Donne, amori e morte

Le case di piacere nel Giappone di fine Ottocento: il romanzo breve di Higuchi Ichiyō

Torbide

I quartieri di piacere sono ambientazione tipica di tante opere della letteratura giapponese. Non è difficile che il senso dell’impermanenza di tutte le cose introdotto dal Buddismo, ma latente nella mentalità di tante culture d’Asia, abbia contribuito a creare un corrispettivo laico, un “epicureismo” di tipo orientale che non è poi tanto dissimile dal suo omologo occidentale. Questo senso di godimento della vita presente, con i suoi piaceri effimeri, non poteva non coinvolgere anche la sfera sessuale, declinata in Giappone verso toni che da sempre hanno accesso la fantasia degli occidentali, condita com’è di arte, danza e musica, elementi seduttivi che le signore nei quartieri di piacere utilizzavano per sedurre gli uomini o, fuori di metafora, per adescare i clienti. Da qui la confusione che troppo spesso si continua a fare tra prostituzione e la figura della geisha, la prima mestiere identico a se stesso in tutti i tempi e in tutti i luoghi della storia umana, la seconda figura di donna-artista tipica della cultura nipponica, che vive un’esistenza esteticamente dentro l’arte (praticando con grande disciplina la danza, la musica e la ritualità ad essi connessa), che non pratica attività sessuali a pagamento, se non quando questo è concesso volontariamente.

Ma il mondo romantico dei quartieri di piacere è anche colto dalla letteratura sotto una luce meno idealizzata. È il caso di Higuchi Ichiyō, una importante figura di scrittrice che visse alla fine del XIX. Una vita breve, la sua, visto che morì a soli ventiquattro anni di tubercolosi. Questo non le impedì di scrivere pagine di grande valore che lasciarono un segno nella letteratura giapponese dell’epoca; la sua opera testimonia sia una sensibilità femminile sempre presente fin dalle origini nella letteratura giapponese, sia una visione disincantata di quel mondo.

Il libro di cui parliamo è noto nella traduzione italiana col titolo Acque torbide, ed è uscito nel 1895. Come di consuetudine, eviteremo in queste brevi note di addentrarci troppo nella trama. Il libro è peraltro molto breve, e da un punto di vista di “tassonomia” letteraria rientra più nei racconti lunghi che nella categoria romanzo. Non ci occuperemo della trama, dicevamo, perché secondo l’opinione di chi vi scrive, compito della riflessione sulla letteratura (critica impegnata o semplice recensione che sia) è quello di leggere l’opera nel suo valore estetico e storico, di inquadrarne una poetica e, in controluce, una filosofia individuale e il contesto sociale che l’ha resa possibile, lasciando poi al lettore il godersi trama e intreccio.

La protagonista di Acque torbide, la bella Oriki, è una giovane prostituta disinibita e sempre allegra. In apparenza sprezzante e indifferente al mondo, cela dentro di sè uno spleen di sofferenza interiore che appare solo quando la ragazza rimane in solitudine. Seduttrice impenitente, ha fatto innamorare il debole Genshichi, sposato con un figlio, che per Oriki ha dilapidato il suo patrimonio e fatto precipitare la famiglia nella povertà. Questa parvenza di cliché in apparenza datati e prevedibili, vengono da Higuchi Ichiyō svolti nella narrazione con delicatezza, nella progressione di un clima che parte allegro e disincantato, per dirigersi poi verso la decadenza e la disperazione degli attori coinvolti.

La vicenda di quest’amore impossibile tra un uomo che ha il suo posto ben preciso in società e una giovane prostituta, è già in gran parte avvenuta all’inizio della narrazione. L’autrice ce la rammenta a poco a poco, nelle parole delle altre ragazze, e nel racconto della stessa Oriki. Figura di mezzo, che forse in una narrazione di più ampio respiro avrebbe assunto uno spessore maggiore, è un tale Tomonosuke, signore colto e dai modi gentili, che diventa un cliente affezionato della Oriki e che si accorge del conflitto tra apparenza e interiorità in Oriki. La ragazza si aspetta, prima o poi, anche da lui una proposta di matrimonio.

Il ritorno di Genshichi sulla scena fa scivolare il racconto verso la tragedia; Ma Higuchi Ichiyō ha a cuore prima di mostrare come la figura dell’uomo, vittima di se stesso e della sua debolezza, sia in realtà carnefice verso il mondo femminile: carnefice della moglie che si avvede del suo tormento per l’amore verso Oriki e per l’averla ridotta in povertà, e carnefice della stessa Oriki, che da oggetto d’amore diviene oggetto d’odio.

Difficile trovare una chiave di lettura esplicitamente femminista nel libro. Sarebbe certamente una forzatura. Tuttavia, in queste brevi pagine troviamo figure letterarie che, per quanto non originali in sé, risultano di gran forza espressiva e caratterizzano bene il lato più decadente delle case di piacere nel Giappone di fine Ottocento. Uomini sostanzialmente deboli, forse per l’aspettativa sociale che grava su di loro, ma che sono ancora dominanti socialmente rispetto ad una donna che è ben lontana dall’essersi emancipata. Nel breve racconto di Higuchi Ichiyō è comunque la figura della donna a salvarsi e a salvare. Più forte perché rassegnata, si trova suo malgrado al centro di vicende di passioni e violenze che, a dire il vero, caratterizzano la società umana di ogni luogo e di ogni tempo.

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