La contaminazione tra realtà e immaginaizone come “via di salvezza”
L’andamento del nostro stile di vita muta e si rapporta al ritmo con cui viviamo e assimiliamo la scrittura. E per “scrittura” dovremmo intendere non solo un modo di conservare e tramandare informazioni, le storie e le emozioni, ma anche un modo di conoscere il mondo lì fuori, leggerlo nelle parole, nelle immagini e nelle interazioni che queste creano tra loro. Quando il mondo non era spezzettato dalla velocità e l’unica “rete” che legava un luogo all’altro era a lenta percorrenza, ma reale, fatta di strade, di fiumi e di laghi, il tempo della vita-lettura era meditativo, lento e persino paziente. Allora scrivevamo e leggevamo libri voluminosi, romanzi pesanti che potevano raccontarci di intere generazioni o magari descrivevano singoli attimi perdendosi per decine e decine di pagine. Leggevamo meno, forse, ma ci soffermavamo più a lungo sulla scrittura, ed eravamo costretti ad esercitare la memoria perché il mondo scritto era difficile da consultare, più raro e prezioso, e conveniva assimilarne avidamente quanto più potevamo.
Oggi il mondo scritto è più democratico, e questo è decisamente un bene. Ed è più ricco di sfumature e di scambi, di ponti, e più rapidamente reperibile. Ed anche questo è un bene. Ma tutto sta lì, a portata di mano, e la fatica di interiorizzarlo ci sembra tempo sprecato. Così il mondo (scritto e non scritto) è sempre più ricco e variopinto, oltre che caotico, ma nessuno lo conosce intimamente come un tempo si faceva, o almeno si aspirava a fare. Nessuno memorizza quella filastrocca popolare o impara a memoria quelle date storiche di quella tal battaglia, quelle formule chimiche, quella lingua antica che nessuno parla più. Quelle tracce rimangono in libri di biblioteca o – più verosimilmente – in supporti digitali, persi per la rete, depositati in qualche server remoto. A che serve occupare spazio nel cervello se tutto è lì, pronto all’uso? A che serve darsi un metodo, crearsi progetti e utopie e affaticarsi nel portarli avanti?
Su uno scaffale polveroso del mio studiolo giaceva ormai da tempo un certo libro, anch’esso polveroso, che prima o poi dovevo leggere (come poi feci, ormai molti anni fa). È il Don Chisciotte di Cervantes, poderoso volume di mille e trecento pagine scritte a caratteri minuti e timorosi. Lì dentro, pensavo, deve esserci un mondo intero. Cos’altro può starci in tutte quelle pagine? Conoscevo la trama (il Chisciotte appartiene alla categoria dei libri “che non hai letto perché sai già di cosa parlano, ma che dovrai leggere lo stesso prima o poi”), e per tanto ragionavo come si usa far oggi: a che pro perdere tempo per una cosa che già conosco?
In breve: Don Chisciotte impazzisce in seguito ad una frequentazione assidua dei romanzi a contenuto cavalleresco. Esce di senno, scambia la realtà per finzione, anzi il lato immaginativo della realtà straripa dalle pagine scritte e invade il mondo non scritto. E si comporta di conseguenza, come cavaliere errante, noncurante delle canzonature e delle tante disavventure a cui va incontro; come tutti sanno, il protagonista scambia poi i mulini a vento per giganti, le greggi per eserciti nemici.
I critici sospettano, e l’autore concorre a creare tale sospetto, che la follia di Don Chisciotte sia in un certo senso voluta e accettata. Quindi non è detto che sia vera follia. Egli decide consapevolmente di credere alla sua realtà, di fare irrompere il suo immaginario nella vita reale e di viverlo come reale. Si potrebbe leggere la follia del Chisciotte come una questione di metodo. Il cavaliere dalla triste figura decide di credere ad un suo mondo di riferimento e di perseverare in quella scelta fino alla morte.
Questione di metodo, dunque, un metodo che si manifesta nel perseverare nel proprio progetto e faticare nel realizzarlo, anche quando esternamente possa apparire folle e sia persino destinato a fallire. La contaminazione tra realtà immaginata e realtà vissuta è una via di salvezza.