Il riconoscimento delle donne nella letteratura cinese
Introduzione: scrittura e potere (maschile). Se si eccettuano quelle società di un remoto passato che su base soprattutto archeologica ipotizziamo fossero organizzate in senso “matriarcale”, per gran parte della storia umana, a tutte le latitudini e presso tutte le civiltà, la cultura dominante si è espressa attraverso gli uomini. È indubbio che i presupposti principali di questo dominio si siano innescati e abbiano continuato ad agire grazie a fatti di natura strettamente biologica della diversità di genere: vale a dire l’esercizio della forza e, in ultima analisi, della violenza, anche se solo minacciata o potenziale. Questo accade anche oggi, pure nelle cosiddette società ove vige lo stato di diritto e in seguito ai progressi e ai diritti civili conquistati dalle battaglie femministe dei decenni passati, battaglie così diverse dalle pose di maniera spesso insincere e strumentali del nostro tempo. Continua a leggere “Poetesse cinesi della dinastia Tang”
Lo sguardo sulla città. Come ha potuto una società collettivista, dove il gruppo è più importante dell’individuo e dove le relazioni e la gerarchia sono fondamentali, diventare una società frammentata, composta da individui che corrono, indaffarati e spesso soli, come atomi isolati che roteano nel vuoto? Tokyo non è il Giappone, è un’eccezione. Come lo sono tutte le grandi metropoli. La vera vita “media”, forse, è quella dei piccoli centri, delle medie città di provincia. Ma Tokyo, in quanto eccezione, contiene ciò che è tradizionale, tipico della cultura del luogo, e allo stesso tempo ciò che se ne discosta. Dopo tre anni che trascorro qui buona parte dell’autunno, comincio lentamente e con fatica a farmi un’idea più profonda della città. Non tanto nelle sue manifestazioni esteriori e nella sua urbanistica, ma in quello che potrei chiamare “l’intima emotività” di Tokyo.
Compito della letteratura è anche quello di trasporre in storie quelle idee, figure ed emozioni che rese in forma non letteraria conserverebbero l’essenziale del loro significato, ma che forse avrebbero ben altra persuasività su coloro che le ascoltano e le leggono. Da anni, con intervalli di tempo variabili, rivado – diciamo così – alla rilettura di un certo romanzo di non molte pagine scritto da uno dei maggiori autori della letteratura russa: Padri e figli di Ivan Turgenev. Si è soliti sintetizzare il contenuto di Padri e figli ponendo l’accento sul contrasto – palese fin dal titolo – tra la vecchia generazione di padri progressisti che andava a costituire con difficoltà un’embrionale borghesia in una Russia, fatta ancora di rapporti sociali arcaici, e la nuova generazione di figli che quel percorso di innovazione e di messa in discussione dei valori tradizionali tentava di portarlo alle sue estreme conseguenze, approdando ad un sistema di pensiero, il nichilismo, che in quegli anni e con vari sfumature di significando andava diffondendosi nella cultura europea.
Ricordo che la prima volta che mi capitò sotto gli occhi la cosiddetta “ipotesi Sapir-Whorf” (che, semplificando, sostiene che la struttura della lingua che parliamo influenza profondamente il nostro modo di pensare e percepire il mondo) fu verso la fine degli anni Novanta, per un corso di “filosofia teoretica”. Il docente era una specie di decostruzionista-terzomondista piuttosto alternativo, e ci diede una delle più fitte ed interessanti liste di libri da studiare rispetto alla maggior parte degli altri insegnamenti universitari che ricordo allora. Quel modo di vedere contraddizione e relativismo in chiave diversa, sotto un punto di vista sostanzialmente positivo, mi stava simpatico già da allora, e penso di non averlo mai abbandonato. Va detto che mi suonava già familiare, visto l’interesse che mi portavo dietro dall’adolescenza per cose che forse non capivo perfettamente, come la spiritualità indiana, il buddismo e altre cose di quel tipo.
Una letteratura “facile”, che suoni sui tasti di una comprensibile emotività e che si sviluppi in una trama avvincente, non è da biasimare. Fa il piacere della lettura e, qualche volta, produce anche opere destinate a restare. Quelle che, decenni o secoli dopo, definiremo “capolavori”. Tuttavia, è esistito ed esiste anche un modo di scrivere che nasce prima della necessità di piacere a un “pubblico”, che poi sono i lettori (necessità legittima, l’ho capito anche io, finalmente). Quel tipo di letteratura era possibile solo prima che si sviluppasse il “mercato editoriale”, un meccanismo socio-economico che ha portato il libro a diventare anche, se non soprattutto, prodotto, con tutte le logiche, positive e negative, che questo mutamento ha comportato. Tutta questa premessa per dire che le opere dell’autore di cui si vuole parlare qui, Natsume Sōseki (
Se dovessimo individuare il paradigma dominante di questo millennio a proposito della nostra auto rappresentazione, probabilmente sarebbe l’immagine dell’uomo che ci viene rappresentato dalla genetica ad occupare il primo posto. Nella pubblicistica, nelle comunicazioni di massa, nel cinema, l’uomo (e l’animale) manipolato in laboratorio dai biologi molecolari, è spesso il protagonista. Se poi all’uomo “genetico” affianchiamo l’azione della tecnologia, in particolare dell’integrazione uomo-tecnologia, ecco che avremo le principali componenti dell’immaginario contemporaneo. Ed è normale che sia così, ogni epoca vive di immaginari specifici.
L’andamento del nostro stile di vita muta e si rapporta al ritmo con cui viviamo e assimiliamo la scrittura. E per “scrittura” dovremmo intendere non solo un modo di conservare e tramandare informazioni, le storie e le emozioni, ma anche un modo di conoscere il mondo lì fuori, leggerlo nelle parole, nelle immagini e nelle interazioni che queste creano tra loro. Quando il mondo non era spezzettato dalla velocità e l’unica “rete” che legava un luogo all’altro era a lenta percorrenza, ma reale, fatta di strade, di fiumi e di laghi, il tempo della vita-lettura era meditativo, lento e persino paziente. Allora scrivevamo e leggevamo libri voluminosi, romanzi pesanti che potevano raccontarci di intere generazioni o magari descrivevano singoli attimi perdendosi per decine e decine di pagine. Leggevamo meno, forse, ma ci soffermavamo più a lungo sulla scrittura, ed eravamo costretti ad esercitare la memoria perché il mondo scritto era difficile da consultare, più raro e prezioso, e conveniva assimilarne avidamente quanto più potevamo.
C’è una dimensione, tanto letteraria quanto reale che, per quanto ripetuta a lungo, non sembra proprio passare di moda: la noia del quotidiano e l’assurdità del suo ripetersi. Dopo due secoli di “letteratura della noia”, da Leopardi, passando per Sartre, e arrivando agli infiniti imitatori di oggi, dovremmo averne abbastanza. In fondo, in questa disposizione d’animo tipica della modernità risiede tutta la verità delle nostre dormienti province, delle nostre città caotiche e inconcludenti; una realtà solo superficialmente scalfita dalla rivoluzione dell’iper-velocità delle comunicazioni. Leggete i drammi di Cechov, e vi accorgerete come il clima dei suoi dialoghi, ambientati in una dormiente Russia rurale della fine del XIX secolo, poco si discosta da molti dei nostri atteggiamenti.
Dopo aver evitato con qualche riserva la commedia anche nei periodici ritorni ai classici, di recente mi sono ritrovato Plauto di fronte, e con un malcelato senso di colpa ho dovuto cedere alla lettura.* Gli anni passavano e la ripromessa di leggere qualcosa in proposito continuava ad essere disattesa. Ma facciamo un passo indietro. Chi è Plauto? Col nome incerto di Tito Maccio Plauto vengono tramandate un gruppo di commedie di un autore nato tra il 255-251 a.C a Sarsina e morto intorno al 184 a.C. I particolari della biografia interessano poco in questa sede e anche le complesse vicende filologiche dei suoi scritti giunti fino a noi. Come era consuetudine allora, gli autori latini prendevano in blocco trame e intrecci della commedia greca e apportavano adattamenti e contributi personali, senza che questo procedimento fosse inteso come segno di poca originalità. E così fece Plauto, anche se è ormai opinione comune che l’apporto di originalità romana, infuso dall’autore latino alle trame greche, abbia costituito la base di veri e propri clichè passati poi in tutto il teatro moderno e contemporaneo occidentale.
Introduzione. Mi propongo di scrivere un breve testo che possa servire come introduzione alla comprensione di quello che viene definito “Giappone pop”. Se si entra in una qualsiasi libreria oggi, è possibile accorgersi che esiste almeno un angolo destinato ai famosi manga. Il “Giappone pop”, per come lo intendo qui, è in particolare rappresentato proprio da prodotti culturali come quelli citati nel titolo: anime, manga e light novel. Molte delle informazioni contenute in questo articolo potrebbero apparire scontate a chi frequenta questi temi da sempre, ma mi è sembrato indispensabile essere un po’ didascalico proprio per fornire un primo quadro di riferimento a chi, non sapendone nulla, vuole approfondire l’argomento. L’etichetta del sottotitolo “per profani (e “boomer”)” è scherzosa e seria allo stesso tempo. La mia generazione (ero bambino negli anni Ottanta) ha fatto in tempo a venire in contatto con la fase pionieristica di questo fenomeno prima che divenisse un fenomeno globale. Gli anime storici di quegli anni sono spesso oggetto di meme e ironie goliardiche, visti non senza una certa amara nostalgia per un’infanzia e una giovinezza ormai volate via da tempo. Ma ai più, la fase recente di questo fenomeno, a partire dai tardi anni Novanta in poi, sfugge del tutto.
Questa nota potrebbe sembrare fuori tema rispetto agli articoli che di solito pubblico. L’anomalia si spiega in questo modo: si tratta di una nota nata dall’esigenza di comprendere meglio la situazione socio-economica di quel vasto spazio geografico noto come Sud-Est Asiatico. Questa esigenza è sorta durante una “ricerca” preliminare, un po’ a tentoni, sulle letterature autoctone prodotte, in particolare, a Singapore e Hong Kong. Anche se Hong Kong non è, strettamente parlando, nel ‘Sud-Est Asiatico’, ha però forti legami con quest’area. Nel corso di alcuni mesi, ho annotato i titoli di vari autori e opere, compresi quelli occidentali, che hanno scritto romanzi o raccolte di racconti ambientati in questi luoghi. Le opere letterarie che ho annotato sono state scritte in cinese cantonese, mandarino, malese (una delle lingue ufficiali anche di Singapore) e inglese. Tuttavia, mi sono reso conto che rischiavo di costruire ‘isole senza storia’. Infatti, a parte Hong Kong, una città che ha sempre suscitato il mio interesse, non conoscevo molto della storia del Sud-Est Asiatico, né della sua attuale situazione socio-economica e politica.
Come può un romanzo essere crudo, a tratti noir, sensuale e romantico allo stesso tempo? Difficile, si rischia un pastiche incoerente. Eppure, “Mostri e conigli a Tokyo” riesce ad ottenere questo risultato con una certa leggerezza. Prima fatica in traduzione italiana della sconosciuta Fujiko Akiyama (un nome d’arte), il libro è una sorpresa inaspettata proprio perché pare spuntare fuori dal nulla. Le vicende della giovane Tanaka Shizuka sono un inno alla libertà e al coraggio di affrontare le proprie scelte con estrema coerenza. Tutto incomincia in un normale liceo di Tokyo. Shizuka decide che da un certo giorno in poi vivrà come se fosse “un coniglio”: si veste in modo strano, indossa un cerchietto con orecchie di peluche da coniglio e sostiene, candidamente, di essere diventata una coniglietta.
Una graziosa giovane ragazza danza in modo scomposto e ridicolo davanti a una grotta. Un capannello di persone si raduna; divertiti, tutti la osservano. Lei pare in estasi, esibisce espressioni di follia e piacere allo stesso tempo, ride e si lamenta. Poi si denuda, prima mostrando solamente il piccolo e sodo seno e poi rilevando tutto il suo corpo in tutta la sua splendente nudità. Il capannello di persone continua a ridere. Tutti sono presi da una strana ilarità, la indicano, si tengono la pancia dal ridere. Ci siamo dimenticati di dire una cosa. L’avvenente ragazza ha uno specchio in mano rivolto verso l’interno della grotta. Il suo scopo è incuriosire un’altra donna che, scandalizzata dal comportamento insolente del fratello, si è rifugiata là dentro. Un semplice capriccio da signore viziate, se non fosse che quella là dentro e Amaterasu, dea del sole, e che la sua scomparsa ha determinato il buio universale. Hai detto niente. E anche la nostra selvaggia danzatrice, là fuori è una dea: Ame-no-Uzume. Cose che accadono tra gli dei. Pare di stare a un festino, e sono in ballo i destini universali.
Forse una prima elementare classificazione che ci viene naturale è quella tra vero e falso, e, per riflesso, tra reale o irreale. Non è difficile capire come dietro a questa semplice dicotomia stiano importanti presupposizioni filosofiche che guidano molte delle nostre scelte nella vita di tutti i giorni. È vero, però, che separando così nettamente i due mondi, del vero e del falso, del reale e dell’irreale (che estenderemo all’immaginato) rischiamo di trovarci problemi più impegnativi di quelli che pensiamo di aver risolto. Un esempio tradizionale: è vero un unicorno? No, certo. E allora di cosa parliamo, quando parliamo di un unicorno? Pure essendo di fantasia, è un animale di cui non solo possiamo parlare, ma che possiamo rappresentare, di cui possiamo narrare le vicende. Quindi, in qualche modo, parliamo di qualcosa che “esiste”.
Verso la fine degli anni Novanta del secolo scorso, la tecnologia stava portando a grandi cambiamenti nelle abitudini quotidiane. Nel quinquennio precedente la fine del secolo, la rete internet si era orma diffusa a livello planetario. Altro importante fattore di cambiamento fu l’irruzione nelle nostre vite del telefono cellulare. È in quel torno di anni che, con una crescita esponenziale, il “telefonino” diventerà un accessorio fondamentale della nostra quotidianità. Nel romanzo Mosaico di Taguchi Randy ( 
For some years now, I had promised myself that I would no longer express my opinion on social and political current affairs. I had made this decision for two reasons. The first, is that the crazed society reflected in social media is so full of opinion-makers, professional and casual, that people can certainly do without my testimony. In the background noise, every opinion becomes just more noise. The second reason is that devoting time to less ephemeral topics than current affairs made me feel less superficial and gave me the illusion that I was contributing more to my personal growth and – said ironically – to that of humanity. Why then make an exception now? Because this time the themes of current affairs coincide with those of a path of mine: the study of feminism. This theme interests me both from a strictly philosophical and political point of view, but also and above all in terms of how it is declined in literature and in general in anthropologically relevant facts of culture. Women writers and female characters who represent the fate of women in a world of men is one of the centres of my interests in recent years, although I am mainly interested in it declined in specific linguistic and geographical contexts (those of East Asia).
Da qualche anno mi ero ripromesso di non esprimere più la mia opinione sull’attualità sociale e politica. Avevo preso questa decisione per due motivi. Il primo, è che la società impazzita che si rispecchia nei social media è talmente ricolma di opinionisti, di professione e occasionali, che si può sicuramente fare a meno della mia testimonianza. Nel rumore di fondo, ogni opinione diventa solo altro rumore. Il secondo motivo è che dedicare il tempo a tematiche meno effimere rispetto all’attualità, mi faceva sentire meno superficiale e mi dava l’illusione di contribuire in misura maggiore alla mia crescita personale e – detto con ironia – a quella dell’umanità. Perché allora fare un’eccezione, adesso? Perché questa volta le tematiche dell’attualità coincidono con quelle di un mio percorso: lo studio del femminismo. Questo tema mi interessa sia da un punto di vista strettamente filosofico e politico, ma anche e soprattutto per come viene declinato nella letteratura e in genere nei fatti di cultura antropologicamente rilevanti. Scrittrici e personaggi femminili che rappresentano il destino delle donne in un mondo di uomini è uno dei centri dei miei interessi negli ultimi anni, anche se mi interessa soprattutto declinato in specifici contesti linguistici e geografici (quelli dell’Asia Orientale).
The literary and movie genre known as “swashbuckler” (in Italian we call it “cappa e spada”), never goes out of fashion. Salient features of the genre are undoubtedly the presence of heroes who act inspired by chivalric values, coming to the aid of the weak, the historical setting, mostly medieval times, and the essential element of sword fighting and generally emphasizing the warrior characteristics of the protagonist. As I have mentioned other times in these articles, this is genre literature (and cinema). Genre literature is specially created with recurring elements that characterize it and contribute to its specific language and atmosphere. Traditionally, it is considered “popular” literature in the sense that it does not have great artistic pretensions, but aims more at entertainment. Several times I have challenged this definition, since genre literature has often produced masterpieces. The same argument applies to cinema. It is good to know that the “swashbuckler” genre also has its counterpart in the Asian sphere, particularly in Chinese lands: the wǔxiá (