La lingua dei testi buddhisti giapponesi

Dal cinese classico alle tecniche di lettura monastiche nel Giappone premoderno

Introduzione. Il Buddhismo, strettamente parlando, non possiede una lingua sacra paragonabile all’arabo coranico o al latino\greco ed ebraico della tradizione cristiana, ma ha sviluppato nel corso della sua storia importanti lingue veicolari che variano a seconda dei contesti culturali in cui il messaggio del Buddha si è radicato. Con “canone buddhista” si intende l’insieme delle scritture che raccolgono gli insegnamenti attribuiti al Buddha e i commentari sviluppati dalle diverse tradizioni nel corso dei secoli. Poiché il Buddhismo non possiede un unico testo centrale, esistono diversi canoni redatti in lingue differenti. Anche il termine “canone” può risultare in parte fuorviante, poiché il Buddhismo non dispone di scritture universalmente riconosciute come normative o come verità rivelate. Il canone pāli raccoglie i testi della tradizione Theravāda in una lingua medio-indiana strettamente imparentata con gli idiomi parlati all’epoca del Buddha, ma non identificabile con certezza con la sua lingua storica. Il pāli è una lingua indoeuropea affine al sanscrito. Esiste inoltre un vastissimo corpus di testi buddhisti conservati in sanscrito, lingua che divenne progressivamente uno dei principali veicoli letterari del Buddhismo Mahāyāna. Altri due canoni di grande importanza sono il canone tibetano, tradizionalmente suddiviso in Kangyur e Tengyur, e, qui per noi di particolare interesse, il canone cinese, detto anche “Grande Deposito di Scritture” (大藏經, Dàzàngjīng). Quest’ultimo è il più vasto e comprende sutra tradotti dal sanscrito e da altre lingue centro-asiatiche, oltre a trattati e commentari di maestri cinesi. Continua a leggere “La lingua dei testi buddhisti giapponesi”

La parola “libro” in giapponese e in cinese

Un’etimologia “falsa”, ma suggestiva

In cinese e giapponese, il classificatore (o numeratore) è una parola che si inserisce tra il numero e il sostantivo per categorizzare l’oggetto in base alla sua forma, funzione o consistenza. Dove noi avremo “un edificio”, “una macchina”, “un cane”, ecc., queste lingue avranno una specifica forma che sta al posto del nostro “un…” generico.

In giapponese la parola libro è “hon” (). Con il rispettivo numeratore-classificatore, per indicare “un libro”, si dice “issatsu no hon” (一冊の本). Si noti la struttura inversa, letteralmente “uno-di-libro”. Quando mi sono imbattuto per la prima volta nell’espressione “un libro” nelle due lingue, ho notato un fenomeno curioso. Sappiamo che i kanji giapponesi, che hanno avuto una loro propria evoluzione, sono di origine cinese (il nome, letteralmente, significa “caratteri han” dell’etnia cinese dominante in Cina). Succedono spesso due tipi di fenomeni per quanto riguarda il rapporto tra i due sistemi di scrittura. Il primo fenomeno è che il carattere è identico o quasi (il cinese del continente ha subito una riforma che ha semplificato i caratteri), è comunque usato in una combinazione simile; ovviamente, cambia la pronuncia, ma la parola o la radice rimangono riconoscibili in molti casi; oppure, seconda ipotesi, è un carattere completamente diverso. Continua a leggere “La parola “libro” in giapponese e in cinese”

Dalla punta di pennello alle insegne al neon

Il fascino della scrittura: i caratteri cinesi

462576640_582797030897519_1803263300431755273_nIn ogni manuale di introduzione alla scrittura o alla grammatica delle lingue che usano i caratteri cinesi (in cinese 汉字 hànzì, in giapponese 漢字 kanji), troverete un minimo di storia di questo antichissimo metodo di scrittura, tanto complicato quanto affascinante e incredibilmente espressivo. Scoprirete che i caratteri sono gli stessi, o quasi, nelle lingue cinese e giapponese, ma con delle differenze. Nella Cina continentale negli anni ’50 sono stati introdotti i caratteri semplificati per aumentare l’alfabetizzazione: lo scopo era rendere la scrittura più semplice, riducendo il numero di tratti necessari per un carattere. Questo ha sì semplificato i caratteri tradizionali, permettendo a più persone di imparare a leggere e scrivere, ma in qualche caso ha eliminato il segno “semantico” che rendeva il carattere significativo, talvolta impoverendo il carattere che ne è risultato. Taiwan e Hong Kong hanno invece scelto di mantenere i caratteri tradizionali non semplificati. Questi caratteri sono più vicini a quelli usati nella letteratura classica. Continua a leggere “Dalla punta di pennello alle insegne al neon”