Corpo di mille balene

Storie di pirati, ribelli e criminali 

Storia pirateria.jpgQuanto il mondo conservava qualche lembo di terra ignota, i ribelli, i reietti, i disadattati, gli infelici, potevano decidere di imbarcarsi verso l’ignoto e canalizzare così nel viaggio le proprie ansie, le proprie insoddisfazioni. Questa possibilità doveva avere una potente funzione catartica a noi sconosciuta, in quest’epoca di geo-localizzazioni google e visioni satellitari. Tra le possibilità di fuga vi era senz’altro la possibilità di diventar pirata e tentare la fortuna per i mari. Si trattava di una vita avventurosa e pericolosa, un’esistenza in balia di uomini senza scrupoli e sotto la costante minaccia della morte che poteva giungere per fame, naufragio, o per una palla di cannone sparata dalle navi che tentavano di respingere gli attacchi pirati e che, nel migliore dei casi, avrebbe potuto tranciarti di netto una gamba o un braccio.

Il libro di David Cordingly, Storia della pirateria, (ed. Mondadori) è un testo storico di impianto divulgativo, ma molto ben documentato, a tratti persino avvincente come un romanzo.

All’autore interessa, tra le altre cose, confrontare la figura del pirata reale con il pirata “romantico”, vale a dire con i personaggi descritti da cinema e dalla letteratura.

Cordingly ci spiega che conoscendo la vera storia di molti pirati famosi, scopriamo che tanti degli elementi della vita piratesca passati nelle storie di fantasia sono, in un certo modo, reali, ma con una costante: una visione romantica, come dicevamo, che tende a smorzare un contesto che era di tipo criminale e intriso di violenza. Al di là della fuga dal mondo civile, insomma, non c’era solo l’eroe ribelle, ma più spesso il criminale che si poneva consapevolmente contro alla legge e cercava solo di fare il proprio interesse personale.

Ma in Storia della pirateria veniamo a conoscenza di molti dettagli che rendono la nostra immagine dei pirati più precisa. Partendo innanzi tutto dai termini: al generico “pirata”, si affiancano infatti gli altrettanto famosi termini “corsaro” e “bucaniere”. Con corsaro si intendevano pirati che agivano in base ad una lettera “di corsa” rilasciata da un governo ufficiale. Si trattava di un vero paradosso. Un governo autorizzava una nave a praticare la pirateria, ma solo a danni di potenze straniere e nemiche. Era questo anche un modo per continuare con altri mezzi una guerra di mare endemica che caratterizzò per secoli la vita politica europea (in particolare coinvolgendo Inghilterra, Spagna, Francia e Portogallo). Il termine “bucaniere”, invece, aveva inizialmente una semplice riferimento geografico: indicava i pirati provenienti dall’area dei Caraibi, un’area molto attiva da questo punto di vista.

Tra gli altri dettagli che si possono citare per invogliare alla lettura di questa bella monografia, vi è la descrizione delle tipologie di navi impiegate più spesso dai pirati. L’immaginario collettivo ci parla di grandi velieri, potenti e minacciosi, mentre la realtà era ben diversa. Sovente i pirati sceglievano per le loro scorrerie tipologie di navi piccole e versatili, come lo sloop, la goletta, il brigantino. Erano navi con un’alberatura limitata e di basso tonnellaggio che permettevano spostamenti agili e veloci; queste tipologie di imbarcazioni a paragone con le grandi navi mercantili dovevano apparire ben poco maestose. Navi più grandi erano più rare.

Cordingly ci racconta anche la vita di figure specifiche di pirati, alcune molto famose, altre meno, come Barbanera, il Capitano Kid e l’affascinante mondo delle piratesse, più diffuse di quanto si possa immaginare.

Ma quello che caratterizza la vita dei pirati, secondo l’autore, è una componente ben precisa della loro organizzazione: la vita a bordo delle navi aveva l’inattesa forma di una perfetta “democrazia”. Scordatevi, insomma, la volontà del capitano come legge suprema. Le scelte si prendevano a maggioranza, con una votazione: dove andare, quale nave assaltare, e così via. Parimenti, la divisione del bottino era portata avanti con equità. Solamente nelle azioni belliche e durante gli assalti, il potere del capitano era ritenuto assoluto, momenti durante i quali il primo marinaio di bordo aveva potere di vita o di morte sulla ciurma; questo mutamento di regime probabilmente era necessario per consetinre una certa disciplina indispensabile in contesti così pericolosi.

Ho sottolineato il valore storico dell’opera di Cordingly, perché contribuisce a chiarire alcune dettagli che la fantasia letteraria e cinematografica hanno in parte rielaborato.

Tuttavia, andando esattamente nella direzione opposta a quella proposta dall’autore, consiglierei la lettura di questo libro proprio per conoscere quella componente avventurosa che caratterizzava questo stile di vita del passato e che oggi non è più pensabile. Almeno per noi del ricco (ancora) Occidente.

Consapevolmente tradiamo la realtà storica della pirateria, dando un carattere anche formativo, liberatorio, ed epico alla fuga piratesca dalla vita civile che questi individui senza scrupoli sceglievano. Piace anche a me, insomma, cedere ad una certa rielaborazione fantastica e associare i concetti di avventura a quelli di coraggio, dando così un carattere piratesco ad ogni scelta di vita coraggiosa. E questo perché credo nel potere reale delle suggestioni.

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