Dietro le categorie retoriche e strumentali di “democrazie” e “regimi autoritari”, una diversa concezione del ruolo dello Stato (e dell’interesse collettivo)
La rivalità geopolitica che oggi oppone l’Occidente alle grandi potenze eurasiatiche, in primo luogo Cina e Russia, è generalmente raccontata attraverso il vocabolario contingente della politica internazionale, che poco si è discostato dalla retorica della Guerra fredda: paesi democratici contro autocrazie, diritti civili contro repressione. Eppure questa narrazione cela qualcosa di molto più complesso e, per l’Occidente, anche di inquietante, perché mette in discussione l’idea, auto-prodotta e auto-alimentata, che il nostro modello sia quello naturalmente vincente e “giusto”. Ciò che emerge dietro gli eventi geopolitici e la loro narrazione non è soltanto uno scontro di interessi tra potenze, ma l’affiorare di una frattura che riguarda concezioni diverse dell’ordine politico, del rapporto tra Stato ed economia e della natura stessa della sovranità. Questa frattura ha radici profonde, che affondano nella storia intellettuale e istituzionale della modernità. Comprendere il conflitto attuale richiede dunque di collocarlo all’interno di una prospettiva di lunga durata, in cui le categorie geopolitiche contemporanee appaiono come l’ultima manifestazione di una tensione più antica tra diversi modelli di organizzazione della società.
“Dispotismi orientali”. Fin dal XVIII secolo il pensiero europeo ha tentato di interpretare le differenze tra Europa e Asia attraverso categorie teoriche che oggi appaiono problematiche ma che ebbero una grande influenza. Autori come Montesquieu elaborarono l’idea di un “dispotismo orientale”, caratterizzato da un potere politico indiviso e da una società civile debole o subordinata allo Stato.
Questa rappresentazione era profondamente segnata dall’eurocentrismo del tempo. L’“Oriente” veniva spesso trattato come una categoria astratta che includeva realtà storiche e culturali estremamente diverse, dalla Cina imperiale all’Impero ottomano. Gli studi contemporanei di storia comparata hanno mostrato quanto questa visione fosse semplificata e ideologica.
Ma dietro quella categoria imperfetta si celava l’intuizione di un problema reale che riguardava la diversa configurazione dei rapporti tra Stato, economia e società nelle varie tradizioni politiche.
In Europa, soprattutto a partire dall’età moderna, si sviluppò progressivamente una distinzione tra sfera politica e sfera economica, tra Stato e società civile. Questa distinzione fu rafforzata dalla nascita del capitalismo commerciale, dall’espansione delle città mercantili e dalla teoria economica classica fino all’economia politica del XIX secolo.
In molte altre tradizioni politiche, invece, lo Stato rimase più strettamente intrecciato con la gestione dell’economia e con l’organizzazione della società. Ciò non significa che tali sistemi fossero semplicemente “dispotici”, ma piuttosto che seguivano una logica istituzionale differente, nella quale l’autorità politica manteneva un ruolo più diretto e centrale.
La retorica della libertà. La narrazione dominante della competizione globale contemporanea descrive il conflitto come uno scontro tra democrazie liberali e autocrazie autoritarie. Questa rappresentazione ha una forte efficacia retorica perché mobilita l’opinione pubblica e offre una cornice morale chiara. Sul piano analitico, però, non solo è insufficiente, ma fuorviante.
Il concetto secondo cui il potere politico appartiene ai popoli che lo esercitano attraverso le forme della legge ha infatti da tempo mostrato le sue crepe. Nell’era del capitalismo finanziario, il potere economico esercita un’influenza determinante sulle scelte politiche, finanziando partiti, movimenti e rappresentanti istituzionali.
Inoltre, è una realtà storica che fino alla caduta del Muro di Berlino i paesi del Patto Atlantico potevano godere di una libertà di manovra limitata in materia di politica interna. L’esistenza di strutture “stay-behind”, organizzazioni politico-militari pronte a intervenire con la forza in caso di vittoria dei fronti di sinistra, dimostra come la volontà popolare sia stata a lungo riconosciuta solo fino al punto in cui non interferiva con l’ordine geopolitico stabilito. Un ordine che, nei fatti, veniva prima dei meccanismi democratici.
Democrazie svuotate. Ma queste logiche, note agli storici e agli studiosi di scienze politiche, risultano oggi in parte superate, perché nel presente appare sempre più evidente il ruolo determinante dell’economia nel condizionare le politiche occidentali e, talvolta, persino le guerre che vengono intraprese.
Negli ultimi decenni il peso dei mercati finanziari nella determinazione delle politiche economiche è cresciuto in modo significativo. Le decisioni delle banche centrali, dei grandi fondi di investimento o delle agenzie di rating possono influenzare profondamente le scelte dei governi. Ciò non significa che il potere politico sia scomparso, ma che si trova spesso a operare all’interno di vincoli strutturali imposti dai mercati globali.
Gli Stati occidentali hanno inoltre trasferito parte delle loro competenze a organizzazioni sovranazionali o a istituzioni tecnocratiche indipendenti. Questo processo è particolarmente evidente nell’Unione Europea, dove la politica monetaria è affidata alla Banca Centrale Europea. La sovranità non è semplicemente diminuita: è stata redistribuita tra diversi livelli di governance, che subiscono l’influenza costante dell’economia finanziaria globale.
Considerando un tale scenario, il timore delle “dittature” che domina il linguaggio della pubblicistica quando si parla di attori geopolitici esterni all’influenza occidentale assume una luce diversa.
Lo stato prima dell’economia. Il modello istituzionale della Cina si fonda infatti su una premessa opposta, vale a dire la sfera economica deve restare subordinata alla strategia dello Stato.
Nella Repubblica Popolare Cinese il Partito Comunista non è soltanto un attore politico, ma l’architettura istituzionale che organizza l’intero sistema statale. Il partito controlla le principali leve del potere politico, militare ed economico.
La crescita economica degli ultimi quarant’anni non è stata il risultato di una semplice liberalizzazione del mercato, ma di un processo nel quale l’economia di mercato è stata integrata in una strategia statale di sviluppo. Le imprese statali, la pianificazione industriale e il controllo del sistema finanziario consentono al governo di orientare le trasformazioni economiche.
La legittimazione del sistema non deriva da una competizione elettorale multipartitica, ma da una combinazione di performance economica, stabilità politica e nazionalismo.
L’Occidente a guida americana, allora, non combatte semplicemente le autocrazie (compiendo spesso un discutibile atto di giudizio etnocentrico nel pretendere che i propri valori siano universali) ma teme soprattutto che l’emergere del modello cinese come modello efficace possa mettere in discussione l’egemonia dei propri gruppi dominanti.
Perde infatti progressivamente efficacia anche la narrazione secondo cui il benessere seguirebbe necessariamente dall’adozione dei sistemi di matrice occidentale. Negli ultimi trent’anni la Cina ha compiuto uno dei salti più impressionanti che la storia abbia conosciuto in termini di crescita economica e diffusione della ricchezza, dimostrando che un sistema dove la politica prevale sull’economia può essere vincente e, secodo Pechino, più giusto.
È vero che questo processo si è sviluppato anche grazie all’adozione di strumenti capitalistici e a un uso lungimirante dei meccanismi dell’economia globalizzata. Tuttavia la leadership cinese ha cercato sempre di mantenere al centro lo Stato e la politica, subordinando ad essi la sfera economica.
Quando personalità influenti o grandi gruppi economici hanno tentato di esercitare un’influenza politica autonoma, lo Stato è intervenuto in modo deciso. Ai nostri occhi questo può apparire come una violazione di principi morali astratti; agli occhi dell’élite cinese rappresenta invece un modo per preservare l’interesse collettivo, impendendo l’affermarsi degli interessi di pochi.
La competizione tra Occidente e potenze eurasiatiche non si riduce quindi a una semplice rivalità tra Stati. Essa coinvolge modelli diversi di modernità politica. La questione fondamentale non riguarda soltanto chi controllerà le tecnologie del futuro o le principali rotte commerciali del mondo, ma quale equilibrio tra politica, economia e società diventerà dominante nel XXI secolo.