Amori di carta nel Giappone medievale

Qualche nota su Il dario di Izumi Shikibu

diario IzumiLa mia, per ora, va considerata una lettura spontanea, se non ingenua. Un percorso da poco iniziato per tentare di capire in profondità due delle più importanti culture del cosiddetto Estremo Oriente (Cina e Giappone), è un percorso di ostacoli in primo luogo linguistici, ma anche antropologici. Per capire realmente la letteratura prodotta da un popolo e per impararne la lingua, occorre una comprensione in primo luogo culturale, e una prospettiva temporale di lungo respiro.

Va detto che questi universi linguistico-culturali, Cina e Giappone, sono di un’importanza che travalica l’area geopolitica di riferimento e, se mi si passa l’espressione non molto felice, si pongono su un piano di perfetta parità con la Civiltà Occidentale, che pure li ha influenzati e da essi si è fatto influenzare.

Accomuno due mondi così diversi perché in primo luogo mi interessa la fitta rete di rapporti che da sempre si sono intrecciati tra Cina e Giappone, due delle tre maggiori culture asiatiche (si includa nell’insieme dei tre la cultura indiana, sia di produzione sanscrita, che post-sanscrita ma sempre linguisticamente indoeuropea); in secondo luogo perché questo rapporto ha generato un frutto a suo modo inconsueto.

La Cina ha prodotto nell’arco di alcuni millenni uno spazio simbolico e di civiltà immenso. Immenso nel senso non tanto spaziale del termine, quanto nella sua capacità di lasciare un’impronta in gran parte del mondo asiatico. Solo il già citato sub-continente indiano, collegato al mondo indoeuropeo per altre vie, ha potuto creare uno proprio centro altrettanto vitale e indipendente. Forse con lo zampino della geografia fisica.

Un comportamento anomalo, dicevo. Il Giappone, infatti, nella sua opera di costruzione di un’identità culturale, non si è posto come puro imitatore, come spesso accade nel rapporto tra grandi civiltà e civiltà satelliti. Ha invece accolto una quantità notevole dall’ingombrante vicino (produzione figurativa, simbolica, di pensiero, e molto altro), ma combinandola con un proprio substrato autoctono e creando una civiltà incredibilmente dinamica e in buona parte autonoma dai modelli cinesi che andava assimilando.

Se pure i rapporti sino-nipponici mi appassionano tanto, devo lasciare da parte l’argomento e spendere qualche parola su un libro, un classico della letteratura giapponese; in fin dei conti questa dovrebbe essere una rubrica di letture.

Circoscrivendo l’area geografica, quindi, parliamo di letteratura giapponese. Esiste il Giappone pop e globale, popolare e a tutti noto (dei manga, degli anime, di una certa idea schematica di variante zen del buddismo, e di qualche deriva un po’ troppo kitsch) ed esiste, come sempre il Giappone vero, fuori dagli stereotipi. Quello che puoi capire, oltre che dalla sua facciata pop, anche dalla sua storia e dalla produzione letteraria e artistica.

Ci spostiamo, allora, nel periodo Heian (794-1185), una sorta di alto medioevo giapponese. Il libro di cui parliamo questa settimana è il Diario di Izumi Shikibu (ed. Marsilio). Si tratta di un diario in terza persona redatto da una dama giapponese del secolo XI che tratta essenzialmente del rapporto-corteggiamento tra la protagonista e un principe giapponese.

Seguiamo la bella introduzione di Carolina Negri, con l’aggiunta di alcune note personali. Nel racconto di questo rapporto svolgono un ruolo fondamentale gli intermezzi poetici, i versi riportati che interrompono il testo della narrazione e che i due interlocutori si scambiano in una corrispondenza poetica che costituisce il vero centro della comunicazione tra i due.

La poesia, infatti, riveste un ruolo molto importante nella società delle classi dominanti del Giappone di questi secoli: è veicolo privilegiato per parlarsi tra uomini e donne, e si costruisce come arte regolamentata da un codice e di rituali precisi. La società giapponese è tutt’altro che paritaria per quanto riguarda i due generi, e spinge le donne ad una competizione, a suo modo anche poetica, per emergere in una società maschile.

Come lettore, ho colto forti similitudini tra il rapporto uomo-donna nella letteratura giapponese di questo periodo e quello che si chiama Amor Cortese, in Occidente. L’Amor Cortese è un concetto che ritroviamo nella letteratura europea del pieno medioevo è che era ispirata ai valori cavallereschi; semplificando, si dipingeva il rapporto uomo-donna attraverso l’analogia cavaliere che portava omaggio al signore. Una donna omaggiata e trasfigurata che, come sappiamo, era molto immaginata e ben poco reale. Una trasfigurazione che è anche una delle componenti del “romanticismo” popolare, da romanzo rosa e adolescenziale, di oggi, con la completa perdita dell’alto valore poetico-linguistico e allegorico della sua matrice originaria e con l’avanzo solo di una ingenua rappresentazione del rapporto uomo-donna.

Tornando al contesto giapponese, questa analogia poesia Heian/Amor Cortese si scontra con una differenza abbastanza importante. La donna giapponese è attiva produttrice di poesia, mentre la donna occidentale dell’Amor Cortese è una simbolizzazione creata dagli uomini. Uomini e donne dell’epica Heian costruiscono una comunicazione a due sensi, non sono solo la pagina muta redatta da ansie tutte maschili.

Il libro, in sé, non ha una vera e propria trama. È una lettura straniante, se ci si attende qualcosa di simile alla letteratura di consumo di oggi (uso questa definizione senza darne una connotazione negativa). Perché, allora, consigliarne la lettura? In primo luogo per quanto dicevamo sopra: per capire più in profondità una cultura molto importante e complessa che ha dato al mondo ben più di fumetti, videogame e cartoni animati.

In secondo luogo per godere di un clima. I libri creano sempre un clima. Il Giappone dipinto da Il Diario di Izumi Shikibu è un ambiente raffinato, dove la poesia e l’uso poetico della parola per restituire l’interiorità umana hanno una grande importanza. E leggendo le pagine di questo breve volumetto sì che potete, per questa volta, lasciarvi andare agli stereotipi condannati sopra, magari sfogliandone le pagine sorseggiando un tè, in stile giapponese.

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