Lo scricciolo e la neve

Una parabola laica sulla forza di volontà

digaAdolf Dygasiński (1839-1902), scrittore polacco, in La festa della vita (Gody życia, 1900) descrive la vita di un uccellino, un piccolo e comune scricciolo. Il piccolo volatile vive in povertà, osservando gli uccelli migratori nel loro cosmopolitismo alla ricerca di un’abbondanza sempre a portata di mano. Ma lo scricciolo ha deciso di vivere in prima persona tutte le stagioni, sopportando lo squallore e la fame dell’inverno per poi attendere la ricchezza ritrovata della primavera. Nonostante questo alternarsi di fortune, l’uccellino non è mai triste, perché il tempo ciclico gli ha dimostrato che sofferenze e miserie sono mali passeggeri, mentre solo la gioia per la vita può essere eterna, se sappiamo come affrontarla.

La festa della vita risponde ad un gusto un po’ edificante del periodo, ma come “parabola laica” può dirci molte cose.

Occorrerà essere indulgenti con il piccolo scricciolo e non accusarlo di rassegnazione, quanto piuttosto di coraggio. Gli uccelli migratori, forse altrettanto coraggiosi ma meno pazienti, certamente si mettono in gioco affrontando un così lungo viaggio per trovare una vita migliore, senza mai dimenticare casa: torneranno infatti, nella primavera successiva. Il nostro uccellino, però, ha scelto un altro approccio alla vita.

Lo scricciolo, che certamente si è formato sulla filosofia epicurea, non fugge di fronte alle difficoltà della vita e, soprattutto, non si lascia andare ad una sterile e continua lamentela sui mali dell’esistenza. E senza rassegnazione: non prende la vita come viene, ma ricerca attivamente, sotto la neve, il cibo che potrà dargli sostentamento nei lunghi mesi di freddo.

La vita, in sé, provoca talvolta sofferenze (ognuno ha i suoi inverni), ma la capacità di godere del nostro stare al mondo dipende, in fin dei conti, solo dalla nostra disposizione consapevole con la quale affrontiamo le cose. Il risoluto volatile sa che con la pazienza e la forza di volontà, virtù ormai dimenticate, si raggiungono momenti di felicità. Tuttavia, è solo vivendo in prima persona i paesaggi innevati e gelidi della Polonia invernale che lo scricciolo potrà apprezzare la fresca e luminosa estate nordica.

Difficile chiedere ad un così minuto pennuto di farsi sociologo, ma il suo indiretto e mai arrogante monito, implicava conseguenze che si sarebbero colte con lo sviluppo futuro della società post industriale.

Lunghi anni di benessere diffuso, di opulenza – una sorta di primavera apparentemente eterna – avrebbero fiaccato l’animo e l’intraprendenza degli individui, spingendoli ad una rabbia e ad una rassegnazione fini e se stesse, immobilizzandoli nell’apatia totale e determinandone l’incapacità di cogliere le ricchezze possedute, lasciandoli rancorosi per quello che si presume di aver perso.

Non penso che lo scricciolo avesse intenti moralistici e nostalgici diretti, che la sua vita possa essere interpretata come quella di un reazionario che condanna i cambiamenti e gli uccelli migratori cosmopoliti. Tanto meno vorrei fare appello io, qui, solo all’emotività e lasciarmi andare ad un canto di nostalgia passatista sul “quando si stava meglio”.

Il vero insegnamento (noi sì, dobbiamo qui trarne una qualche morale) non è tanto nello scegliere o meno di volare altrove per cercare chissà cosa, quanto nella forma mentis che scegliamo di avere ogni giorno e che condiziona necessariamente tutta la nostra vita.

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