La “città diffusa”

Prospettive sociologiche, urbanistiche e culturali per lo sviluppo sociale e umano della provincia

Da qualche anno il dibattito sociologico e filosofico sul rapporto tra locale e globale ha mostrato come alcune realtà socio-economiche e culturali locali siano rimaste fuori dall’enorme flusso di capitali, di risorse umane e di potenzialità culturali che ha avvantaggiato i grandi centri della globalizzazione, in particolare le megalopoli multiculturali. Il tentativo di ri-significare il vissuto locale e concreto (detto in altri termini “l’abitare”) ha portato alle note prese di posizioni identitarie del “piccolo è bello”. Reazioni comprensibili da un punto di vista psicologico e sociale, ma destinate a fallire nel confronto con la realtà. Rimasti fuori dai grandi flussi globali (di persone, di stimoli e di risorse economiche), i piccoli centri reclamano una propria ricchezza storico-identitaria che risale all’epoca precedente la globalizzazione. Ma queste rimostranze, queste legittime aspirazioni e questo orgoglio risorto, sono in grado di mutare la situazione di aree che hanno perso il proprio dinamismo e che, nei casi peggiori, sono divenuti aree socialmente, economicamente e culturalmente depresse? Come è facile intuire, la risposta è negativa. Non basta la coscienza del valore di un vissuto “piccolo” e umano, a donare ai luoghi un dinamismo sociale, economico e culturale che hanno perduto o non hanno mai avuto. Inoltre, la stessa politica locale e nazionale ha sempre meno margine di azione diretta nelle scelte che possono portare a cambiamenti sostanziali su larga scala; occorre dunque pensare ad un’azione diretta inversa, dal basso. Cosa fare, dunque?

Il rapporto campagna-provincia e città che ha caratterizzato la storia del passato e delle prime fasi dell’industrializzazione, si ripropone oggi tra spazio globale e spazio locale. Le problematiche risultano inevitabilmente affini e, da un punto di vista socio-economico, si connotano in termini quantitativi. I centri minori non hanno una densità demografica in grado di creare “mercati” sufficienti, e non godono di quel network diffuso che permette agli spazi “globali” di moltiplicare e diffondere risorse. Ad un’analisi semplicistica ma verosimile, dunque, l’isolamento e l’esiguità di risorse, oltre al mancato apporto esterno di queste risorse, rendono lo spazio locale statico nella migliore delle ipotesi, in declino nella peggiore.

Ovviamente, la complessità delle dinamiche storiche, socio-economiche e culturali non si fa certo inglobare in fenomeni così banalmente quantitativi: il mutamento è stato ed è anche antropologico, con la perdita dei punti di riferimento e delle “narrazioni” rassicuranti del passato (religione, ideologie, e affini). Ma il dato concreto e quello su cui possiamo agire in termini più immediati è primariamente quantitativo, agendo sul quale si determina mutamento qualitativo.

Gli spazi locali devono imitare gli spazi globali e costituirsi in rete e unire le risorse. A tutti i livelli. Risorse umane e materiali strutturate in network contribuiscono ad allargare lo spazio critico e a rendere più incisivo il vissuto sociale.

Ma facciamo un esempio concreto riguardante l’organizzazione di eventi a carattere ricreativo o culturale su base territoriale (uno dei tanti possibili), che ha rilevanza sia sociale – creando partecipazione – sia economica, creando indotto portando la consumo.

I piccoli centri destinano una parte del bilancio allo sviluppo della socialità e della cultura, organizzando in collaborazione con l’associazionismo e il volontariato locale, eventi come fiere, sagre, rassegne di presentazioni di mostre, libri, festival ecc. Questi eventi, vista anche la ridottissima dimensione di molti piccoli centri, sono caratterizzati da “nanismo”: carenza di spazi, carenza di risorse, partecipazione limitate. Se a questa logica di parcellizzazione del locale si sostituisce una logica di rete (organizzata e consapevole), il singolo atomo isolato si fa nodo di una rete. L’evento, o qualsiasi altro fenomeno, non deve essere creato e organizzato dal singolo nodo, ma dalla rete, deve risultare dalla collaborazione diretta del network. Fuor di metafora, le singole realtà locali devono abbandonare l’idea di proporre solo per se stesse e la propria utenza quantitativamente limitata e attraverso le proprie risorse, ma in senso ampio. Per rimanere all’esempio di eventi a carattere ricreativo e culturale, l’evento deve essere concepito come serie di eventi in itinere, e organizzati collettivamente, e aventi luogo in ogni nodo (ovvero, per rimanere all’esempio, in ogni singolo centro urbano, comune). La condivisione di risorse economiche, umane, la creazione di una rete relazionale e, non da ultimo, una circolazione a rete dell’informazione, rende molto più incisivo il fenomeno “evento”.

L’esempio proposto è uno dei tanti possibili. Anche la proposta di beni o servizi, in uno ottica di rete collaborativa, ampliano i “mercati” e trasformano gli atomi in nodi (ad es. una tipologia di rivendita commerciale propone campagne promozionali condivise e complementari per attirare consumatori fuori dalle mura).

Ovviamente, occorre anche una volontà organizzativa ed una consapevolezza degli attori che operano sul territorio, come realtà associative, di settore, reti di aziende e non da ultimo degli amministratori locali, ai quali andranno affiancate figure come architetti, artisti, filosofi e sociologi che contribuiscano al dibattito sulle idee.

Non sarà per tanto superfluo pensare ad una serie di tavoli di confronto, di momenti di partecipazione con i cittadini e queste realtà associative e le amministrazioni che si pongano l’obiettivo di pensare allo sviluppo dell’idea di “città diffusa”.

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