Combattere le tigri a mani nude

Elogio di Sandokan (e del suo creatore, Emilio Salgari)

TigriSarà forse perché nel rivendicare gusti ingenui, il critico o il semplice lettore, si dichiara indirettamente ricercato e raffinato. O sarà semplicemente perché i romanzi del ciclo di Sandokan di Emilio Salgari sono effettivamente di una godibilità che crea subito affezione per il suo impavido eroe. Lettura per ragazzi e lettura vintage ad un tempo. La prima, una categoria che ha condannato molte opere ad una nicchia che non apparteneva loro, mettendo in ombra alcuni importanti capolavori della letteratura mondiale (uno su tutti, Jules Verne). La seconda etichetta, quella di vintage, più onesta: i “ragazzi” di oggi forse non hanno mai sentito parlare di Sandokan, e già per la mia generazione i libri di infanzia, negli anni Ottanta del secolo scorso, erano altri.

Ho messo in atto una strategia temporale per farmi durare Salgari il più a lungo possibile. Leggo un volume della saga di Sandocan all’anno. Tirerò avanti ancora per qualche anno, poi dovrò accontentarmi di una rilettura.

Il personaggio di Sandokan compare nel primo volume della saga, Le tigri di Monpracem e come è noto racconta le avventure di questo pirata malese. Ma siamo in un contesto ibrido, tra India e Malesia, in una geografia immaginaria e reale ad un tempo che fa da sfondo alla vita di Sandokan, uomo sovrumano, capace di battersi contro decine di uomini, uccidere una tigre a mani nude, saltare da un albero all’altro di notte, fuggire dalla più inespugnabile delle prigioni. Le trame e i personaggi di Salgari sono davvero un poco ingenue, ma il loro fascino risiede proprio in questa ingenuità!

I difetti della prosa salgariana (aggettivazione prevedibile e abbondante, personaggi stereotipati, iperboli ricorrenti, intreccio semplice, sentimentalismo da fine Ottocento), diventano un pregio: rendono il mondo di Sandokan perfettamente comprensibile, stabiliscono valori morali ben delineati, e permettono al lettore di concentrarsi sull’azione e di godere dell’avventura. Il bene e il male, inoltre, sono categorie ben differenziate. I buoni commettono errori, ma lo fanno per eccesso di zelo, coraggio, ira causata dal senso di giustizia.

Nell’epoca in cui furono scritte, le opere di Salgari andavano anche ad assecondare e ad alimentare un gusto del pubblico, vale a dire il desiderio di esotico. L’autore, che aveva viaggiato pochissimo e si vantava di aver girato il mondo, si era documentato con scrupolo, ma questo non gli risparmiò i ben noti errori descrittivi, geografici, storici che costellano i suoi libri. Piante africane compaiono in un contesto indiano, culti e religiosità hindu si confondono con sfumature di islam. Eppure, neppure queste grossolane sviste sono in grado di mettere in discussione il valore letterario del ciclo di Sandokan. Non è certo con gli occhi del naturalista o dello storico che dovete approcciarvi alla lettura di Salgari. I tipi umani sono netti, i sentimenti forti e riconoscibili, e da stereotipi si fanno simboli universali.

Come forse si sarà intuito, questa nota di lettura è ben lungi dal potersi definire oggettiva e distaccata: complice è il reale affetto che ormai mi lega al pirata malese, e il piacere di fuga immaginativa che le sue avventure rendono possibile. Un piacere che fa evadere da una quotidianità forse troppo sicura e prevedibile per generare “avventura”.

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