La vaghezza del significato

La precisione (o limitatezza) semantica è una caratteristica

delle lingue occidentali (indoeuropee)

kuruNon ho le pretese di “fare” linguistica in queste poche note. Questo breve testo andrà considerato più una riflessione intuitiva, basata su impressioni personali, sulle lingue e sulle loro differenze, che un testo di qualche valore scientifico. Se fossi uno studioso serio e metodico, direi che il tema di questa nota tocca la linguistica comparativa. Tuttavia, se non si ha la pazienza di riordinare le idee e studiare con metodo un oggetto di studio, uno spunto di riflessione può essere altrettanto utile. Da circa tre lustri, poco più, mi dedico allo studio delle lingue. Scopo principale è quello comunicativo, e una passione e curiosità per l’oggetto in sé. Tuttavia, complice un certo interesse anche per la linguistica, non ho potuto fare a meno di elaborare qualche teoria ingenua su alcuni aspetti del linguaggio in relazione alle diverse lingue.

La mia prima fase “comparativa”, ha semplicemente constatato qualche piccola differenza nella struttura morfo-sintattica che intercorre, ad esempio, tra una lingua neolatina come l’italiano e le lingue slave. Pure se strettamente imparentante alle lingue neolatine (si parla sempre della famiglia indoeuropea) le lingue slave hanno un carattere più conservativo rispetto alle cugine, e hanno conservato una morfologia flessiva che si costruisce sulle famigerate declinazioni, oltre che sulle preposizioni. Questa peculiarità provoca al primo impatto un effetto straniante per un parlante di lingue neolatine (ma anche lingue germaniche a morfologia semplice come l’inglese). Sapere, ad esempio, che per esprimere funzioni semantiche come un complemento di termine (dare a…) o di specificazione (gli occhi di…), non si usano preposizioni, ma si usa una mutazione della parte finale della parola, può apparire bizzarro a chi non ha mai incontrato questo tipi di struttura (per esempio con il latino o il greco). Altra caratteristica delle parlate slave che le allontana dalle altre famiglie indoeuropee, è il sistema verbale basato sugli aspetti. Il fatto che l’azione sia duratura o puntuale, è molto più importante nel sistema verbale delle lingue slave rispetto al suo aspetto temporale (passato, presente futuro).

La distanza, non solo linguistica, ma anche culturale, tra spazi linguistici e culturali europei è spesso esagerata. Superati questi primi traumi, le vie attraverso cui tutte queste lingue “concettualizzano” il mondo è molto più famigliare di quanto non sembri ad un primo straniante impatto.

Lingue diverse, distanti, “non imparentante” con le lingue occidentali, categorizzano il mondo in ben altri modi. Una cosa del tutto singolare per un parlante qualsiasi di una lingua occidentale, è constatare che quello stretto legame che noi consideriamo tra suono e significato, non è così netto e preciso in alcune lingue.

Certo, esistono fenomeni come la sinonimia, l’omonimia, dove uno stesso suono può avere diversi significati, ma per lo più il rapporto suono\significato è abbastanza stretto e permette, da un punto di vista filosofico, una facilitazione alla speculazione concettuale, se mi si consente questo azzardo.

Poi esistono lingue come il giapponese. C’è una precisa ragione storica per cui uno stesso concetto, idea o oggetto, possono avere più suoni, e nelle grammatiche tradizionali viene liquidato più o meno così, e riguarda la pronuncia dei caratteri cinesi importati nel giapponese: esiste una lettura cosiddetta “on” dei caratteri (on’yomi 音読み), che è di origine cinese, e una lettura detta “kun” (kun’yomi 訓読み) che è di origine giapponese. Ma la spiegazione è riduttiva, secondo me, e non considera che questa vaghezza del rapporto suono-significato si amplia in molti ambiti della struttura della lingua giapponese. Comunque, per far comprendere di cosa sto parlando farò un esempio.

“Macchina” nel senso di auto, in giapponese si dice kuruma e si scrive con il carattere . L’aggettivo “nuovo” si rende con atarashī しい. Viene del tutto spontaneo per un parlante occidentale utilizzare i due vocaboli insieme per esprimere il semplice concetto di “auto nuova”, quindi atarashī kuruma. E l’espressione non è del tutto sbagliata (mi hanno detto “si può dire anche così, ma noi non lo diciamo”). I giapponesi capiscono di cosa state parlando. Se non fosse, che la parola composta utilizza piuttosto la lettura di origine cinese, quindi l’auto nuova, sommando i due caratteri, diventa shinsha, 新車, “auto nuova” appunto.

Come dicevamo, la spiegazione è in apparenza legata solo a questioni di linguistica storica: l’importazione dei caratteri cinesi ha comportato in fase di introduzione della scrittura questo doppio binario sul quale esistono pronunce diverse per una stesso referente semantico. Ma questo, a parere di chi vi scrive, è legato anche a questioni di struttura della lingua. Solo lingue (e sistemi culturali) che accettano la vaghezza del rapporto tra suono e significato (e che non hanno avuto Platone e Aristotele) possono accettare che al loro interno si crei questa vaghezza d’uso.

La concettualizzazione di stampo occidentale cominciata con la filosofia greca ha quindi anche un alleato nella struttura della lingua. Non a caso, l’importazione della filosofia occidentale in ambito nipponico e cinese è stato molto problematico dal punto di vista dei concetti espressi da parole che non esistevano. E non si tratta solo del fatto che contesti culturali diversi generino idee differenti, è proprio una maggior duttilità alla concettualizzazione favorita dalla struttura stessa delle lingue indoeuropee.

Ora, queste affermazioni “ingenue” non vanno estremizzate. A livello teorico è possibile dire qualsiasi cosa in qualsiasi lingua. Quando mancano corrispettivi si ricorre a perifrasi e spiegazioni esplicite. E questo non fa dei parlanti di lingue non indoeuropee degli individui incapaci di concettualizzare. Sarebbe una sciocchezza bella e buona. Ma la struttura della lingua, come dice il vecchio adagio della teoria di Sapir-Whorf, condiziona il pensiero molto di più di quanto crediamo.

Tornando alle nostre riflessioni sulla lingua nipponica, e continuando ancora su questa linea più di suggestione che scientifica, c’è da chiedersi come mai nella storia giapponese il verso, la poesia e la vaghezza semantica abbiano avuto sempre una posizione d’onore.

2 pensieri su “La vaghezza del significato

  1. Madda ha detto:

    Bell’articolo Dionny! LE LINGUE SASSONI IN PARTICOLARE L’INGLESE UTILIZZANO GLI ASPETTI ANCHE IN MODO MOLTO ARTICOLATO E PRESSOCHÉ INTRADUCIBILE. MA CONCORDO SUL FATTO CHE UNA LINGUA È UN’ESPRESSIONE CULTURALE PIU CHE MORFOSINTATTICA. SCUSA LE CAPITAL LETTERS MA STO DORMENDO

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    1. Sì, in effetti “aspetti aspettuali” – che bel gioco di parole – ci sono in tutte le lingue. Ma le lingue slave ci costruiscono proprio il sistema verbale sopra! Praticamente ogni verbo è doppio: modo perfettivo e imperfettivo. Alcuni solo con prefissi diversi, altri cambia proprio il tema. Buon risveglio…

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