Il giapponese in uso

Una ricerca sul campo a Tokyo tra manuali, fonti digitali e interviste ai parlanti

Nel corso del mio soggiorno-studio a Tokyo nell’autunno 2026 il tema di ricerca a cui mi sto dedicando è la sociolinguistica della lingua giapponese. Il progetto prevede la pubblicazione di un breve saggio, a metà strada tra divulgazione e contributo accademico. Anche l’approccio al tema si colloca dunque su entrambi i piani. La prima fase del lavoro è consistita nell’esaminare la letteratura di riferimento e nel cercare di comprendere come la sociolinguistica giapponese abbia affrontato i diversi aspetti della disciplina. Esistono manuali ampi e articolati, spesso frutto di collaborazioni internazionali, dai quali ho ricavato il necessario quadro teorico. Ho cercato, però, di non limitarmi a riproporne i contenuti, ma di elaborarli attraverso un filtro critico, affiancando alla lettura le riflessioni personali che sto sviluppando progressivamente sull’argomento.

Una seconda linea di indagine, avviata già prima di questo soggiorno-studio, riguarda le fonti disponibili sul web. Negli ultimi due decenni, la diffusione di contenuti testuali e audiovisivi in rete ha messo a disposizione della linguistica e della sociolinguistica una quantità enorme di materiale da osservare. Si tratta di una risorsa preziosa perché offre spesso esempi di lingua vicini a quelli prodotti spontaneamente nella vita quotidiana, anche al di fuori degli ambienti digitali. Naturalmente, questi dati devono essere utilizzati con cautela. Anche il materiale apparentemente più spontaneo (per esempio, una conversazione informale tra amici su un determinato argomento) può essere condizionato dal fatto di essere registrato e destinato a un pubblico. La consapevolezza di essere ascoltati, osservati o di dover produrre un contenuto introduce infatti un filtro sociale che può influenzare il modo di parlare.

La terza fonte è costituita dalle interviste dirette. Approfittando anche delle occasioni di conversazione e di perfezionamento linguistico, pongo domande mirate ai parlanti madrelingua. Si tratta talvolta di vere e proprie lezioni-intervista che mi stanno fornendo materiale prezioso e, se mi si concede una considerazione personale, rappresentano anche occasioni di grande divertimento.

Un esempio è l’intervista a un insegnante di giapponese per stranieri, già investigatore di polizia, con il quale ho trascorso circa un’ora per approfondire il gergo utilizzato in ambito poliziesco.

I gruppi che condividono una professione, un’attività o determinate esperienze possono sviluppare un lessico particolare, composto da parole ed espressioni che assumono un significato specifico all’interno del gruppo. Si parla in questi casi di linguaggio settoriale o professionale e, in senso più ampio, di gergo. Il lessico di una categoria professionale può avere una funzione pratica, consentendo agli appartenenti al gruppo di comunicare in modo rapido e immediato, ma può anche contribuire a definire un’identità condivisa e a distinguere chi ne fa parte dagli estranei.

In italiano, per esempio, espressioni come “gli sbirri mi stanno alle calcagna” evocano immediatamente il linguaggio dei film e delle storie poliziesche. “Sbirri” è una denominazione colloquiale e spesso spregiativa degli agenti di polizia, mentre “stare alle calcagna” è un’espressione idiomatica comune. La loro combinazione contribuisce a creare un’atmosfera riconoscibile, tipica del racconto poliziesco e criminale.

L’intervista nasceva proprio da alcune domande: esiste in giapponese un gergo specifico utilizzato dalla polizia? Quale impressione produce nel parlante madrelingua? È percepito come volgare, scherzoso, rude o semplicemente informale? E soprattutto, quale atmosfera evoca? È paragonabile a quella che conosciamo attraverso le serie televisive americane, i film polizieschi e i loro adattamenti in italiano, che hanno contribuito a formare un immaginario linguistico ormai familiare anche al di fuori del contesto originario?

Verso la fine dell’anno completerò il riordino del materiale raccolto, cercando di ricondurre le diverse osservazioni a un discorso coerente.

Al mio ritorno in Italia inizierò quindi la stesura vera e propria del testo. Secondo il progetto di ricerca del nostro Osservatorio (vedi qui), la pubblicazione è prevista entro giugno 2027. Confido, naturalmente, di riuscire a concludere il lavoro anche prima.

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