Grattacieli di vetro nello Stato Unico

Il romanzo distopico di Evgenij Zamjatin, Noi

zamjatin noiIl contrario di utopia è distopia. Un contrario forse non “grammaticale”, ma concettuale. Possiamo tracciare un parallelismo: gli ideali designano utopie del futuro, le ideologie designano distopie del futuro. Il romanzo di Evgenij Zamjatin, Noi, rientra nella seconda categoria. Scritto agli inizia degli anni venti del secolo scorso, Noi ebbe una vicenda editoriale tormentata: uscì pochi anni dopo la stesura in inglese, successivamente in originale russo, ma solo nel 1952 e a New York, ed infine vide la pubblicazione in originale e in patria nel 1988. Zamjatin faceva parte di quella ristretta cerchia di autori non allineati all’ideologia sovietica, ma all’inizio tollerati finché accettavano di stare al loro posto. Furono pochi gli autori non allineati che ebbero questo privilegio, tra i quali ricordiamo Bulgakov, autore del romanzo Maestro e Margherita.

Ecco gli elementi principali che descrivono il mondo di Noi, in breve. Siamo alla fine del Terzo millennio. L’umanità si è evoluta in uno “Stato Unico”, una forma di città stato enorme circondata da una muraglia verde che divide il mondo civile, asettico e perfetto, dall’esterno, selvaggio e ignoto. Tutte le costruzioni dello Stato Unico sono realizzate in vetro. La vita privata, fonte di male, non esiste, se non per programmati incontri a scopo sessuale durante i quali è consentito l’abbassamento a tempo di apposite tende. Il sesso è regolato da prenotazioni e tagliandi, ed ognuno può prenotare un altro individuo (che non si può rifiutare) per scopi sessuali. Gli uomini e le donne sono detti alfa-numeri (“nomer” nella versione russa, ad indicare la variante latineggiante della parola numero), e si appellano tra di loro attraverso un codice di numeri e cifre. Governa su tutti il Benefattore, potere assoluto e paternalista coadiuvato dai Custodi, una polizia onnipresente e pervasiva che vigila sull’ordine dello Stato Unico. Tutta la giornata è rigidamente scandita da attività obbligatorie. Nemico principale della società è l’irrazionalità, il disordine, il sentimento, il desiderio. Tutto è rigidamente controllato e regolato. Tutti sono felici.

Come avviene spesso in queste note di lettura, non forniremo una sintesi esaustiva della trama , per non rovinare la lettura. Basti dire che il protagonista D-503, ingegnere di punta del progetto di costruzione dell’Integrale, astronave destinata ad espandere nell’Universo il disegno dello Stato Unico, entra in contatto con una ragazza anomala, I-330, tendente al ribellismo verso le regole. Un sentimento di repulsione e attrazione angustia D-503 che finisce, tuttavia, per innamorarsi di I-330. Fatto inaudito e inaspettato che getta D-503 nello sconforto; il sentimento individuale è visto come un pericolo per i valori correnti. Non si tarderà a scoprire che la ragazza cerca di coinvolgere D-503 in un tentativo di rivolta contro lo Stato unico, poiché lei stessa fa parte del gruppo di “selvaggi” che vive oltre la Muraglia Verde. Su questa traccia si sviluppa la narrazione successiva fino al suo epilogo (che il lettore dovrà scoprire direttamente).

Noi, fu matrice indiretta di altri romanzi a tema distopico più famosi come Il mondo nuovo di Aldous Huxley e 1984 di George Orwell, opere che godettero di una fortuna editoriale maggiore perché veicolate dalla lingua inglese.

Le letterature slave svolsero spesso una funzione di avanguardie nell’elaborare nuovi nuclei narrativi in questo campo, ma questo ruolo non è noto a molti poiché letteratura che si esprimono in lingue minoritarie non hanno goduto quella diffusione di cui si è avvantaggiata la letteratura prodotta in lingua inglese. Per fare un altro esempio, La fattoria degli animali sempre di George Orwell trova un precursore (ma con meno analogie di quanto viene sostenuto) nel romanzo La rivolta dello scrittore polacco Wladyslaw Reymont, tra l’altro preceduto da un autore ucraino che aveva sviluppato lo stesso tema, La rivolta degli animali di Mykola Kostomarov.

Le distopie sono importanti almeno quanto le utopie: fungono da monito, da mappa di orientamento per un futuro indesiderato. Forse, al pari delle utopie, non funzionano, ma già l’ammonimento in sé è una valida funzione sociale e persino filosofica.

Dal punto di vista estetico-letterario l’opera di Zamjatin dimostra come il contesto russo, uscito dall’incredibile fervore creativo in tutti i campi che aveva caratterizzato la fine dell’Ottocento e il primo quindicennio del Novecento, non si esaurisca con l’avvento della società sovietica. Occorre inoltre precisare che le chiare allusioni ai pericoli di un collettivismo “scientifico” potevano sicuramente riguardare il nascente potere sovietico, ma come semplice sotto insieme. Scopo di Zamjatin, ci pare, è quello di mettere in guardia su un piano generale dal pericolo di perdita di individualità e anche di irrazionalità che ci rende umani, forse meno felici, ma più liberi.

Il romanzo è edito da Mondadori e tradotto da Alessandro Niero, docente di letteratura russa all’Università di Bologna.

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