Note su “Il cuore delle cose” di Natsume Sōseki
Una letteratura “facile”, che suoni sui tasti di una comprensibile emotività e che si sviluppi in una trama avvincente, non è da biasimare. Fa il piacere della lettura e, qualche volta, produce anche opere destinate a restare. Quelle che, decenni o secoli dopo, definiremo “capolavori”. Tuttavia, è esistito ed esiste anche un modo di scrivere che nasce prima della necessità di piacere a un “pubblico”, che poi sono i lettori (necessità legittima, l’ho capito anche io, finalmente). Quel tipo di letteratura era possibile solo prima che si sviluppasse il “mercato editoriale”, un meccanismo socio-economico che ha portato il libro a diventare anche, se non soprattutto, prodotto, con tutte le logiche, positive e negative, che questo mutamento ha comportato. Tutta questa premessa per dire che le opere dell’autore di cui si vuole parlare qui, Natsume Sōseki (夏目漱石 1867-1916), collocandosi proprio nell’epoca di transizione verso la modernità, godevano di una libertà oggi impossibile. O meglio, possibile, ma che relegherebbe alcuni dei suoi libri in qualche cassetto dei “non pubblicati”.
Natsume Sōseki è ritenuto uno dei più importanti autori della letteratura moderna giapponese. Visse a cavallo tra Ottocento e Novecento e rientrò in quella schiera di intellettuali impegnati nel tentativo di dare un senso a un mondo che cambiava così prepotentemente intorno a loro. In queste due coordinate, apparentemente contraddittorie, di libertà espressiva individuale e di tentativo di capire la propria epoca, si inquadra anche una delle opere più significative di Natsume Sōseki, “Il cuore delle cose” (こゝろ, 1914).
Dobbiamo dimenticare gli autori contemporanei della letteratura contemporanea giapponese, spesso così “kafkiani”, stranianti, originali. Riducete tutto all’essenziale. “Il cuore delle cose” è un romanzo minimo e minimalista, lineare, senza colpi di scena, pacato, monocorde. “Noioso”, dal punto di vista di un editor moderno. Un’opera di grande profondità, se concepita fuori dalla tirannia del divertimento che il lettore vuole cercare nella lettura.
Il romanzo narra la storia di un giovane studente che diviene amico di una persona più grande che chiama “il Maestro”, anche se si tratta di un appellativo per lo più onorifico. I personaggi non hanno nomi, il racconto è in prima persona (una novità nella letteratura giapponese, anche perché spesso non è così facile per via della sintassi della lingua esprimere il fatto che l’azione sia in prima persona).
Il giovane comincia a frequentare il Maestro, diviene una sorta di suo discepolo. Il Maestro è un individuo taciturno, calmo, ma che cela dentro di sé un’inquietudine profonda. Benestante e sposato a una bellissima donna, non avrebbe motivo di lagnanza. Come veniamo a sapere dalla terza parte, la lunga lettera che il Maestro scrive al suo giovane amico, una delle cause di questo mal di vivere risiede in eventi legati alla sua giovinezza, e nello specifico nel triangolo relazionale tra “la signorina” (la sua futura moglie), l’amico K., e il Maestro stesso. Il profondo senso di colpa per aver causato indirettamente la morte dell’amico ha improntato tutta la successiva esistenza del Maestro.
Proviamo a compiere un’opera di “dissacrazione”. Visto così, “Il cuore delle cose” è il racconto di un individuo depresso, anche un po’ patetico, incapace di superare uno dei tanti traumi della vita, un uomo che impernia su una visione puramente personale il senso dell’esistenza e, alla fine, fallisce. Eppure, nella semplicità della trama, nel dispiegarsi lento dei pensieri, il romanzo di Natsume Sōseki è capace di entrare nell’interiorità umana con grande forza.
Il rapporto con l’epoca, come dicevamo, è altrettanto fondamentale: nasceva da qui, dalla modernità, la famosa solitudine dell’individuo. Ci sono pochi ma significativi punti di riferimento di questo aspetto. Il padre morente del giovane amico del Maestro, venendo a sapere della morte dell’imperatore, sente che un’epoca è cambiata. Anche il Maestro, da parte sua, comincia a sentirsi l’avanzo di un passato che non esiste più. Anche se, conti alla mano, non è poi così avanti con l’età nel presente narrativo del romanzo.
Allora, Natsume Sōseki ci mostra che il rapporto tra tempo storico ed esistenza individuale è talmente importante da determinare il nostro destino, molto più di quanto si pensi. Oggi che l’individualismo ha vinto, nel bene e nel male, oggi che siamo immersi nella rappresentazione artificiale di un mondo valoriale uniforme, presentatoci come l’unico bene possibile, ma disatteso in tutte le ipocrisie della società, non siamo più capaci di capire quel rapporto così significativo tra storia e destino individuale. Un romanzo allo stesso tempo corale e sull’io interiore.