La lingua dei testi buddhisti giapponesi

Dal cinese classico alle tecniche di lettura monastiche nel Giappone premoderno

Introduzione. Il Buddhismo, strettamente parlando, non possiede una lingua sacra paragonabile all’arabo coranico o al latino\greco ed ebraico della tradizione cristiana, ma ha sviluppato nel corso della sua storia importanti lingue veicolari che variano a seconda dei contesti culturali in cui il messaggio del Buddha si è radicato. Con “canone buddhista” si intende l’insieme delle scritture che raccolgono gli insegnamenti attribuiti al Buddha e i commentari sviluppati dalle diverse tradizioni nel corso dei secoli. Poiché il Buddhismo non possiede un unico testo centrale, esistono diversi canoni redatti in lingue differenti. Anche il termine “canone” può risultare in parte fuorviante, poiché il Buddhismo non dispone di scritture universalmente riconosciute come normative o come verità rivelate. Il canone pāli raccoglie i testi della tradizione Theravāda in una lingua medio-indiana strettamente imparentata con gli idiomi parlati all’epoca del Buddha, ma non identificabile con certezza con la sua lingua storica. Il pāli è una lingua indoeuropea affine al sanscrito. Esiste inoltre un vastissimo corpus di testi buddhisti conservati in sanscrito, lingua che divenne progressivamente uno dei principali veicoli letterari del Buddhismo Mahāyāna. Altri due canoni di grande importanza sono il canone tibetano, tradizionalmente suddiviso in Kangyur e Tengyur, e, qui per noi di particolare interesse, il canone cinese, detto anche “Grande Deposito di Scritture” (大藏經, Dàzàngjīng). Quest’ultimo è il più vasto e comprende sutra tradotti dal sanscrito e da altre lingue centro-asiatiche, oltre a trattati e commentari di maestri cinesi.

Nel secolare percorso di trasferimento del messaggio del Buddha dall’India e dall’Asia centrale alla Cina, la cultura cinese mise in atto un profondo processo di acculturazione, interpretazione e rielaborazione linguistico-concettuale. La fisionomia del Buddhismo dell’Asia Orientale si deve in larga misura a questo processo di sinizzazione, senza dimenticare gli apporti originali sviluppati successivamente in Corea e in Giappone.

Il rapporto Cina-Giappone in relazione al Buddhismo. Il Buddhismo giunse nell’arcipelago giapponese tra il VI e il VII secolo per mediazione coreana. Anche quando i pensatori buddhisti ritennero necessario tornare alla “fonte”, guardarono quasi sempre alla Cina piuttosto che all’India come terra del Buddhismo. Molti dei più importanti fondatori di scuole buddhiste giapponesi si recarono in pellegrinaggio di studio in Cina, talvolta per anni, e molte delle scuole sorte in Giappone rappresentano adattamenti e sviluppi di tradizioni già esistenti sul continente. (Per la storia di questi rapporti rimando a Il Buddhismo in Asia Orientale. Cina, Corea e Giappone. Breve profilo della storia, delle scuole e del pensiero buddhista.)

Per oltre un millennio il cinese scritto fu la lingua della cultura alta e, in larga misura, dell’amministrazione statale in Giappone. Accanto a una letteratura autoctona prosperò fino all’inizio del XX secolo una vasta produzione composta da autori giapponesi direttamente in cinese letterario. Non stupisce quindi che anche i testi buddhisti utilizzati in Giappone siano prevalentemente in cinese. Del resto, l’edizione internazionale di riferimento del canone cinese è stata realizzata proprio in Giappone.

La lingua del Buddhismo giapponese. La profonda differenza genetica, fonetica e sintattica tra cinese e giapponese ha creato le premesse per un interessante fenomeno linguistico riguardante l’uso concreto dei testi buddhisti nel contesto giapponese.

I testi in lingua cinese utilizzati in Giappone vengono generalmente definiti kanbun (漢文, letteralmente “scrittura cinese”). Il termine indica la tradizione del cinese letterario studiato, letto e prodotto nel contesto giapponese. Non si tratta di una lingua distinta dal cinese classico, bensì dell’insieme dei testi scritti secondo le convenzioni della lingua letteraria cinese e recepiti attraverso modalità di lettura sviluppate in Giappone nel corso dei secoli.

Anche i testi buddhisti appartengono in gran parte a questa tradizione. Ma come vengono fruiti? Esistono sostanzialmente due modalità attraverso cui i monaci giapponesi studiano e leggono il cinese dei testi buddhisti.

La prima è detta kundoku (訓読, “lettura interpretativa”). Si tratta di un sistema di annotazione che consente al lettore giapponese di riorganizzare la sintassi cinese secondo le strutture grammaticali del giapponese, rendendo il testo pienamente comprensibile. Il kundoku si avvale di segni chiamati complessivamente kunten (訓点, “segni di glossa”), tra i quali figurano i kaeriten (返り点, “segni di inversione”), che indicano l’ordine corretto di lettura, spesso diverso da quello cinese. Vengono inoltre impiegati gli okurigana (送り仮名), kana aggiunti ai caratteri per indicare flessioni verbali, particelle e altre informazioni grammaticali. Nella scrittura giapponese i kana rappresentano normalmente gli elementi grammaticali e flessivi della lingua, mentre i caratteri cinesi (kanji) veicolano il nucleo semantico delle parole. Infine compaiono spesso piccoli kana annotativi, chiamati furigana o yomigana (振り仮名), scritti tradizionalmente in hiragana o katakana, che servono a indicare la pronuncia dei caratteri.

Poiché il cinese era ed è una lingua tonale, già nel periodo del medio-cinese in cui molti testi buddhisti furono tradotti o composti, la lettura che ne risulta rappresenta inevitabilmente un adattamento al sistema fonetico giapponese, privo di toni. Il risultato è una modalità di lettura altamente specializzata, utilizzata quasi esclusivamente per lo studio e la recitazione dei testi.

Un secondo sistema di lettura, affine ma distinto, è detto ondoku (音読, “lettura fonetica”). In questo caso l’ordine delle parole della frase cinese viene mantenuto e ciascun carattere è letto secondo la propria pronuncia on’yomi, derivata storicamente dalle pronunce cinesi introdotte in Giappone tra il VI e il X secolo. Pur essendo più vicino alla sonorità percepita del testo originale, anche questo metodo produce una lettura completamente adattata alla fonologia giapponese. Molte tradizioni liturgiche buddhiste ricorrono prevalentemente all’ondoku durante la recitazione dei sutra, privilegiando la continuità sonora della tradizione rispetto alla comprensione grammaticale immediata.

Ecco un esempio tratto dal celebre Sutra del Cuore. Il titolo sanscrito è Prajñāpāramitā Hṛdaya Sūtra. In cinese il testo è noto come Bōrě bōluómìduō xīn jīng (般若波羅蜜多心經), spesso abbreviato in Xīn Jīng (心經).

Testo cinese originale: 觀自在菩薩行深般若波羅蜜多時

Guānzìzài púsà xíng shēn bōrě bōluómìduō shí

Lettura giapponese in ondoku: Kanjizai Bosatsu gyō jin hannya haramitta ji

Lettura giapponese in kundoku: Kanjizai Bosatsu no fukaki hannya haramitta o gyō suru toki

“Quando il bodhisattva Avalokiteśvara pratica la profonda perfezione della saggezza”

Quale cinese giunge in Giappone? La lingua trasmessa in Giappone attraverso il processo di acculturazione continentale non apparteneva a un unico strato storico. L’arcipelago ricevette infatti testi appartenenti a epoche diverse della tradizione letteraria cinese, dai classici antichi alle traduzioni buddhiste, fino alla prosa delle dinastie Sui e Tang. La maggior parte di questi testi era redatta in forme di cinese letterario (文言, wényán), una lingua scritta relativamente stabile che trascendeva le varietà parlate contemporanee.

Per quanto riguarda specificamente il cinese buddhista, la situazione è ancora più complessa. Le traduzioni dei sutra introdussero numerosi neologismi, calchi semantici e strutture linguistiche influenzate dalle lingue di partenza, soprattutto il sanscrito e le lingue medio-indiane. Inoltre, il linguaggio dei testi religiosi risentì talvolta della lingua parlata e della pratica devozionale, generando una tradizione linguistica peculiare all’interno del più ampio universo del cinese letterario.

Conclusioni. Il lungo processo di acculturazione continentale intrapreso dall’arcipelago giapponese trova nei testi buddhisti uno degli esempi più significativi di reinterpretazione creativa degli elementi sinitici. La lingua scritta di sutra e commentari rimaneva visivamente cinese, ma veniva letta e compresa attraverso modalità pienamente giapponesi. Questa particolare forma di mediazione linguistica non costituì un limite, bensì la condizione che rese possibile al canone cinese di diventare una componente viva e operante della cultura religiosa e intellettuale del Giappone premoderno.

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