LIBRI PER STUDIARE: Super Real Japanese, per imparare parole gergali e colloquiali
Si tratta di un volumetto di circa 200 pagine realizzato nella tipica grafica dell’editoria didattica giapponese (kawaii style). Ho acquistato Super Real Japanese a Ikebukuro un paio di anni fa; ricordo spesso con precisione le occasioni in cui mi procuro i libri di cui parlo, perché trovo suggestivo associare ogni volume a una storia.
Tornando al libro in oggetto, le sue ambizioni sono dichiarate fin dalla fascetta di copertina (che ho rigorosamente conservato): “Japanese for all situations”. Lo strillo di copertina rincara poi la dose: “Not in textbooks”. Continua a leggere ““Friggo d’invidia””
In cerca della parola giusta. Questa storia risale a qualche anno fa. Me ne sono però ricordato riguardando alcune delle mie “schede del lessico”. Da decenni, ormai (letteralmente), sono solito raccogliere in “schede”, fisiche, scritte a mano, parole ed espressioni nuove che imparo nelle mie chiacchierate nelle lingue straniere, liste che poi integro in modo tematico. Una volta dovevamo aver parlato di templi buddhisti o qualcosa del genere. Mi ero messo a cercare la parola “lanterna” perché volevo esprimere la mia idea su un oggetto che avevo in mente. Certo, non avevo bisogno di conferma sulla complessità e la profondità delle lingue, ma ogni volta che vi inciampo, ne rimango affascinato. Ecco, quindi, che cercavo solo di capire come “dire” una parola, e sono invece rimasto avvolto da un vortice intrecciato di tempo e tradizioni.
Dalle origini indiane allo Zen: percorsi storici e scuole del Buddhismo in Asia Orientale. Questo agile volume ripercorre la storia del Buddhismo in Cina, Corea e Giappone da una prospettiva integrata, considerando l’Asia Orientale come uno spazio culturale unitario, plasmato dall’eredità della civiltà cinese e al tempo stesso segnato dall’originalità delle singole tradizioni nazionali.
All’inizio non lo sapevo che stavo ascoltando un “fantasma” del web. La sua voce era lì, in sottofondo, in una playlist nata quasi spontaneamente. Dopo settimane in cui quella melodia tornava a cercarmi con regolarità, ho deciso di dare un’occhiata al canale YouTube. È stato allora che ho scoperto il fenomeno dei Virtual Singers nella musica pop giapponese. La cantante che stavo ascoltando, Asu (
Inauguriamo questa nuova rubrica, molto semplicemente intitolata “Libri per studiare”, dedicata a consigli pratici per l’apprendimento delle lingue, della cultura e della storia dell’Asia orientale. Il primo volume di cui voglio parlare è Odekake Nihongo Kaiwa della YouTuber Akane (titolo completo originale,
La politica tende sempre a polarizzare e a generare tensioni. Per uno spazio come questo, e per la pagina social ad esso collegata che tratta temi culturali sull’Asia Orientale, non è mai ideale affrontarla in modo diretto. Tuttavia l’attualità delle tensioni tra Cina e Giappone mi spinge a condividere qualche riflessione. Mi trovo infatti nella particolare condizione di nutrire una profonda passione per entrambe le culture. I rapporti storici e culturali tra Cina e Giappone sono forse il tema che più mi affascina. Mi capita di “litigare” bonariamente con amici giapponesi lodando la Cina, così come di ricevere commenti poco lusinghieri quando con amici cinesi esprimo apprezzamento per il Giappone.
Penso che questo fenomeno sia così particolare, socialmente e mediaticamente, da risultare difficile da spiegare anche da parte degli esperti di comunicazione. Perché, già da qualche decennio, il Giappone è così di moda tra gli italiani? Sono convinto che questa popolarità non derivi solo da un mio “effetto algoritmo”. Mi occupo di questa tematica da tempo, così i social e i dispositivi che uso mi mostrano costantemente contenuti legati al Giappone. Si rischia di confondere la mia “rappresentazione algoritmica” personalizzata con la realtà. Ma in effetti, se osserviamo attentamente, la presenza di contenuti legati al Giappone è davvero enorme. La domanda iniziale non ha risposte semplici. Il legame tra italiani e il Paese del Sol Levante va spiegato non soltanto attraverso fenomeni sociali e mediatici, ma anche valutando se esista un’insospettabile affinità culturale. Ma proviamo ad affrontare questo fenomeno in modo più sistematico.
L’8 maggio 1995 l’Asia intera fu scossa dalla scomparsa improvvisa e prematura, a soli 42 anni, della cantante cinese-taiwanese Teresa Teng, conosciuta nelle aree di lingua cinese con il suo vero nome, Dèng Lìjūn (
All’inizio pensavo che il J-pop fosse solo una variante regionale del pop internazionale, con qualche peculiarità che lo rendeva diverso, come la lingua utilizzata e qualche raro richiamo alla musica tradizionale. In particolare, mi pareva che quel genere che racchiude band di ragazzine saltellanti che spesso cantano in coro, ricorrendo a stili, abiti e espressioni del noto linguaggio del “kawaii”, potesse considerarsi un genere emblematico del J-pop. In realtà, qualche riflessione sul passato, sulla storia culturale del paese, mi ha dato qualche spunto per vedere un po’ più in profondità questa variante giapponese del pop internazionale.
In ogni manuale di introduzione alla scrittura o alla grammatica delle lingue che usano i caratteri cinesi (in cinese
Lo sguardo sulla città. Come ha potuto una società collettivista, dove il gruppo è più importante dell’individuo e dove le relazioni e la gerarchia sono fondamentali, diventare una società frammentata, composta da individui che corrono, indaffarati e spesso soli, come atomi isolati che roteano nel vuoto? Tokyo non è il Giappone, è un’eccezione. Come lo sono tutte le grandi metropoli. La vera vita “media”, forse, è quella dei piccoli centri, delle medie città di provincia. Ma Tokyo, in quanto eccezione, contiene ciò che è tradizionale, tipico della cultura del luogo, e allo stesso tempo ciò che se ne discosta. Dopo tre anni che trascorro qui buona parte dell’autunno, comincio lentamente e con fatica a farmi un’idea più profonda della città. Non tanto nelle sue manifestazioni esteriori e nella sua urbanistica, ma in quello che potrei chiamare “l’intima emotività” di Tokyo.
Una letteratura “facile”, che suoni sui tasti di una comprensibile emotività e che si sviluppi in una trama avvincente, non è da biasimare. Fa il piacere della lettura e, qualche volta, produce anche opere destinate a restare. Quelle che, decenni o secoli dopo, definiremo “capolavori”. Tuttavia, è esistito ed esiste anche un modo di scrivere che nasce prima della necessità di piacere a un “pubblico”, che poi sono i lettori (necessità legittima, l’ho capito anche io, finalmente). Quel tipo di letteratura era possibile solo prima che si sviluppasse il “mercato editoriale”, un meccanismo socio-economico che ha portato il libro a diventare anche, se non soprattutto, prodotto, con tutte le logiche, positive e negative, che questo mutamento ha comportato. Tutta questa premessa per dire che le opere dell’autore di cui si vuole parlare qui, Natsume Sōseki (
Introduzione. Mi propongo di scrivere un breve testo che possa servire come introduzione alla comprensione di quello che viene definito “Giappone pop”. Se si entra in una qualsiasi libreria oggi, è possibile accorgersi che esiste almeno un angolo destinato ai famosi manga. Il “Giappone pop”, per come lo intendo qui, è in particolare rappresentato proprio da prodotti culturali come quelli citati nel titolo: anime, manga e light novel. Molte delle informazioni contenute in questo articolo potrebbero apparire scontate a chi frequenta questi temi da sempre, ma mi è sembrato indispensabile essere un po’ didascalico proprio per fornire un primo quadro di riferimento a chi, non sapendone nulla, vuole approfondire l’argomento. L’etichetta del sottotitolo “per profani (e “boomer”)” è scherzosa e seria allo stesso tempo. La mia generazione (ero bambino negli anni Ottanta) ha fatto in tempo a venire in contatto con la fase pionieristica di questo fenomeno prima che divenisse un fenomeno globale. Gli anime storici di quegli anni sono spesso oggetto di meme e ironie goliardiche, visti non senza una certa amara nostalgia per un’infanzia e una giovinezza ormai volate via da tempo. Ma ai più, la fase recente di questo fenomeno, a partire dai tardi anni Novanta in poi, sfugge del tutto.
Come può un romanzo essere crudo, a tratti noir, sensuale e romantico allo stesso tempo? Difficile, si rischia un pastiche incoerente. Eppure, “Mostri e conigli a Tokyo” riesce ad ottenere questo risultato con una certa leggerezza. Prima fatica in traduzione italiana della sconosciuta Fujiko Akiyama (un nome d’arte), il libro è una sorpresa inaspettata proprio perché pare spuntare fuori dal nulla. Le vicende della giovane Tanaka Shizuka sono un inno alla libertà e al coraggio di affrontare le proprie scelte con estrema coerenza. Tutto incomincia in un normale liceo di Tokyo. Shizuka decide che da un certo giorno in poi vivrà come se fosse “un coniglio”: si veste in modo strano, indossa un cerchietto con orecchie di peluche da coniglio e sostiene, candidamente, di essere diventata una coniglietta.
Una graziosa giovane ragazza danza in modo scomposto e ridicolo davanti a una grotta. Un capannello di persone si raduna; divertiti, tutti la osservano. Lei pare in estasi, esibisce espressioni di follia e piacere allo stesso tempo, ride e si lamenta. Poi si denuda, prima mostrando solamente il piccolo e sodo seno e poi rilevando tutto il suo corpo in tutta la sua splendente nudità. Il capannello di persone continua a ridere. Tutti sono presi da una strana ilarità, la indicano, si tengono la pancia dal ridere. Ci siamo dimenticati di dire una cosa. L’avvenente ragazza ha uno specchio in mano rivolto verso l’interno della grotta. Il suo scopo è incuriosire un’altra donna che, scandalizzata dal comportamento insolente del fratello, si è rifugiata là dentro. Un semplice capriccio da signore viziate, se non fosse che quella là dentro e Amaterasu, dea del sole, e che la sua scomparsa ha determinato il buio universale. Hai detto niente. E anche la nostra selvaggia danzatrice, là fuori è una dea: Ame-no-Uzume. Cose che accadono tra gli dei. Pare di stare a un festino, e sono in ballo i destini universali.
Verso la fine degli anni Novanta del secolo scorso, la tecnologia stava portando a grandi cambiamenti nelle abitudini quotidiane. Nel quinquennio precedente la fine del secolo, la rete internet si era orma diffusa a livello planetario. Altro importante fattore di cambiamento fu l’irruzione nelle nostre vite del telefono cellulare. È in quel torno di anni che, con una crescita esponenziale, il “telefonino” diventerà un accessorio fondamentale della nostra quotidianità. Nel romanzo Mosaico di Taguchi Randy ( 
Introduzione. La seconda parte del XX secolo, dal secondo dopoguerra in poi, ha visto un progressivo espandersi della mobilità internazionale. In seguito al processo di integrazione economica e socio-culturale che dagli anni Novanta abbiamo cominciato a definire più precisamente come globalizzazione, il mondo si è sempre più rimpicciolito. Il trattato di Schengen e i voli low cost, oltre tutto, hanno reso l’Europa uno spazio unico anche dal punto di vista del turismo. Già la mia generazione che ha vissuto l’infanzia negli anni Ottanta, stenta a ricordare un’Europa di frontiere e passaporti. Tuttavia, malgrado il rimpicciolimento del mondo, la fascinazione di terre lontane rimane. Il turismo di massa non ha fatto che confermare, a seconda delle mode e dei momenti, l’attrazione per quelle terre che incuriosiscono, attraggono, paiono esotiche. Occorre però sempre tenere presente che la categoria di “esotismo” è determinata dal punto di vista, e che qui partiamo dalla visione europea del mondo.
Voglio parlare di un libro, senza parlare del libro. Odio le recensioni banali, e amo le recensioni utili (quelle scolastiche, da manuale, precise, documentatissime, piene di note e di bibliografia). Le vie di mezzo sono un esercizio retorico di dubbia utilità. Voglio parlare di un libro, anzi di quello che ci sta dentro, senza faticare a riassumere una trama. Fatevelo voi. Leggetevelo. Il libro è il breve romanzo della scrittrice Enchi Fumiko (che gli dei la benedicano), intitolato Maschera di donna (Onna-men
Il significato della parola e i caratteri del “kawaii”. La “Japan mania” degli ultimi anni, veicolata soprattutto da prodotti della cultura pop come anime e manga, ha reso familiare certi termini come quello di cui parliamo qui: il “kawaii”. Dedicherò qualche riga a definizioni un poco scolastiche ma necessarie a capire di cosa parliamo, per poi passare ad un approccio più libero nell’indagine di questo fenomeno. Questo approccio vorrebbe essere ispirato alla contaminazione tra discipline e, soprattutto, caratterizzato da una libertà di seguire tutti gli spunti di interpretazione senza timore di dire qualcosa di poco accademico. La parola “kawaii” è traducibile con l’italiano “carino”, ma nella parola giapponese originale è presente una sfumatura che in qualche modo si perde nella sua resa in una lingua diversa. Una parola, infatti, è anche ancorata al contesto sociale che in cui è nata, e la perdita di questi legami, che ha risvolti anche semantici, porta un certo grado di svuotamento. Cercheremo di individuare più avanti le caratteristiche del “kawaii”, qui ci accontentiamo di definire in generale la parola. L’aggettivo “Kawaii” descrive, quindi, ciò che è “carino”, “adorabile”. Ma ha una sfumatura femminile. Infatti, una ragazza e “kawaii”, ma un ragazzo non lo è, si usa un altro aggettivo (a meno che non si voglia dare una connotazione particolare al nostro commento). Anche l’uso del termine è più frequentemente impiegato da soggetti femminili.