L’influenza delle strutture linguistiche sulla speculazione filosofica buddista
Ricordo che la prima volta che mi capitò sotto gli occhi la cosiddetta “ipotesi Sapir-Whorf” (che, semplificando, sostiene che la struttura della lingua che parliamo influenza profondamente il nostro modo di pensare e percepire il mondo) fu verso la fine degli anni Novanta, per un corso di “filosofia teoretica”. Il docente era una specie di decostruzionista-terzomondista piuttosto alternativo, e ci diede una delle più fitte ed interessanti liste di libri da studiare rispetto alla maggior parte degli altri insegnamenti universitari che ricordo allora. Quel modo di vedere contraddizione e relativismo in chiave diversa, sotto un punto di vista sostanzialmente positivo, mi stava simpatico già da allora, e penso di non averlo mai abbandonato. Va detto che mi suonava già familiare, visto l’interesse che mi portavo dietro dall’adolescenza per cose che forse non capivo perfettamente, come la spiritualità indiana, il buddismo e altre cose di quel tipo. Continua a leggere “Il Budda, tra Oriente e Occidente”
L’india è ben più di una nazione o di uno stato. È un intero mondo. Tutte le civiltà che si sviluppano su ampi spazi terrestri, tra cui la Cina e in misura inferiore l’Occidente europeo, tendono a considerare se stesse come il centro della storia. L’india non fa eccezione. Ma il sub-continente indiano è anche un enigma per gli occidentali. Pare tanto lontano e diverso, eppure la sua cultura è strettamente imparentata con la nostra. Non a caso, da un punto di vista linguistico, la lingua conosciuta come Hindi-Urdu, parlata in Pakistan e in gran parte dell’India, fa parte della grande famiglia linguistica indoeuropea, la stessa a cui appartengono lingue come italiano, tedesco, norvegese, e quasi tutte le lingue d’Europa. Fu nel corso dell’Ottocento che gli studiosi si accorsero dell’incredibile somiglianza tra sanscrito (la lingua da cui deriva l’Hindi-Urdu e altre lingue indiane) e il latino.*