“Viaggio al centro della terra” di Jules Verne (1864)
Non c’è niente da fare. Ogni volta che leggo un romanzo di Jules Verne ne rimango entusiasta. Così è avvenuto con Viaggio al centro della terra, e così avvenne qualche anno fa con Ventimila leghe sotto i mari. Il sapiente gioco tra verisimiglianza scientifica, ritmo narrativo, e vividezza dei personaggi e delle descrizioni, rendono questo autore un vero piacere da leggere, anche in traduzione. Fortunatamente, il corpus delle opere di Jules Verne a cui attingere è enorme: solo se parliamo della cosiddetta serie dei “Viaggi straordinari”, il prolifico autore francese pubblicò in vita cinquantaquattro romanzi; e se a questi si aggiungono altri otto postumi della stessa serie, ben si capisce quanto fosse metodico e instancabile questo scrittore. Questa nota di lettura sarà insolitamente breve, perché mi pare superfluo tentare una qualche forma di recensione che riporti la trama o un’analisi narrativa e stilistica. Farò solo qualche considerazione sul libro e sul genere. Non ho nessuna intenzione di rovinare il gusto della lettura di questo libro.
Il romanzo di avventura è il progenitore di tanti sottogeneri moderni, come la fantascienza, il fantasy, l’horror e tutte le sotto-categorie in cui si diramano questi generi. Ma forse sarebbe meglio dire che la letteratura stessa nasce come “letteratura d’avventura”. Agli albori della maggior parte delle civiltà, si trovano opere narrative come L’Iliade e L’Odissea, tanto per citare i soliti noti, storie in cui l’elemento dinamico, avventuroso e di scoperta prevalgono sulla simbolizzazione e la concettualizzazione, dimensioni narrative che arrivano in fase successive della storia letteraria.
Jules Verne, in Viaggio al centro della terra e in molti altri, replica questa dimensione in chiave moderna, facendo ampio riferimento a teorie e scoperte scientifiche del suo tempo, un’epoca che parve consegnare nelle mani degli uomini le chiavi dei segreti dell’universo.
Ma questi elementi tratti dalla scienza non concorrono in alcun modo a rendere la narrazione fredda e noiosa.
Forse è anche grazie all’utilizzo di una certa linearità di intreccio e al numero limitato di personaggi (in alcune opere) che Jules Verne ottiene l’attenzione immediata e continua dei lettori, di allora e di oggi. Pochi fronzoli narrativi, nessuna dispersione di intreccio.
I personaggi, sebbene risentano di una certa stereotipia del genere letterario cui appartengono, non sono mai pure macchiette prevedibili o maschere vuote, ma anzi assumono una loro precisa forza e caratterizzazione. Tanto per fare un esempio, in Viaggio al centro della terra, se si eccettuano i due personaggi iniziali che spariscono in fretta, la storia si svolge interamente con la presenza “in scena” di soli tre protagonisti: il professor Otto Lidenbrock, irascibile, ma in fondo di buon cuore e, soprattutto, profondo conoscitore di molte discipline scientifiche, suo nipote Axel, all’inizio timoroso ragazzino, che infine si appassiona al folle viaggio, e Hans, un taciturno islandese che si rivela un aiuto prezioso in cari momenti di difficoltà del lungo viaggio.
Devo, ahimè, concludere con una morale, e neanche troppo originale; ma mi consola che questa morale e questa mancanza di originalità siano destinati ad invogliare alla lettura di questo genere che ho sempre trovato affascinante e più profondo di quanto si ritiene comunemente.
Tornare a questo tipo di letture è importante. In un tempo in cui l’altro e l’altrove paiono nuovamente fonte di pericolo e paura, tra guerre, migrazioni di popoli e nuovi “nemici”, ecco che la dimensione dell’avventura ci restituisce il gusto di un’attitudine umana fondamentale: la scoperta dello sconosciuto e del misterioso che sta fuori di noi.
Mi hai fatto venire voglia di leggerlo. Grazie e buon lunedì. Low
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Grazie! Mi fa piacere, è proprio quello lo scopo. Buon lunedì.
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