L’attesa del nulla

Vitalismo e rassengnazione nel romanzo Oblomov di Ivan. A. Gančarov

OblomovLa speranza e l’aspettativa in un futuro che ci porterà quello che desideriamo, sono due elementi che occupano un posto di rilievo nella vita di un individuo. Questa sorta di meccanismo temporale e immaginativo ci pare quasi connaturato alla mente umana: ben pochi possono pensare di vivere senza avere un’idea di quello che vogliono e di un tempo nel quale questo desiderio potrebbe avverarsi. In un certo senso, vita e futuro coincidono, condizionando il nostro presente. Ma questo futuro, per essere raggiunto come desiderio realizzato, implica che la vita sia anche azione, e non solo attesa.

La vita di Il’ja Ilič Oblomov, protagonista di uno dei più importati romanzi della letteratura russa del XIX secolo, si rivela invece pura, infinita attesa. O per meglio dire, apatia e rassegnazione totale all’esistenza.

Ivan A. Gančarov (1812-1891) scrisse il romanzo Oblomov nell’arco di diversi anni, e fu accolto da subito con interesse dalla critica. Il più noto commento al romanzo di Gančarov fu l’articolo di Nikolaj Dobroljubov, Che cos’è l’oblomovismo?, uscito nel 1859 sulla rivista “Il contemporaneo”. Dobroljubov vedeva in Oblomov un’ennessima, ma riuscitissima, manifestazione del tipo letterario dell’uomo superfluo, figura cara alla letteratura europea e rispondente ad un reale atteggiamento della classe intellettuale russa del periodo. Un male antico quanto l’uomo, a dire il vero, poiché consiste nell’incapacità di trovare uno scopo alla propria esistenza e lasciarsi andare ad una rassegnata inattività. L’Oblomov di Gančarov riprende questa idea che aleggia sulla cultura russa e ne trae una storia indimenticabile e toccante.

Il lungo romanzo di Gančarov descrive tutta la parabola esistenziale di Il’ja Ilič Oblomov, viaggiando avanti e indietro nel tempo e mostrandoci un protagonista in divenire.

L’Oblomov del presente narrato è un giovane uomo (poco più che trentenne) che ha già perso completamente l’entusiasmo giovanile. Non ha subito traumi di sorta, materiali o morali, ha semplicemente rinunciato a vivere.

Usa parole precise a proposito del romanzo il Mirskij, nella sua classica Storia della letteratura russa:

Oblomov è più di un personaggio, è un simbolo. Il fatto che sia descritto con l’unico ausilio dei metodi del più pedestre e modesto realismo non fa che aumentare la forza del suo simbolismo. Egli era, ovviamente, e come tale fu subito riconosciuto, l’incarnazione di tutta una faccia dell’anima russa, o meglio di una faccia dell’anima della nobiltà russa, con la sua infingardaggine e inefficienza. Egli ha un alto senso dei valori, è aperto a ogni generosa aspirazione, ma incapace di qualunque sforzo e riluttante a qualunque disciplina. (p. 163)

Gančarov ci presenta un uomo incredibilmente pigro, con toni anche sarcastici: Oblomov trascorre le sue giornate tra il letto e il divano (un intero capitolo è dedicato all’operazione di decidere di alzarsi dal letto!), riceve qualche visitatore in un appartamento coperto di polvere e con le finestre spesso semiaperte. Il servo Zachar, infatti, ha interiorizzato l’apatia del padrone di casa e si guarda bene da tenere l’ordine e la pulizia; Oblomov raramente esce di casa o si tiene occupato in qualcosa.

Vi è stato tuttavia un tempo nel quale Oblomov è stato un bambino vivace e poi un giovane speranzoso e pieno di ideali. In questa parte “viva” della sua esistenza ha giocato un ruolo di primaria importanza l’amico Stol’c, coetaneo, russo di madre e tedesco di padre, che fin da bambino conosce Oblomov e con il quale ha passato la giovinezza e gli studi.

La poesia e la scienza pare fossero un nutrimento per il giovane Oblomov e l’intraprendente Stol’c, che ama sinceramente per tutta la vita il suo amico, aveva tentato di prolungare questo momento vitale:

Aveva catturato Oblomov con i poeti e, per un anno e mezzo, lo aveva tenuto sotto il bastone del pensiero e della scienza. Sfruttando il volo entusiasta del sogno giovanile, aveva inserito nella lettura dei poeti altri scopi, oltre al piacere; aveva indicato, in lontananza, il proprio cammino e la vita di Oblomov, e l’aveva trascinato con sé verso il futuro. (p. 86)

Oblomov, poi, si scontra con la vita vera, fatta di occupazioni noiose, preoccupazione sulla gestione del proprio patrimonio, di una vita sociale improntata all’apparenza e a variabili gradi di ipocrisia. L’amore non lo tocca, in questa prima parte della sua esistenza, preso com’è ad evitare dispiaceri e a perseguire la tranquillità come valore supremo.

La sua indolenza, nonostante non sia per niente stupido, lo porta persino al punto di affidarsi a dubbi amici e amministratori che spesso lo truffano, rendendogli la vita materiale non così facile come dovrebbe essere per il patrimonio che possiede. Essere truffati è sempre meno gravoso rispetto a prendere la propria vita in mano, decidere e affannarsi. È lo stesso Stol’c a trarlo d’impiccio e a farsi carico di allontanare i truffatori e di far procedere gli affari di Oblomov come dovrebbero.

Sol’c, come si sarà intuito, si trova all’opposto rispetto al suo amico. Mirskij intraveda in questo personaggio “tutta l’insufficienza intellettuale e morale di Gančarov”, perché disegnerebbe un personaggio “disperatamente piatto e privo di interessi”; il vitale, sempre in movimento Solc’, è in realtà un’efficace controparte di Oblomov ed è narrativamente necessario; Stolc’ cerca di gestire la sua esistenza e i suoi affari senza troppe scosse emotive per raggiungere un certo grado di successo, dedito al lavoro e all’efficienza, non precludendosi però la possibilità di essere felice e di amare teneramente. Gančarov ha così delineato questi due poli: il vitalismo di Stol’c col sua amore per la vita, e la rinuncia alla vita di Oblomov, nell’attesa del nulla.

Gran parte del romanzo è dedicata alla storia tra Oblomov e Olga, una giovane ragazza di circa vent’anni presentata da Stol’c a Oblomov, con l’intenzione di smuoverlo un po’ dalla sua immobilità. Stol’c si assenta per lungo tempo dopo aver inserito forzatamente Oblomov in una qualche forma di vita di società, sperando che questo possa portare un mutamento interiore nell’amico.

Il miracolo pare verificarsi, ma ben presto il timore della vita ricompare improvvisamente nell’animo di Oblomov, che teme di non poter garantire una vita dignitosa alla ragazza e di comprometterla prima di dichiarare un fidanzamento ufficiale. Tutto questo logora la povera ragazza che, in una pomeriggio chiarificatore, capisce che non riuscirà mai a cambiare Oblomov. Sarebbe sufficiente reagire per migliorare le cose, ma il timido amante neppure adesso è capace di tornare a vivere. I due si separano, questa volta per sempre.

Oblomov rimane, per anni, a vivere in un appartamento di periferia, un luogo in cui inizialmente non voleva stare, ma dove è finito a causa di un contratto firmato per una truffa di un presunto amico. Qui ritorna alla sua vita immobile, rallegrato solo dalla padrona di casa, Agaf’ja Matveevna, una vedova con due figli che con la sua gestione della casa rende la vita di Oblomov tranquilla e senza scosse.

Nel frattempo succede quello che era prevedibile. Olga è andata all’estero, a Parigi, e casualmente incontra Stol’c. L’amico di un tempo trova la ragazza incredibilmente cambiata, e i due finiscono per innamorarsi. Non senza paura da parte di Olga che si è convinita che sia possibile amare una sola volta nella vita.

La differenza dei rapporti tra i due è efficacemente utilizzata da Gančarov per disegnare, ancora una volta, il polo opposto a quello dell’apatia di Oblomov. Olga e Stol’c cercano di cogliere tutto quello che l’esistenza può dare loro di buono, senza ignorare la sofferenza potenziale, futura. Un atteggiamento verso la vita, insomma, equilibrato e luminoso, dove il lavoro e il darsi da fare hanno una parte importante.

Il personaggio di Gančarov trascende la sua epoca e diviene un simbolo potente dell’atteggiamento di rinuncia al movimento vitale: un personaggio contraddittorio, perché Oblomov è di buon cuore e di buona intelligenza. Forse, proprio per questo, doppiamente colpevole.

La sua mancanza di azione non è la calma del saggio, e nemmeno la fuga dal mondo dell’asceta, ma la rinuncia stessa ad una vita autentica.

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