“Mostri e conigli a Tokyo” di Fujiko Akiyama

La giovane Shizuka è un personaggio sospeso tra follia e libertà, capace tuttavia di portare la luce in una Tokyo notturna popolata di mostri. “Un romanzo sulla libertà di essere se stessi, sulla sofferenza di vivere una vita che non ci appartiene, che scava senza remore nel buio e nelle luci dell’interiorità umana”.

F. Akiyama - Mostri e conigli a Tokyo (copertina)Come può un romanzo essere crudo, a tratti noir, sensuale e romantico allo stesso tempo? Difficile, si rischia un pastiche incoerente. Eppure, “Mostri e conigli a Tokyo” riesce ad ottenere questo risultato con una certa leggerezza. Prima fatica in traduzione italiana della sconosciuta Fujiko Akiyama (un nome d’arte), il libro è una sorpresa inaspettata proprio perché pare spuntare fuori dal nulla. Le vicende della giovane Tanaka Shizuka sono un inno alla libertà e al coraggio di affrontare le proprie scelte con estrema coerenza. Tutto incomincia in un normale liceo di Tokyo. Shizuka decide che da un certo giorno in poi vivrà come se fosse “un coniglio”: si veste in modo strano, indossa un cerchietto con orecchie di peluche da coniglio e sostiene, candidamente, di essere diventata una coniglietta.

Quella che sempra il capriccio di una ragazzina viziata e problematica, è destinato a diventare il segno distintivo della vita di Shizuka. Trascorreranno prima i mesi e poi gli anni, e la coniglietta vivrà con coerenza la sua nuova identità.

Ovviemente, la società che gira intorno alla ragazza cercherà da subito spiegazioni nell’ambito della malattia mentale, del disagio psicologico. Come si spiegherebbe, altrimenti, la violazione delle norme sociali e la confusione tra realtà e immaginazione?

Accanto a Shizuka si profila un mondo di contrasti: c’è chi la ama incondizionatamente per il suo candore, per la sua capacità di portare il sorriso ovunque vada, e chi la odia con una ferocia irrazionale, proprio perché esibisce con leggerezza una libertà per molti impossibile da vivere con la coerenza di cui Shizuka è capace.

Poi, a un tratto, Shizuka decide di “scendere all’inferno”: conoscerà il mondo oscuro della Tokyo notturna, città popolata di individui ricchi e senza scrupoli che sfogano la propria malvagità sfruttando la loro posizione di potere.

Le vicende della coniglietta si intrecciano con quelle di Koko, prostituta cinese che trascina la sua vita meschina nella Tokyo a luci rosse. Grintosa e piena di rabbia, Koko è in realtà un animo gentile alla ricerca di se stessa. La comparsa improvvisa di Shizuka contribuirà a far prendere un’altra direzione alla sua vita. Di grande dolcezza il rapporto tra tutte le ragazze, in tutto il romanzo, un rapporto espresso con una sensualità poetica, che accenna solo di sfuggita a conflitti di identità di genere (celebrazione dell’amore lesbico?). Dominano i contrasti, tra violenze e carezze delicate. Spesso, è la luce della luna nella Tokyo notturna a simboleggiare questo lato onirico e sentimentale.

C’è poi il mondo dei “mostri” del titolo: il colossale Minamoto, deviato e psicotico, e il glaciale Suzuki, ricchissimi rampolli della Tokyo bene che trascorrono le notti “acquistando” la loro parte di piacere e potere tra i disperati della società. I racconti delle “notti di Shinjuku” sono un vortice di depravazione e malvagità, di pratiche disgustose e malate. Ma è tutto veramente così netto e definito? Il bene e il male sono così antitetici come sembrano?

La nostra coniglietta, con la sua “santa follia” – come la definisce lo psichiatra anticonformista Kimura – è convinta di poter trovare tracce di bontà e umanità in chiunque, persino nei “mostri” che, con testardaggine, si ostina a frequentare.

Le orecchie “da coniglietta” di peluche di Shizuka diventano una potente allegoria: la ragazza le indossa per anni, non se ne separa mai, si rivolge a loro parlandoci direttamente, rischia la vita pur di recuperarle, ne è estremamente orgogliosa.

Si percepisce che la Akiyama si è innamorata del suo personaggio, della sua giovane Shizuka. La delinea con tratti così delicati e poetici – e per questo irreali, da fiaba – tanto da farne un personaggio che è puro simbolo.

Questo libro mi convince talmente tanto che vorrei averlo scritto io.


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