarsi a fare un bagno caldo.
Mentre Shizuka era immersa nella vasca, le due si confrontarono sull’accaduto.
– Certo, mi avevi detto che era un po’ svitata, ma non pensavo fino a questo punto! – sussurrò Lú Yǐn. – Però questa cosa del manga è incredibile, davvero!
Koko sorrise.
– Non ti preoccupare, quello del fiume è stato solo un incidente, un caso isolato. Shizuka è un amore. Imparerai a volerle bene anche tu, col tempo.
– Non ho dubbi. Non è che io e te poi siamo tanto diverse. È una di noi!
Shizuka uscì dal bagno dopo una ventina di minuti. Finirono tutte e tre a bere un tè caldo e a raccontarsi la giornata. Spiegò altri dettagli sull’incidente del fiume, raccontò che aveva sentito i ragazzi parlare del suo sedere mentre si allontanavano. Le tre risero divertite.
– Il sedere di Usagi-chan fa sempre colpo! – disse infine Koko, prima di augurare alle altre due la buonanotte.
***
Un profumo di caffè aleggiava nella stanza. Una musica in sottofondo rallegrava l’ambiente: era una radio appoggiata sul frigorifero. Nel piccolo appartamento di Nakano Shimbashi le tre ragazze si preparavano per uscire.
– Usagi-chan, stamattina il cielo è limpido. Così azzurro e luminoso! – disse Koko, passando una tazza di caffè a Shizuka. – Se vai sul tetto e guardi verso Ovest, vedrai a sinistra il monte Fuji. In queste giornate si vede bene, anche se è un po’ piccolo visto da qui.
– E in questa stagione è ricoperto di neve! – intervenne Lú Yǐn. – Facciamo colazione e andiamo a vederlo tutte e tre insieme un attimo, cosa dite?
– Ma Lú-chan, il tuo turno al konbini non inizia tra poco? – chiese preoccupata Shizuka.
– Sì, ma ho tutto il tempo. Ricorda che devo solo attraversare la strada!
– È stata veramente una fortuna inaspettata trovare il lavoro qui sotto. Forse le cose cominciano ad andare come dovrebbero. – disse Koko a voce bassa.
Lú Yǐn era così allegra che si mise a cantare una canzoncina nella sua lingua mentre riordinava la cucina insieme alle altre, sovrastando la radio. Continuò anche sotto la doccia a cantare allegra. Le due si guardarono con uno sguardo d’intesa, compiaciute.
– Lú-chan è al settimo cielo, vero? È contenta per il lavoro? – chiese Shizuka. – È così carina e gentile. Avevi proprio ragione su di lei!
– Penso che sia eccitata dall’idea di cominciare qualcosa di nuovo. Ma non solo per il lavoro che, diciamolo sottovoce per non farle venire dei dubbi, non è che sia proprio questo granché. Le piace l’idea di iniziare… un pezzo di vita nuova insieme a noi, come un nuovo capitolo di una storia.
– Questo forse lo stiamo facendo tutte e tre. – ribatté Shizuka, sciacquando la tazza del caffè nel lavandino.
Lú Yǐn uscì dalla doccia e sfilò completamente nuda davanti alle amiche, pronunciando uno “scusate, ho dimenticato l’asciugamano”.
– Ehi, ma bagni tutto il pavimento, Lú Yǐn! – le gridò dietro Koko.
Quest’ultima non poté fare a meno di guardare il bellissimo corpo di Lú Yǐn e pensare con tristezza a quegli anni in cui non era stato amato come avrebbe potuto e dovuto esserlo, ma piuttosto usato come oggetto di piacere da persone disinteressate a lei. Non era sicura, però, che fossero pensieri del tutto positivi. C’era già una forma di giudizio in quello che stava pensando.
– Eh, scusa, dopo asciugo tutto. Guarda che pelle d’oca che mi è venuta! – disse Lú Yǐn, fermandosi un istante e indicandosi il piccolo seno rotondeggiante. Poi si infilò nella stanza.
Anche Shizuka era rientrata nella stanza che condivideva con Lú Yǐn. Per un po’ le si sentì parlare dall’interno e ridere animatamente.
– Non lo so, chiedi a Koko-chan, a me piacciono entrambi.
– Ma ce ne sarà uno che ti piace di più, no?
– E invece no, sono belli tutti e due. Dai, chiedi a Koko.
La porta si riaprì.
– Koko-chan, quale mi sta meglio? – chiese Shizuka, facendo vedere all’altra due vestitini e mettendoseli alternativamente davanti per mostrarne l’effetto.
Koko si rigirò le ciocche dei capelli tra le dita prima di esprimere il suo parere:
– Quello, quello è sicuramente più bello e più… sobrio. – fece lei, indicandone uno dei due. – Ma so che ti piace tutto ciò che ha dei fiori sopra. Quindi tu preferirai l’altro, immagino. Vero?
– Mi conosci proprio bene, Koko-chan! Però metterò quello che mi hai suggerito tu. Ma non lo devo mettere oggi, era solo per sceglierlo con calma.
Anche Lú Yǐn era tornata in cucina, ormai vestita. Aveva una spazzola in mano e se la passava tra i capelli.
– Ma dimmi una cosa, Usagi-chan, hai un appuntamento? – intervenne proprio Lú Yǐn, continuando a spazzolarsi i lunghissimi capelli neri. – Cos’è quest’ansia per il vestito? E soprattutto… la tua mise da coniglietta non la indossi?
– Devo solo incontrare Joe. Non lo vedo da tanto tempo. Per una volta posso vestirmi come… ecco, come voi. Lo farà felice.
– E quelle? – chiese Koko, indicando le orecchie da coniglio sulla sua testa.
– Queste? Beh, queste… non si toccano! – rispose quasi spaventata lei, portandosi le mani alla testa per assicurarsi che le sue amate orecchie fossero ancora al loro posto.
– Forse… per liberarcene per sempre dovremmo buttarle nel fiume. – aggiunse Koko, facendo un riferimento ironico.
Lú Yǐn scosse la testa sconsolata e mise fine alla discussione:
– Qualsiasi cosa succeda, la nostra Usagi-chan deve sempre avere le sue orecchie sulla testa. Sei veramente incredibile!
Alcuni minuti dopo, tutte e tre le ragazze erano pronte per uscire. Shizuka voleva fare delle compere per la casa, anche per contribuire un po’ alle spese della convivenza e ringraziare dell’ospitalità. Koko aveva appuntamento in un ufficio per il lavoro che le aveva procurato Suzuki, e Lú Yǐn cominciava il suo turno al konbini sotto casa.
– Andiamo a salutare il Fuji un attimo, venite. – disse Koko, indicando alle altre la scala che conduceva ai piani superiori.
L’edificio aveva un tetto terrazzato che occupava tutta la superficie. Giunte in cima e oltrepassata la porta, vennero per un attimo accecate da una mattinata insolitamente luminosa. La terrazza era attrezzata con pali metallici e fili per stendere i panni ad asciugare, ma nessuno li usava ed era sempre deserta. Si accedeva al terrazzo dal lato Nord, quindi le tre si diressero verso il lato opposto, a Sud, e poi verso l’angolo che dava nella direzione in cui doveva vedersi il famoso vulcano.
E difatti, nel pieno fulgore di quella mattinata così limpida, faceva capolino la cima innevata del Fuji, dietro ad altri edifici lontani di Tokyo.
Le ragazze, strette quasi in un abbraccio, si avvicinarono alla balaustra. Poi si misero a guardare in silenzio l’orizzonte. Viste da dietro, con i loro lunghi e fluenti capelli neri e la corporatura esile, avrebbero potuto apparire come figure di un dipinto il cui autore, lasciando solo immaginare i loro volti, aveva deciso di non mostrarli e di rappresentarle con lo sguardo rivolto in avanti, chissà dove. Verso un punto lontano.
Un piccolo stormo di uccelli passò sopra le loro teste. Le tre ragazze alzarono per un istante lo sguardo verso il cielo.
La prossima uscita è prevista per sabato 17 ottobre 2026, con il Capitolo 16 (l’ultimo)