Il ruolo del romanzo “Kitchen“nella letteratura giapponese contemporanea
Negli anni Ottanta del XX secolo la visione di un Giappone che si faceva “pericoloso” sul piano economico e che andava minacciando il primato occidentale, aveva dominato la pubblicistica europea e statunitense. La stampa occidentale poneva il paese del Sol Levante nella stessa posizione oggi occupata dalla Cina nella narrazione dei media. Tuttavia, proprio quella crescita economica aveva permesso al paese di sviluppare una via autonoma anche in quei settori della cultura di massa che erano stati appannaggio dell’Occidente, e dell’America in particolare. Nei decenni Settanta e Ottanta, infatti, comincia quello sviluppo del settore dell’entertaiment riguardante il cinema di animazione e il fumetto (settori ormai conosciuti nel mondo con la dicitura giapponese anime e manga) che nei decenni successivi sarebbero diventati fenomeni della cultura di massa, facendo del Giappone un influencer mondiale. Va detto, d’altra parte, che la componente artistica, la ricerca di una narrazione esteticamente valida e veicolante valori e messaggi, non entrava in contraddizione con la natura di un mercato dell’intrattenimento che doveva forzatamente porre tra i propri obiettivi crescita e profitto: anime e manga col tempo sono diventati – pur dentro questa cornice – opere d’arte a tutto tondo. Continua a leggere “Banana Yoshimoto: tra sogno e alienazione”
Si sa, quello del Sol Levante è un paese dove i treni arrivano in orario. E non come nell’immaginario dei nostalgici del ventennio in Italia, ma per davvero. Le code di persone sono ordinate, e sui mezzi pubblici lo straniero, con sgomento, assiste ad uno spettacolo inusuale: tutti stanno in silenzio “di tomba” o quasi. Non sono stereotipi, ma fatti macroscopici che risaltano agli occhi di uno straniero in Giappone. Eppure, sotto la coltre di una società ordinata e regolata, cova un sordo malessere, soprattutto tra i giovani, che può farci rabbrividire. Di questo tema è – come accade spesso – l’arte a parlarcene, in questo caso attraverso la letteratura. Kanehara Hitomi è stata un Enfant Prodige della letteratura giapponese. All’inizio del nostro secolo, nel 2004, l’autrice (classe 1983) pubblicò il suo romanzo breve Serpenti e piercing, e riscosse un enorme successo. Il
Aya aveva quattordici anni quando cominciò a tenere un diario. Poche pagine di quell’anno, caratterizzate da una leggerezza spensierata tipica dell’adolescenza; ma quella spensieratezza sarebbe finita presto. A quell’età i problemi dell’esistenza avrebbero dovuto essere i primi amori, i primi tentativi di capire il proprio ruolo nel mondo, il timore – ma anche la speranza – per il futuro. La giovane Aya non ebbe tempo per tutto questo. All’età di quindici anni la sua andatura cominciò ad essere incerta. Quella che sembrava una cosa da nulla, risultò essere l’inizio di un calvario di sofferenza e incertezza che avrebbe portato la ragazza alla morte nel giro di pochi anni. Un destino tremendo proprio perché inaspettato.
In tutte le epoche e in tutte le culture pare siano presenti quelli che in italiano chiamiamo “fantasmi”. Una precisazione, quella linguistica, da non sottovalutare, perché effettivamente la condizione dello spirito della persona dopo la morte influisce anche sul suo status e sulla terminologia che lo definisce. Lo “spettro” come anima rimasta nell’aldiquà si definisce spesso con una parola specifica. Il fantasma, infatti, non è la semplice anima di una persona che ha cessato di vivere, ma un morto insoddisfatto che per qualche ragione rimane legato ai luoghi in cui visse da vivo. Tema del folklore, e sovente tema letterario. Il romanticismo, in particolare, rilanciò le storie di fantasmi conferendo loro una certa dignità letteraria. Questo tipologia narrativa non riuscì a superare la barriera che divide quella che viene definita letteratura di genere dalla letteratura cosiddetta alta, ma appassionò anche autori di prim’ordine come Charles Dickens e Henry James.
Il contrario di utopia è distopia. Un contrario forse non “grammaticale”, ma concettuale. Possiamo tracciare un parallelismo: gli ideali designano utopie del futuro, le ideologie designano distopie del futuro. Il romanzo di Evgenij Zamjatin, Noi, rientra nella seconda categoria. Scritto agli inizia degli anni venti del secolo scorso, Noi ebbe una vicenda editoriale tormentata: uscì pochi anni dopo la stesura in inglese, successivamente in originale russo, ma solo nel 1952 e a New York, ed infine vide la pubblicazione in originale e in patria nel 1988. Zamjatin faceva parte di quella ristretta cerchia di autori non allineati all’ideologia sovietica, ma all’inizio tollerati finché accettavano di stare al loro posto. Furono pochi gli autori non allineati che ebbero questo privilegio, tra i quali ricordiamo Bulgakov, autore del romanzo Maestro e Margherita.
Russia, inizio Novecento. La prima fase del processo di industrializzazione iniziata alla fine dell’Ottocento ha portato alla creazione di primi distretti industriali e del proletariato urbano anche in terra russa. Il romanzo di Gor’kij, La madre, si apre con la descrizione a tinte fosche di questa realtà: un sobborgo tetro e fumoso, dove i giganteschi edifici della fabbrica si fanno ancora più cupi al suono della sirena, nell’andirivieni degli operai, con i loro visi anneriti e le loro espressioni cupe. Il racconto è introdotto dalla comparsa di Michail Vlasov, fabbro di mezza età che conduce una vita di stenti, persa nel solo lavoro alla fabbrica e nell’ubriachezza continua. Vlasov ha una famiglia: il figlio Pavel e la moglie Pelageja. La vita familiare è scandita dalla rabbia muta di Vlasov, marito e padre violento che per lunghi anni usa violenza sulla moglie, vittima rassegnata. Ma il ruolo di Michail giunge presto al termine. Ormai minato nel fisico e nel morale dalla vita alla fabbrica, Vlasov muore dopo poche pagine del romanzo.
Se siete stanchi di impegno, se ne avete abbastanza di sentire politici ripetere sempre le stesse cose e, ugualmente, non ne potete più di ascoltare la lamentela popolare col suo traboccare di luoghi comuni, fate un gesto di evasione, salvatevi. Isolatevi, egoisticamente, in un mondo piacevole, leggero. Plasmatelo a vostro uso e consumo, senza pensieri. Sedetevi in poltrona, sorseggiate un buon whisky invecchiato (o se non vi piace il genere, una tisana esotica o un tè), e leggetevi un libro. Oggi che l’invito alla lettura è diventato un’ennesima forma di impegno, e che questo “appello” qualche volta risulta un po’ antipatico (leggere fa bene, come mangiare frutta e verdura), leviamo subito di torno l’impegno. Leggetevi disimpegnati romanzi di genere, secondo la vostra indole. Divertitevi con la storia, la narrazione. Se vi va, seguite le mode del momento, gli autori da classifica.
L’era globale è una grande promessa. Due elementi concorrono ad oscurare le potenzialità di un mondo globale: gli attriti nel panorama geopolitico tra gli Stati Uniti, la Russia e la Cina (con un’Europa che sta a guardare), e una globalizzazione solo economica, mal gestita dalla politica e guidata da un iperliberismo senza regole. In queste pagine si presenta l’era globale sotto un’altra luce. Anche grazie ad esempi tratti dalla storia europea e asiatica, si mostra come il processo di incontro, assimilazione e rielaborazione di culture “diverse” sia un processo storico che genera incredibile vitalità creativa nelle civiltà umane, in tutte le epoche e in tutti i continenti. Questo processo, infatti, sta alla base di molte epoche storiche di splendore e fervore intellettuale. Partendo da queste considerazioni, l’autore propone il concetto di “cittadino globale” per indicare una condizione interiore e un percorso di formazione (anche scolastico) allo stesso tempo identitario e multiculturale, capace di creare una forma mentis e un tipo di cittadino nuovo, premessa per una società più creativa e un contesto internazionale più cooperativo e meno conflittuale.
Orlando Figes è un noto russista inglese, docente all’università di Londra. Il suo voluminoso libro, Gli Europei. Tre vite cosmopolite e la costruzione della cultura europea nel XIX secolo, (Mondadori 2019) ha ambizioni più ampie che fuoriescono dal recinto degli studi slavi che gli è proprio. Partendo dalla biografia di un autore centrale della storia letteraria russa, Ivan Turgenev, e di Pauline e Louis Viardot, Figes racconta sullo sfondo biografico il processo di formazione di una cultura comune europea che proprio nei decenni centrali del XIX secolo stava emergendo in tutta la sua evidenza. L’intreccio tra le vicende biografiche dei personaggi storici ritratti rende la narrazione avvincente, e fornisce lo spunto per parlare di tali mutamenti sociali e culturali.
Insaziabilità, il romanzo del polacco Witkiewicz del 1930, è un’opera assurda e totalmente folle. E anche per questo è un capolavoro. Oltre cinquecento pagine di rimuginio interiore, in una prosa iper-barocca e serratissima, vivace, confondente, labirintica e alienante, dove la trama assume quasi un’importanza secondaria. La storia, infatti si riassume in poche righe. Il romanzo racconta la storia del giovane Genezyp Kapen, figlio di un ricco birraio, che finisce nell’esercito. Il contesto che fa da sfondo alla vicenda è abbastanza inquietante. Siamo in un momento indefinito del XX secolo, e il cinesi stanno conquistando militarmente il mondo ed esportando il comunismo. Grazie all’adozione dell’alfabeto (sic!), la loro civiltà ha avuto un’accelerazione improvvisa, sorpassando militarmente e tecnologicamente il resto del mondo. Loro missione è governare la “razza” bianca, ormai moralmente decaduta e incapace di governarsi autonomamente, ed estirpare l’individualismo, malattia dell’occidente; arrivati al loro obiettivo, infatti, imporrano l’ibridazione tra i “gialli” e i “bianchi” per creare una razza nuova e risollevare le sorti dell’umanità.
Giorgio Amitrano è un noto yamatologo, docente all’Orientale di Napoli. Il termine yamatologo forse è ormai desueto: designa uno studioso della cultura giapponese, in particolare della lingua e della letteratura. In questo suo Iro iro. Il Giappone tra pop e sublime, l’autore abbandona i panni dello studioso e si lascia andare un po’. Non un testo freddo, accademico, da specialista, ma un’incursione variopinta in vari ambiti della multiforme cultura nipponica. Quello di Amitrano è un vero, grande amore. Il lettore, al di là del contenuto, percepisce subito il tono incantato nel raccontarci del Giappone. Il libro è inframezzato da riflessioni con qualche nota biografica: da queste scopriamo che la passione per il Giappone iniziò negli anni universitari, che l’autore visse per alcuni anni a più riprese in varie città del paese, e che questa dimensione immaginativa non lo ha mai più lasciato da allora. Ma tale passione si era finora espressa nel linguaggio della didattica universitaria, degli articoli accademici.
Dopo una notte tormentata e un’inquietante visione premonitrice, il trentenne Gingio viene visitato dal paludato e maturo professor Pimko. Constatata l’immaturità di Gingio, al puntiglioso professore pare inaccettabile lasciare Gingio nella sua immaturità, e ritiene suo dovere “rimpicciolirlo”, fargli cioè intraprendere un percorso adeguato di maturazione, e ricondurlo quindi a scuola. Da quel momento la vita del protagonista si fa assurda e grottesca. Gingio torna a scuola, in mezzo ai ragazzi, ma… nessuno si rende conto che si tratta di un uomo adulto e tutti lo trattano come un ragazzino. Questa l’idea di fondo su cui si sviluppa il romanzo Ferdydurke (titolo nonsense) di Witold Gombrowicz, autore polacco della metà del secolo scorso.
In un mondo dove la comunicazione è tanto pervasiva, siamo ancora capaci di conversare, di parlare tra di noi e di trarne reciproco vantaggio e piacere? Nell’osservarci da fuori, cosi intenti in dialoghi muti con gli schermi dei nostri strumenti tecnologici, nel dilagare delle parole che si sovrappongono nel vecchio ma ancora vitale mezzo televisivo e nella vita di tutti i giorni, sarebbe lecito dubitarne. Ma c’è stata un’epoca nella quale questa attitudine tipicamente umana veniva tenuta in gran conto e in cui conversazione e civiltà hanno largamente coinciso. Tra XVII e XVIII secolo l’Europa, prendendo a modello la cultura di corte del Rinascimento italiano, costruiva una società in cui la parola e il rituale dello stare insieme assumevano un valore centrale e fine a se stesso. E l’epoca dei salotti nobiliari, prima puramente frivoli, e via via luoghi di dibattito delle idee, luoghi dove pare abbiano persino visto la luce le idee illuministe.
Nel 1965 il premio Strega, uno dei più prestigiosi premi letterari italiani, venne assegnato a un romanzo breve di un autore che oggi è perlopiù caduto nel dimenticatoio. Triste destino condiviso da molti importanti autori della nostra letteratura nel secondo dopoguerra. Il romanzo sul quale spenderemo qualche parola è La macchina mondiale di Paolo Volponi. Nativo della piccola città di Urbino, Volponi era stato una figura di letterato noto tra gli anni Cinquanta e Sessanta, in particolare per il suo ruolo di dirigente alla Olivetti, ruolo che gli era stato assegnato proprio per portare avanti l’utopia olivettiana di industria umana e culturale. Nell’opera non vastissima di Volponi La macchina mondiale è certamente il libro più importante, e di questa utopia serba una forte traccia.
Adolf Dygasiński (1839-1902), scrittore polacco, in La festa della vita (Gody życia, 1900) descrive la vita di un uccellino, un piccolo e comune scricciolo. Il piccolo volatile vive in povertà, osservando gli uccelli migratori nel loro cosmopolitismo alla ricerca di un’abbondanza sempre a portata di mano. Ma lo scricciolo ha deciso di vivere in prima persona tutte le stagioni, sopportando lo squallore e la fame dell’inverno per poi attendere la ricchezza ritrovata della primavera. Nonostante questo alternarsi di fortune, l’uccellino non è mai triste, perché il tempo ciclico gli ha dimostrato che sofferenze e miserie sono mali passeggeri, mentre solo la gioia per la vita può essere eterna, se sappiamo come affrontarla. 

ltre cinquecento pagine fitte di storia del pensiero, ma anche di minuziosi analisi antropologiche sul sostrato mitico-religioso autoctono del Giappone. È il contenuto del libro di Massimo Raveri, Il pensiero giapponese classico (Einaudi, 2014). Massimo Raveri è uno dei più noti specialisti di spiritualità e pensiero orientale, ed è docente di Religioni e Filosofie dell’Asia Orientale presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia. Il suo testo è un riferimento per il settore, e tra le pagine del libro si trova qualcosa di più della sola storia del pensiero. Raveri ci conduce in un viaggio in cui pensare, credere e vivere sono perfettamente integrati, visto che i confini tra queste sfere dell’esistenza in Asia sono certamente meno sfumati che in Occidente. Almeno in epoche premoderne.