l’assurdità normalizzata del reale

La donna di sabbia di Kōbō Abe

kobo abe libro

La donna di sabbia (suna no onna) è un romanzo di Kōbō Abe (1924-1993), pubblicato nel 1962. Si tratta di un libro di difficile classificazione. Nel tentativo di assegnare un’etichetta che permettesse di comprenderne il genere (concetto troppo vago, in fondo), si è parlato di visionarietà distopica (Bienati 2005, pp. 187 e ss*.), descrizione calzante, a cui vorremmo tuttavia aggiungere quella di “assurdità normalizzata”. La donna di sabbia (suna no onna), nasce in un clima che rappresenta bene le tensioni interiori dell’individuo nella società del dopo guerra. Sono le prime avvisaglie di quel Giappone postmoderno di cui qui ci stiamo occupando**. Fin dalle prime battute, il protagonista Niki Junpei ci viene descritto come ordinario individuo di una società industriale da poco entrata nel benessere e nel consumismo; un contesto non molto dissimile dall’Italia del miracolo economico. La fuga del protagonista verso un altrove, alla caccia di un nuovo insetto da scoprire e a cui dare il proprio nome, sembra più una fuga verso la propria interiorità e solitudine, che non una spedizione entomologica.

Caratterizzato da una trama lineare e un intreccio ridotto al minimo, La donna di Sabbia è un libro costruito su una potente metafora che domina in ogni pagina: la sabbia.

Niki Junpei, insegnante e entomologo dilettante, si reca in un remoto villaggio di pescatori, non lontano dal mare. Particolarità di questo luogo, è la presenza pervasiva e soffocante della sabbia. Il movimento perpetuo, distruttivo e di morte dell’elemento sabbia, ha creato voragini intorno alle case, o meglio ha seppellito le case che rimangono visibili solo per la continua opera di scavo degli abitanti del villaggio.

In breve, la vita del protagonista scivola nell’incubo. Indotto con l’inganno a pernottare in una casa in una buca, scopre presto di essere stato imprigionato. Gli abitanti delle buche sono costretti a spalare la sabbia durante la notte e a dormire durante il giorno, pena il taglio dei viveri e dell’acqua. Impossibile fuggire, le pareti cedevoli di sabbia alte venti metri, rendono ogni tentativo di fuga inutile e pericoloso. La casa nella buca, tuttavia, non è disabitata: una giovane donna accoglie l’uomo, che viene quindi imprigionato semplicemente per sostituire il marito della donna, morto di recente.

Come dicevamo, domina l’elemento sabbia, descritto minuziosamente nella sua natura fisica e meccanica, e allo stesso tempo simbolo di un mondo in constante mutamento che indifferente divora tutto senza rimorso. Il protagonista, di formazione scientifica, tenta di razionalizzare il mondo intorno a se, incasellando ciò che vede e il suo destino, partendo dalla sabbia e arrivando fino alla sua condizione di prigioniero. Tuttavia, il mondo stesso si rivela poco propenso ad essere ingabbiato in schemi razionali, rilevandosi nella sua natura fondamentalmente insensata.

Perno di questa “insensatezza” è il personaggio della donna. Silenziosa e passiva, rassegnata al lavoro, convinta che quella vita sia una vita come tutte le altre, rivela all’uomo una visione diversa e all’inizio inaccettabile all’uomo.

Kōbō Abe è abilissimo nel suscitare uno specifico clima psicologico attraverso elementi minimi delle descrizioni. La lanterna che di notte illumina il viso della donna intenta a spalare nella notte. Il corpo nudo di lei, ricoperto qua e la dalla sabbia, mentre dorme nella luce del mattino.

Quadri che suscitano angosciate paure all’inizio, ma che si fanno sempre più rarefatte nel corso della narrazione, assumendo anche tratti di grande carica erotica (l’uomo e la donna iniziano una relazione). Il malcapitato Niki Junpei, all’inizio ribelle che tenta la fuga, pare però progressivamente abituarsi all’assurdo e finire poi per accettare il suo destino.

Le pagine de La donna di sabbia non a torto si possono affiancare a quelle di Kafka. Tuttavia, lo scrittore europeo tende a rivestire di assurdità impenetrabile il mondo dominato da forze cieche che agiscono incuranti dell’individuo. Il giudizio morale, che dovrebbe essere escluso, ci pare invece implicito nello scacco dell’atteggiamento “illuminista” della cultura occidentale. Nel romanzo di Kōbō Abe, invece, questa assurdità entra in un percorso che la porta via via ad annullarsi nella scomparsa di una morale, dove non esistono vittime e carnefici, ma solo un mondo così come è. Semplicemente assurdo. Ma non per questo meno inquietante.


* Letteratura giapponese. Dalla fine del’Ottocento all’inizio del terzo millennio (Vol. 2) Copertina flessibile – 13 settembre 2005. di L. Bienati (a cura di).

** Altro mio articolo sul tema.

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