Impeto e libertà

L’autobiografia di Vittorio Alfieri

Vita Alfieri.pngPonte di passaggio tra Classicismo e Romanticismo, Vittorio Alfieri è, al pari di Byron, importante come personaggio e personalità, quanto e forse ancor più che come autore. Lo si comprende bene leggendone la vita: temperamento libertario e impulsivo, sempre alla ricerca di una libertà totale, decide di non sposarsi e di non procreare in modo consapevole, rinuncia all’eredità paterna in favore della sorella in cambio di un vitalizio, si congeda dall’esercito per non dover chiedere il permesso di viaggiare al Re.

E poi viaggia tantissimo. Da una prima gioventù dall’orizzonte troppo provinciale, fugge non appena responsabile legalmente di se stesso, in giro per l’Europa, passando per le terre scandinave, la Russia, la Germania, la Francia, l’Inghilterra, la penisola iberica.

Un’inquietudine, non di maniera e letteraria, ma ben visibile nei moti dell’anima del poeta, lo spinge a spostamenti continui dai quali troverà pace solo negli ultimi anni della vita.

I suoi amori, dopo tutto, rispecchiano questo temperamento. Alfieri ama sempre donne d’altri, in un costume peraltro ai suoi tempi ipocritamente accettato. L’ultimo amore, quello definitivo, si trasforma in convivenza solo negli ultimi anni, quando il marito di lei è ormai morto.

Su tutto, nella trama della vita, domina il racconto del farsi poeta dell’Alfieri. Di educazione lacunosa e pedante in un’accademia di impostazione militare, dalla quale si distacca con letture e attraverso la scrittura verso i trent’anni, per poi decidere, con tenacia e incredibile forza di volontà, di divenire “letterato”. Sono interessanti, nella Vita, persino gli appunti di metodo che riguardano la pratica dello studio dell’Alfieri: letture, glosse, traduzioni, tanto che in alcuni anni diventa un discreto traduttore dal latino e, in tarda età (con un certo pudore a rivelarlo nel racconto) si mette a studiare assiduamente il greco e arriva a tradurre la poesia dei classici.

Ultimo, importantissimo nucleo, della Vita narrata e reale dell’Alfieri è l’amicizia. Il poeta piemontese lungo tutto il corso dell’esistenza costruì pochi legami, ma solidissimi e profondi con alcuni uomini che considerava suoi ispiratori e maestri. E anche quando, innegabilmente, fa capolino dal suo racconto una certa titanica e preromantica considerazione di sé, non manca mai di rimettere il giudizio ai posteri e al lettore, ritenendosi sempre discepolo dei grandi autori del passato e dei suoi fedeli amici ispiratori del presente.

Le sue opere, quindi, vanno rilette. Le sue tragedie, in particolare, hanno trovato una meritata fortuna, anche scolastica, nell’Italia a lui postuma, benché vi sia molto esercizio retorico in esse, pur con importanti innovazioni nella caratterizzazione degli uomini e delle donne da lui descritti.

Tuttavia, come dicevamo all’inizio, l’Alfieri fu personaggio importante per la nostra storia letteraria e culturale, ma ancora più come figura umana: uomo inquieto e determinato, eternamente combattuto tra passione e razionalità; un conflitto spesso presente nelle grandi personalità di tutti i tempi.

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