Dominatrici e latin lover

Ballata di ogni donna di Erica Jong: impressioni si lettura

Erica jongSentivo nominare questa Erica Jong da anni, da amici innamorati dei suoi libri. L’autrice americana, a detta dei suoi appassionati, si caratterizza per una forza espressiva non comune e per la capacità di rappresentare donne forti, risolute, prepotentemente padrone della propria sessualità, e allo stesso tempo consapevoli della loro debolezza “umana”. Questa è l’idea che mi ero fatto. Poi il caso mi ha fatto arrivare sullo scaffale una delle opere della Jong. Non la più famosa, ma un’opera comunque che pare avere avuto a suo tempo opinioni critiche positive. (Quel caso che ha fatto arrivare il libro nella mia biblioteca personale è l’aver “ereditato” da uno sconosciuto, per vie traverse, alcuni cartoni di libri all’interno dei quali c’era anche Ballata di ogni donna di Erica Jong). Così, senza aspettative mi sono messo a leggere: prima provando divertimento, poi perplessità, e infine  simpatia per l’autrice e le sue donne pantere, tanto per usare un appellativo sessista, intenzionalmente.

Tornando seri, le vicende della pittrice Leila Sand, rampante e spregiudicata protagonista della scena artistica americana di fine anni Ottanta, paiono costituire la summa di quelle tematiche che – per sentito dire – caratterizzano la scrittura di Erica Jong. Innanzitutto il sesso, spesso esplicito, ma senza troppi particolari per non renderlo elemento narrativo fine a se stesso. Le donne della Jong, o almeno questa Leila, sono innamorate del corpo e della loro sessualità, e la vivono in modo travolgente. Il confine tra un approccio “maschile” al tema e un’ansia di sensibilità (esplicitata dalla protagonista) non è sempre così chiaro. Insomma, la Jong è tanto sul pezzo per quanto riguarda la sessualità di entrambi i generi, che in qualche modo la sensazione che il libro sia stato scritto da una personalità mescolata, uomo-donna, è molto forte. E non è un difetto.

Il mondo usciva dall’era reganiana, siamo tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta, l’epoca della pubblicità e poi dell’Aids (un fantasma che aleggia per tutto il libro). La critica alla società dei consumi al suo apice e del bel mondo si intravede solamente, ma non è il fine della Jong; qualche incursione sul tema delle droghe e del problema dell’alcool che tormenta Leila per tutte le sue vicende sono tutto quello che ci si può aspettare dalla sua accennata critica sociale. Piuttosto, è la battaglia interiore che suscita il suo interesse, l’idea che anche una donna così “fisica” (e quindi, per lo stereotipo, così “maschile”) sia comunque una vittima di una sensibilità tipicamente femminile nella sua spasmodica ricerca dell’amore. Leila passa da una storia fallita ad un’altra, e si innamora perdutamente di un approfittatore molto più giovane di lei che ha, a sua discolpa, il merito di essere un genuino e serafico approfittatore, traditore seriale ma per energia interiore indomabile, in questo molto simile ad un bambino. Insomma, la condanna di questo personaggio non è certo senza appello, e non è lui il cattivo della storia. Leila finisce successivamente in un’Italia da sogno, dove gli stereotipi del latin lover sono, paradossalmente, ben riusciti e funzionali alla presa di coscienza della protagonista. Altro non dirò sulla trama, bisogna leggerlo.

Tuttavia, in Ballate di ogni donna, di cattivi ben definiti non ce ne sono. L’ostacolo, la “funzione di Propp” che mette in moto il racconto, è tutta interiore: perché le donne sono incapaci di cercare la felicità in se stesse e hanno più bisogno degli uomini di essere amate?

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