Gli imprevisti della ragione in Padri e figli di Ivan Turgenev
Compito della letteratura è anche quello di trasporre in storie quelle idee, figure ed emozioni che rese in forma non letteraria conserverebbero l’essenziale del loro significato, ma che forse avrebbero ben altra persuasività su coloro che le ascoltano e le leggono. Da anni, con intervalli di tempo variabili, rivado – diciamo così – alla rilettura di un certo romanzo di non molte pagine scritto da uno dei maggiori autori della letteratura russa: Padri e figli di Ivan Turgenev. Si è soliti sintetizzare il contenuto di Padri e figli ponendo l’accento sul contrasto – palese fin dal titolo – tra la vecchia generazione di padri progressisti che andava a costituire con difficoltà un’embrionale borghesia in una Russia, fatta ancora di rapporti sociali arcaici, e la nuova generazione di figli che quel percorso di innovazione e di messa in discussione dei valori tradizionali tentava di portarlo alle sue estreme conseguenze, approdando ad un sistema di pensiero, il nichilismo, che in quegli anni e con vari sfumature di significando andava diffondendosi nella cultura europea.
Il “nichilista”, questa figura conflittuale e di transizione è resa da Turgenev nel personaggio di Evgenij Bazarov, giovane studioso di scienze naturali e di medicina.
Bazarov si ritrova ospite del giovane Arkadij, suo amico e discepolo ben più ingenuo e pronto a cedere ad una visione borghese. Il conflitto con i “padri” scoppia nell’incontro con il buon Nikolaj Petrovic, affettuoso e bonario padre di Arkadij, e con lo zio di lui Pavel Petrovic, fiero e vanitoso rappresentante di quel progressismo che guardava all’Occidente per innovare i costumi russi, ma che rimaneva fieramente aristocratico nel modo di vivere elegante e raffinato.
La generazione di Pavel Petrovic è fatta di romantici che credono ancora nella dignità umana, nella poesia, in un certo grado di apparenze esteriori e di senso dell’onore. Bazarov, al contrario, ostenta beffardo il suo credo nelle scienze naturali e in ciò che è utile.
“Un chimico come si deve è venti volte più utile di qualsiasi poeta”, afferma Bazarov in una delle tese discussioni con Pavel Petrovic, che ha sua volta chiede al giovane se egli creda nella sola scienza; ed ecco la risposta di Bazarov:
“Le ho già detto che non credo in niente; e cos’è la scienza in generale? Ci sono delle scienze, così come ci sono dei mestieri, delle conoscenze, ma la scienza in generale non esiste affatto”.
Ancora più emblematico lo scambio di battute che si consumerà qualche giorno dopo:
Pavel Petrovic agitò le mani:
“Non la capisco più. Lei offende il popolo russo. Non capisco come si possano rifiutare i principi, le regole! In forza di cosa agisce lei?”
“Le ho già detto, zietto, che noi non riconosciamo le autorità,” si intromise Arkadij.
“Noi agiamo in forza del fatto che riconosciamo ciò che è utile,” disse Bazarov. “Al giorno d’oggi la cosa più utile è la negazione: noi neghiamo.”
“Tutto?”
“Tutto”.
Il giovane Bazarov qui rivendica il diritto della sua generazione, cresciuta nel dissolvimento delle illusioni progressiste (insomma, come succederà alla fine del XX secolo), di procedere sulla strada della distruzione del vecchio mondo, prima di passare ad una rifondazione che potrebbe avvenire sulla base di mere esigenze pragmatiche, e quindi appoggiarsi alle scienze.
Quella che fin qui emerge, comunque, è la visione di Bazarov che appartiene alla prima parte di Padri e figli. Egli vive secondo quanto predica. La complessità e la grandezza letteraria del personaggio di Turgenev, però, si concretizza nel proseguire della storia, quando quella cristallina visione entra in conflitto con il mondo interiore di Bazarov e con emozioni che neppure egli immaginava di poter provare.
Accade che il giovane scienziato, irritandosi egli stesso per quanto va subendo, si innamori dell’altrettanto cinica Anna Sergeevna Odincova, dopo averla conosciuta un po’ per caso.
Anna è una donna attraente e ancora giovane, ma che ormai sta per lasciarsi alle spalle la giovinezza secondo gli standard dell’epoca. Nel suo modo di essere e di apparire traspare tutta la sua disillusione per la vita e per gli uomini. Dotata di intelligenza superiore, l’Odincova si isola nella campagna russa e lascia che i giorni scorrano in cerimoniose formalità e ristretti convivi aristocratici che non fanno altro che accentuare il senso vuoto della vita.
Anche Anna rimane colpita da Bazarov e non riesce a rimanerne indifferente. Bazarov, da parta sua, tenta di contrastare la nascita di quel sentimento “romantico” e inutile, ma alla fine, deridendosi e odiandosi per questo, vi cede e si confessa all’Odincova. Ella con estremo garbo lo respinge, forse amandolo a sua volta, ma più fedele alle sue disillusioni e alla sua “tranquillità” di quanto non lo sia lo stesso Bazarov.
Il destino dei due amici, Arkadij e Bazarov, avrà ben altro corso: il primo pronto a cedere al lato emozionale della vita non appena un poco di felicità pare avvistarsi all’orizzonte (si innamorerà di Katia, la sorella più giovane di Anna), il secondo vittima della sua indifferenza rassegnata che lo porterà di lì a poco verso un finale involontariamente tragico.
Turgenev ricevette aspre critiche tanto dai conservatori, che vedevano nel suo Bazarov un prodotto tipico della gioventù degenerata, quanto dai progressisti, che ravvisavano invece nel suo personaggio una semplice caricatura di coloro che auspicavano riforme sociali e culturali. In realtà, la grandezza di Turgenev consiste proprio nell’onestà di dipingere un personaggio – ed una visione del mondo – di per sé problematica e non univoca.
Padri e figli riporta in letteratura due tensioni che così spesso si sono scontrate nella storia della cultura occidentale e che sono andate fossilizzandosi nelle categorie storiografiche di Illuminismo e Romanticismo.
Pare che lo scrittore russo volesse suggerici, o almeno è come io vorrei cogliere il suo discorso, che sì, il mondo di valori di una società o più in generale del consorzio umano, il lato emozionale e morale del nostro vivere, sono problematici, inconcludenti, farraginosi e difficili da gestire; e ben varrebbe rivederli e correggerli alla luce della scienza e di una logica inconfutabile. Ma che poi, in definitiva, dall’umano non possiamo fuggire.
Così, lo schermo di un’utilità distaccata che dovrebbe guidare un qualsiasi Bazarov e una nuova società rendendola più efficiente, si infrange contro un amore inaspettato, una tragedia non prevista, contro l’eterna incomprensione tra gli uomini.
Note
* Testo già pubblicato in una raccolta di alcuni anni fa.
** Interessante l’immagine allegata che riporta la copertina vintage con una trascrizione ormai antiquata del nome di Turgenev