Occorrerebbe un manuale e dovrebbe essere materia scolastica di base
Rispetto ad altre civiltà del mondo, quella occidentale ha avuto il singolare destino di presentare un più altro grado di uniformità e allo stesso tempo un alto grado di frammentazione: tante lingue, ma una civiltà comune. L’Occidente, infatti, non parla certamente solo inglese, ma si esprime in tutti gli idiomi del vecchio continente. Sappiamo che la lingua è uno dei principali elementi che circoscrive una cultura e una nazione, e la lingua è uno degli strumenti per la costruzione di un’altra dimensione importante di una cultura, quella letteraria. Qui, d’altra parte, si innesta uno dei problemi della frammentazione linguistica a cui si accennava sopra: se autori delle cosiddette maggiori letterature europee, un Cervantes, uno Shakespeare, un Goethe, un Proust, un Dante o un Dostoevskij sono universalmente noti, non altrettanto possiamo dire di letterature indicate (a torto) come minori.
L’espressione letteratura minore, anche spogliata di ogni connotazione negativa, indica quelle letterature prodotte in lingue impiegate da un numero di parlanti più esiguo rispetto a grandi lingue di comunicazione, o lingue che per vicende storico-politiche si sono trovate in secondo piano. Autori di grande valore letterario, ma appartenenti a queste letterature “minori”, sono in realtà del tutto equiparabili ad autori universalmente noti, questi ultimi avvantaggiati solo dalla lingua che hanno usato come veicolo per le loro opere. E ovviamente, gli autori di queste lingue “minori” risultano poco conosciuti fuori dalla sfera degli specialisti o dai parlanti di quelle lingue in cui quegli autori hanno scritto.
Chi è in grado, prendendo ad esempio un parlante di lingua italiana di indicate al di fuori del proprio contesto linguistico di origine, chi sia il “Dante” o lo “Shakespeare” nella letteratura ungherese, serbo-croata, finlandese? Letterature colme di opere importanti. Questa mancata conoscenza è un grande torto alle culture di quei paesi e un impoverimento della dimensione europea della cultura.
Spostandoci al di fuori della vecchia Europa, stessa sorte tocca alla letteratura prodotta in lingue che godono di meno influenza politica o impiegate da un numero ridotto di parlanti. Le due cause, infatti, non necessariamente sono connesse; un numero molto alto di parlanti in una lingua che non riveste particolare influenza politica, produce il medesimo risultato per quanto riguarda l’oggetto che ci interessa: le opere letterarie prodotte in quella lingua che conta tuttavia molti parlanti, saranno raramente tradotte in grandi lingue di comunicazione e fuori da quel contesto linguistico le vicende letterarie di quella letteratura nazionale saranno per lo più sconosciute.
Esiste una disciplina accademica, dai confini però un po’ indefiniti, che si occupa di questa problematica. In ambito anglosassone si parla di World literature per riferirsi all’insieme delle letterature nazionali mondiali e alla circolazione delle opere al di là del loro paese di origine. Tra i punti focali della World literature ci sono anche specifiche tematiche indagate trasversalmente in varie letterature, direzione che in parte fa coincidere questo approccio con le letterature comparate. Alle nostre latitudini, comunque, questo approccio è poco studiato.
È noto come lo studio etnocentrico di materie scolastiche come la storia e la geografia, determini delle distorsioni inquietanti nel mondo in cui si vedono le cose. Sono diffusi in rete molte testimonianze di ragazzi europei che pubblicano sui social le risposte di studenti statunitensi a proposito di temi “europei”: questi ragazzi paiono ignorare completamente la geografia europea, confondendo Francia e Italia, ignorando qualsiasi dettaglio della storia del mondo fuori da quella americana, e persino l’esistenza di altre lingue sul continente rispetto alla lingua inglese. Se tali video non possono portare a generalizzazioni, certo è che costituiscono un indizio inquietante di come l’autoreferenzialità possa diventare limitata e pericolosa nel modo in cui cogliamo il mondo.
La potenzialità formativa dello studio di discipline come la storia, le lingue e le letterature tocca molti campi: estetico, civico, antropologico, sociale. Questo è già di per sé un motivo per includerle nella formazione base dei ragazzi, a prescindere dall’indirizzo di studi che si segue.
Nell’era globale la rete di interrelazioni ha reso il mondo una rete sociale e culturale unica. Una volta tanto le distorsioni della globalizzazione portata avanti solo in termini economici ha avuto effetti collaterali sostanzialmente positivi con la creazione di una cultura che tende a farsi globale per molti versi. Il percorso pare rallentato dai fattori di crisi degli ultimi anni (pandemia, guerra, attriti geopolitici), ma non sembra potersi arrestare del tutto.
Possiamo oggi rimanere ancorati ad una prassi formativa etnocentrica, limitata, nazionale? Non si creano in questo modo bolle di inconsapevolezza e – cosa più importante – non ci impediamo di apprezzare le culture altrui? Per rimanere alla letteratura, non rischiamo di ignorare la grande varietà di capolavori prodotti da altre civiltà letterarie del mondo?
Nell’elenco dei desiderata, allora, possiamo farci portatori dell’auspicio che la scuola includa tra le materie obbligatorie la “letteratura del mondo”, “la storia del mondo”, e simili, con la creazione di specifici manuali dedicati a queste discipline. Esistono già incursioni in altri ambiti linguistici nei programmi di studio e nelle linee ministeriali, soprattutto europei, ma si tratta di presenze che nei fatti risultano trascurabili.
Attenzione, non parlo di un appiattimento su un globalismo sterile e senza identità, con l’assimilazione passiva di quel globalismo neoliberista che, piuttosto, mortifica la valorizzazione della varietà, ma auspico il suo esatto contrario: la valorizzazione delle differenze linguistico-culturali e la sua diffusione attraverso l’educazione e la scuola.