Perché abbiamo paura della Cina?

Dietro le categorie retoriche e strumentali di “democrazie” e “regimi autoritari”, una diversa concezione del ruolo dello Stato (e dell’interesse collettivo)

La rivalità geopolitica che oggi oppone l’Occidente alle grandi potenze eurasiatiche, in primo luogo Cina e Russia, è generalmente raccontata attraverso il vocabolario contingente della politica internazionale, che poco si è discostato dalla retorica della Guerra fredda: paesi democratici contro autocrazie, diritti civili contro repressione. Eppure questa narrazione cela qualcosa di molto più complesso e, per l’Occidente, anche di inquietante, perché mette in discussione l’idea, auto-prodotta e auto-alimentata, che il nostro modello sia quello naturalmente vincente e “giusto”. Ciò che emerge dietro gli eventi geopolitici e la loro narrazione non è soltanto uno scontro di interessi tra potenze, ma l’affiorare di una frattura che riguarda concezioni diverse dell’ordine politico, del rapporto tra Stato ed economia e della natura stessa della sovranità. Questa frattura ha radici profonde, che affondano nella storia intellettuale e istituzionale della modernità. Comprendere il conflitto attuale richiede dunque di collocarlo all’interno di una prospettiva di lunga durata, in cui le categorie geopolitiche contemporanee appaiono come l’ultima manifestazione di una tensione più antica tra diversi modelli di organizzazione della società. Continua a leggere “Perché abbiamo paura della Cina?”

La “città diffusa”

Prospettive sociologiche, urbanistiche e culturali per lo sviluppo sociale e umano della provincia

Da qualche anno il dibattito sociologico e filosofico sul rapporto tra locale e globale ha mostrato come alcune realtà socio-economiche e culturali locali siano rimaste fuori dall’enorme flusso di capitali, di risorse umane e di potenzialità culturali che ha avvantaggiato i grandi centri della globalizzazione, in particolare le megalopoli multiculturali. Il tentativo di ri-significare il vissuto locale e concreto (detto in altri termini “l’abitare”) ha portato alle note prese di posizioni identitarie del “piccolo è bello”. Reazioni comprensibili da un punto di vista psicologico e sociale, ma destinate a fallire nel confronto con la realtà. Rimasti fuori dai grandi flussi globali (di persone, di stimoli e di risorse economiche), i piccoli centri reclamano una propria ricchezza storico-identitaria che risale all’epoca precedente la globalizzazione. Ma queste rimostranze, queste legittime aspirazioni e questo orgoglio risorto, sono in grado di mutare la situazione di aree che hanno perso il proprio dinamismo e che, nei casi peggiori, sono divenuti aree socialmente, economicamente e culturalmente depresse? Come è facile intuire, la risposta è negativa. Non basta la coscienza del valore di un vissuto “piccolo” e umano, a donare ai luoghi un dinamismo sociale, economico e culturale che hanno perduto o non hanno mai avuto. Inoltre, la stessa politica locale e nazionale ha sempre meno margine di azione diretta nelle scelte che possono portare a cambiamenti sostanziali su larga scala; occorre dunque pensare ad un’azione diretta inversa, dal basso. Cosa fare, dunque? Continua a leggere “La “città diffusa””