La Russia verso la rivoluzione

Nel romanzo La Madre di Maksim Gor’kij

GorkijRussia, inizio Novecento. La prima fase del processo di industrializzazione iniziata alla fine dell’Ottocento ha portato alla creazione di primi distretti industriali e del proletariato urbano anche in terra russa. Il romanzo di Gor’kij, La madre, si apre con la descrizione a tinte fosche di questa realtà: un sobborgo tetro e fumoso, dove i giganteschi edifici della fabbrica si fanno ancora più cupi al suono della sirena,  nell’andirivieni degli operai, con i loro visi anneriti e le loro espressioni cupe. Il racconto è introdotto dalla comparsa di Michail Vlasov, fabbro di mezza età che conduce una vita di stenti, persa nel solo lavoro alla fabbrica e nell’ubriachezza continua. Vlasov ha una famiglia: il figlio Pavel e la moglie Pelageja. La vita familiare è scandita dalla rabbia muta di Vlasov, marito e padre violento che per lunghi anni usa violenza sulla moglie, vittima rassegnata. Ma il ruolo di Michail giunge presto al termine. Ormai minato nel fisico e nel morale dalla vita alla fabbrica, Vlasov muore dopo poche pagine del romanzo.

Questo preludio ha la funzione di introdurre uno specifico clima, di definire i contorni morali dell’epoca. Si intravede, in controluce, il progressivo mutamento, l’arrivo di una modernità che non apporta il benessere sperato, ma una nuova forma di alienazione. Il contadino, fattosi operaio, non ha trovato la sua emancipazione economica e sociale, ma ha perpetuato la sua schiavitù perdendo oltre tutto anche il contatto con la natura. Se infatti i contadini raccontati da un altro autore di primo piano della letteratura russa, Ivan Turgenev, nella vita di fatiche e soprusi potevano trovare conforto nella generosa e splendida natura del paesaggio russo, questa consolazione è preclusa al mondo operaio descritto da Gor’kij. Un mondo di miasmi velenosi e di ambienti tenebrosi rende la vita operaia, all’inizio della tardiva era industriale russa, un vero e proprio inferno di Dikckensiana memoria.

Protagonista del romanzo è Pelageja, la “madre”, così chiamata per quasi tutto il romanzo. I destini paralleli della madre e del figlio Pavel partono da un tentativo di comprensione della propria misera condizione, attraverso un percorso di studio, alfabetizzazione e attivismo politico, fino ad arrivare ad una vera e propria militanza rivoluzionaria. Pavel, da chiuso e rancoroso ragazzo, diviene in breve un operaio-intellettuale e leader del clandestino movimento operaio. La madre, parallelamente, all’inizio timorosa e incapace di comprendere le parole di Pavel, si schiera lentamente dalla parte del figlio, fino a divenire attivista fondamentale del movimento operaio.

Un insieme variegato di personaggi, per lo più descritti come eroi  di una causa giusta, compare nelle vicende narrate: l’ucraino Andrej, ironico e idealista, l’intellettuale Nikolaj, e le tante donne che (è una novità del movimento operaio), sono attive e partecipi quanto gli uomini che le considerano su un piano di parità.

Le campagne di volantinaggio clandestino, gli incontri e le proteste, sono scandite degli arresti e dalle deportazioni dei compagni, i quali sembrano indifferenti al proprio destino e quasi desiderosi di andare verso un eroico martirio. La violenza del vecchio mondo zarista si concretizza negli interrogatori, nelle perquisizioni, nelle percosse che gli agenti compiono a danno dei malcapitati operai. Ma la via ormai è aperta, e nonostante la deportazione e l’arresto di Pavel e dei suoi compagni, la storia si è messa in moto. La madre, perno di questa opera di propaganda rivoluzionaria, impara, suo malgrado a considerare questa vita di pericoli come una condizione migliore della precedente.

Una riflessione fondamentale che traspare tanto dalle parole della madre quanto dai discorsi dei rivoluzionari: la vita bestiale della quotidianità di un lavoro massacrante impedisce alla coscienza di svilupparsi. Quella vita, fin tanto che la si subisce passivamente, rimane indifferente e quasi non la si nota in tutta la sua cupezza. La si accetta con mentalità da schiavo. Solo l’azione consapevole per l’emancipazione del popolo verso il socialismo, ci fa capire Gor’kij, è in grado di portare la Russia verso il suo futuro luminoso.

È facile capire perché La madre di Gor’kij fosse considerato un modello per la letteratura del cosiddetto realismo socialista degli anni Trenta. I “dogmi” del realismo socialista in letteratura vennero ufficialmente fissati nel 1932, ma già negli anni Venti alcuni autori (ad esempio Gladkov con Cemento) avevano fornito con le loro opere i primi esempi di proto-realismo socialista letterario. Si tratta, ovviamente, di una letteratura a tesi, ispirata al marxismo e contenente una visione messianica e romantica del ruolo del movimento operaio rivoluzionario.

Oggi, nel ruolo storico di perdente, il comunismo sovietico con la sua narrazione mitizzata del movimento operaio, impiegato consapevolmente anche nelle arti e nella propaganda, ci appare come archeologia ideologica. Tuttavia, dal punto di vista artistico, questa letteratura a tesi produsse anche opere di grande importanza storica e di alto valore estetico.

La madre rientra in questo insieme di opere. Maksim Gor’kij svolse il ruolo si snodo, compiendo una sintesi tra il romanzo realista russo di fine Ottocento, dopo il periodo d’oro ormai a corto di dinamismo, e il mondo nuovo della modernità. Realismo e romanticismo si fondono nell’opera di Gor’kij e portano la letteratura russa verso una nuova modernità, anche se conclusa nel recinto dell’ortodossia del pensiero sovietico. Occorre aggiungere, però, che l’enfasi emotiva posta sul ruolo di madre e di sofferenza del popolo, forse non giova all’equilibro del romanzo.

La madre godette di una certa fortuna anche in Italia nel corso del Novecento, un successo a cui verosimilmente non fu estranea la componente ideologica che conteneva. Sarebbe tuttavia scorretto condannare all’oblio opere che non corrispondono più al senso storico, ma soprattutto ideologico, attuale. L’apprezzamento della letteratura non richiede adesione ideologica, ma la capacità di capire il contesto che ha generato quella specifica opera, il suo autore, e il mondo che vi gira intorno, e la consueta (qui spesso citata) universalità che ogni narrazione contiene.

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