LIBRI PER STUDIARE. Kanji e Kana. Manuale di scrittura e lessico giapponese
Questo libro è sulla mia scrivania da anni. Di formato compatto in termini di dimensioni, ma con oltre quattrocento pagine, è il mio compagno di viaggio quotidiano. Me lo porto sempre dietro se devo assentarmi per qualche giorno o quando vado in viaggio. È probabilmente uno degli strumenti più utili in lingua italiana per chi affronta la scrittura giapponese. Pubblicato in modo autonomo, senza un editore vero e proprio, è la versione italiana dell’opera di Wolfgang Hadamitzky, affermato studioso della lingua e della cultura giapponese, autore di dizionari e manuali.
Struttura del libro. La prima parte introduttiva è molto ricca: tratta l’origine dei sillabari, la punteggiatura e offre un breve profilo storico della scrittura giapponese. Tuttavia, in termini di pagine, è solo una piccola parte rispetto al cuore del volume. Continua a leggere “Studiare i kanji”
In cinese e giapponese, il classificatore (o numeratore) è una parola che si inserisce tra il numero e il sostantivo per categorizzare l’oggetto in base alla sua forma, funzione o consistenza. Dove noi avremo “un edificio”, “una macchina”, “un cane”, ecc., queste lingue avranno una specifica forma che sta al posto del nostro “un…” generico.
Introduzione. Questo articolo esplora come famiglie linguistiche distinte, rappresentate dall’italiano (come esempio di lingua indoeuropea) e dal giapponese, organizzino concetti pragmatici universali quali l’espressione del consiglio, del desiderio e della necessità attraverso architetture grammaticali divergenti. Partendo da un’analisi della costruzione giapponese “-ta hō ga ii”, equivalente funzionale di espressioni come “è meglio…”, risulta chiaro come la realizzazione di significati affini avvenga non per stretta corrispondenza lessicale, ma attraverso principi sintattico-pragmatici differenti. L’analisi rivela una dicotomia tra un approccio dichiarativo ed esplicito, tipico delle lingue europee, e un approccio relazionale ed implicito, caratteristico del giapponese, suggerendo che la grammatica operi come un filtro cognitivo attivo nell’organizzazione dell’esperienza.
Non ho le pretese di “fare” linguistica in queste poche note. Questo breve testo andrà considerato più una riflessione intuitiva, basata su impressioni personali, sulle lingue e sulle loro differenze, che un testo di qualche valore scientifico. Se fossi uno studioso serio e metodico, direi che il tema di questa nota tocca la linguistica comparativa. Tuttavia, se non si ha la pazienza di riordinare le idee e studiare con metodo un oggetto di studio, uno spunto di riflessione può essere altrettanto utile. Da circa tre lustri, poco più, mi dedico allo studio delle lingue. Scopo principale è quello comunicativo, e una passione e curiosità per l’oggetto in sé. Tuttavia, complice un certo interesse anche per la linguistica, non ho potuto fare a meno di elaborare qualche teoria ingenua su alcuni aspetti del linguaggio in relazione alle diverse lingue. 