La parabola della Cina

Dalla caduta alla rinascita

È difficile descrivere l’incredibile stato di caos politico, sociale ed economico che ha attraversato la storia della Cina per oltre un secolo, dalle guerre dell’Oppio dell’Ottocento fino alla Rivoluzione culturale degli anni Sessanta del Novecento. Dall’umiliazione subita con i trattati ineguali, che imposero al Paese una politica economica dettata dalle potenze straniere, la Cina precipitò in una lunga stagione di instabilità. Il declino della dinastia Qing e l’agonia di un sistema imperiale millenario lasciarono spazio a guerre civili, invasioni, lotte tra fazioni e violenze ideologiche. Milioni di persone morirono a causa dei conflitti, della povertà e delle persecuzioni. Solo nella seconda metà del Novecento il Paese iniziò lentamente a ritrovare una stabilità politica e istituzionale.

A partire dagli anni Ottanta prese però avvio una delle trasformazioni economiche e sociali più sorprendenti della storia contemporanea. La Repubblica Popolare Cinese, nata sulle macerie di un secolo di guerre e di profonde lacerazioni interne, conobbe una crescita che, per rapidità e dimensioni, ha pochi paragoni nella storia.

Oggi siamo abituati a pensare alla Cina come al Paese delle megalopoli, dei grattacieli e delle grandi infrastrutture. A Shanghai, per fare un esempio tratto dalla mia esperienza personale, tra migliaia di automobili in circolazione solo una piccola parte non è elettrica, a dimostrazione del livello raggiunto nella filiera industriale dell’automobile.

Da decenni il Paese costruisce senza sosta reti ferroviarie, quartieri, ponti e intere città, strutture colossali con investimenti enormi, e la citata Shanghai è soltanto una delle numerose metropoli che testimoniano questa trasformazione.

Eppure la Cina continua a essere una terra di profonde contraddizioni. Dove oggi predominano consumismo, moda e innovazione tecnologica, fino a pochi decenni fa si viveva ancora in condizioni che ricordavano la prima rivoluzione industriale. Dove oggi si investono enormi risorse nello sviluppo dell’intelligenza artificiale, rimane viva la memoria delle umiliazioni inflitte a insegnanti e intellettuali durante la Rivoluzione culturale.

Il rapporto della Cina con il proprio passato è altrettanto complesso. Per molti anni la la cultura del passato fu guardata con sospetto e lo studio della tradizione venne spesso marginalizzato. Solo negli ultimi decenni il patrimonio storico e culturale è stato progressivamente riscoperto, anche come importante strumento di soft power internazionale. Paradossalmente, quel passato è sembrato affascinare più gli stranieri che gli stessi cinesi, non a caso la sinologia giapponese ed e europea sono così sviluppate.

In realtà, e nonostante questo atteggiamento interno, la Cina dei Tang, dei Song, dei Ming e dell’ultimo impero Qing appartiene allo stesso lungo processo storico della Cina contemporanea. Le rivoluzioni politiche hanno modificato profondamente le istituzioni, ma non hanno cancellato una continuità culturale che attraversa oltre duemila anni di storia.

Per tutti questi motivi la Cina rappresenta un microcosmo storico, quasi un mondo a sé. Per alcuni rappresenta il “nemico” ideale, poiché costituisce la principale sfida geopolitica del XXI secolo; per altri osservatori è destinata a diventare la nuova potenza egemone mondiale nei prossimi decenni.

Lo storico, tuttavia, dovrebbe cercare di osservare questi fenomeni senza lasciarsi sviare dalla propaganda, qualunque sia il sistema politico o informativo da cui essa proviene (“noi” o “loro”). Il compito dello storico è anzitutto registrare e comprendere la portata di un processo di dimensioni eccezionali.

Personalmente parlando, il maggior fascino lo emana la profondità della cultura cinese nei suoi lunghi secoli di storia, quella che chiamiamo “Cina classica”, semplificando un po’.

Trovo molto interessante anche l’evoluzione della Repubblica Popolare, dal clima quasi “sovietico” dei primi decenni alla stagione più recente, caratterizzata da un’economia di mercato sotto la guida del Partito comunista (ecco qui una delle contraddizione). Eppure, almeno ai miei occhi, non è lì che si trova il nucleo più profondo della Cina.

Quando ci si addentra nella storia del pensiero, della letteratura e della lingua cinese, si scopre una continuità che attraversa dinastie, invasioni, rivoluzioni e cambi di regime. I classici confuciani, il taoismo, il buddhismo sinizzato, la poesia Tang, la grande narrativa Ming, la riflessione filosofica e politica, tutto questo costituisce un patrimonio che precede di molti secoli la nascita dello Stato moderno e continua, in forme diverse, a influenzare anche il presente.

In Europa siamo abituati a pensare che siano le nazioni a produrre una civiltà, ignorando tuttavia l’omogeneità di quella stessa civiltà che chiamiamo occidentale.

La Cina sembra raccontare una storia diversa. Una civiltà antichissima, che mostra un’incredibile coerenza nei millenni e che assomma dinamiche simili a quelle europee nel suo insieme, ma che solo in epoca moderna ha cercato di assumere la forma politica dello stato nazione. Per questo motivo, comprenderla richiede prima di tutto uno sguardo alla sua lunga storia culturale, più ancora che alla sua attualità politica.

Forse è proprio questa la peculiarità della Cina: più che una semplice nazione, è una civiltà che, nel corso della storia moderna, ha cercato di diventare nazione.

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