Follia e (sana) immaturità

Il romanzo (folle) di Witold Gombrowicz, Ferdydurke

gombDopo una notte tormentata e un’inquietante visione premonitrice, il trentenne Gingio viene visitato dal paludato e maturo professor Pimko. Constatata l’immaturità di Gingio, al puntiglioso professore pare inaccettabile lasciare Gingio nella sua immaturità, e ritiene suo dovere “rimpicciolirlo”, fargli cioè intraprendere un percorso adeguato di maturazione, e ricondurlo quindi a scuola. Da quel momento la vita del protagonista si fa assurda e grottesca. Gingio torna a scuola, in mezzo ai ragazzi, ma… nessuno si rende conto che si tratta di un uomo adulto e tutti lo trattano come un ragazzino. Questa l’idea di fondo su cui si sviluppa il romanzo Ferdydurke (titolo nonsense) di Witold Gombrowicz, autore polacco della metà del secolo scorso.

Il romanzo di Gombrowicz è un riuscito e godibile esperimento di romanzo post-romanzo, formalmente stravagante, apparentemente folle e strampalato. Divagazioni ed eventi che lasciano perplesso e divertito il lettore, dove il principio di causalità fisica e logica lascia lo spazio ad una densa simbologia e a giochi linguistici non sempre comprensibili e nitidi, ma di grande impatto estetico. Domina su tutto il “culetto”, parte per il tutto del protagonista che indica lo stato di rimpicciolimento esistenziale dell’individuo e che, nella trasfigurazione metafisica della realtà diventa un riferimento costante nel romanzo.

Gingio percorre vari stadi di “maturazione”: le dispute coi compagni a scuola, l’amore di una “moderna” ed evoluta liceale, il corpo docente che si impegna a suscitare reazioni immature per intervenire ed educare, lo scontro con la società conservatrice degli adulti che assegna ad ognuno un proprio posto e un ruolo nel mondo. Tutto sembra un gioco insensato, eppure lo scrittore polacco cela nella sua strana opera un messaggio ben preciso. Gombrowicz fu costretto in varie occasioni a parlare in modo esplicito della poetica che ispirava Ferdydurke, perché si rese conto che il libro veniva frainteso, o spesso non veniva neppure capito. Le polemiche suscitatate dalla traduzione in spagnolo del libro rilanciarono la fama di Gombrowicz in patria, esule in Argentina per decenni dopo lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale.

L’accusa che le grottesche vicende di Gingio lanciano sono rivolte contro il concetto di “maturità”, non a specifiche istituzioni come la scuola o la famiglia. La società ingabbia il percorso individuale in schemi formativi e di vita che hanno lo scopo preciso di far maturare la mente degli individui, così che la massa umana, matura e uniforme, divenga società regolata e pacificata. Tuttavia, e per paradosso, la maturità rende le persone immature. Sono proprio quegli schemi passivi, non scelti per indole individuale, ma imposti dai modelli dominanti, a fare di noi “Gingio” qualunque, individui perennemente immaturi che semplicemente assimilano in modo passivo determinati valori e determinati schemi di pensiero.

La divertita parodia di Gombrowicz non è un ribellismo fine a se stesso, ma un monito, certamente con sorriso e un piglio letterario spregiudicato e “sperimentale”, verso un conformismo che, ahimè, non passa mai di moda.

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