Il cosmopolitismo contemporaneo

Un utile e agile manuale sull’argomento

teraMetropoli cosmopolita, cultura cosmopolita, società cosmopolita. Queste espressioni si sono fossilizzate nel gergo giornalistico e, come tutte le espressioni abusate, sono diventate troppo vaghe per avere un significato. Ma il cosmopolitismo è faccenda serie: è un concetto filosofico e politico, sociale e antropologico insieme. Contiene in sé secoli di idealismo e di sogni che dipingono società integrate nella diversità sotto l’unico denominatore comune dell’umanità. Nel procurarmi materiale per un libro, ho dovuto documentarmi con un certo scrupolo, cercando di capire il cosmopolitismo declinato nella nostra epoca. Da qui deriva questa mia breve nota di lettura sul libro di Angela Taraborelli, Il cosmopolitismo contemporaneo (Ed. Laterza, 2011).

Ma perché dedicare ancora attenzione ad un tema come questo? Pare che le idee cosmopolite siano ancora capaci di influenzare la nostra contemporaneità. Nella prima metà del Novecento l’ideale cosmopolitico è stato la fonte ispiratrice di progetti di riforma giuridico-istituzionali che hanno dato vita all’ONU e che avevano l’obbiettivo principale di creare una pace internazionale e difendere i diritti umani. Nella seconda metà del Novecento, invece, l’attenzione si è spostata sui processi di globalizzazione e le sfide di giustizia politica e sociale legate a questi processi. L’aumento degli scambi, la crisi di sovranità nazionale, ha portato a chiedersi quale possa essere la soluzione per fronteggiare queste nuove sfide in chiave cosmopolitica, senza cedere alle tentazioni di improbabili ripiegamenti su se stessi.

La Taraborelli schematizza il suo discorso trattando separatamente il cosmopolitismo americano e quello europeo. In ambito americano il cosmopolitismo si è sviluppato innanzitutto come riflessione morale ed etico-culturale. I teorici di area nordamericana si sono interessati prevalentemente al problema della giustizia distributiva globale, tentando di specificare natura e ambito di obbligazioni distributive. In Europa la riflessione si è spostava verso considerazioni di tipo politico-giuridico. I teorici dell’area europea, ispirati anche dall’esperienza dell’Unione Europea, hanno elaborato progetti di riforma istituzionale per far funzionare meglio i meccanismi democratici nel rapporto tra contesto regionale e globale. La Taraborelli sviluppa in modo molto articolato i pochi autori che tratta, ed è quindi impossibile ridurre in una nota come questa la complessità del pensiero cosmopolita contemporaneo. Mi limiterò a toccare qualche punto saliente, con l’intento di dare uno spunto per approfondire il tema.

Alcuni teorici come Thomas Scanlon, Charles Beitz e Thomas Pogge possono essere definiti cosmopoliti rawlsiani perché partono dalle teoria della giustizia come equità elaborata dal filosofo John Rawls e cercano di estenderla a livello globale. Carles Beitz, studioso di teoria politica e di relazioni internazionali, ha definito la sua concezione cosmopolita come “morale” e “interazionista”. Morale, perché riguarda la giustificazione di alcune scelte pratiche, e perché ogni essere umano è l’unità ultima di ogni attenzione morale. Interazionista, perché è interessato alle relazioni di cooperazione, più che agli individui.

Il paradigma realista applicato nelle relazioni internazionali che vede una netta distinzione analitica e normativa tra vita politica domestica e internazionale, entra in crisi con lo sviluppo di una società globale sempre più integrata.

Un altro punto focale nell’analisi del pensiero nordamericano, è l’opera di Thomas Pogge. Nel 1989 Pogge in Realizing Rawls sosteneva che se Ralws non si fosse fermato su posizioni conservative nell’indicare la società nazionale come spazio isolato della giustizia, il suo sistema avrebbe potuto divenire universale ed esteso alla società intesa come tutta l’umanità e costituire una base filosofica al cosmopolitismo politico.

Si pone in disparte il cosiddetto cosmopolitismo radicato di Anthony Kwame Appiah. Appiah rivaluta il patriottismo nel senso di nazionalità, e lo stato come istituzione che regola la vita, entrambi dimensioni moralmente rilevanti e che permettono all’uomo di vivere in comunità politiche meno allargate della specie. Inizialmente il suo cosmopolitismo, più che da vera e propria elaborazione teorica, gli viene dall’esperienza personale di percezione personale di più sensi di appartenenza, tutti forti, di patriottismo e cittadino del mondo; in un secondo tempo Appiah sviluppa meglio il problema del rapporto tra identità personale e identità collettiva, ed elabora una visione in cui l’individualità è concepita come la capacità di essere autori di se stessi, di assumere una identità sociale. Appiah sottolinea l’importanza della socialità, prendendo le distanze sia da teorie essenzialistiche secondo le quali esisterebbe un sé autentico, sia dalle posizioni costruttiviste secondo le quali è possibile costruire qualunque “Sé” si scelga. Secondo Appiah, l’identità si costruisce a partire da un insieme di opzioni rese disponibili dalla propria cultura e dalla propria società, ignorando le quali si finisce per non dare importanza a quella che Taylor definisce “rete di interlocuzione”. Si tratta, in altre parole, del tentativo di conciliare identità e dimensione cosmopolita.

Per quanto riguarda il cosmopolitismo europeo, basterà citare David Held. Nel progetto di democrazia cosmopolita, avanzato insieme a Daniele Archibugi, Richard Falk, Mary Kaldor nel 1993, si sostiene che la democratizzazione del sistema internazionale comporterebbe migliori garanzie di pace e rispetto dei diritti umani a livello globale. Il modello di stato-nazione basato su un concetto di sovranità assoluta deve essere modificato a favore di una maggiore legittimazione giuridica dell’interferenza interna. L’idea della democrazia cosmopolitica, avviene col passaggio da relazioni internazionali, a una “politica interna mondiale”, anche senza un vero governo mondiale che la rappresenti, ma possibile se i governi si costringono ad avere certi standard sociali e ad eliminare certi squilibri interni. La crisi della democrazia moderna non è una crisi del modello democratico in sé, ma della sua tappa storica legata allo stato nazionale. Al centro della proposta c’è un processo di doppia democratizzazione che avvenga sia a livello di stati, ma anche di individui, a prescindere dal loro status di cittadini di uno stato piuttosto che di un altro. A differenza di Mary Kaldor, Held e Archibugi sostengono sì l’importanza di movimenti sociali dal basso, ma che sia necessaria anche una procedura istituzionalizzata che promuova lo sviluppo democratico. Entrambi gli autori, infine, cercano di risolvere la tensione tra democrazia e dominio della legge con il costituzionalismo globale, in grado di evitare il prevalere di uno dei due elementi.

In queste righe condensate si percepisce bene come la nostra epoca si presti in modo particolare a discussioni intorno al tema del cosmopolitismo, e come il libro della Taraborelli sia senz’altro uno strumento utilissimo per avvicinarsi a queste teorie. L’esplosione di una società globale sempre più interdipendente ci pone di fronte a sfide che forse potremmo affrontare con gli strumenti elaborati del pensiero cosmopolita contemporaneo.

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