Perché gli italiani amano così tanto il Giappone?

Tra influencer, semplificazioni e idealizzazioni, storia di uno strano amore

Penso che questo fenomeno sia così particolare, socialmente e mediaticamente, da risultare difficile da spiegare anche da parte degli esperti di comunicazione. Perché, già da qualche decennio, il Giappone è così di moda tra gli italiani? Sono convinto che questa popolarità non derivi solo da un mio “effetto algoritmo”. Mi occupo di questa tematica da tempo, così i social e i dispositivi che uso mi mostrano costantemente contenuti legati al Giappone. Si rischia di confondere la mia “rappresentazione algoritmica” personalizzata con la realtà. Ma in effetti, se osserviamo attentamente, la presenza di contenuti legati al Giappone è davvero enorme. La domanda iniziale non ha risposte semplici. Il legame tra italiani e il Paese del Sol Levante va spiegato non soltanto attraverso fenomeni sociali e mediatici, ma anche valutando se esista un’insospettabile affinità culturale. Ma proviamo ad affrontare questo fenomeno in modo più sistematico.

Anime e manga. Questa è la risposta semplice, quella che tutti si aspettano. La diffusione massiccia di vecchi anime trasmessi sulle emittenti private negli anni Settanta e Ottanta ha formato una generazione cresciuta con quel particolare immaginario. La cosa sorprendente è che, a differenza di quanto accade nel mercato hollywoodiano, non c’era uno scopo ideologico dietro queste trasmissioni. Gli anime raccontavano il Giappone come lo vedevano gli stessi giapponesi: erano pensati per loro, e solo grazie al basso costo di esportazione sono arrivati anche da noi.

Anche quando le storie parlavano di improbabili avventure ambientate in luoghi come la Francia rivoluzionaria o la Finlandia della prima guerra mondiale, la sensibilità giapponese traspariva sempre. Successivamente, l’esplosione del mercato internazionale di anime e manga ha fatto in modo che, dagli anni Novanta in poi, il numero di appassionati e consumatori di questi prodotti culturali crescesse costantemente.

Ricordo, tre anni fa, di aver frequentato una scuola per stranieri a Tokyo. L’insegnante, mio coetaneo, ci mostrava delle immagini e le commentava. Ci mostrò un’immagine dell’anime noto in Italia come “Lady Oscar” e, ridendo, osservò: “Vedete come ci immaginavamo noi l’Europa?”. Lo disse ridendo, non avendo minimamente idea di cosa avesse significato dall’altra parte del mondo quell’anime (mia madre negli anni Ottanta ci andava matta. Una bambina dell’epoca, nostra vicina, visto che mia madre dipingeva, le commissionò un ritratto a olio proprio di Lady Oscar, tanto per dirne una).

Esotismo. Agli italiani il Giappone evoca un esotismo raffinato. Le immagini di “belle ragazze in kimono e fiori di ciliegio” occupano lo stesso posto che relativamente all’Italia appartiene a cose come “la costa amalfitana, la buona cucina e le città d’arte”. Nelle rappresentazioni idealizzate c’è sempre un pizzico di realtà, ma soprattutto un alimento per i sogni delle persone, ed è per questo che perdurano nel tempo.

Ma cosa c’è di vero in tutto questo? La raffinatezza dell’estetica giapponese è veramente tale. Profondamente influenzata dal pensiero del buddismo Zen, questa raffinatezza si nota anche oggi, per esempio nei design di grande bellezza che il Giappone produce. I giapponesi si distinguono in discipline come la musica, l’arte e soprattutto la letteratura. Sebbene abbiano cercato di rappresentarsi come il paese della tecnologia, la loro natura, storicamente e psicologicamente, è più quella di un popolo di artisti e di sapienti artigiani. Vi ricorda qualcosa?

Non si può negare che il fascino per quella cultura derivi da elementi simbolici molto potenti; tuttavia, questi simboli creano anche un’immagine ideale di un mondo che in parte non esiste, o che è molto meno romantico di quanto immaginiamo. Ad esempio, la violenza dell’epoca dei samurai è ben lontana dall’idea di “onore” che ci viene trasmessa, tanto per citare un altro polo della nostra idea di Giappone.

Influencer. Non è mia intenzione criticare in termini negativi lo sforzo di tante persone, uno sforzo sempre da rispettare e, in certi casi, apprezzato anche da me. Tuttavia, i contenuti sul Giappone, soprattutto quando mirano all’intrattenimento, tendono a semplificare troppo la realtà e contribuiscono a quell’idealizzazione eccessiva di cui parlavamo. Oppure generano fazioni di chi fa a gara nel cercare i lati negativi e oscuri sia della società sia della cultura giapponese. La scoperta dell’acqua calda: tutte le culture, essendo umane, hanno i propri lati oscuri.

Per questo risulta difficile trovare contenuti che vadano oltre una certa superficialità. Se da un lato tali contenuti svolgono una funzione utile – divertire e avvicinare a una cultura diversa – dall’altro rischiano di nascondere la vera bellezza di una cultura, lasciandola sconosciuta ai più nel suo profondo.

Un’eccezione, tra i vari esempi possibili, è rappresentata dal progetto “NipPop – Giappone all’infinito”, nato a Bologna e, per quanto ne so, portato avanti da Paola Scrolavezza, docente di letteratura giapponese presso l’ateneo bolognese. Penso che Paola Scrolavezza sia attualmente una delle divulgatrici più sensibili e attente della cultura giapponese in Italia, capace di mantenere quell’equilibrio tra intrattenimento e approfondimento. Il resto, però, rimane in quel limbo di semplificazione di cui parlavamo.

Certo, mi rendo conto che non tutti possono sorbirsi un trattato accademico sulla storia giapponese o possono impiegare anni per apprendere, anche solo in parte, una lingua così complessa per capire questa cultura. Ma esempi positivi come il progetto “NipPop – Giappone all’infinito” dimostrano che è possibile trovare una terza via tra il diventare yamatologi e il limitarsi a banalità.

Ma allora, perché li amiamo così tanto, questi giapponesi? Mi rendo conto di non aver ancora risposto a questa domanda. Prima di tutto, va precisato che anche loro amano noi. La cultura italiana è molto apprezzata in Giappone e, come accade per noi, è idealizzata. La loro fissazione per il cibo, poi, ci avvicina ulteriormente.

Concedetemi un po’ di “antropologia spiccia”; capisco che le opinioni che seguono possono apparire un po’ azzardate. Starà poi ai lettori decidere se le mie interpretazioni siano per loro plausibili o meno.

La mia risposta è questa: ci amiamo perché, in realtà, ci assomigliamo molto più di quanto sembri a prima vista. I giapponesi, guardando all’Europa, pensano di avere un’indole più simile a quella dei tedeschi o degli inglesi, ma è solo apparenza e un autoinganno. Sono piuttosto un popolo molto emotivo che utilizza l’ordine e il contenimento delle emozioni attraverso rigidi codici sociali per non far emergere la loro emotività che può diventare prorompente. Ma è proprio questa emotività che ha permesso alla loro cultura di creare una delle letterature più affascinanti di sempre e quell’arte raffinata. Freddi robot che agiscono tutti in modo predeterminato? Falso. Una sceneggiata o, meglio, una difesa dagli abissi dell’umano.

Io scherzo sempre – semplificando e generalizzando a mia volta – dicendo che gli italiani sono i giapponesi senza il filtro delle rigide regole sociali. Questo rende le due società apparentemente molto diverse: la loro ordinata e rispettosa, la nostra chiassosa, indisciplinata. Ma sotto sotto, si tratta di due popoli che hanno proprio nell’emotività una delle cifre dominanti.

Insomma, gli opposti si attraggono, ma come ci insegna certo pensiero d’oriente, tutto è irrimediabilmente connesso in un rimescolamento senza fine che, dandosi abbastanza tempo a disposizione, rende gli opposti… molto più simili.

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