Dietro le categorie retoriche e strumentali di “democrazie” e “regimi autoritari”, una diversa concezione del ruolo dello Stato (e dell’interesse collettivo)
La rivalità geopolitica che oggi oppone l’Occidente alle grandi potenze eurasiatiche, in primo luogo Cina e Russia, è generalmente raccontata attraverso il vocabolario contingente della politica internazionale, che poco si è discostato dalla retorica della Guerra fredda: paesi democratici contro autocrazie, diritti civili contro repressione. Eppure questa narrazione cela qualcosa di molto più complesso e, per l’Occidente, anche di inquietante, perché mette in discussione l’idea, auto-prodotta e auto-alimentata, che il nostro modello sia quello naturalmente vincente e “giusto”. Ciò che emerge dietro gli eventi geopolitici e la loro narrazione non è soltanto uno scontro di interessi tra potenze, ma l’affiorare di una frattura che riguarda concezioni diverse dell’ordine politico, del rapporto tra Stato ed economia e della natura stessa della sovranità. Questa frattura ha radici profonde, che affondano nella storia intellettuale e istituzionale della modernità. Comprendere il conflitto attuale richiede dunque di collocarlo all’interno di una prospettiva di lunga durata, in cui le categorie geopolitiche contemporanee appaiono come l’ultima manifestazione di una tensione più antica tra diversi modelli di organizzazione della società. Continua a leggere “Perché abbiamo paura della Cina?”
Compito della letteratura è anche quello di trasporre in storie quelle idee, figure ed emozioni che rese in forma non letteraria conserverebbero l’essenziale del loro significato, ma che forse avrebbero ben altra persuasività su coloro che le ascoltano e le leggono. Da anni, con intervalli di tempo variabili, rivado – diciamo così – alla rilettura di un certo romanzo di non molte pagine scritto da uno dei maggiori autori della letteratura russa: Padri e figli di Ivan Turgenev. Si è soliti sintetizzare il contenuto di Padri e figli ponendo l’accento sul contrasto – palese fin dal titolo – tra la vecchia generazione di padri progressisti che andava a costituire con difficoltà un’embrionale borghesia in una Russia, fatta ancora di rapporti sociali arcaici, e la nuova generazione di figli che quel percorso di innovazione e di messa in discussione dei valori tradizionali tentava di portarlo alle sue estreme conseguenze, approdando ad un sistema di pensiero, il nichilismo, che in quegli anni e con vari sfumature di significando andava diffondendosi nella cultura europea.
C’è una dimensione, tanto letteraria quanto reale che, per quanto ripetuta a lungo, non sembra proprio passare di moda: la noia del quotidiano e l’assurdità del suo ripetersi. Dopo due secoli di “letteratura della noia”, da Leopardi, passando per Sartre, e arrivando agli infiniti imitatori di oggi, dovremmo averne abbastanza. In fondo, in questa disposizione d’animo tipica della modernità risiede tutta la verità delle nostre dormienti province, delle nostre città caotiche e inconcludenti; una realtà solo superficialmente scalfita dalla rivoluzione dell’iper-velocità delle comunicazioni. Leggete i drammi di Cechov, e vi accorgerete come il clima dei suoi dialoghi, ambientati in una dormiente Russia rurale della fine del XIX secolo, poco si discosta da molti dei nostri atteggiamenti.
Introduzione. Il processo di ricezione, assimilazione e sintesi che la società intellettuale russa compie nei confronti della cultura europea tra XVIII e XIX secolo, riguarda anche gli spazi “geografici” dell’immaginario poetico. L’antichità classica e l’Italia come terra di delizie e nuova Arcadia fanno parte di questi orizzonti poetici, e trovano un certo spazio nella produzione poetica russa.
Una storia di estrema semplicità. Un uomo, un derelitto, una specie di barbone alcolizzato che compie un viaggio in treno da Mosca a Petuškì, cittadina industriale a poche decine di chilometri dalla capitale. Ma il suo stato di sbronza perenne rende quel viaggio un continuo confrontarsi con i mostri di un’interiorità tormentata (come da cliché letterario). Volutamente banalizzata in questa stringata descrizione, il breve romanzo di Venedikt Eroféev, è un’opera importante nel panorama letterario e culturale di quegli anni. Siamo nella Russia sovietica (1973), ma il respiro dell’opera – un respiro post-moderno, dove il pensiero si disarticola e si frammenta – è del tutto europeo. Prima di concederci qualche dettaglio in più sul libro, parliamo del titolo. Mosca-Petuškì è il titolo originale, ma esistono traduzioni che impiegano titoli riadattati, cercando di rendere quelle sfumature che al di fuori del contesto inevitabilmente si perdono. È il caso della traduzione di Pietro Zveteremich, per Feltrinelli: in quella traduzione ormai classica l’opera diventa “Mosca sulla Vodka”.
Il contrario di utopia è distopia. Un contrario forse non “grammaticale”, ma concettuale. Possiamo tracciare un parallelismo: gli ideali designano utopie del futuro, le ideologie designano distopie del futuro. Il romanzo di Evgenij Zamjatin, Noi, rientra nella seconda categoria. Scritto agli inizia degli anni venti del secolo scorso, Noi ebbe una vicenda editoriale tormentata: uscì pochi anni dopo la stesura in inglese, successivamente in originale russo, ma solo nel 1952 e a New York, ed infine vide la pubblicazione in originale e in patria nel 1988. Zamjatin faceva parte di quella ristretta cerchia di autori non allineati all’ideologia sovietica, ma all’inizio tollerati finché accettavano di stare al loro posto. Furono pochi gli autori non allineati che ebbero questo privilegio, tra i quali ricordiamo Bulgakov, autore del romanzo Maestro e Margherita.
Russia, inizio Novecento. La prima fase del processo di industrializzazione iniziata alla fine dell’Ottocento ha portato alla creazione di primi distretti industriali e del proletariato urbano anche in terra russa. Il romanzo di Gor’kij, La madre, si apre con la descrizione a tinte fosche di questa realtà: un sobborgo tetro e fumoso, dove i giganteschi edifici della fabbrica si fanno ancora più cupi al suono della sirena, nell’andirivieni degli operai, con i loro visi anneriti e le loro espressioni cupe. Il racconto è introdotto dalla comparsa di Michail Vlasov, fabbro di mezza età che conduce una vita di stenti, persa nel solo lavoro alla fabbrica e nell’ubriachezza continua. Vlasov ha una famiglia: il figlio Pavel e la moglie Pelageja. La vita familiare è scandita dalla rabbia muta di Vlasov, marito e padre violento che per lunghi anni usa violenza sulla moglie, vittima rassegnata. Ma il ruolo di Michail giunge presto al termine. Ormai minato nel fisico e nel morale dalla vita alla fabbrica, Vlasov muore dopo poche pagine del romanzo.
Orlando Figes è un noto russista inglese, docente all’università di Londra. Il suo voluminoso libro, Gli Europei. Tre vite cosmopolite e la costruzione della cultura europea nel XIX secolo, (Mondadori 2019) ha ambizioni più ampie che fuoriescono dal recinto degli studi slavi che gli è proprio. Partendo dalla biografia di un autore centrale della storia letteraria russa, Ivan Turgenev, e di Pauline e Louis Viardot, Figes racconta sullo sfondo biografico il processo di formazione di una cultura comune europea che proprio nei decenni centrali del XIX secolo stava emergendo in tutta la sua evidenza. L’intreccio tra le vicende biografiche dei personaggi storici ritratti rende la narrazione avvincente, e fornisce lo spunto per parlare di tali mutamenti sociali e culturali.
Michail Lermontov è un poeta e scrittore russo che pare egli stesso personaggio letterario. Anima tormentata, tipico rappresentante di quello che tra le aule scolastiche avete sentito definire come “titanismo romantico”, Lermontov muore giovane in seguito ad un duello, a soli ventisette anni. La giovane età lo pone in un ruolo problematico nel contesto letterario russo. Da un lato, il breve tratto di tempo che ha costituito la sua vita non gli ha permesso di raggiungere a pieno la sua maturità artistica. Dall’altro Lermontov ha lasciato versi e opere in prosa che ci paiono perfettamente compiute e che collocano l’autore in un panorama di respiro europeo.